Cima Grande di Lavaredo (2999m), alpinismo fai da te sulla normale

Della Piccola e della Ovest ho già malamente pubblicato qualcosa anche se il primo oggetto del desiderio è stata naturalmente la salita della più alta che per un solo metro (forse con la Croce ci arriva) non raggiunge i 3000 metri. Il solito Paul Grohmann accompagnato dalle guide Innerkofler Salcher si aggiudicò la prima assoluta già nel 1869 per la via poi diventata la normale. Ora le cose sono cambiate e la strada a pedaggio, anche se onerosa, dal lago di Misurina porta comodamente al rifugio Auronzo (2330m), in pratica fino all’attacco delle pareti Sud. Criticata dai puristi e osannata dai villeggianti alla fine è usata da tutti. Da un bel po’ di tempo non ci vado, ormai guarito per motivi anagrafici dalla peste arrampicatoria. Una volta sola ho pure pernottato in rifugio, purtroppo inutilmente, il mattino seguente pioveva a dirotto. Per questa gita d’antan (si parla dell’87) invece il tempo è stato bellissimo. L’altro capocordata di nome fa Amorino che abbreviato diventa il mio nome. Due parole sui due sconsiderati compagni, uno si chiamava Gigi detto il mestri per la sua professione, da qualche anno ormai passato nel mondo dei più, che da appassionato escursionista ambiva alla vetta. Coinvolgo nell’impresa anche Adriano, per motivi ignoti da sempre chiamato Bubine che fornisce anche l’auto, l’unico collegamento con la montagna era sua mamma nativa di Timau. Il quinto protagonista è mia moglie, oltre a fungere da pilota di riserva in caso di inconvenienti andrà a cercare soccorso in caso di inconvenienti. Dal rifugio ci incamminiamo sul sentiero che porta al Locatelli dove non si soffre certo la solitudine, arrivati sotto la Grande una traccia di sentiero sale all’attacco nei pressi della forcella con la Piccola. Spetta ai due esperti (poco) il compito di spiegare in 5 minuti tutte le manovre di assicurazione prima di partire. La via ha un dislivello di 450m con difficoltà che arrivano fino al III, segnalata con bollini rossi ha anche le soste attrezzate. Per un po’ le cose vanno abbastanza bene fino a un camino dove Adriano, l’unico senza casco, si prende un sasso in testa con copioso sanguinamento. Non è un danno irreparabile, gli cedo il mio provvedendo alla sicurezza con un berretto di lana. Ci mettiamo un’infinità ma alla fine la meta viene raggiunta, purtroppo le facce dei due novizi non sono molto allegre alla vista dei precipizi che ci circondano. Bisogna ripartire calando l’amico infortunato, il problema è il maestro che non si fida della cavezza per le calate e cerca di arrampicare in discesa procurandosi varie sbucciature a gomiti e ginocchia. Cala anche la nebbia.  Al termine della Via Crucis manca un’ultima doppia che naturalmente rimane incastrata, a forza di tira e molla viene, quando mettiamo i piedi sulla stradina è ormai il crepuscolo. La mia compagna in ansia stava per allarmare il soccorso, la tranquillizziamo. Arriviamo a casa alle ore piccole.

Per la relazione: la Guida del Berti (CAI-TCI) Dol. Orientali, Buscaini le 100 più Belle (Zanichelli)

 

Col Magnente (1524m) e casera Lavazeit (1813m), una gita forestale dalla Mauria

Le previsioni meteo danno poche speranze ma gli impegni sono impegni e partiamo comunque, con somma meraviglia si presenta all’appuntamento il Mauro che ha buttato giù dal letto anche suo figlio. Nei numerosi passaggi dalla Mauria, valico fra la Carnia e il Cadore, avevo adocchiato sulla destra del primo tornante in versante Ovest una tabella del CAI con varie destinazioni verso il gruppo del Tiarfin. Non ci ero mai stato e questa è già una sufficiente motivazione. Già in una curva prima di Forni, con il pilota un po’ distratto dal paesaggio, la Rav aveva preso una bella imbarcata sulla strada umida dando la sveglia ai passeggeri. Partiamo con l’ombrello, la carreggiabile sale fra gli innumerevoli stavoli (qui chiamati tabià) fino a un crocevia in loc. Stabie (1373m) dove prendiamo a sinistra, trascurando le varie segnalazioni (sent. del Papa e altre) ci alziamo fino a una cimetta alberata (quindi niente paesaggio) che stimiamo essere il Col Magnente, ben 1524m, o forse si trattava dello Stizzinoi? Tutto qui (diranno i miei fedeli lettori)? Non sia mai, torniamo al punto di partenza  per imboccare il sent. 207 che traversa lungamente in direzione Sudest con modica pendenza nel faggeto fino a un ruscello presso una briglia. Intanto si risveglia la cupidigia dei compagni alla vista di parecchie Mazze di Tamburo con contorno di Porcini. Poi finisce la ricreazione, dopo il guado la traccia comincia salire più impiccata (e anche meno battuta) per uscire finalmente sul panoramico terrazzo della Casera Lavazeit, fine della solitudine. Qui incontriamo un coro alpino di un paese sul Livenza in provincia di Pordenone più astutamente  saliti con la seggiovia del Varmost traversando in seguito costì. Ci offrono un saggio del loro repertorio, anche il cuore di pietra del mio compagno si commuove.  Nel recinto sottostante pascolano alcuni puledri, il più scafato pranza con la pasta avanzata. Intanto è uscito il sole e il panorama si apre verso le dirimpettaie dolomiti friulane. Resta solo il rientro, non ci sono alternative al percorso fatto in salita.

 

 

30 Luglio 2017

 

Kleine (quota ignota) e Grosse Gamswiesenspitze (2488), due gite dalla Dolomiten Hutte

agosto 8, 2017 2 commenti

Nonostante il nome le Lienzer hanno più affinità con le nostre carniche, di dolomia non c’è traccia alcuna essendo composte di un calcare grigio a volte peraltro solidissimo, che si presta all’arrampicata. Gli italiani sono rari mentre sono assai frequentate dagli austriaci anche per la vicinanza con la città di Lienz. Bisogna comunque trasferirsi nella valle della Drava, quindi la via prevede il Passo di Monte Croce Carnico e il successivo Gailsberg per poi risalire verso Ovest l’ampia vallata. Prima del capoluogo dell’Osttirol si devia a sinistra verso Lavant e seguendo le indicazioni si sale, sempre  su asfalto, una strada (attualmente a pedaggio che) arriva fino a una radura a 5 minuti dal rifugio omonimo dove si parcheggia, circa 1500m di quota. Da qui si sale (stradina o sentiero) al frequentatissimo Karlsbader Hutte,  posto nel circo terminale del vallone. In questa occasione non ci arriviamo, uscendo dal bosco si vede sulla destra l’attraente pilastro della Kleine Gamswiesenspitze (traduzione spannometrica: la piccola cima della vista dei camosci). Ci si abbassa nel vallone ghiaioso-detritico per alzarsi sull’opposto versante (solo tracce) fino all’attacco. La via è di roccia ottima, e abbastanza breve, le difficoltà sono sul terzo grado, per di più è attrezzata con dei chiodi speciali che in teoria non avrebbero bisogno di rinvii. Li usiamo comunque e senza grossi problemi arriviamo in cima. Qui incontriamo la moglie di un amico che è salita per la via normale da Sud che passa dalla forcella Kerschbaumertorl un duecento metri più in basso. La facciamo in discesa, non è elementare visto che bisogna usare le mani. Per la birra (o birre per la verità) ridiscendiamo alla ospitale Dolomiten Hutte. Con Ermanno, Gigi, Nevio, Sandron ed Eliana nel Luglio del 99.

Ritorniamo nel 2015 in Agosto. L’avvicinamento è lo stesso ma il programma è diverso, vogliamo salire la più alta. Dalla forcella con sorpresa vediamo che la salita fatta nella prima visita è stata trasformata in una ferrata con il nome di Madonna Weg. Che sarà mai, la affrontiamo senza alcuna di quelle attrezzature che vanno di moda adesso e perdiamo immediatamente un paio di amici che rinunciano. Non è nel mio carattere ma me ne pento quasi subito, rimpiango di non avere nel corredo neanche anche un misero cordino con moschettone, la salita è verticale speriamo bene… arriviamo prima sull’anticima e poi in vetta. La discesa sull’opposto versante non è di meno e quando finalmente arrivo sulla cengia tiro un sospiro di sollievo. Di fronte si vede la più verde cima maggiore e il sentiero che vi arriva. Mantiene le promesse, non c’è alcuna difficoltà e posso fumarmi la sigaretta dello scampato periglio (mi fa compagnia un giovane vizioso) mentre osserviamo le laboriose manovre degli alpinisti impegnati sulla minore, non li invidio. Dopo sei ore siamo ancora quasi miracolosamente illesi. Purtroppo le celebrazioni al rifugio si protraggono a lungo (ne diventiamo l’attrazione visto la confusione che si crea) con tristi conclusioni, la sorte vuole che mi tocchi anche onere del volante al ritorno.

 

Andrea, Mauro, Oscar, Sandro e Saro. Gli ultimi tre, dimostrando maggior giudizio, ci hanno aspettato in sella.

 

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La Tour Ronde e (di nuovo) la Cresta di Rochefort

30 Luglio, trasferimento da Udine al rif. Torino

Della settimana di ferie dedicata ai monti ho già parlato degli ultimi giorni passati nelle Pale di San Martino assieme a Nevio qui voglio ricordare il disastroso preludio.  Partiamo alle 4 del mattino, la meta prefissata è una via sulla parete Nord del Tricorno, ma ahimè nelle Giulie piove copiosamente. Invertiamo la rotta dirigendoci all’estremità opposta della catena alpina che è poi il gruppo del Monte Bianco. Per eccesso di prudenza ci siamo portati dietro una caterva di guide e nell’attrezzatura non manca piccozza e ramponi, così la scelta potrebbe estendersi all’intero arco alpino. Dalla Val d’Aosta (la Palud) saliamo con la funivia fino a 3322m, il rifugio Torino è poco distante, non abbiamo difficoltà a trovare ristoro e un giaciglio per la notte.

31 Luglio, la Tour Ronde 3792 m 

In mancanza di acclimatamento la meta non può essere troppo ambiziosa e il mattino seguente ci dirigiamo alla volta della frequentata Tour Ronde, che con i suoi rispettabili 3792m d’altezza in altri luoghi non farebbe la meschina figura di nano fra i giganti. L’avvicinamento è abbastanza laborioso, traversata la Vallèe Blanche  si sale prima a NO al Col des  Flambeaux arrivando sul Glacier du Gèant che rimontiamo verso Sud fino a raggiungere l’attacco arrancando faticosamente. In progetto c’era la via di Gervasutti in parete Ovest o come estrema via di ripiego, la Nord, ambedue comunque di ghiaccio. Le ammiriamo dall’attacco, di neve non c’è traccia alcuna e sono interamente rocciose, in mancanza di materia prima bisogna rinunciare. Anche la nebbia persistente non ci aiuta molto, la carta di riserva consiste nella  via normale che sale per cresta da SE. Continuiamo allora a traversare costeggiando le rocce verso sinistra fino ad arrivare (ed era ora) all’attacco. Anche qui non c’è molto da divertirsi, sotto la neve c’è del ghiaccio e bisogna stare attenti  ma se non altro non siamo più soli. Scavalcando o aggirando vari risalti del durissimo granito rossastro del Bianco (protogino) che si alternano ai tratti nevosi  finalmente posiamo i piedi in cima, ci abbiamo messo un’infinità e siamo esausti anche per la scarsa acclimatazione. Torniamo al rifugio seguendo all’incirca lo stesso itinerario. PD+, devo dire che per noi orientalisti è alquanto difficile ambientarsi in questi grandiosi terreni di gioco.

Primo Agosto, la Cresta di Rochefort, sul filo dei 4000

E’ l’unica ripetizione delle occidentali che ho già descritta in un precedente post. Rischiamo già la pelle nell’avvicinamento, una scarica di sassi precipita dal Dente del Gigante e facciamo appena in tempo a ripararci in un anfratto roccioso. Al contrario della volta precedente non incontriamo quasi nessuno, solo una cordata (guida e due clienti) ne percorre un primo tratto e poi rinuncia. E’ carica di neve con enormi cornici che sporgono alternativamente sui due versanti, noi proseguiamo fino al canalino che sale all’Aiguille, dove quasi tutte le cordate si fermano. E’ ghiacciato e per una volta riesco a calmare i bollenti spiriti del mio compagno. Ambiente grandioso e magnifico ma se non c’è nessuno ci sarà pure un motivo. La sera al rifugio, mentre sta piovendo, decidiamo di cambiare aria. Il mattino dopo mentre andiamo alla funivia è una giornata spettacolosa ma ormai il dado è tratto, seguiranno alcuni giorni di belle salite nelle più accoglienti e solari Pale di S. Martino.

