La Rocchetta di Prendera (2496 m) dai pressi di Forcella Staulanza

Il gruppo della Croda da Lago è situato in una posizione privilegiata per la vista sui colossi dolomitici che circondano Cortina. A Est si trova il lago che gli ha dato il nome, sulle sue rive c’è uno dei più vecchi rifugi delle Dolomiti e le sue cime più aguzze sono nella storia dell’alpinismo ai tempi dei pionieri, ora è un luogo un po’ demodè. Tralascio per il momento queste per passare alla diramazione meridionale delle quattro Rocchette che se espongono arcigne pareti a meridione dal opposto versante sono meglio accessibili al comune camminatore. La meta della gita è la Ovest e più alta, protagonisti sono i consueti quattro quiescenti, a completare il danno erariale ci accompagna un cassintegrato. Da Udine la via automobilistica più diretta è la Valcellina con discesa a Longarone, da questo si percorre tutta la Val di Zoldo fino alla forcella Staulanza (1773m) da dove si entra in Val Fiorentina calando fino alla curva con indicazioni verso destra dove si posteggia. Una strada con divieto di transito sale al rifugio Città di Fiume (1018 m) assediato dalle vacche e continua come comoda mulattiera segnalata nel bosco a larici mughi e rododendri. In terreno aperto in seguito si arriva alla Forcella di Col Roan, 2085 m, da dove ci si affaccia alla Valle del Boite con amplissima vista. Qui si svolta a sinistra alzandosi fra prati e detriti verso la visibile larga forcella Col Duro lasciando dal lato opposto le pareti S delle Rocchette. Il pascolo è popolato da una mandria di simpatici equini dalla lunga criniera, ci passiamo in mezzo e poco prima dell’insellatura ci infiliamo nel canale a ghiaie e massi di destra abbandonando finalmente l’Alta Via n. 1. Lo risaliamo faticosamente con qualche attenzione a non scaricare sassi dove si restringe, esce a una forcella fra le turrite propaggini del più ardito Becco di Mezzodì a N, sulla destra una cresta a scaglie abbastanza appoggiata sale verso la meta designata. Si prosegue senza problemi badando solo a non scivolare sulla destra abbracciando infine la Croce di Vetta. Due ore e 45’. La vetta, abbastanza spaziosa merita una lunga sosta che nonostante una lieve foschia offre un panorama indescrivibile sui picchi dolomitici (e non solo) vicini e lontani, all’inizio ci fanno compagnia solo i simpatici gracchi, poi arrivano un paio di escursionisti anch’essi provenienti dal Friuli. Poi torniamo alla forcella da dove ci lasciamo rotolare sul ghiaione più o meno allegramente, il resto è una comoda passeggiata. Al rifugio ci viene negato ristoro come a una malga nei pressi di Staulanza, ci trasferiamo quindi All’Insonnia (sotto  Forno di Zoldo, vicino al campeggio) dove troviamo degna ospitalità prima di tornare alle rispettive magioni. L’ambiente è bellissimo e la fatica non è molta e con difficoltà escursionistiche.  21 Giugno 2012.

P.S. Un ulteriore approccio sarebbe dalla strada che da Cortina porta al Passo Giau (Ponte di Rocurto), ma per noi dell’estremo Est non è conveniente.

1 Il rifugio Città di Fiume

2 Il Becco di Mezzodì, a destra la Rocchetta

3 Il sentiero per Col Roan

4 L'Antelao da Col Roan

5 L'avelignese non è interessato alla N del Pelmo

6 Le pareti S della Rocchetta

7 Il Becco dall'imbocco del canale

8 Il Dorso finale dalla sella

9 La Cupola della nostra meta

10 Tappeto di Genzianelle

11 In cima

12 Cortina e il Pomagagnon alla Croda Rossa ho mozzato lacCima

13 Croda da Lago e Tofane

14 Dietro i palestrati Sorapis, Marmarole e Antelao

15 Sul ghiaione

16 Papavero

17 Il canale dai prati

18 Verdi praterie nel ritorno

20 Ultima visione del Becco e le Rocchette

 

