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Matera, la città dei Sassi

In gioventù sono stato un accanito lettore macinando un po’ di tutto e così dopo la lettura del libro  “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi, spedito al confino in Basilicata nel ventennio, mi sono proposto di visitare la regione un giorno o l’altro. Devo peraltro dire che nelle mie poche visite autogestite al Sud mi sono sempre trovato bene, a guastarle l’unica eccezione  è stata quella di  Roma dove mi hanno svaligiato l’auto mentre ero a cena, l’unico danno oltre al finestrino rotto è stato il furto della macchina fotografica a pellicola (si era già all’alba del digitale), rimpiango più le foto già scattate che il vetusto attrezzo. Dopo un lungo intervallo ci decidiamo e contrariamente alle precedenti volte la compagnia è rigorosamente familiare: mia moglie, le due figlie (che ci faranno da badanti in questi cinque giorni) mentre il compagno della maggiore fa ha il ruolo di volenteroso autista con il diabolico aiuto del navigatore. Il trasferimento è abbastanza complesso, dal Friuli in auto fino all’aeroporto di Venezia e quindi in volo a Bari poi con auto a nolo fino a Matera. Con somma meraviglia la mia compagna, famosa per il mal d’auto (specie se si va per monti) sopporta benissimo il trasferimento e prima di mezzogiorno siamo a destinazione. Il nostro alloggio è un B & B  in via Lucana fra il Castello Tramontano e il centro che rimane poco sotto. Dedichiamo parte della giornata a una prima visita alla città e alle sue molte attrattive. Visto il periodo (primi di Marzo) non ci sono le folle e la troviamo pulita e ordinata mentre per il ristoro c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il pomeriggio viene dedicato ai dintorni, la Cripta del Peccato Originale è una delle tante chiese rupestri  in proprietà dell’adiacente masseria  che conserva  antichi affreschi. E’ anche agriturismo e degustiamo i vini locali. Verso sera ci trasferiamo in auto al belvedere di Murgia Timone che offre una strepitosa vista sulla gravina, la città illuminata oltre il vallone è di una suggestiva bellezza ora non resta che sperimentarne la cucina. La troviamo soddisfacente (i giovani sanno già tutto) e dopo una passeggiata notturna ci ritiriamo finalmente negli alloggi mentre i nostri accompagnatori, mai sazi di esperienze, si dirigono nuovamente verso il centro animato dal carnevale. Il giorno seguente rimaniamo in città per una visita più approfondita, le cisterne del Palombaro grande, il sasso Caveoso eccetera, incrociamo anche il leader di Forza Italia in giro elettorale. Non mi dilungo ancora, meglio lasciare il passo alle mie scadenti  immagini.

 

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Categorie:Basilicata

Medòl (1141m), la prima volta in Prescudin

Negli innumerevoli passaggi in Valcellina (il primo con un cinquantino quando la strada era ancora in parte sterrata) avevo sempre snobbato la valle del torrente Prescudin avviandomi verso mete più prestigiose. Ma c’è sempre una prima volta, in questo caso riandiamo ai primi di Aprile del 2016. Da Montereale la risaliamo fino a monte di Arcola, 401m di quota, dove abbandoniamo la statale scendendo a sinistra e seguendo le indicazioni per parcheggiare alla garibaldina prima del ponte.Il tempo non è bellissimo ma discreto, la strada prosegue un po’ noiosamente e asfaltata per circa 5 km sulla destra orografica fino al circo terminale. Qui si trova il Palazzo Prescudin o Villa Emma che dir si voglia, un bell’edificio di proprietà regionale e quindi chiuso a chiave. Isolata al centro dell’anfiteatro si trova la nostra destinazione, la aggiriamo a sinistra costeggiando il letto in secca di un torrente (Val Tasseit) fino a portarci nel versante SO. Poi proseguiamo su una antica mulattiera tracciata nel bosco di latifoglie che senza problemi e passando accanto ai resti di uno spartano bivacco esce sulla dorsale di vetta. Circa tre ore dal parcheggio. Nei pressi si trova, come apprendo dalle mie letture, una stazione meteo che abbiamo modo di osservare. La vista è bella verso le cime settentrionali del gruppo del Cavallo-Col Nudo anche se piuttosto limitata dalla vegetazione. Al ritorno non ci sono alternative alla via fatta al mattino, per il meritato ristoro torniamo a Montereale non senza esserci prima dissetati con una bottiglia di bianco ritrovata in auto. Con Mauro e Nevio che stava già lottando coraggiosamente con la malattia  che ne avrebbe causato la scomparsa poco tempo dopo.

