Veliki Vrh, (2088m) una cima di confine

A E del valico di Coccau con la mitica Cima dei Tre Confini ha inizio il gruppo delle Caravanche sulla cresta di confine fra Austria e Slovenia. Lungo 120 km il gruppo confina ad Est con i monti di Kamnik , per certi versi simili alle Giulie. Il versante più dolce è quello Sud, pregevole per la flora, mentre a N precipitano dirupate. Del sottogruppo della Kosuta (Cervo Femmina) fra i passi Ljiubelj e Jezersko, che offre parecchie cime alte più di 2000m, ho già ricordato la visita al Kosutnikov Turm, la vetta più elevata per la verità con un articoletto poco gettonato. In precedenza e con gli stessi compagni però ero stato sul Veliki Vrh (una delle tante grandi cime con lo stesso nome della giovane Nazione). L’avvicinamento in auto è piuttosto lungo anche se compensato dai nuovi panorami che si aprono su zone sconosciute. Da Tarvisio si scende la scorrevole statale fino al bivio dove si imbocca verso N la strada per il Ljubelj passando dalla cittadina di  Trzic, poco oltre si svolta a destra verso il villaggio chiamato Podljubeli. Da qui una rotabile inizialmente asfaltata poi bianca (abbondanti segnalazioni) conduce al parcheggio sotto i casali Matisovec (1072m). Continuerebbe fino al rifugio, ma c’è il divieto, seguiamo quindi la sassosa battutissima mulattiera che si alza fra le conifere fino al rifugio e la malga con ristoro Kofcah, 1488m, ambedue in chiusura stagionale, ai limiti del bosco. Dagli edifici si ha modo di osservare le creste sovrastanti, la nostra meta è la cima più occidentale. Ci alziamo lungo il sentiero verso Nord arrivando sul filo e da questo per la cresta Est alla vetta. Un po’ di vento ma panorama vastissimo, le Caravanche, i monti di Kamnik, le Giulie Orientali e i dolci colli austriaci allietano la giornata. In discesa seguiamo per un tratto la cresta orientale toccando ancora qualche ulteriore rilievo, dispiace abbandonare un luogo così ameno ma bisogna tenere conto anche delle ore di macchina che ci aspettano (e la sosta per il ristoro) e per prati ridiscendiamo. Tre aprile 2005, neve quasi tutta andata, con Gigi e Eliana, circa sei ore in tutto.

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Monte Sernio per lo spigolo NNO, un’antica salita

maggio 13, 2017 4 commenti

Il meteo (e gli anni) non danno tregua in questo Maggio piovoso, non resta che sfogliare l’album dei ricordi… Con due abituali compagni del tempo, Gigi Cecutti (el mestri) scomparso da tempo e il Bepi Candoni si decide per questa gita facilitata dall’allora fresca segnaletica dell’alta via d’Incaroio. Da Tolmezzo  si prosegue sulla statale risalendo la Valle del But, dopo Imponzo si svolta a destra in direzione di Paularo fino al bivio con la stretta asfaltata che porta alla borgata di Lovea. Oltre questa si può ancora andare avanti fino agli stavoli Ciampees, 800m dove si lascia l’auto. Qui inizia il nostro sent. 416 che sale nel bosco fino all’accogliente ricovero Monte Sernio, acqua, 1419m. Verso N il sentiero si alza fino a una sella sulla mugosa cresta delle Crete  di Mezzodì dalla dove, perdendo un 300m di quota si arriva alla Casera del Mestri, allora un rudere. Attualmente c’è un grazioso bivacco in legno, per noi invece inizia una specie di via crucis, ci perdiamo fra i detriti e la vegetazione, e decidiamo di tornare alla base. La fortuna dei principianti ci viene in aiuto con la ricomparsa dei segni che ci portano verso sinistra all’attacco. Se non altro siamo ben attrezzati, in dotazione c’è una corda da 45 m, l’imbragatura e qualche altra cianfrusaglia. Siamo quindi pronti all’audace impresa, anche se tutto il materiale rimarrà nello zaino. La vernice ci guida sullo spigolo, paretine e canalini di roccia solida (max. difficoltà II) portano alla cresta sommitale a Ovest della vetta che da questa si tocca camminando. Scendiamo per la conosciuta normale della cresta Est, ci attende la dura risalita alla selletta e il ritorno alla base di partenza. Se fatta in un giorno è una lunga sfacchinata,  la relazione dettagliata si trova sul primo volume della guida CAI-TCI, sul Gaberscik ma anche sul Web, tutti al tempo non disponibili.

Monte Amiata (1738m) e i borghi medioevali circostanti

Per una volta cambio argomento, spero che i lettori mi perdoneranno.

Trasferimento con breve sosta a Montepulciano

Vale la pena di affrontare questa lunga trasferta per salire una cima che non arriva neanche a 1800 m? La risposta non può che essere positiva se vi si aggiunge un poco di turismo culturale ai numerosi antichi borghi divisi fra le province di Siena e Grosseto. Collocati sulle rupi di tufo per motivi di sicurezza sono ricchi di storia e monumenti. Per di più Il mio luogo di residenza è gemellato con Santa Fiora, dove parecchi amici e parenti c’erano stati più volte magnificando la zona. Il richiamo della nostra visita è però l’antico vulcano spento del monte, il più elevato della dorsale appenninica toscana a S del Arno noto per i giacimenti di cinabro o mercurio, da molti anni ormai dismesse e adibite a museo. Con un paio di amici e le rispettive consorti affrontiamo la lunga trasferta (basta consultare la carta stradale), la prima tappa è Montepulciano (est, est, est!!) che ha le stesse caratteristiche di altri borghi che visiteremo in seguito, costruito su una rupe di tufo e difeso da alte mura possiede varie attrattive, fra i vicoli si esce alla Piazza Grande con il duomo e vari palazzi. Ma il vero simbolo del paese è il Pulcinella che sovrasta la Torre dell’Orologio. Fuori dal centro si trova la chiesa di San Biagio di rigorose geometrie rinascimentali , nei suoi pressi più prosaicamente ci ristoriamo. Senza più soste nel pomeriggio inoltrato arriviamo a Santa Fiora. L’alloggio prenotato si presenta come una poco attraente pizzeria sulla strada che dalla cittadina sale verso il monte ma avremo modo di ricrederci durante il breve soggiorno. L’accoglienza è calorosamente familiare e la cucina, curata dalla padrona, ottima, come i vini, specie i rossi, anche se rispetto allo standard friulano sono duretti e costano di più, ma questa è una costante della Toscana. Siamo anche stupiti dalla professione della figlia che fa la maestra di sci sulle piste della montagna.

 La vetta e Abbadia San Salvatore

Già nel giorno seguente conquistiamo il cono della vetta, in gran parte boscosa, proseguendo verso N con una deviazione a sin. una comoda rotabile asfaltata in nella faggeta ci porta al Prato delle Macinaie, punto di partenza degli impianti sciistici. Risalendo la pista ancora innevata sulla destra si arriva alla stazione superiore. Qui si trova, oltre a una specie di Tour Eiffel in miniatura, un rifugetto cui fa la guardia un cinghiale (imbalsamato) e un bar con annesso negozio di souvenir, è il punto tradizionale di arrivo. Per la quota massima ci si alza fra i massi rossastri fino al punto trigonometrico (forse un paio di centinaia di metri il dislivello in tutto). Il panorama è splendido e dovrebbe arrivare fino alla Sardegna, pur essendo una bella giornata non si arriva a tanto. Tornati al parcheggio e ripresa la strada maestra con una breve deviazione scendiamo al villaggio dell’abbazia. Qui più che altrove si respira l’aria medioevale, fondata nel VII secolo conserva una splendida cripta, le strette vie a gradini dell’abitato sono rigorosamente pedonali e le case di scura roccia rossastra. Tornando alle auto una persona di aspetto distinto ci invita a entrare nella sua signorile dimora, il perché è presto detto, si tratta di un produttore di vino che vuole collocare i suoi prodotti. Gli scrocchiamo solo un bicchiere poi salutiamo. L’ultima sosta prevista è Pian Castagnaio, sulla piazza al centro dell’abitato ci sono delle piante monumentali. Ammiriamo dal esterno anche il turrito castello (degli Aldobrandeschi), ma l’ora ormai volge al desio, torniamo al nostro ostello giusto in tempo di degustare ancora un calice prima di affrontare i prelibati manicaretti della cuoca.

 

 

 

 

 

 

 

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Bijele Stijene (Rocce Bianche, 1335m), le meraviglie del calcare

In pochi chilometri da Fiume (Rijeka) si sale dal mare ai monti della Velika Kapela, un vastissimo quanto disabitato altopiano boschivo dove anche il clima cambia repentinamente. L’eccezione è costituita appunto dai risalti calcarei, a ragione eletti a Parco Naturale, che sono l’oggetto di questa gita, descritti in una guida dei monti della Croazia che ho avuto modo di consultare nella biblioteca della SAF, poi ci avalliamo anche della consulenza di Fabio, un triestino giramondo conosciuto grazie al Blog. A causa di qualche lavoro di restauro da un mese sono inattivo, speriamo bene. L’appuntamento è al valico con la Slovenia di Pese (Pesek), i partecipanti sono i soliti pensionati, a ingentilire la squadra l’amico è con la sua compagna. Tutto bene fino al confine con la Croazia, a causa dell’antiterrorismo i controlli sono accurati e perdiamo una buona ora. Proseguendo troviamo un tratto autostradale a pedaggio, si deve corrispondere nella valuta locale, la kuna e non ci sono altri intoppi. Passando sopra la città la tangenziale si alza verso l’altopiano, a un incrocio svoltiamo a destra per Mrkopalj e oltre questo all’ultimo villaggio, Tuk, dove imbocchiamo una sterrata (indicazioni). Poco più avanti una serie di steli commemora 15 partigiani morti di freddo nella seconda guerra mondiale, andiamo bene! Si prosegue fino a una serie di tabelle indicanti le varie destinazioni, non manca la nostra. Mica è finita qui, volendo fare l’anello, che comporterebbe al ritorno parecchi km per recuperare i mezzi, gli autisti vanno a posizionare un mezzo al punto di ritorno. Morale della favola, partendo alle sei sono le 11 quando ci avviamo. Fra le piante secolari e costeggiando numerose doline che conservano ancora la neve e numerosi saliscendi (non Manca un settore attrezzato con un sottile cavo metallico) arriviamo, con percorso assai fotogenico, sulla Ljuska, una delle quote maggiori. Devo dire che non ci fossero i segni non se ne verrebbe fuori. Il bianchissimo calcare lavorato dall’acqua ha scolpito numerose guglie, il posto è bellissimo. Continuando ancora a saliscendi con un’ultima deviazione arriviamo sulla cima principale, l’ultimo tratto è una liscia placca (cavo) da dove si guadagna una vista sul circondario. Scendendo per la stessa via si prosegue fino allo spiazzo dove si trova il piccolo rifugio dotato anche del locale invernale. Per sentiero ben battuto raggiungiamo il parcheggio della seconda auto, ci strizziamo tutti e sei e via a recuperare la seconda. 5 ore per il giro, 5 km e solo 500 m di dislivello.

Mont Perdido e Cilindro di Marborè, due alte vette nel Parco Naz. di Ordesa

Sopra la larga banca inclinata del rifugio Goriz si trova il massiccio calcareo più elevato d’Europa, numerose cime superano i 3000m. Ci eravamo arrivati il giorno precedente per la valle di Ordesa, galvanizzati dallo spettacolo fantastico e grandioso della natura pirenaica. Con il permesso familiare in scadenza potevamo anche ritenerci soddisfatti dell’esperienza: Pic D’Ossau (piccolo e grande), Vignemale, il Mur de la Cascade, la visita spirituale a Lourdes e la fiesta a Labuerda. Ma il favoloso Mont Perdido (Perdu, Perduto), la terza cima per quota della catena, 3365m, ci attirava irresistibilmente con la sua elegante piramide di neve e roccia. Dal rifugio traversiamo a S salendo poi a un largo colle, da qui uno sperone con una traccia di sentiero sale all’Etang Glacè (sono i resti nevosi di un antico ghiacciaio), per prudenza ci portiamo anche la piccozza, comunque non ci sono particolari difficoltà e in poco più di due ore e mezza arriviamo sulla spaziosa vetta. Alla quota si aggiunge il vento piuttosto gelido e indossiamo tutto il disponibile, per il resto la giornata è splendida e permetterebbe una lunga sosta. La cima è molto ambita (la quotazione è F) e le scarse difficoltà la rendono accessibile praticamente a chiunque. Discendiamo seguendo lo stesso percorso ma resta ancora parecchio tempo a disposizione e poi qui la notte è in considerevole ritardo, si potrebbe tentare la cima gemella, il Cilindro, 3325m, la seconda delle tre sorelle, così vengono nominate le tre maggiori sommità del circondario. Traversando verso N fra i massi (ci sono i segni) alla base della muraglia si arriva alle massiccie pareti del versante Ovest, l’accesso è consentito da una rampa parzialmente innevata sulla sinistra. Seguendola fino al termine ci si trova la via sbarrata da un salto di alcuni metri (II) di roccia buona. Dopo questa non ci sono ulteriori complicazioni salvo individuare nel vasto altopiano la quota maggiore, contrassegnata dal solito ometto, un altro paio d’ore. La terza sorella la lasciamo ai posteri, ridiscendiamo all’attacco per lo stesso percorso, ma tornando al rifugio passiamo dal sentiero più basso. Dopo un incantevole laghetto quasi ghiacciato rivediamo il nostro alloggio, sono trascorse sei ore però il sole è ancora alto, che fare? Si decide di divallare ripercorrendo il Canon di Ordesa. Al parcheggio una sgradita sorpresa, non si poteva lasciare l’auto per la notte, la multa della Guardia Civil è sotto la racchetta del tergicristallo,cercare la caserma che probabilmente è chiusa comporterebbe un bel dispendio di tempo, penseremo su cosa fare. Intanto scendiamo a Broto, un bicchiere di vino e qualche tartina ritemprano le forze. Restiamo morosi e alle sette di sera decolliamo scegliendo, se non la via più breve, forse quella più scorrevole che passa da Barcellona, traversando mezza Aragona e Catalogna. Con lunghi tratti quasi desertici e rari centri abitati dopo mezzanotte superiamo senza intoppi il confine. La lunga galoppata, alternandoci alla guida, prosegue con qualche colpo di sonno fino alle 13.30 del pomeriggio seguente. 3500 i km totali, da 10 al 18 agosto 1996.