19 Un'Orchidea

21 Il Pelmo

22 Rododendri

L’Aquila e dintorni per un’anomala adunata alpina

Quando gli emigranti eravamo noi friulani parecchie ragazze (fra le quali una mia coetanea) sono partite verso l’Abruzzo per andare, come si diceva a quei tempi, a servire, e due di loro si sono  accasate a Scanno,  un pittoresco paese ai margini del Parco Nazionale che avevo visitato in occasione di un passato giro turistico. C’era stata anche una gita precedente più alpinistica, ospiti di un abruzzese stabilitosi nella nostra regione dopo il servizio militare da ufficiale degli alpini quando avevamo salito parecchie cime importanti. Devo dire che i luoghi e gli abitanti mi erano piaciuti assai, i primi non soffrono l’affollamento con conseguente spennatura del visitatore, i secondi ospitali ma non invadenti. Per questo accetto volentieri la proposta di un Alpino del mio Gruppo di partire per una tre giorni all’adunata nazionale all’Aquila con il suo potente SUV, completano l’equipaggio altri due amici. Partendo alle sei e con un’unica pausa caffè a mezzogiorno arriviamo all’agriturismo La Quercia di Contrada Cretara, borgo che si trova a monte dell’Autostrada e prima del tunnel sotto il Gran Sasso a una trentina di Km dal capoluogo. Al posto della camera prevista ci vengono assegnati due miniappartamenti (camera cucina e bagno), visto che è l’ora di pranzo sperimentiamo subito la cucina locale dove pasta e agnello fanno la parte del leone, scordavo la vista che offre la vicina catena del Gran Sasso. Al pomeriggio partiamo per un giretto, la prima meta è Castelli, il pittoresco paese su uno sperone roccioso  all’inizio della strada che sale a Campo Imperatore (al momento interrotta), famoso da secoli per le sue ceramiche. Sulla via del ritorno ci fermiamo al Santuario di San Gabriele con due chiese, l’antica e quella modernissima. Rientriamo all’alloggio, il tempo di un aperitivo (cinque litri di tocai sono gli unici viveri che ci siamo portati da casa) e viene l’ora di cena. Dopo di che tutti a nanna.

1 L'agriturismo La Quercia

2 Brindisi di benvenuto

3 Con la padrona di casa

4 La sala da pranzo

5 I commensali sono all'antipasto

6 Sole del mattino sul Gran Sasso

7 Belvedere su Castelli

8 Gradinata a Castelli

9 La signora ci fa una buona accoglienza

10 Anche i giovani sono ospitali

11 Effetti del terremoto

12 Uno a caso dei molti negozi di ceramiche

13 Un souvenir tocca portare alla moglie

14 San Gabriele, il santuario vecchio

15 La cupola

16 Il santuario moderno

Il giorno seguente andiamo all’Aquila, ancora disastrata dal terremoto, alcune strade sono completamente chiuse con numerosi edifici storici puntellati, ci entriamo da N passando dalla fontana per scendere alla piazza del Duomo per la via principale, diventata per il raduno una specie di suk con bancarelle che nulla hanno a che fare con gli alpini (cosa che avevo notato anche in precedenti raduni) dove il business trionfa. Andiamo a vedere la bella Chiesa di San Bernardino, reliquie del Santo e un dorato soffitto a cassettoni, dalla piazza scendiamo alla fontana delle 99 Cannelle ma prima deviamo a destra a una chiesetta che conserva la salma di Celestino V (colui che per viltade fece il gran rifiuto). Risaliamo in centro, ormai è invivibile, un taglio pessimo in Piazza Duomo e recuperata l’ammiraglia ci trasferiamo a S. Maria di Collemaggio, chiusa ma bellissima anche vista dall’esterno, lo spazioso piazzale non è affollato e si respira. E’ ora di pranzo, con laboriosa ricerca ritroviamo in periferia la trattoria da Corridore dove ci eravamo trovati benissimo nelle precedenti visite, la gestione è cambiata ma il menu, ottimo, è lo stesso. Resta il problema di come trascorrere il pomeriggio, per prima cosa andiamo a Rojo, il paese dove eravamo alloggiati nella prima visita per constatare malinconicamente che anche la vecchia casa è crollata. Poi saliamo all’altopiano di Campo Imperatore. Poco traffico ma l’ambiente naturale è sorprendente, il verde dei pascoli si contrappone alle cime ancora innevate e alle fioriture dei crocus e anche noi rudi alpini quasi siamo sostiamo ammirati. Torniamo a terra in un chiosco dove consumiamo gli immancabili arrosticini annaffiati questa volta di birra, rientriamo all’ostello per coricarci senza cena che non sapremmo dove mettere.

 

Domenica, è il giorno della sfilata. Lasciando perdere autorità e alti papaveri civili e militari e il drappello dei coccolati VFB presenti per doveri di rappresentanza è per la maggior parte composta dagli alpini che si sono fatti la naja obbligatoria con l’ambita retribuzione di poche decine di lire al giorno sudando e bestemmiando che ieri hanno fatto la loro festa.  Sono queste le genuine penne nere che affrontando spese e disagi sfilano anche versando qualche lacrimuccia non escluso il sottoscritto. A  noi friulani toccherebbe alle 11, da vecchi per antico pelo sappiamo che la cosa andrà per le lunghe. Per la prima la disertiamo, viene invece approvata all’unanimità la proposta di visitare Sulmona, la città dei confetti. Dopo aver saldato il modesto conto partiamo sotto un sole che risplende (delle tre giornate è la migliore) facendo il più lungo ma comodo percorso autostradale, il traffico è scarso e arriviamo alla meta in poco tempo. La bella città ai piedi della madre Maiella, patria di Ovidio, ha le due attrattive principali nella Chiesa dell’Annunziata con annesso museo e la Piazza del Carmine con l’acquedotto a archi che alimenta la fontana posta al centro.  Dopo aver dato un’occhiata a qualche altra Chiesa e vagato per  le strade laterali ripartiamo verso N, all’una e mezza l’ultima sosta sotto Jesi per il pranzo finale all’aperto in un ristorante stellato, tagliatelle fatte in casa (per me ragù di anatra) e grigliata bagnate dal verdicchio. Prima di sera riabbracciamo le rispettive consorti.

15-17 Maggio 2015

Categorie: Appennini Tag:,

Garnitzerklamm, la via più remunerativa (e lunga) al Gartnerkofel

Sulla Cima del Giardiniere (tradotto a spanne tale è il significato del toponimo austriaco, dovuto all’endemismo della Wulfenia) ci sono stato alcune volte, la cima più alta della Cresta Carnica orientale è una gita breve partendo  dal Passo Pramollo, dai 1530 m alla vetta che ne quota 2195, sono meno di settecento di dislivello. Situata completamente oltre confine ne ho già scritto in due occasioni, l’invernale alla prima gola e la normale anch’essa nevosa per una gita con cambio di destinazione, come d’altronde è capitato per questa che ha avuto ben otto partecipanti.