Vert e Modeon, un giro alternativo dai Piani del Montasio

luglio 29, 2017 3 commenti

La prima volta sul Montasio… solo e sprovveduto ne ho fatto la traversata da solo agli albori della carriera. Salito per la via del canalone Findenegg da Ovest sono poi sceso per la scala Pipan, un’impresa eroica per quegli anni. Tuttavia la ormai disertata via normale per la forca verde e la cresta Est resta sempre una bella salita naturale e senza troppa ferramenta. In questa occasione gli obiettivi sono diversi, ci prefiggiamo di salire al citato intaglio e poi proseguire verso ESE senza mete precise, si vedrà in corso d’opera. Raggiungiamo la località turistica di Sella Nevea partendo Chiusaforte nel canal del Ferro e da questa per la ripida strada asfaltata ci portiamo al parcheggio dei Piani del Montasio (Casere Pecol, 1517m). Dove iniziano una moltitudine di itinerari, scegliamo il sentiero segnalato che fra rigogliose fioriture sale verso le creste in direzione NO fino a poco sotto la forca Disteis per un doveroso sguardo agli abissi sulla Val Dogna. Da qui si dipartono le tre vie più battute alla cima principale, la Findenegg da O, la scala Pipan e pure la normale. Ci accodiamo ai pretendenti facendoci largo fra i numerosi stambecchi  sulla traccia che risulta un po’ esposta, passiamo poco più in basso dell’attacco alla scaletta dove c’è la coda, numerosi alpinisti stanno trafficando con imbragature cordini e moschettoni. Li lasciamo ai loro lavori, proseguiamo sulla traccia segnalata che con un traverso ascendente porta alla Forca Verde, 2587m con l’unica compagnia di alcuni quadrupedi. A sinistra si stacca la via comune al Re delle Giulie Occidentali, dal lato opposto un sentierino senza difficoltà esce al Vert Montasio 2661m. La vista sulla vetta principale è spettacolare, coronata da scenografiche nuvolette si presenta come un colossale torrione. Torniamo alla base per la stessa via, salutiamo l’amico che per oggi ne ha abbastanza per proseguire sulle cenge attrezzate del sentiero Leva fino ad arrivare sotto la cima del Modeon che quota 2606m. Al contrario delle vette già nominate qui la vernice come i segni latitano, bisogna consultare il sempre utile Buscaini, dice primo grado. Si sale senza itinerario obbligato per paretine, scaglie e canalini di solidità dubbia. Poco sotto la cima incontriamo solo un solitario stambecco maschio che fa il chilo su un pilastro poco più in basso (come avrà fatto ad arrivarci resta un mistero).  Poi ci caliamo cautamente al sentiero Leva più o meno per la stessa strada. Ripresi i segni ci incamminiamo sulla bellissima cengia che seguita verso Est arriva alla Forca del Palone, 2242m. Ora basta, scendiamo verso l’altopiano, peccato che non ci sia la minima traccia di sentiero e la rigogliosa vegetazione ostacoli un po’, se ci si mette anche a pensare a zecche e vipere non se ne viene fuori . Quindi rintracciamo il sentiero e l’amico disperso che ci ha aspettati poco distante. Il terzo uomo è il solito Mauro.

Ciampizzulon e Pleros, due solitarie dai Piani di Vas

Ciampizzulon

Terze, Clap e Siera… sulla Catena montuosa fra la val Pesarina e quella dal Degano arriva fino a Sappada si trova una moltitudine di mete interessanti quanto poco battute, ancora meno dopo il fallimento della società che gestiva gli impianti di risalita che da Cima portava sotto la Creta Forata. Per queste due salite l’approccio scelto è da Rigolato, una forestale in parte asfaltata arriva ai Piani di Vas (1293m) e continua sterrata e con divieto fino alla casera Ciampizzulon, riattata a ricovero e oltre ancora fino a casera Tuglia. L’occasione viene fornita da un concerto in loco tenuto dal Grop Coral Gjviano (mia moglie è una corista), arriviamo in auto fino al rifugio, visto che ormai conosco a memoria il loro repertorio decido di andare a fare un giretto. Adocchiato un sentiero che si alza a un verdeggiante dorso che si stacca dalla cresta principale verso Est mi ci avvicino, la traccia continua anche in seguito per riuscire in fine alla sella fra il Pleros e la meta odierna a sinistra. Ci salgo percorrendo l’abbastanza esposta cresta NO, la percorro mettendoci un po’ di attenzione e la seguo fino alla cima più elevata che quota 2085m, meno di due ore. La discesa è la stessa, arrivo in tempo per il pranzo.

