Archivio

Archivio dell'autore

Insidie della montagna: le gallerie del Due Pizzi

luglio 13, 2018 1 commento

Finora mi è andata bene, in quasi quarant’anni di montagna a parte di un paio di distorsioni non ho avuto incidenti ma non bisogna tirare troppo la corda e guardare ogni tanto la carta d’identità (come dice il mio medico). Purtroppo come programmazione delle gite (da esperti quali dovremmo essere) siamo piuttosto carenti e nella maggior parte dei casi la destinazione viene scelta al punto di ritrovo. L’inconveniente sta nel fatto che, a meno di caricare lo zaino con tutta l’attrezzatura, a volte manchi qualcosa di essenziale. Per di più siamo recidivi, già l’anno scorso avevamo risalito la val Dogna fino al parcheggio di quota 1268m dove ha inizio il sentiero 468 che sale alla larga forca di Cjanalot ( prima nella pineta e poi fra ghiaie e bassa vegetazione). Da qui ci dirigiamo verso Ovest fino a raggiungere il bivacco Bernardinis, un ricovero dove avevo pernottato  molti anni fa (in occasione della posa di una croce su una delle due cime con gli alpini del paese). Arriviamo fino al buio ingresso della galleria artificiale, qui decidiamo che per oggi va bene anche la quota minore o cima Vildiver di 2008m. Proprio a monte dal bivacco ci si alza facilmente per zolle erbose miste a ghiaie. La discesa ricalca lo stesso percorso. Tempo splendido.

Un anno dopo e con la stessa compagnia ci riproviamo (uno dei due stranamente non ci è mai stato), stavolta non si può fallire anche se il tempo è incerto. Al contrario degli amici non possiedo la pila e nella oscura caverna sbatto la testa sulla volta di duro calcare. Segue un copioso sanguinamento e vengo medicato alla meglio, purtroppo non riesco a controllare l’entità dei danni ma proseguo stoicamente. Dopo il tunnel si attraversa su una cengia artificiale molto esposta in versante Sud. Ci si potrebbe assicurare al cavo di sicurezza avendo in dotazione il set da ferrata, in mancanza lo usiamo come corrimano, Dopo un arco roccioso ci si porta in versante SO e per questo più facilmente al Pizzo Occidentale (2046 m). Tornando il tempo si guasta ma la pioggia ci risparmia fino al ricovero. Poi tocca aprire l’ombrello. Quando entro in casa mi guardo allo specchio, con questa fasciatura ho qualche similitudine con l’attore del film “Il Cacciatore” mentre faceva la roulette russa. Vi risparmio i commenti della mia compagna di vita.

 

2017-2018

Annunci

Jalovec (2643m), in traversata dal passo Vrsic alle sorgenti dell’Isonzo

luglio 2, 2018 2 commenti

“Superbo corno roccioso che si eleva ardito alla testata della val Planiça” (citazione a memoria dalla guida delle Alpi Giulie di Gino Buscaini). Ben visibile fin dalla pianura si trova a Est del cupolone del Mangart ed è una delle cime più elevate del gruppo, ben identificabile dalontano per il suo tetto inclinato (ne ho già parlato una volta per la salita invernale dalla val Planica per il canalone nevoso). Ma nella prima salita risaliamo in auto tutta la valle dell’Isonzo fino al passo Vrsic dove parcheggiamo a 1611m (non senza avere prudentemente lasciato una vettura nei pressi del rifugio alle sorgenti del fiume, ottocento metri più in basso). Al valico imbocchiamo il sentiero che con una lunga traversata a saliscendi sotto le creste di Mojstrovke, Travik e Site (sono circa 5 Km) porta all’attacco. L’ambiente è magnifico, i bianchi calcari lavorati dall’acqua sono ingentiliti a tratti da verdi e belle fioriture mentre la rappresentanza del regno animale è garantita qualche camoscio passeggiante sui ghiaioni. Nonostante qualche banco di nebbia siamo abbastanza fiduciosi, la traccia abbastanza visibile è confermata anche da qualche bollino sparso. Poi l’ambiente diventa più severo, ci sono degli estesi nevai e tocca sguainare almeno la piccozza, chi li ha calza anche i ramponi. Continuando ci affacciamo alla Jalovska Skrbina, la forcella che dà sulla val Planica (più a Est del canalone nevoso). Ma l’ostacolo più impegnativo è la cima acuta della Golicizza, che si supera con una ferrata aerea e esposta, pochi cavi ma molti pioli. Dopo questa ci portiamo all’attacco della via normale che percorre la cresta Sud anch’essa attrezzata. Ma ormai le difficoltà maggiori sono superate e arriviamo in vetta nonostante la neve presente, la nostra esigua compagine oggi è l’unica presente. Tornati in sella divalliamo lungamente verso Sud (ancora qualche cavo metallico) fino al rifugetto Zavestisce Pod Spickom (2010m). Qui riceviamo una calda accoglienza forse perchè siamo gli unici clienti. Un comodo sentiero ci riporta alle sorgenti dell’Isonzo (690m) e al mezzo di trasporto. Non resta che risalire in auto al passo a recuperare l’altra vettura.

Gli orari: partendo alle 7 in cima alle 12.20, al parcheggio delle sorgenti alle 17. Con Diego, Emanuela, Arduino e Ernesto il 26 Giugno 1983. Anche oggi non so se ci sono descrizioni cartacee, la guida ne fa cenno solo per la discesa, a mio parere è uno dei più fantastici anelli delle Giulie Orientali.

 

L’anello del Monte Cocco (1941m) dalla val Rauna

Nostalgie (più che della naja dei tanti anni trascorsi) mi riportano a Ugovizza dove ho passato gli ultimi mesi della mia carriera militare alla caserma Solideo d’Incau con il grado di sergente.  Ma non solo, nell’estate del 1985 dopo un grave lutto familiare e in piena crisi lavorativa mi ero concesso una pausa di tre settimane con tutta la famiglia affittando un appartamento in loco. Con la complicità di un amico che aveva un appartamento a Tarvisio vi ho trascorso forse le più belle vacanze della mia vita mettendo nel carnet parecchie cime. Torniamo alla triste attualità, dopo l’alluvione di qualche anno addietro in Valcanale il villaggio è stato  rimesso a nuovo e attualmente può fare concorrenza a quelli d’oltreconfine. Accetto quindi volentieri la proposta di Ermanno di fare una visita al Monte Cocco sulla cresta Carnica orientale, già visitato d’inverno in occasione della traversata alla Cima Bella e Sagran. Dal villaggio risaliamo in auto la stretta rotabile della Val Uqua fino al bivio a sinistra in corrispondenza di una segheria. Qui un ponte porta in Val Rauna, la percorriamo fino al divieto a 1080m di quota dove lasciamo il mezzo ai margini della strada. La forestale con poca pendenza prosegue alquanto lungamente in terreno incognito fino al rifugio Gortani e all’adiacente villaggio Cocco. L’ambiente bucolico con le tipiche baite in legno che ingentiliscono le radure inviterebbero al riposo ma proseguiamo indefessi fino a quando l’assenza di segni ci mette in sospetto, siamo andati troppo avanti. Facciamo quindi dietrofront, avevamo notato subito dopo un tornante una traccia piuttosto esigua che si alzava sulla destra, ma ci era parsa più animalesca che umana. La conferma ci viene data da una coppia di sloveni che sta scendendo, nel bosco appaiono anche dei saltuari quanto sbiaditi segni biancorossi del CAI. Seguendoli usciamo infine a una schiarita da dove si vede la verde dorsale della nostra meta, la si costeggia sulla sinistra per salirci infine sopra al termine della vegetazione d’alto fusto. La giornata non è famosa, comunque la visibilità è buona e permette di apprezzare il vasto panorama. Ci caliamo poi a Sudest seguendo le evidenti tracce fra le affiorazioni di roccia rossastra e i pascoli fino alla strada cementata che un po’ noiosamente arriva al sospirato agriturismo Rosic. Dopo esserci rifocillati (e prese informazioni) scendiamo  al ponte che verso destra con un traverso quasi senza dislivello riporta, ripassando dal villaggio Cocco,  fino al parcheggio. Non senza prendere qualche goccia di pioggia alla fine.