A sfatare il mito dell’Italia paese del sole a Udine pioviggina come del resto salendo verso i monti e così si decide di cambiare aria, da Pontebba saliamo al Pramollo scendendo al di là nella Valle del Gail alla cittadina di Hermagor sul versante solatio. Ci passiamo sotto discendendo la statale (verso Est) per poi inoltrarci a destra per stradine secondarie che ci conducono all’abitato di Moderndorf e poco più avanti all’ingresso della gola, a circa 600 m di quota. Meteo alquanto incerto, al momento comunque risplende il sole. Nei millenni il Garnitzer Bach ha pazientemente scavato la stretta forra e il suo percorso è reso possibile da un ardito ma facile sentiero molto pittoresco che la risale cambiando più volte versante su dei ponticelli in legno. Il letto è ingombro di grossi massi levigati fra i quali scende il torrente formando cascate e rapide di acqua limpidissima, sui lati ci sono le stratificazioni di antichissime rocce variopinte. Dopo un ultimo ponte la valle si apre diventando più verde, continuando a salire usciamo in una carrareccia inerbita che porta alla Kuhweger Alm, una malga con panchine all’esterno dove ci stravacchiamo per un poco. Fino a qui sarebbe già una bellissima gita, la quota è di 1480 m ma ci manca ancora il profumo della cima, quindi proseguiamo seguendo il sentiero verso la già visibile forcella Kuhweger (1914 m) fra il cocuzzolo del Kammleiten e il Gartnerkofel da dove attacchiamo la cresta NO, molto ariosa e panoramica che oppone difficoltà max di primo (mi pare di ricordare un paio di spezzoni di cavo) e infine trionfiamo sulla teutonica Croce di Vetta, quattro ore e mezza. Un incontentabile si spinge anche su un rilievo poco distante. La visibilità resta buona ma le nuvole si fanno su, bisogna riprendere il cammino senza indugi. Ripercorrendo la via conosciuta, facciamo giusto in tempo, al parcheggio si scatena il finimondo e comincia a diluviare.

29 Maggio 1988

1 Ponticello sul torrente

2 Una cascata

3 Due cascate

4 Il sentiero

5 Nel letto del torrente

6 Stratificazioni

7 Massi levigati nel torrente

8 Spunta a volte qualche fiorellino

9 Una ulteriore passerella

10 Ancora qualche passaggio

11 Verso l'uscita

12 Altre fioriture comuni

13 In vista della malga

14 Il versante N del Gartnerkofel

15 Sulla cresta NO

16 In cresta

17 Alta a sin. appare fra  le foschie la Cima

18 In vetta

19 Il dissidente e la valle del Gail

20 Le pareti N del Kuhwegerkofel

21 I due vecchiacci della compagnia

22 Alla malga...tutti insieme appassionatamente

Cinque Punte di Raibl, una traversata e la salita alla più alta

Le Cinque Punte da Cave del Predil

Il piccolo massiccio fra la val Rio del Lago e la Valromana comprende le 5 cime principali allineate da N a Sud contrassegnate da numeri romani, la prima (a Nord) è la  più alta.  La scusa di questo articolo mi è stata offerta da un lettore che ha cercato la cima in questione sul sito poco tempo fa sollevandomi dalla problematica scelta. Per la prima volta alla Capanna Cinque Punte tocca riandare al passato remoto trattandosi di una gita autunnale dell’UOEI  con in programma la traversata da Tarvisio a Cave del Predil nell’anno 1982, quindi agli albori della mia scalcinata carriera di montanaro.

La traversata

Dalla periferia Est di Tarvisio la corriera imbocca la statale per il valico di Fusine e quasi svolta a destra per Rutte, 800 m di quota dove scarica i gitanti, la rivedremo al pomeriggio a Cave. Alla fine della rotabile inizia il sentiero 518 diretto alla Sella Alpel che costeggia in un tratto le pareti e traversa dei ghiaioni prima di entrare definitivamente nel bosco già con i colori dell’autunno.  Esce alla radura dell’Alpe di Rutte dove si trova la Capanna Cinque Punte, 1520 m. Qui alcuni partecipanti accendono un vietatissimo fuoco all’aperto, scongiurato l’incendio si prosegue con il segnavia 520 verso la Sella della Malga 1616 m, poco oltre i più volenterosi salgono per mughi alla cimetta dello Sciober Grande toccando così l’apice della traversata a 1845m. Frattanto il tempo, passabile al mattino, si è guastato e in questo tratto si naviga nella nebbia. La traccia prosegue verso Sud costeggiando una dorsale di mughi fino alla Portella, da qui un sentiero scende in Val Romana e un altro varca il confine con la Slovenia. Il nostro gruppo va nella direzione opposta dove il sentiero si perde nel vasto pendio erboso, lo ritroveremo più in basso quando imbocca il Canal Risonante e costeggiando il torrente riesce infine sulla Statale in corrispondenza di Raibl o Cave del Predil 900 m. Sei ore e mezza. Ottobre 1982.

