L’anello del Monte Cocco (1941m) dalla val Rauna

Nostalgie (più che della naja dei tanti anni trascorsi) mi riportano a Ugovizza dove ho passato gli ultimi mesi della mia carriera militare alla caserma Solideo d’Incau con il grado di sergente.  Ma non solo, nell’estate del 1985 dopo un grave lutto familiare e in piena crisi lavorativa mi ero concesso una pausa di tre settimane con tutta la famiglia affittando un appartamento in loco. Con la complicità di un amico che aveva un appartamento a Tarvisio vi ho trascorso forse le più belle vacanze della mia vita mettendo nel carnet parecchie cime. Torniamo alla triste attualità, dopo l’alluvione di qualche anno addietro in Valcanale il villaggio è stato  rimesso a nuovo e attualmente può fare concorrenza a quelli d’oltreconfine. Accetto quindi volentieri la proposta di Ermanno di fare una visita al Monte Cocco sulla cresta Carnica orientale, già visitato d’inverno in occasione della traversata alla Cima Bella e Sagran. Dal villaggio risaliamo in auto la stretta rotabile della Val Uqua fino al bivio a sinistra in corrispondenza di una segheria. Qui un ponte porta in Val Rauna, la percorriamo fino al divieto a 1080m di quota dove lasciamo il mezzo ai margini della strada. La forestale con poca pendenza prosegue alquanto lungamente in terreno incognito fino al rifugio Gortani e all’adiacente villaggio Cocco. L’ambiente bucolico con le tipiche baite in legno che ingentiliscono le radure inviterebbero al riposo ma proseguiamo indefessi fino a quando l’assenza di segni ci mette in sospetto, siamo andati troppo avanti. Facciamo quindi dietrofront, avevamo notato subito dopo un tornante una traccia piuttosto esigua che si alzava sulla destra, ma ci era parsa più animalesca che umana. La conferma ci viene data da una coppia di sloveni che sta scendendo, nel bosco appaiono anche dei saltuari quanto sbiaditi segni biancorossi del CAI. Seguendoli usciamo infine a una schiarita da dove si vede la verde dorsale della nostra meta, la si costeggia sulla sinistra per salirci infine sopra al termine della vegetazione d’alto fusto. La giornata non è famosa, comunque la visibilità è buona e permette di apprezzare il vasto panorama. