A scuola di mughi sul Picco dei Camosci (1922 m)

A Ovest del cupolone del Mangart si elevano parecchie cime minori poco frequentate e di scarso interesse alpinistico ma interessanti  per l’escursionista come questa situata sulla cresta di confine fra la sella Ursic, attraversata da un sentiero segnalato, e la forcella di Riobianco. Chiamata in sloveno Mala Rusa (Piccolo Mugo, questa la traduzione a spanne, probabilmente in quei tempi i suddetti erano neonati) ci avviciniamo baldanzosi da Tarvisio e Cave oltrepassando la frontiera per il Passo del Predil divallando per un paio di km fino al bivio con la strada che sale al Rifugio Mangart, 1094m, prima del nuovo viadotto costruito dopo la disastrosa alluvione nel 2000. Una tabella dà alcune notizie sulla rotabile che sale fino alla forcella a q. 2072 m con uno sviluppo di 12 km che è stata costruita in soli sei mesi dall’Esercito Italiano nel 1938 con i mezzi del tempo (quasi come la Salerno Reggio Calabria). La tabella ci informa anche che è al momento chiusa per motivi climatici, quindi dobbiamo parcheggiare qui, da sfaticati avremmo volentieri guidato fino alla casera riducendo così il dislivello a soli 600 m.  Ci incamminiamo sull’asfalto, al primo ponte lo lasciamo per seguire la traccia che rimonta le ghiaie sulla destra orografica del  torrente, l’inizio è indicato da una tabella poi si trova qualche raro ometto. Con un ultimo strappo fra gli alberi ci guadagniamo la verde radura della Casera Mangart, luogo altamente bucolico  a 1294 m. Prima della casera una ulteriore indicazione segna l’inizio del sentiero di forcella Ursic che entra a sinistra nel bosco costeggiando un lavinale di ghiaie, non è molto battuto comunque i segni aiutano, temevamo di dover salire alla buona stella. L’itinerario continua nella faggeta, poi esce in terreno più aperto fra pini, mughi e fiorellini fino all’ampia insellatura a 1736m (confine, al di là il sentiero ben visibile prosegue verso la Portella per calare poi a Raibl). Ci troviamo fra la Val Romana a Nord e quella del Rio Mangart a Sud, a Ovest incombe la rocciosa cima dell’Ursic di Raibl mentre l’opposto punto cardinale è occupato dalla nostra meta ammantata da un mare di mughi, facendo una meritata pausa per ammirare il paesaggio studiamo un po’ la via di salita. Ripartiamo, l’inizio è piacevole su un’ampia mulattiera appena disboscata che si alza per pochi metri quindi comincia a scendere e qui cominciano i guai. Dobbiamo risalire a una selletta di nuovo sul confine dove qualche modesta baruffa con l’inospitale vegetazione è inevitabile, qui ci affacciamo a un canalone che precipita verso l’Italia, ma prima di arrivare alla fascia di rocce del primo tratto della via bisogna andare ancora avanti. Rimanendo sul filo evitiamo al 50% i mughi costeggiando però i friabili precipizi della Valromana, arrivando infine alla paretina. Che è di primo grado non sempre sicuro ma sempre preferibile all’altra opzione. Si continua nei pressi o sulla cresta cercando i tratti più liberi (pochi) che si alternano ai vegetali (molti) per scomparire infine nel oceano mugoso. Dove i due amici dicono di averne abbastanza, mi verrebbe voglia di condividere la loro decisione, fa caldo e sono in maniche corte quindi i graffi non si contano. Tuttavia la cima(se è quella) non sembra tanto lontana e proseguo, difatti ci arrivo in una decina di minuti, è per fortuna erbosa, contrassegnata da un ometto con infisso un ramo di barancio secco (non hanno dovuto cercare molto lontano). Mentre riprendo fiato ammiro il panorama che nonostante la quota modesta è rimarchevole, fra tanti monti primeggia lo Jalovec, forse la più ardita montagna delle Giulie. Al ritorno fra i compagni, che non mi aspettavano così presto, anche Sandro decide di andarci, l’amico dottore invece è irremovibile. La discesa è più agevole, bisogna solo stare più accorti nei settori dove affiora il calcare. Sei ore e mezza con le soste, Maggio 2015.

1 Dal viadotto le pareti di Bretto

2 Tabella al bivio

3 Chalet ai margini della radura

4 Casera Mangart

5 Il sentiero per sella Ursic

6 Sella Ursic

7 L'Ursic di Raibl dalla forcella

8 iIl Picco dei Camosci, si sale sulla cresta di sinistra

9 Verso l'attacco

10 La paretina iniziale

11 Costeggiando i precipizi della Valromana

12 Ultimo risalto prima di scomparire nei baranci

13 La cima con Mangart e Jalovec in primo piano

14 L'ometto di vetta

15 Doveroso un autoscatto

16 La Val Coritenza

17 In discesa

18 La fascia d'attacco richiede maggiore attenzione

19 Poi usciamo a rivedere le stelle

20 Simpaici fiorellini a palla

21 Immagine sacra alla malga

 

Hoe Geisel (2974 m) nel magnifico ambiente degli Hohe Tauern

La via più comoda anche se non la più breve per raggiungere Mallnitz è per Tarvisio, si passa con la tangenziale a Ovest di Villaco, da qui per la statale a Spittal e Obervellach (ci sarebbe anche nel primo tratto l’autostrada, ma così si evita il costo della vignetta, la strada è comunque abbastanza sbrigativa) e dall’ultima cittadina salire al nostro centro turistico, fine della rotabile, qui una galleria ferroviaria con servizio navetta per le auto sottopassa i Tauri uscendo a Badgastein. In effetti il paese è forse il più lontano dall’Italia pertanto la gita richiede una partenza mattiniera . La cima del Vorderer Gesselkopf (nome alternativo dell’Hohe Geisel) è una delle molte che sovrastano da tre punti cardinali l’abitato e si trova a Ovest. Nel nostro caso, da Mallnitz una rotabile sale a sinistra fino al parcheggio ai tempi libero, ora a pagamento presso la Jamnig Alm, 1670m. Il nostro referente per l’Austria che è Hermann ci ha messo al corrente che attualmente bisogna cautelarsi con gli spiccioli, in caso contrario si rischia di rimanere bloccati al di là della sbarra. Con due dei compagni abituali (Gigi e Eliana) arriviamo in loco ai primi di luglio, forti della laconica descrizione (tre righe in tutto) trovata sul libretto delle 60 cime dell’Amicizia. Dal posteggio seguiamo quindi verso Nord il sentiero 110 ben segnalato, oltre il limite del bosco si transita accanto alla Tauernkreuz, una stagionata Croce in legno a 2230 m (presente anche sullo schizzo) e duecento metri più in alto arriviamo alla larga sella dove si trova l’Hagener Hutte, 2446 m, anche questo piuttosto datato. Un breve schiarita ci offre una visione della cima, un’attraente piramide irregolare bianca di neve fresca che subitamente torna a scomparire nella nebbia. Non ci soffermiamo, tabelle e segni ci indirizzano verso la cresta Nord della montagna, all’inizio è una comoda dorsale sbrecciata e inaspettatamente incontriamo tre alpinisti, sono friulani. Chiediamo lumi, dicono di essere stati in vetta e che sono necessari piccozza e ramponi . La moglie dell’amico si mette in preallarme, decidiamo comunque di andare a vedere. La salita prosegue in un ambiente affascinante, i caldi colori dello Gneiss contrastano con il bianco della neve,  il sole che per qualche lasso di tempo vince sulla nebbia, per fortuna la segnaletica è abbondante e non si corre il rischio di perdere la rotta. In alto la cresta diventa più rocciosa e si assottiglia opponendo qualche passo di facile arrampicata. Poi arriviamo sulla spaziosa vetta con il solito grande Crocefisso in legno e appare anche il sole della vittoria. Ristorandoci spaziamo sul magnifico panorama che abbraccia una moltitudine di montagne sconosciute,  resta il fatto che attorno alla Croce non ci sono tracce od orme di predecessori, i nostri compatrioti pare non ce l’abbiano raccontata giusta. Quando cala nuovamente la caligine ripartiamo. Tornati al rifugio e paghi del dovere compiuto possiamo anche concederci una birra prima di scendere al parcheggio. Certo che se al posto della neve ci fosse stato il ghiaccio sarebbero stati c. amari.

Per la cima il segnavia ha il n. 135, milletrecento i metri di dislivello, il tempo di salita indicato è di cinque ore, purtroppo il nostro non l’ho segnato , l’anno è il 2003. La cartina Kompass 1:50.000 “Mallnitz-Obervellach è sufficiente e descrizioni in Italiano, a parte quella del libretto citato, non ce ne sono.

1 Salendo al rifugio la destinazione appare molto lontana

2 La Tauern Kreuz 200 m sotto il Rifugio

3 L'inseparabile coppia di amici al rifugio

4 Il panoramico dosso del rifugio

5 Cime tempestose all'inizio della salita

6 Nella nebbia verso la cresta

7 Fiori di ghiaccio

8 L'arrotondata dorsale

9 In salita

10 Circondati dalle nuvole

11 La vetta con il pennacchio

12 La cresta diventa affilata

13 In cresta

14 Finale nella nebbia

15 In Cima

16 L'amica icantata da una repentina schiarita

17 Che spettacolo!

18 Dalla tradizionale Croce di vetta

19 Scendendo torniamo nella caligine

Categorie: Alti Tauri Tag:

Monte Rinaldo e Cresta del Tridente da Cima Canale

giugno 16, 2015 1 commento

Il gruppo in questione  ben circoscritto fra la Val Visdende, dopo il Col di Caneva la Val Sesis il ripiano di Sappada e la Valle del Piave  offre parecchie mete appetibili anche se poco frequentate  facendo un’eccezione per il Lastroni a Est grazie alla seggiovia che arriva ai laghi d’Olbe. La prima salita che vi ho fatto, ai tempi dell’arrampicata, è stato il Campanile Luisa per il classico spigolo N con l’amico Giovanni seguita da un lungo intervallo durato circa un ventennio, erano troppe le sirene che mi attiravano altrove. Il monte Rinaldo, situato all’estremità Ovest, dà il proprio nome al massiccio essendo con i suoi 2473m la cima più elevata. Fra le due relazioni a disposizione scartiamo quella troppo dettagliata tenendo per buona quella più scarna della guida del CAI di De Rovere-Di Gallo “Alpi Carniche II” . Da Sappada scendiamo verso la valle del Piave (O) fino al ponte Cordevole, qui si sale a destra  in Val Visdende, all’ingresso di questa parcheggiamo liberamente a Cima Canale fra i due alberghetti, 1250m (almeno qui non ci sono divieti di sosta, che nell’amena valle sono più numerosi degli abeti). Il sentiero n. 130 sale nel bosco uscendone infine alla Val Grande (o delle Forcellette), un vallone glaciale aperto a Ovest con vista su Terze-Clap-Siera e Dolomiti. Si rimonta tutto il circo fino alla forcella Grande senza alcuna difficoltà, 2222m. Qui si tralascia il segnavia ufficiale per i bolli rossi che verso destra conducono al tratto roccioso della gita, la temuta friabilità, per le difficoltà di primo che si incontrano è accettabile. Le roccette si alternano a tracce di sentiero e detriti con poche zolle erbose che conducono infine sulla cresta che seguita a dritta ci deposita sulla bella cima. La giornata è eccellente con panorama super, sarebbe piacevole sostare a lungo (dimenticavo gli amici, oltre a Gigi e Eliana oggi c’è anche il giovane Alessio che non disdegna i vecchiacci) ma la vita contemplativa non è purtroppo nel DNA. Così ripartiamo, alla forcella Grande però in luogo di scendere continuiamo a traversare verso Nord fino ad arrivare ai margini di una spaccatura non molto invitante dove la fedele compagna del socio si rifiuta a ragione di proseguire. Continuano i tre testardi maschietti, si fa per dire, due sono dei vecchi caproni, però il passaggio è comunque delicato, si risale più facilmente sul lato opposto per continuare sulla dorsale aggirando due fotogenici gendarmi fino ad arrivare in tranquillità a q. 2275 che è poi la massima della Cresta del Tridente adorna di una vecchia Croce piuttosto malmessa. Ora sì che siamo appagati! Fatta nel senso contrario anche la spaccatura viene superata con un agile passaggio, urge adesso trovare una tavola (per metterci sotto i piedi) per ritemprarci dagli scorsi perigli, cosa che facciamo in uno dei punti di ristoro presenti  al parcheggio.

18 Giugno 2005

1 Sopra le foreste della Val Visdende il Popera

2 Il Monte Carro dalla Valgrande

3 Verso il Comelico e le Dolomiti

4 Il versante di salita

6 Un tratto di sentiero

7 Gli amici sulla via

8 Il Peralba

9 Sulla cresta finale

10 In cima

11 Dalla modesta Croce le Pesarine

12 A Est la Cresta del Ferro

13 In discesa

15 Il complesso versante Ovest

16 Sulla Cresta del Tridente

18 Il Rinaldo dal Tridente

17 Due gendarmi del Tridente

Categorie: Alpi Carniche Tag:

Baba Grande, Piccola e Guarda, la traversata

La seconda volta in Val Resia è stata per l’inaugurazione del Bivacco Manzano (sulla prima è meglio sorvolare, in occasione di non so che motoraduno avevamo fraternizzato con alcuni bikers locali celebrando l’avvenimento con il giro di tutte le osterie, allora piuttosto numerose, della vallata). Invece nel settembre dell’81,quando mi ero da poco convertito smettendo di fumare e ceduta la fida due ruote per i più economici scarponi quando con alcuni amici da Resiutta (valle del Fella) ci inoltriamo oltre Stolvizza passando poco a monte dell’ultimo borgo ormai disabitato continuando sulla strada al tempo sterrata ma percorribile fino alla località Clen 854m dove, come ora, c’è il divieto. La strada continua fino alla Casera Coot 1225m, che era ancora in buone condizioni. Da qui si parte seguendo l’Alta Via Resiana (all’inizio sent. 642) che si abbandona alle casere Berdo di Sopra deviando a destra. Prendendo quota si arriva sotto il fotogenico torrione chiamato Mulaz alla cui base si trova il bivacco del tipo Fondazione Berti (1690m). I numerosi partecipanti non sono favoriti dal clima, nuvoloso fin dal mattino poi comincia a piovere e i malcapitati devono ripararsi nella casera dove non è che sia poi tanto posto e ben presto suona la ritirata.

1 Tempo pessimo all'inaugurazione

2 Salita al bivacco Manzano

3 Il Mulaz

4 Al bivacco

Ricordo poi una gita turistica ai primi di novembre dell’86 con un compaesano nonché coetaneo con famiglia e prole, io con la Ritmo e B.B. con la mitica Land Rover gialla il cui motore a un certo punto ammutolisce, se fosse capitato a me mi sarei gettato nel Resia. Imperturbabile l’amico apre il cofano, armeggia un poco, mette in moto e riparte… alle casere Berdo siamo assediati da un gregge di fameliche capre che fanno la gioia dei nostri virgulti.

5 Colori autunnali in val Resia

6 Le Babe dalla casera

7 La Val Resia da casera Berdo

8 Un vetusto stavolo

9 L'assedio delle capre

10 La pastora

Vent’anni dopo. A causa di qualche problema di salute con conseguente astinenza dai monti ero ricaduto nella nicotina cedendo anche al fascino di una bicilindrica sportiva nera come la notte. Per riprendere l’attività e cercando di conciliare due opposte passioni mi accodo al fuoristrada dell’amico Gigi (sempre in compagnia della compagna Eliana) ritorniamo, la strada è ora asfaltata con i tornanti di sassi cementati dove non mi diverto molto con la moto, più male che bene arrivo al parcheggio che resta quello della volta precedente a 854m. Siamo in primavera inoltrata e la  giornata è eccezionale, la casera sovrastante è ora trasformata in agriturismo e anche noi siamo più più ricchi di esperienze (e anni). Dopo l’edificio saliamo fra entusiasmanti fioriture al bivacco, qui ci spostiamo a sinistra seguendo il sentiero da capre che rimonta il largo canale (è quello dell’Alta Via Resiana) fino alla forcella Infrababa Grande (2028m) da dove ci si affaccia al mare di pietra dell’altopiano Sud del Canin. A destra si dirama la traccia che senza problemi raggiunge la vetta della Baba Grande, 2160m, già una bella meta per di più indicata da ometti. Decidiamo di scendere all’Infrababa Piccola direttamente, qui l’ambiente è più selvatico, non ci sono segni ma i passaggi su rocce e placche lavorate restano comunque alla nostra portata (forse I grado o qualcosa di più). Alla sella, 1892m, l’amico propone alla moglie anche la Baba Piccola di 1977m ottenendo una risposta che ometto di trascrivere. Ci andiamo noi due, la salita, pur facilitata da due pezzi di cavo metallico e altrettanti fittoni, si svolge per esposti verdi che sale da sinistra a destra aggirando un risalto, in ultimo inverte la marcia seguendo una crestina piuttosto ardita anche se breve. L’avremmo volentieri evitata in discesa ma non ci sono alternative. Dalla sella ci caliamo ulteriormente al sentiero  741 che porta alla verdeggiante cima Guarda attorniato da una profusione di fiori fra i quali spiccano i Gigli Carniolici e Martagoni. Dopo i piaceri dello spirito è ora di pensare allo stomaco, torniamo alla casera per lo stesso segnavia e qui troviamo adeguata ricompensa. 30 Giugno 2002.

Purtroppo gran parte delle foto in cresta sono andate perse a causa del 28mm che ha fatto i capricci, quindi dovete credermi sulla parola.

11 Mulaz e Baba Grande

12 Ginestre in fiore

13 Gigli carniolici

15 Salendo all'Infrababa vista sulla Val Resia

16 In vista della forcella

17 Sulla traccia per la Baba Grande

18 Il desolato acrocoro del Canin e il Rombon dalla B. G.

19 Nubi sulla cresta S del Canin

 

21 Calcare carsificato

22 Sulla via per la Baba Piccola

23 Martagone sul Guarda, in secondo piano le Babe e la Cresta S

24 Monte Guarda

25 Le Babe

26 Casera Coot

 

 

Categorie: Giulie Occidentali Tag:

Klein Hochkreuz, una cresta fra i torrenti e laghetti della Wollatal

giugno 9, 2015 1 commento

Il gruppo del Kreuzeck rimane ben delimitato dai fiumi Moll e Drava rispettivamente a N e S fino alla loro confluenza mentre a Ovest il passo dell’Iselsberg è il collegamento fra le due vallate. Composto di rocce cristalline, gneiss per la totalità ha un aspetto verdeggiante con quote minori rispetto ai vicini Tauri, niente da fare quindi per gli arrampicatori ha comunque il pregio di essere poco frequentato per lo più dai locali. Per questa gita ci affidiamo a Hermann, noto estimatore di usi e costumi nonché della cucina dei nostri vicini austriaci. A completare l’equipaggio si aggiungono il sottoscritto come pilota, Fede e Maurin, l’orario di partenza, le sette, è da sfaticati. Caffè con focaccia casereccia al baretto della simpatica vecchietta (avrà forse qualche anno più di me) alle porte di Timau, poi i passi di Monte Croce Carnico, il Gailsberg e poco prima di Lienz l’Iselsberg. A  Winklern, poco sotto il valico prendiamo a destra scendendo la valle della Moll fino al paesello di Pusstratten, sono tutte strade, a parte il Monte Croce, piuttosto scorrevoli e con poco traffico ma bisogna rispettare i limiti specie quando soni indicati dai cartelli. Ci troviamo pertanto a N del gruppo. Qui una strada privata (è della locale Enel) sale a destra la Wollatal fino alla presa dell’acqua (1450m circa), la tabella informa che chi percorre la strada la fa a suo rischio. Al piccolo parcheggio si trova un’unica auto in sosta, ci aggiungiamo la nostra, sono le dieci passate quando partiamo. Incredibile la ricchezza d’acqua del luogo, a lato c’è una fragorosa cascata e durante la salita avremmo modo di attraversare ancora qualche affluente de corso principale. Il segnavie è il 320 che risale la sinistra idrografica della valle nel bosco che varia con la quota, in alto sono presenti anche i cembri, fino al ripiano dell’ alpeggio Gossnitzer Hutten, più di 2000 m di quota, con delle simpatiche casette rigorosamente in legno. Qui la traccia si fa incerta, e i segni si diradano. Continuiamo sulla destra in mirando a un dosso a schiena d’asino  ci arriviamo faticosamente non senza aver guadato a rischio bagno un altro ruscello e senza percorso obbligato. Oltre l’arrotondato rilievo c’è la neve, sulla sinistra si trova la cresta prefissata. La nostra guida prosegue imperterrita sul nevaio per aggirare il primo rilevo della cresta. Personalmente sono cotto, è un bel po’ che non mi muovo e assieme ai due restanti covengo di salire alla dorsale direttamente. Un pendio di verdi e detriti abbastanza impiccato comunque facile oppone un unico ostacolo finale, un passaggio in fessura di un metro che si supera afferrandosi alle lame di gneiss. La cresta è pochi metri più in alto. La si segue con panoramico percorso verso sinistra (NE) passando dalle quote 2468 e 2491 che offrono un vasto panorama sui Tauri e naturalmente sulle cime vicine. Dopo un po’ arriva da questo versante anche l’ultimo dei compagni che ha astutamente evitato, seguendo i segni, la cresta costeggiandola sul lato Sud. Ci manca ancora la cima ufficiale (non potevo mica scrivere che ero stato su una quota, quindi scendiamo alla larga sella che segue, risalendo sull’altro lato la vista si apre sui numerosi laghetti di varie dimensioni che costellano i pianori sottostanti. La traversata prosegue sottocresta in versante Sud (segn. 318) per nevai con un amabile tratto in cengia poi torna sulla neve. Preferiamo rimontare i verdi sovrastanti fino alla cresta, quindi con ultimo strappo di facili rocce arriviamo (ed era ora) in vetta al Klein Hochkreuz (2565m), meta certificabile. Per grossi massi ci abbassiamo verso settentrione passando accanto a un lago in parte ancora ghiacciato dove ci ricolleghiamo al sentiero segnato che verso sin. ci riporta all’alpeggio dove è presente un indigeno, unica presenza umana di tutto il giro. Poco prima del parcheggio veniamo rinfrescati da un acquazzone (questo proprio ci mancava, dopo l’acqua vista tutto il il giorno), il dopogita si consuma a Winklern, un paio di birre e l’immancabile Wienerschnitzel, rientro a casa per le 22.30. Devo dire che con meno fatica avremmo potuto andare sul maggiore ma di accesso più diretto Kreuzeck.

Sei ore e mezza in tutto soste comprese, 7 Giugno 2015. La carta della Kompass  “Mallnitz-Obervellach”  1:50.000 è sufficiente.

1 Chalet poco più in alto del parcheggio

2 Il sentiero 320

3 Rapide del torrente

4 Panorama a Ovest

5 Fra larici e cembri

6 Una delle numerose cascate

7 L'alpeggio con la cresta in progetto

8 Guado a rischio

9 Gregge sul dosso

10 L'amico aggira la cresta

11 Salita in cresta

12 L'intaglio con gli avvoltoi che aspettano invano

13 La facile dorsale

14 Sulla cresta

15 Ambiente arioso

16 Quota 2491, si consulta la cartina

18 Laghetti alla sella

19 Altri incantevoli specchi d'acqua

20 Traverso in cengia

21 Un tratto innevato

22 Sull'anticima

23 Finalmente sulla meta designata

24 Vista sul Kreuzeck

25 Discesa fra i pietroni

26 Il lago più esteso è ancora parzialmente ghiacciato

27 L'ultimo ponte

28 Ci riporta alle baite

Categorie: Kreuzeck Tag:

Cresta Forada 2122m (sapete che ci sono anche le carte?)