1 Valromana

2 Il torrente

3 Il sentiero 520

4 Una colata di ghiaie

5 In traversata sotto scure pareti

6 Bellissimi i boschi

7 Le Cinque Punte

8 Alla Capanna

9 Cattivi esempi

10 Vista dall'alto

11 Il Mangart già bianco

12 La catena del Guarda

13 Ancora una sosta prima di calare su Raibl

Alla prima e più alta delle Cinque Punte (1909m)

Vent’anni dopo siamo ancora qua per la seconda ed ultima a tutt’oggi visita, favoriti da una meravigliosa giornata d’inizio estate. Ci sono Gigi e Eliana e Cinzia, il Maurin e, a garantire la rappresentanza delle minoranze  più giovani, Alessio. In auto variamo anche l’approccio proseguendo fino al divieto in Val Romana sempre da Rutte o Ortigara, non me lo sono segnato. Per salire alla Capanna il sentiero è oggi contrassegnato con il n. 520 del quale non ho ricordi particolari. Arrivati al ricovero ci spostiamo alla base delle mughete sottostanti alle enigmatiche  pareti delle cime. Un provvidenziale ometto indica l’inizio dell’itinerario che si sviluppa abbastanza pulito, roccia solida e appigli vegetali facilitano non poco la progressione nel quasi verticale versante che più in alto fuoriesce a sinistra in un canale detritico con placche di dubbia solidità che si devono risalire fino a una sella sovrastata da un caratteristico obelisco. Dalla forcella ci si affaccia al versante di Raibl con inusuali visioni sulla Giulie, ma più importante è l’apparizione della meta prestabilita sulla nostra destra. Scendiamo pochi metri in questa direzione fino a prendere una cengia (mughi anche qui), la si percorre tutta arrivando all’inizio della detritica e facile crestina finale che ci depone in vetta. Al ritorno seguiamo la stessa via, qualche ometto era già presente e altri ne avevamo lasciati noi, le difficoltà sono sul primo e secondo. Dalla Capanna svariamo ancora, dopo qualche ricerca riusciamo a rintracciare la prosecuzione del sentiero 518 che scende a valle, alto sulla destra orografica del Rio Sciober,  ci riporta alla forestale della Val Romana, così i tre sentieri che salgono da questa parte sono stati tutti fatti. Probabilmente ci eravamo portati uno spezzone di cordino da 20m, mentre caschi, imbraghi e altri ammennicoli assenti per libera scelta. La documentazione fotografica è piuttosto scarsa, probabilmente e al contrario del solito non ero in vena.  Giugno 2002.

14 Giglio Martagone

15 Alla Capanna

16 In salita roccette e mughi

17 L'ambiente dove si svolge la gita

18 Verso la cresta

19 Meno mughi del previsto

20 Dalla cresta finale Fuart e Montasio

21 Il lago di Raibl e il Canin

22 In discesa

23 Vista sulla Capanna

24 La strada della Val Romana

25 Acqua limpidissima nel torrente

 

Soleck (2221 m), al sole della Lesachtal

Di nuovo in Lesachtal. Questa volta l’alibi viene offerto dal meteo, nere nuvole nascondono le amate cime della Carnia, perso per perso decidiamo ancora di espatriare transitando dal passo di Monte Croce Carnico. Una scelta premiata, oltreconfine il tempo migliora, scendiamo a Mauthen per deviare a Ovest dopo il ponte sul Gail per risalire l’agreste vallata fino a St. Lorenzen, qui la vetusta Citroen, nonostante i 400.000 km sulle spalle, dà il meglio di sé anche per le doti di guida di Saro, una perfetta simbiosi uomo-macchina. Traversato il grazioso paesello una strada sale ancora a destra fino a Tuffbad (1262m), un piccolo centro termale con piscina e altre piacevolezze purtroppo al momento chiusa, quindi niente birra al ritorno, dovrebbe essere mi pare la quarta occasione che ci inoltriamo più o meno alla cieca in questo versante Sud delle Lienzer. E sono le dieci del mattino. Per la giornata odierna disponiamo anche della cartina, quindi non ci aspettano sorprese, le caratteristiche tabelle gialle dei sentieri sono onnipresenti, il nostro ha il n. 22, la cima prefissata, gemella occidentale del Riebenkofel di un centinaio di metri più elevato, è uno dei pulpiti periferici a S del gruppo. La camminata inizia continuando sulla strada ora sterrata, poi devia a destra (tabelle) in leggera discesa, varca il torrente con un ponte in legno e si arriva a un altro bivio, sempre con indicazioni, qui teniamo ancora la destra fino a uscire dal bosco in una bella radura che si attraversa. Dopo questa il sentiero rimonta piuttosto impiccato un costone taglia gambe nel bosco di abeti ingentilito dalle eriche in fiore passando accanto a un masso affiorante che ha una bella stazione di orecchie d’orso. A circa metà salita una panchina all’esterno di una baita in larice (chiusa a chiave) è la scusa per tirare fiato. Si prosegue sempre ripidamente fino alla base dei contrafforti rocciosi del Soleck , il sentiero li costeggia sulla destra, un ulteriore bivio viene ignorato poi proseguendo in terreno sempre più aperto sempre diritti arrivando così a una larga ma non transitabile sella, cartellonistica in tutte e due le biforcazioni. Che collega la meta con il Riebenkofel più a Est, la vista offre la cresta Carnica con dirimpettaio il gruppo dei Fleons, da dove le nuvole tentano invano di passare il confine, alcune fra le vette più alte del nostro gruppo con in evidenza la piramide a placche argentee del Boses Weibele (le Donnacce, anch’essa salita in passato). In pochi minuti verso destra arriviamo anche in cima, fra prati che si alternano ai mughi e ai calcari e  passando da una nicchia con una Madonnina, da una prima Croce con vista verso valle si giunge alla seconda più modesta in ferro eretta sulla massima quota superando un evitabile  trabocchetto nevoso-mugoso in cui cado prima io e poi il nostro esimio dottore fra gli sghignazzi di Sandro che lo ha evitato per sentiero a sinistra. Due ore e mezza per i 1000 metri, non sono più gli anni di una volta e sono cremato,  il clima è abbastanza mite e ci si può stendere comodamente sull’erba. In discesa dal penultimo bivio si potrebbe deviare a sinistra passando dalla Lackenalm, ma ricordando una precedente esperienza quando avevamo faticato a districarci fra le enigmatiche strade forestali  optiamo per il percorso dell’andata.

Con Sandro e Saro, 5 Maggio 2015

1 Tuffbad

2 Aiuola verticale alle terme

3 Ponticello all'inizio del sentiero

4 A un bivio crocefisso in legno

5 Orecchie d'Orso

6 Sul costone

7 Pausa alla baita

8 Costeggiando i dirupi della cima

9 Salita alla sella

10 La forcella, sullo sfondo la cima gemella del Riebenkofel

11 La zona sommitale

12 Qualche modesta lingua di neve

13 La nicchia con la Madonnina

14 La Cima

15 Neve così

16 I nostri eroi in cima

17 La cima O delle Boses Weible ( Donnacce)

18 Dalla Croce la cresta con le cime maggiori del gruppo

19 La vallata, in primo piano la Samalm

20 La Cresta Carnica di confine

21 In discesa

22 Erica sul costone

23 La radura che precede il costone

24 I prati sopra Tuffbad

Categorie: Lienzer Dolomiten Tag:

Nitzki Vrh (2162 m), una proposta per i buongustai che non amano le code

La gita si svolge in uno dei più reconditi e misteriosi recessi delle Giulie Orientali, ci sono arrivato grazie alla meritevole guida “111 Izletov” di Andrej Stritar, scritta nella a me ignota lingua slovena, riesco comunque a decifrare oltre alla località da dove si parte il cospicuo dislivello di 1500m, difficoltà ignote e segni che brillano per la loro assenza. Devo confessare che l’avevo tentata l’anno prima finendo su una ulteriore vetta misconosciuta che il mio compagno si era rifiutato di salire e della quale ricordo una discesa abbastanza adrenalinica. Per la seconda mi avvalgo di due compagni di provata fede ravanatoria, i già più volte nominati Maurin e Vigjut con i quali, varcato il confine a Stupizza saliamo dopo Caporetto a Bovec o Plezzo che dir si voglia, si prosegue verso N fino a entrare in Val Coritenza. Subito dopo il Forte una strada a destra conduce in val Bausizza (Bavsica), parcheggiamo alla sua testata a circa settecento metri di quota. La camminata inizia con un traverso fra alte erbe verso Ovest sovrastati dal severo versante NO del Bavskj Grintavec fino a mettere piede su un nevaio semiperenne che dovrebbe essere il più basso delle Giulie e dove ci dovrebbe essere un sentiero segnato. Lo rimontiamo per la gran parte nel centro, sui bordi ci sono degli abissi nei quali sarebbe poco piacevole infilarsi. Dove possibile ne usciamo a sinistra ritrovando il sentiero che porta a Planina Bukovec 1350m, ristrutturata a bivacco di caccia e oggi popolata da un paio di escursionisti che sono in possesso della la chiave. Mauro è salito in braghe corte e s’informa se i numerosi puntini neri che ha sulle gambe possano essere delle zecche, la risposta è affermativa visto che ne ha raccolto una moltitudine, dopo essersi spolverato indossa la gloriosa quanto vetusta salopette rossa delle grandi imprese. Ci alziamo per un poco nel bosco sovrastante traversando poi a sinistra fino a rintracciare la rampa che scende nel vallone pensile che risalito per tracce e nevai conduce alla larga forcella a nome Vrh Ojsonica, 1975m da dove ci si affaccia alle disertate cime fra Jalovec e Bavski Grintavec. La nostra destinazione, come del resto nel tentativo precedente  non è facile da identificare, comunque scendiamo di poco al di là dirigendoci poi verso NE ed ecco la scaglia calcarea ambita. Che si sale in arrampicata con bei passaggi sul primo grado o poco più su buon calcare stando sottocresta che portano alla ristretta sommità, il tratto roccioso è comunque abbastanza corto. In discesa scendiamo verso la val Bala (a Ovest)dapprima per nevai richiamati da un numeroso gruppo di camosci, in uno di questi una vipera serpeggia più elegantemente del nostro terzetto nella neve, poi ci caliamo fra gli arbusti fino a ritrovare la traccia segnalata. Per la quale, fra belle fioriture e passando da un’altra casa di caccia (con sorgente) rientriamo alla base, con il Mauro che tiene ben alte le braccia con le racchette ad evitare la raccolta di altri parassiti. Un numero imprecisato di zecche, una vipera e 14 camosci all’attivo, in sette ore e mezza il 14 giugno del 2009.

1 Planina Bukovec

2 Il vallone pensile, in fondo la forcella Vrh Ojsonica

3 Salendo alla forcella

4 Nevai nei pressi dell'ampia insellatura

5 Un momento di riflessione all'intaglio

6 Alla forcella

7 Intanto aprezziamo i fiorellini

8 Poi si riparte

9 A sin. il Nitzkj Vrh

10 Il Bavskj Grintavec con la sottostante Spicica

11 Identificata la cima si può anche cominciare la salita

12 Gli ultimi passaggi

13 I due vecchiacci appagati per la meta raggiunta

13 Plezzo e le Prealpi Giulie, in primo piano la Spicizza

14 Gli attrezzi inutilizzati, il piede è del Maurino

15 A Nord vista fino ai lontani Tauri

16 La simpatica cresta ora in discesa

17 Branco di camosci scendendo in val Bala

18 Tallonando i quadrupedi

19 Planina Bala

20 Rose selvatiche

21 Iris

22 Gigli carniolici

23 Ginestre

Cimacuta (2058 m), la montagna di Forni

Il gruppo del Pramaggiore è il più vasto e complesso delle Dolomiti Friulane, composto da molticcssime vette per lo più disertate, la più alta e frequentata rimane senz’altro la maggiore che gli dà il nome. La meta qui presa in esame è più modesta essendo l’estrema propaggine verso Nord del crestone che si allunga fra la Val di Suola e quella percorsa dal torrente Giaf poco a monte di Forni di Sopra nell’alta valle del Tagliamento. Poco oltre il paese si dirama a sinistra la strada che costituisce il migliore approccio al rifugio Giaf, ci arrestiamo prima, a 978 m delle tabelle indicano l’inizio del sentiero 367 che risale, dopo avere varcato il ponte, il vallone del Lavinal sulla sinistra orografica (il toponimo dice già tutto). Nella prima visita il percorso è abbastanza disastrato comunque percorribile, la stagione è l’autunno avanzato (metà dicembre),  poca neve ma bassa temperatura e forte vento mitigati in parte dal cielo azzurro. La compagnia è composta da alcuni baldi giovanotti. Appena sotto il passo (che quota 1972 m) e in corrispondenza di una colata detritica dei bollini rossi indicano a sinistra l’itinerario. E’ tutta da risalire, in ultimo si trova qualche saltino roccioso dove bisogna fare attenzione a non smuovere sassi, la neve presente non aiuta certamente, che porta a un intaglio di cresta, subito a sinistra la croce di vetta è posta su uno sperone abbastanza esposto. Purtroppo non è la vetta agognata, per arrivarci tocca fare un traverso su una cresta infestata dai mughi con due alternative, o seguirla fedelmente baruffando con gli stessi o passarci sotto, opzione consigliata, dove la vegetazione è meno fitta, con un ultimo spostamento su verdi seguito da una risalita si arriva alla massima quota. La vista è bella e interessante ma per la sosta ci stendiamo in un luogo al riparo dal vento. Il ritorno è sullo stesso percorso, per la sola salita tre ore. 16 Dicembre 2001.

1 La cima dal ghiaione d'attacco

2 Dalla cima verso le Alpi Carniche

3 A Est i profili delle Caserine

4 Monfalconi

5 La quota massima è mugosa

6 La Cima dei Preti

7 Un'altra vista dei Monfalconi

8 Al riparo dal vento

9 In discesa nel canale

 

9 Maggio 2012

Ci ritorniamo in una tipica giornata primavera con sole velato e qualche foschia, ma ahimè l’età media dei partecipanti è salita parecchio, sembra di assistere a un’evasione dalla casa di riposo. Il sentiero per il passo del Lavinal è migliorato con opere di manutenzione con relativa messa in sicurezza che rendono il tutto più agevole anche se non meno faticoso. In questa decade anche i mughi hanno vegetato e l’ultimo tratto viene salito con varie varianti a seconda dei partecipanti, l’ometto è comunque tuttora presente i partecipanti rimangono soddisfatti. Meno il sottoscritto al quale il confronto fra le vecchie dia e il digitale dà per vincenti le prime. Più complicata al ritorno è la ricerca del luogo dove festeggiare l’impresa.

10 Il vallone del Lavinal

11 Unica sorgente sul percorso

12 Il sentiero ripristinato

13 La colata detritica

14 L'intaglio di cresta

15 La Croce di vetta

16 Fra i mughi la salita alla vera cima

17 In cima

18 Al ritorno

19 Dalla dorsale verso Sud

20 Ambiente rupestre prima del canale

21 Il Lavinal, a sin. il sentiero

22 Val di Giaf

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