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Cuesta Spioleit (1687m) e Sciara Grande (1686m), un’accoppiata dalla val Tramontina

aprile 4, 2017 1 commento

A sud del ripiano di casera Teglara, fra l’Arzino e la Val Tramontina, raggiungibile con una con una pallosa forestale dalla forca di Preone (è il migliore accesso alla cima principale, il Valcalda) si trova un crinale poco accentuato che esprime le due cime gemelle oggetto della nostra escursione. Che parte invece, salendo da Meduno fino a Tramonti di Mezzo, ameno villaggio fra quello di sotto e di sopra sulla sin. idrografica. Dall’abitato una rotabile asfaltata di 6 km, attualmente con divieto ma ai tempi purtroppo libera ai mezzi a motore saliva fino alla forca Zuviel (890m) passando dalle case sparse di Selvapiana. Ci sono dei tratti innevati e la vecchia Ritmo dà segni di nervosismo come il pilota, vorrei fermarmi ma commetto l’errore di cedere il volante alla seconda guida, ahimè, si tratta del Maurin che procede ancora con grave rischio per il mezzo e l’unico passeggero che è il terrorizzato scrivente, mi vedo già precipitare negli abissi della val d’Arzino. A un muro invalicabile molto prima della sella comincio a respirare, finalmente si cammina. Poco oltre una tabella segna l’inizio del sentiero  con segnavia 830 che si alza verso Nord passando dagli stavoli Savoiet (possibile ricovero), segue una sella, infine usciamo in un piccolo anfiteatro sottocresta. Qui perdiamo definitivamente i segni, dopo qualche meditazione e sguainando la piccozza scegliamo uno dei vari canali detritici/nevosi uscendo alla sella fra le due cime, prima il Sciara Grande a sin. e quindi la Cresta Spioleit a oriente. Le creste sono ancora ben innevate ma di facile percorrenza, aggiungiamo al nostro attivo ambedue le sommità. Discesa per la stessa strada. Gita lunghetta e in assenza di concorrenti ma soddisfacente, da evitare in piena estate.

Vrsic (Ursic, 1897m), sulla linea del fronte (prima di Caporetto)

aprile 2, 2017 2 commenti

La dorsale che dal Monte Nero scende verso N con quote minori fino al letto dell’Isonzo viene chiamata cresta del Vrata. Nella grande Guerra qui correva la linea del fronte e numerosi sono i resti di trincee e fortificazioni e le mulattiere del tempo costituiscono al presente i migliori approcci. Per la nostra salita da Cividale dopo il valico di Stupizza e traversato Caporetto ci portiamo sulla strada per Bovec (Plezzo) per svoltare quasi subito a destra valicando l’Isonzo per salire fino a Dresnica (Dresenza), dal borgo, ora a sin. si continua ancora fino allo sperduto borgo di Raune. Una stretta rotabile può essere percorsa su asfalto fino a una fontana dove si parcheggia comodamente. La strada continua sterrata, ma non è chiaro se si possa proseguire o meno, comunque da qui in poi nessuna pietà o riguardo per pneumatici e sospensioni come per il malcapitato pilota. Oggi parcheggiamo qui, la  quota è di circa 650m. Dopo un’occhiata al paesaggio molto ameno con il verde dei prati che fa da contrappunto gli alberi da frutto fioriti, diamo inizio alla nostra camminata. Invece di proseguire sulla strada prendiamo sulla destra il sentiero che si inoltra fra i biancospini fino a riuscire all’ampia insellatura di Planina Zaplec, 1200m, fra il dorso del Krasji Vrh a sin. e la nostra destinazione sul lato opposto. Disdegnando la mulattiera ci inoltriamo fra le fioriture dei crochi che ben presto lasciano il posto a erbai ben sviluppati. Qui Eliana, che ne ha il terrore, avvista un rettile, forse una vipera, e rischiamo di concludere la gita prematuramente e ce ne vuole per convincerla a proseguire. Più in alto incontriamo le prime lingue di neve e ben presto ci troviamo su pendii anche ripidi, ma il manto tiene e si va ad oltranza fino alla sella. Qui stranamente, se abbondano i resti bellici la neve latita, proseguendo in cresta fra le fortificazioni ci guadagniamo comunque la giornata. Che gode di un clima incerto tipicamente primaverile. In discesa facciamo più o meno lo stesso percorso, il dislivello è di circa 1300m.

Con Gigi ed Eliana ai primi di Aprile.