Pleros 2314m, la traversata

Nella precedente visita avevo intravisto sulla selletta una vetusta tabella di legno con la scritta Monte Pleros. Devo confessare che avevo appena cessato (e venduto) la minima azienda artigiana dove avevo in pratica passato tutta la vita, da un impegno quotidiano alba-tramonto per sei giorni su sette mi trovavo con troppo tempo libero a disposizione e questo mi metteva in crisi visto che di ferie nella vita ne avevo fatto ben poche. Per di più dopo i sessanta bisognerebbe anche mettere giudizio prima di imbarcarsi, e da soli, in simili avventure. Parcheggio come la volta precedente ai piani di Vas per arrivare poi alla forcella Ciampizzulon. Da questa ci si abbassa a una conca con massi nel versante pesarino (SE) quindi  sbiaditi bollini per esposti pendii erbosi e canalini (primo grado, c’è anche un cavetto di sicurezza),nell’ultimo tratto la pendenza si attenua e per la cresta Est arrivo in cima. La Croce di vetta posta dai compaesani è dedicata al povero Flavio Alfarè di Rigolato, un amico caduto qualche anno prima sul Glemine. In discesa seguo la più facile via normale, la cresta Ovest porta prima all’intaglio con la Creta della Fuina per poi scendere il canalone Nord a massi e per tracce di sentiero con il quale si riesce alla forestale per Casera Tuglia. Seguita verso destra riporta a Cjampizzulon dove si riprende la via conosciuta. La guida indica 3.50 ore per la sola salita, ero più gagliardo, 4.10 in tutto.

 

Mi scuso per la grafia del Friulano che proprio non riesco a estrarre da Words

2° Campanile di Popera (2657m), la normale dal rifugio Berti

luglio 19, 2017 2 commenti

Prima di tutto un ringraziamento ai lettori, qualche giorno fa il sito ha superato le 300.000 visite che per un dilettante come rappresentano un traguardo considerevole. Dal rifugio dedicato ad Antonio Berti, romantico cantore delle Dolomiti di Sesto e autore della guida grigia della zona, ero già passato agli inizi della mia poco luminosa carriera in occasione dell’anello delle ferrate. Partendo come in questo articolo dal Rifugio Lunelli (1568m) raggiungibile in auto dai Bagni di Valgrande in val Comelico con una rotabile dove si parcheggia. Da qui un comodo sentiero con segn. 101 s alza a supera sulla sinistra una barra rocciosa con cascatelle ed esce quindi al vallon Popera, un bell’anfiteatro fra le crode dove si annida il frequentato edificio (1958m), a S lo sfondo comprende anche le aguzze guglie dei campanili fra i quali svetta per eleganza e quota l’oggetto dell’articolo. La relazione oltre che nel volume “Dol. Orientali parte II” citato sopra è inserito anche nella guida di Buscaini-Metzeltin  “Dolomiti, il grande libro delle vie Normali”. Per l’attacco si seguono dapprima i segni della via ferrata Roghel che si abbandonano per salire i ghiaioni che scendono dalla cresta.  Vista da vicino la guglia fa una certa impressione, ci bardiamo di tutto punto per affrontare la parete d’accesso alla forcella dei Campanili assicurandoci alle soste di calata. La forcella è una sottile cresta che si segue verso sin. anche per cenge sotto il 3° campanile e complicazioni varie fino a sotto la vetta che si raggiunge arrampicando in parete Sud con difficoltà di II e III su roccia nel complesso buona. Il tempo non aiuta, il cielo resta nuvoloso e solo al pomeriggio tende a migliorare. La discesa nei tratti più ripidi si fa tutta a corda doppia. La via è stata aperta nei primi decenni del secolo scorso dai pionieri dell’alpinismo dolomitico italiani e tedeschi.  Gli orari: partendo alle 5 da Udine alle 8.45 cominciamo a salire arrivando in cima alle 12.30 e al parcheggio verso le quattro P.M. Due le cordate, io con Paolo e Sandrone con Sandro M. La frequentazione è scarsa, troppo facile per i Top Climbers e irraggiungibile ai comuni escursionisti.