Su questa dorsale a ONO del Clapsavon c’ero già stato nei tempi passati con la neve e in numerosa compagnia per salire il Lagna, la cima più elevata, seguì una specie di marronata alla casera Montemaggiore  già allora ristrutturata a bivacco e rientro al calare delle tenebre. Per questa gita Sandro è l’unico compagno e come di consueto la scelta viene fatta solo al momento di partire anche se non abbiamo a disposizione la cartina e ci fidiamo della memoria. Ci trasferiamo quindi a Forni di Sopra via Tolmezzo-Villa Santina-Valle del Tagliamento parcheggiando in piazza, 900 m d’altezza. Saliamo fra le case, poi a destra dopo il ponte sul rio Tolina troviamo l’inizio del sentiero 209 che seguiamo lungamente nel bosco mentre sorgono i primi dubbi. In effetti il segnavia da prendere era il parallelo più a Est 210. In soccorso a 1500m ci viene una mulattiera non segnalata che traversa nella giusta direzione senza grossi dislivelli fino agli stavoli Tamaras, uno in buone condizioni gli altri in rovina. Fine della mulattiera, dopo qualche esitazione cominciamo a perdere quota rapidamente e dopo aver guadato un simpatico ruscello con cascatelle torniamo sulla retta via dopo aver perso un duecento metri buoni. Cominciamo a risalire fa boschi e radure costellate di botton d’oro e poi in terreno aperto fino al ripiano della casera Montemaggiore (1748m) dove la vista si apre verso le Dolomiti Friulane. La giornata non è eccezionale, il tempo rimane sul variabile con qualche sprazzo di sole. Al ricovero ci sono alcuni giovani saliti quassù per festeggiare, hanno anche la carta topografica e ora che non ci serve più abbiamo modo comunque di consultarla. Ora il sentiero da prendere è il 211a che dopo una breve discesa si alza in direzione N a valicare la forcella Forada fra il Lagna a sin. e la Cresta Forada dal lato opposto che si presenta con una vasta parete rossastra dall’aspetto poco igienico. La traccia non è molto battuta ma ben rintracciabile e si destreggia fra macchie di mughi, erbe e qualche larice fino a uscire sotto le rocce. Costeggiandole verso sinistra e con un ultimo strappo posiamo i piedi sull’amabile intaglio quando siamo praticamente alla frutta. Ci viene incontro un escursionista triestino, ha rinunciato al Lagna (troppi mughi) e alla Cresta perché a suo dire l’accesso è sbarrato da un camino strapiombante sovrastato da un masso in bilico a mò di spada di Damocle. Gli prendiamo le misure perché su una delle due cime c’eravamo già stati e decidiamo di constatare con i nostri occhi, dopo esserci concessi una breve pausa ristoratrice lasciamo gli zaini alla forcella e ci incamminiamo. Il primo tratto si fa in cresta poi si attraversa a mezza costa il franoso pendio in versante Nord alzandosi fino a costeggiare l’insieme abbastanza instabile del castelletto finale. Vedo anche il camino descrittoci dal corregionale che in effetti risulta poco igienico e continuo ad attraversare poi salgo alla cresta opposta (Est) e camminando esco in vetta. Non è una sala da ballo, facendo attenzione ci starebbe anche qualche altra persona, pochi minuti dopo vengo raggiunto anche dal compagno. Tornati alla sella decidiamo di concludere in bellezza scendendo per la Casera Tragonia, il primo tratto scende una vallecola a larici ancora innevata, se ne esce a sinistra, si traversa una zona piuttosto umida, poi per prati alla casera, pulitissima. Per oggi ne abbiamo avuto abbastanza e divalliamo per la strada di servizio, per dire il vero lunghissima e noiosa. Verso il basso qualche fioritura e degli stavoli ristrutturati ci alleviamo la sofferenza, personalmente ne ricavo un’unghia nera. La gita è su sentieri segnati, solo la salita in vetta (100m) richiede un minimo di disponibilità a confrontarsi con terreno naturale.

Sette ore e mezza,  18 Giugno 2014.

1 Forni di Sopra

2 Giglio all'inizio del sentiero

3 Il Pramaggiore

4 Lo stavolo Tamaras

5 Fioriture di Botton d'Oro

6 Cascatella

7 Guado del torrente

8 Casera Montemaggiore

9 I Monfalconi dalla casera

10 La Cresta Forada

11 Fioriture salendo alla forcella

12 Il Clap Savon

13 Sotto le pareti

14 La Cresta da forcella Forada

15 La cresta iniziale

16 In salita

17 La foto di Vetta

18 Cime tempestose, qui le Pesarine

19 Neve nella valletta di discesa

20 Casera Tragonia

21 Ordinatissimo l'interno

22 Sulla via del ritorno

23 Stavolo fiorito

24 Giglio selvatico

25 L'architettura (senza architetti) fornese

Punta Savorgnana (2360m), nel favoloso mondo dei monti Tor

giugno 4, 2015 1 commento

Sulla conca della Cuna (bivacco Vaccari) si affacciano le tre maggiori vette del sottogruppo di Tor (Tor con l’accento circonflesso in friulano vuol dire Campanile), da Ovest Cima Pitacco, punta Cozzi e la nostra Punta Savorgnana, il Miaron che è la quarta e più a N verso il passo della Mauria (1298m) che è il punto di partenza della gita di cui parlo. Il segnavia è il n. 348, lo stesso di due altre gite (Castello di Torre Cridola e Cima Pitacco) già malamente descritte in precedenti articoli perciò lo salto. Arriviamo così alla Forca del Cridola 2176m sovrastata a destra, N, dai contrafforti della meta designata. Non ricordo il motivo, però nell’anno di grazia 2003 questa è stata la seconda gita e come allenamento mi trovavo a zero. Non così i compagni Vigjut con Eliana, l’onnipresente Maurin e il giovane Alessio tutti in gran forma. Mantenendo la quota traversiamo a destra per labili tracce e costeggiando le pareti, passiamo oltre un camino dall’aspetto poco rassicurante, alla fine dobbiamo tornare sui nostri passi, è proprio lì la via normale. Intanto veniamo raggiunti da una giovane coppia fresca di corso che ha il nostro stesso obiettivo, ci tocca adoperare la vetusta cavezza, 9 mm 50 metri, oltre all’imbrago e qualche cianfrusaglia. Spedito il Maurin da primo la stessa viene quindi lasciata a mò di corda fissa, averla lì è già una bella garanzia. II grado. In seguito il versante si appoggia, per saltini rocciosi e detriti varii poggiamo i piedi sulla disertata sommità. I due ragazzi? Li abbiamo lasciati che stavano trafficando con l’attrezzatura, alla fine rinunceranno. Tornando alla base, ancorata la corda a un pietrone, con una doppia di 25 metri ci portiamo fuori dai dispiaceri. Per tornare al passo viene scartata la via più comoda, per prima cosa scendiamo al visibile bivacco Vaccari saltellando fra i sassi (chiamarlo ghiaione, vista la grana sarebbe un complimento) per imboccare qui il sentiero attrezzato Giovanni Olivato che aggira con lungo percorso il Miaron. A tratti molto pittoresco passa sotto dei landri su dure ghiaie, solo saltuariamente e nei tratti  più impegnativi  ha dei cavi di assicurazione. Dopo parecchi saliscendi esce sulla via normale della cima citata e scende sui detriti al ex ricovero militare Baroni da dove una stradella riporta al passo. Non mi sono segnato gli orari, ma ci sono più ore che per una giornata lavorativa da operaio.  Giugno 2003.

1 Scarpette della Madonna

2 Salendo alla Forca del Cridola

3 Scorcio sui Monti Tor

4 Fiori dei ghiaioni

5 La Forca del Cridola

6 Cridola, la cima principale

7 Al termine del camino

8 Un momento della salita

9 Cima Giaf e Torri del Cridola

10 Dal tratto finale il selvaggio mondo delle Dolomiti Friulane

11 La Vetta

12 A O spunta l'Antelao

13 In Cima con Alessio

14 La vicina Punta Cozzi

15 Doppia in discesa

16 E' quasi finita

17 Bivacco Vaccari

18 Le cenge del sent. Olivato

19 Sentiero Olivato

20 Sotto gli strapiombi

21 Il bivacco Baroni (in un'altra occasione)

Categorie: Dolomiti Friulane Tag:
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