Cuel Formian (1627m) e Clap Forat (1562m), l’anello da Mincigos

febbraio 25, 2019 Lascia un commento

Le cime più occidentali del Cimone, selvatiche e impervie e con cospicui dislivelli che abbinati a ripidi e infidi pendi erbosi scoraggiano anche l’escursionista esperto che preferisce inoltrarsi  (forse a ragione) in luoghi più blasonati, resistono tuttavia ancora le mulattiere militari della grande guerra che costituiscono tuttoggi dopo un secolo, il migliore approccio. Purtroppo dopo tanti anni di vagabondaggio non è più tanto facile trovare nuove mete accessibili valutando dislivelli e difficoltà visto che anche gli alpinisti invecchiano, ma ora bando ai piagnistei e andiamo alla nostra gita. A Dogna nel canale del Ferro ci spostiamo sulla riva opposta del Fella, subito oltre il manufatto svoltiamo a sinistra sulla stretta rotabile che si risale in auto fino a Prerit di Sopra, un borgo semi abbandonato a circa 450m di quota dove parcheggiamo. Ci incamminiamo sulla mulattiera, in parte cementata, fino ai casolari di Mincigos (860m) da dove si riduce a sentiero che prosegue  in versante NO nella boscaglia fino alla sella omonima (1488m) da dove ci affacciandosi alla val Raccolana. Sulla sinistra andiamo avanti fra la bassa vegetazione fino al Cuel Formian, tornati all’intaglio e con lo stesso tipo di terreno saliamo alla spalla che culmina  con il Clap Forat fra eriche e ginestre. Certo che se si teme zecche e vipere è preferibile stare a casa, non ci badiamo e probabilmente non sono interessate alla nostra presenza. Il Cimone ci sovrasta con tutta la sua imponenza ma per oggi ne abbiamo abbastanza, il Maurin in un impeto di generosità stappa anche una bottiglia di vino per festeggiare il successo, non ha una vita lunga. Tornati alla sella cominciamo a scendere nel versante opposto (Sud) che oppone, pur essendo segnalato, dei passi  abbastanza ripidi e esposti. L’unico incontro è con un Gufo che si riposa su un pino ad altezza d’uomo, non è molto interessato alla nostra presenza e lo lasciamo alle sue meditazioni. Il chilometraggio aumenta, passiamo anche accanto agli antichi casolari di Coronis e alla fine riusciamo sulla ciclabile dell’Alpe Adria, non resta che risalirla traversando  qualche buia galleria fino all’altezza del ponte da dove abbiamo cominciato.

7 ore complessive soste comprese. Chi ha il telefonino dice 1275m di dislivello, nel Dicembre 2015. I compagni Andrea, Ermanno, Mauro e suo figlio Luca

 

 

Morgenlait (1979m) da Sauris nella nebbia

febbraio 8, 2019 2 commenti

Le verdeggianti cime che sovrastano Sauris costituiscono delle belle  mete invernali con o senza ciaspe a seconda dello stato della neve (c’è stata anche una recente gita della SAF). Per la nostra non occorre risalire a tempi remoti ma solo alla fine di Gennaio del 2018, protagonisti i soliti pensionati. Da Ampezzo risaliamo la valle del Lumiei che si apre dopo le gallerie sul bacino artificiale. Costeggiamo il lago fino a Sauris di Sopra, il piccolo parcheggio è subito a monte del grazioso villaggio, metro più metro meno la quota  è sui 1400m. Ci accolgono cielo grigio e clima gelido che fanno rimpiangere il calduccio delle lenzuola  e ci travestiamo velocemente indossando tutto il disponibile prima di incamminarci sulla forestale accanto, il segnavie porta il n.205 ma non si può sbagliare. Di neve ce n’è poca, quella rimasta è ghiacciata e bisogna fare attenzione e meno male che non c’è vento.  In breve usciamo alla larga forcella Festons (1860m) con visibilità ridotta a pochi metri, a conforto ci sono tabelle a profusione. Da una di queste ci alziamo su una facile ma gelata dorsale sulla destra, chi li ha calza i ramponi, non sono fra i fortunati ma infine conquistiamo la croce del Morgenlait, una effimera schiarita ci induce a proseguire verso Est verso il Pieltinis, arriviamo fino alla forcella successiva, di nuovo nebbia fitta. Qui indugiamo per un po’ rischiando il congelamento in attesa del sole. E’ l’ora delle grandi decisioni, decidiamo per la ritirata e torniamo alla base di partenza senza troppi rimpianti. Ci sarà pure un luogo caldo di ristoro nel ameno paesello.

31 Gennaio 2018, con Giorgio, Oscar e Sandro

 

Stenar (2501m), a Gennaio in val Vrata

Il sole della montagna  e il contributo dell’età bruciano i pochi neuroni rimasti e faccio fatica a memorizzare, con circa 600 dei miei poveri post all’attivo, cosa ho pubblicato. Chiedo pertanto venia ai lettori se casco in qualche ripetizione. Scendendo nel particolare lo Stenar, sulla sinistra orografica della val Vrata non è vergine dal momento che ne ho già descritto una gita estiva. Ben più eclatante è stata la precedente salita invernale, gasati dal successo  della Domenica precedente sul Tricorno torniamo nella valle di cui sopra, da Mojstrana  (via Tarvisio e Jesenice)  ci si inoltra con una rotabile sterrata  fino al rifugio Aljazev, un migliaio di metri  di quota, fattibile solo con scarso innevamento come nel nostro caso, la gita diverrebbe improponibile partendo a piedi dalla valle della Sava. Poco prima del rifugio si diparte a destra il sentiero segnato che si dirige alla forcella (Stenarska Vratca). Solo alla fine si incontra la neve, bisogna entrare in un canale con un ripido nevaio dove necessita l’attrezzatura da ghiaccio. Per essere in pieno inverno  c’è un discreto viavai, osserviamo anche una cordata di duri che salgono una via diretta sulla sinistra in piolet traction. Noi, più modestamente scendiamo nel colatoio per poi risalire al sole dell’intaglio. E’ fatta, con neve neve ottima e seguendo la cresta a sinistra (Est) arriviamo in vetta senza ulteriori difficoltà. Una quindicina di alpinisti hanno avuto la nostra idea, dopo avere solidarizzato non resta che ripartire. Evitando le orme della salita ci spostiamo verso S fino a raggiungere la forcella Sovatna, da qui seguendo più o meno il sentiero estivo riusciamo a rivedere il fondo valle un po’ a monte dell’Aliazev Dom. Dopo una doverosa sosta al monumento a Kugy scendiamo al parcheggio, prima del confine ci sarà pure una Gostilna per festeggiare lo0 scampato periglio. Il guaio è che la troviamo sempre… Poco più di 4 ore per  salita, 1500m il dislivello e sette ore in tutto. Il 14 Gennaio 1990.

Con gli amici Ermanno, Amorino e il povero Flavio Alfarè, caduto in Glemine poco tempo dopo.

Zouf Plan, Crasulina e Tenchia da sopra Cercivento

dicembre 31, 2018 Lascia un commento

Anche se meritevole di una visita più accurata per le caratteristiche case a portico in pietra questa è stata l’unica volta che sono passato da Cercivento, comune poco popolato alle falde della catena del Crostis. Da veri invasati (come eravamo all’epoca) vi abbiamo dato solo una frettolosa occhiata prima di continuare con il nostro poderoso mezzo sulla rotabile detta panoramica delle vette che poi prosegue fino a Collina. Lasciamo l’auto in località Pian delle Streghe dove si dice che le simpatiche megere celebrassero i loro riti (circa 1500m). Da qui un seguendo la strada con una deviazione saliamo alla cresta meritandoci prima la vetta del Cimon di Crasulina (Raganella,2104m), e quindi, visto lo scarso innevamento, anche il Piz di Mede (1902m) e infine la cima più orientale del gruppo, il Tenchia (1840m). Quest’ultimo è deturpato da una selva di antenne, ma questo è il progresso. Così arricchiti dall’inquinamento elettromagnetico non ci resta che tornare al parcheggio. Il sentiero è contrassegnato dal numero 154, i panorami sono smisurati.

Con Gigi, Eliana e Ermanno nel marzo del 2003

 

Categorie:Alpi Carniche Tag:

Dom del Mischabel (4545 m), traversata della cima più elevata del gruppo

novembre 23, 2018 Lascia un commento

Mischabel (ovvero pala per letame nell’idioma locale) è il prosaico appellativo dato dai pratici abitanti alle bianche vette sovrastanti  forse ravvisandovi una certa somiglianza con l’attrezzo in questione. Il toponimo è rimasto tale anche quando l’alpinismo è diventato una ulteriore fonte di reddito. Le due cime principali sono le gemelle Taschhorn e Dom, quest’ultimo ha anche il pregio di essere il 4000 più alto tutto il territorio elvetico visto che il Cervino e il Rosa sono in comproprietà con l’Italia. Pare che il Dom non voglia dire Duomo ma si riferisca al titolo di un canonico che per primo quotò queste montagne, così almeno trovo scritto nelle mie letture.

La settimana non prevede giorni di riposo se non per maltempo, un occhiata verso esterno purtroppo svela un firmamento stellato, quindi giù dalle brande  e dopo una veloce colazione ci mettiamo in cammino sul sentiero della morena alla luce delle pile frontali. Arrivati al ghiacciaio (Festigletcher) bisogna legarsi  ed estrarre gli attrezzi, poi proseguiamo fra i numerosi crepacci cercando di mantenerci sulla traccia esistente, cosa non del tutto facile al buio. Poi finalmente l’aurora, per la piena luce del sole bisogna ancora aspettare, siamo pur sempre nel versante N, ma alla fine arriva a riscaldare gli animi se non il corpo, alla quota contribuisce anche un gelido venticello. Ma le condizioni sono ideali, nel primo tratto troviamo un po’ di ghiaccio che più in alto si trasforma in firn, la neve dura ideale per i ramponi.  Usciamo in cresta al Festijoch, la forcella da cui ci si affaccia al versante Sud, 3723m.  Qui comincia la cresta, in gran parte ghiacciata con qualche affioramento di gneiss, porta a una anticima e quindi con un ultimo strappo in vetta. Vista eccezionale che spazia su gran parte delle Alpi Occidentali. In discesa seguiamo la via normale quasi interamente nevosa ma pistata, rientriamo alla Dom Hutte  un po’ acciaccati ma non ancora domi.

AD- in salita, PD in discesa, 1500 m di dislivello, non mi sono segnato i tempi ma resta comunque un micidiale impegno giornaliero. Ma eravamo più giovani e forse più scriteriati. 12 Agosto 1997.