Con Ermanno, Maggio 2018

 

 

Dalla val Tolminka al Mrzli Vrh (1359m) con visita alla Javorca

maggio 11, 2018 2 commenti

Di questo facile dosso alle falde del Monte Nero, noto per i fatti bellici del 15/18, ho già pubblicato uno dei miei laboriosi quanto scadenti articoletti. C’è stata però anche una ulteriore visita ma con diverso approccio. Da Tolmino infatti saliamo a Zatolmin inoltrandoci poi con una rotabile sterrata nella gola della Tolminka. Dopo una strettoia si prosegue ancora fino alla diramazione con la carreggiabile che sale a sinistra (tabelle) dove si parcheggia alquanto scomodamente a circa 400 m di altitudine. Il percorso non è segnato ma non si può fallare, ci si alza lungamente con pendenza costante fra i frutteti in fiore e qualche isolato casolare. Poco più in alto si passa accanto alla chiesetta (al momento chiusa) e si prosegue fino alla larga sella con la quale si accede all’altopiano e alle casere Laska Sec e Pretovc 1142m. Non resta che traversare a occidente in direzione del nostro monte già ben in vista, vi accediamo per il sentiero della cresta Ovest abbondantemente segnalato. Dopo la doverosa sosta per ammirare il fiume più bello del mondo, si tratta infatti dell’Isonzo (Soca in questi luoghi), che scorre indifferente mille metri più in basso, riprendiamo la via del ritorno. Optiamo per il versante opposto che passa da un altare, eretto nei pressi di una caverna bellica. Tornati alla sella di salita adocchiamo sulla sinistra un sentiero  segnalato che ci pare preferibile alla noiosa strada, non è certo affollato, come testimoniano i faggi secolari che si incontrano. Più in basso tocca superare qualche barriera di filo spinato dove il nostro medico di fiducia rischia (come direbbe il suo compaesano  commissario Montalbano) i cabbasisi. La pregevole Javorca, chiesetta eretta dagli Austroungarici in memoria dei loro caduti, è ora aperta e ci facciamo una divagazione storico-culturale, all’esterno ci sono tutti i simboli dei reparti che qui hanno combattuto.  Anche l’interno in legno è pregevole e il tutto rimane ben conservato. Anche la nostra esigua compagine ha i suoi feriti, uno in particolare con gli scarponi leva pure la pelle di qualche vescica. Sette ore in tutto, un migliaio di metri il dislivello, nell’Aprile 2015 con gli amici Sandro e Saro.

 

Iovet (1311m), cercando in val d’Arzino

Per arrivare nella valle dell’Arzino la via consueta prevede San Daniele e il ponte di Ragogna, oggi per variare passiamo da Maiano e Cornino dove un altro manufatto consente di oltrepassare il Tagliamento. Oltre il fiume c’è un’osteria dove ci fermiamo per il caffè ma non solo, il proprietario ci fa visitare la sua fornita enoteca ricavata laboriosamente nel seminterrato. Ahimè, l’ora mattutina non consente di approfittare della sua ospitalità che la gita ne risentirebbe, rimandiamo alla prossima occasione. La strada continua tortuosamente con due sottopassi sotto i binari della ferrovia Gemona-Sacile (dalle travagliate vicende) e dopo Flagogna arriviamo in discesa al ponte che porta sulla riva destra del fiume e nella solitaria vallata. La risaliamo tortuosamente fino al bivio a sinistra per Pielungo, noto per vicende risorgimentali nonché partigiane narrate da una tabella esplicativa. Parcheggiamo ai limiti orientali della borgata di Forno nei pressi di una piccola cava di ghiaia, circa 600m (Loc. Clementins). Da esperti quali siamo e nonostante le indicazioni non facciamo caso all’inizio del sentiero che parte pochi metri addietro e ci alziamo direttamente su labili tracce animalesche prima su un faticoso pendio detritico e poi lottando con i mughi. Quando stiamo perdendo ogni speranza ritroviamo inaspettatamente il segnavia del sentiero  820. Fatto un doveroso sospiro di sollievo proseguiamo alacremente nel bosco di pini sulla  traccia abbastanza riconoscibile che ne risale il dorso. Si prosegue sottocresta in versante Ovest affacciandosi talvolta con qualche breve digressione dalla parte opposta.  Alzandosi il bosco si dirada mentre compaiono dei bianchi affioramenti calcarei, anche alla fine la neve non crea troppi ostacoli. La dorsale poi si apre in un bel bosco di faggi che risalito porta alla Forchiazza (tabella) dove abbandoniamo la traccia numerata. Resta solo l’ultimo risalto segnato a bollini rossi, destreggiandoci fra la bassa vegetazione che ricopre la dorsale arriviamo da Est alla quota designata. Panorama vastissimo sulle Carniche e Giulie e la pianura fino al mare, solo a O la vista è limitata dalla cresta più elevata del Pala. Tornati alla vettura sulle orme dell’ascesa ci fermiamo a dare un’occhiata al castello costruito (come pure la strada) da Giacomo Ceconi, che partito da questi luoghi con la valigia  diventò negli anni un imprenditore di successo nell’edilizia stradale e ferroviaria tanto che l’impero Austroungarico lo nominò Conte. Dopo questa digressione storico-culturale per finire in bellezza sostiamo in valle all’osteria Lorenzini, dove la specialità è il formaggio salato. Dislivello 700 m, difficoltà non ce ne sono, una sola zecca guadagnata.

Marzo 2018, con Sandro, Oscar e Mauro.

Categorie:Prealpi Carniche

Slenza Est e Ovest, tre gite dalla Val Studena

aprile 13, 2018 2 commenti

Trascurabili memorie militaresche

Come primo classificato del corso sottufficiali a Aosta (170 lire al giorno decurtati da costo della carta igienica) e nonostante la mia insofferenza alla disciplina avevo la priorità di scelta sulla destinazione. A causa della morosa di allora optai naturalmente per il Friuli, prima a Cavazzo da caporalmaggiore e in seguito, da sergente di prima nomina, alla “tana dei lupi” di Ugovizza, come era chiamata la caserma Solideo d’Incau, dismessa dopo l’abolizione della leva. A differenza degli attuali volontari a ferma breve odierni (che oltre a un cospicuo salario godono della settimana corta) eravamo in servizio acca 24 con il divieto degli abiti borghesi. Anche qui mi feci notare per la scarsa attitudine alle virtù militari e così fui spedito in vari distaccamenti, prima a forcella Cereschiatis e in seguito alla polveriera di Pietratagliata sulle rive del Rio Sualt. Vi passai parecchi turni al comando della casermetta superiore (detta Piccola Russia), dove peraltro né il maresciallo responsabile degli esplosivi né il tenente al comando mettevano mai piede, si era in nove e si viveva in assoluta tranquillità. Per festeggiare Natale e Capodanno ci eravamo pure someggiato una damigiana di vino da 54 litri che erano il minimo per far fronte a tutte le avversità. Un ufficiale di firma che voleva cambiare un po’ l’andazzo si presentò per un’ispezione omettendo la parola d’ordine alla sentinella, fu ridotto a più miti consigli da un colpo di Garand. Dopo più di mezzo secolo tutto questo non esiste più e una strada forestale ha sostituito la mulattiera che collegava Pietratagliata con la val Studena, da dove peraltro iniziano le gite seguenti, rigorosamente con la neve.

Slenza Ovest (1665m)

Le due cime si trovano all’estremità settentrionale del gruppo dello Zuc dal Boor con affaccio alla strada che da Pontebba sale a sella Cereschiatis per calare poi verso Moggio. Non ci facciamo scoraggiare dalla giornata piuttosto grigia, lasciamo l’auto poco sopra Studena Alta (838m, tabella) per imboccare una carreggiabile porta alle case Pramolina che lasciamo poco più in basso. Ridotta a sentiero dopo un tratto sulla dorsale compie un traverso nel ripido bosco fino a uscire alla forcella Slenza, poco più in basso si trova la casera. Da questa una traccia fra i mughi a destra sale fino in cresta, una breve divagazione sullo stesso lato consente di conquistare la massima quota. Ambiente incantato con neve fresca ma purtroppo visibilità limitata dalla nebbia.

Slenza Est (1589m)

Meno laboriosa e senza lotte con i mughi della precedente gita ma innevamento abbondante, l’ideale per sperimentare le nuove ciaspe. Al primo tentativo facciamo cilecca nonostante gli attrezzi ma il tempo è veramente pessimo e sta nevicando. Giunti alla casera diamo forfait, è il 6 gennaio, la befana ci ha fatto il suo regalo. Torniamo dopo una decina di giorni con le tracce dell’Epifania ancora visibili. Finalmente una giornata eccezionale, dalla casera ci spostiamo verso est fino a sotto il tratto finale difeso da ripide balze dove le ciaspole dimostrano i propri limiti ma togliendole non se ne verrebbe a capo. Panorama eccezionale sulle Carniche Orientali e le Giulie, mille metri più in basso scorre il Fella. Con la neve calcolare circa tre ore per la salita e un paio in discesa.

 

 

Col Ceschet 1394m, ciaspolando in Piancavallo

febbraio 26, 2018 Lascia un commento

Dal 2010 le ciaspe o ciaspole sono entrate nella normale dotazione invernale. Niente a che fare con quelle che ricordavo dalla naia in legno e cordino di canapa, ora sono un attrezzo tecnologico in materiale sintetico con sulla parte anteriore dei ramponcini di metallo. Con grave salasso alle le mie finanze da pensionato ho dovuto adeguarmi, questo giro è stato uno dei primi a collaudo dei nuovi attrezzi, la località scelta è il Piancavallo, località sciistica sopra Aviano con bella vista su pianura e l’aeroporto. Parcheggiato sul piazzale una strada si alza verso Est, il sentiero con il n. 985 si imbocca presso una cabina elettrica a circa 1300m. Lo spessore della neve è cospicuo ma con la pista battuta si procede bene e anche le quattro dame che accompagnano la minoranza maschile sono soddisfatte. Dopo un primo tratto nel bosco usciamo in terreno aperto poco pendente e arriviamo all’affollata casera Caseratte. Anche troppo, tanto che preferiamo proseguire ancora verso Nord traversando sotto la Pala Fontana fino alla forcella di Giais (1442m e massima quota raggiunta) da dove ci si affaccia alla pianura, in ultimo piano verso oriente la vista spazia fino alle Giulie. Le condizioni sconsigliano altre velleità, a conferma della giusta scelta c’è anche una piccola slavina caduta sul sentiero. Al ritorno ci sorvola un elicottero, l’indomani veniamo a conoscenza di un morto per slavina in Alpago. Non rientra nel DNA una gita senza cime, tornati a Caseratte con una breve digressione ci alziamo fino al simpatico cocuzzolo del Col Ceschet (1394m) poco sopra, che per oggi basta e avanza. Tornati alla casera per variare il percorso in discesa optiamo per il passaggio a meridione dalla Casera del Medico seguendo il sentiero pistato, proseguendo si fuoriesce sull’asfalto poco a valle della località sciistica. Per risalire al parcheggio non ci sono alternative alla strada. Orario non annotato, tempo splendido e temperatura accettabile.

7 Febbraio 2010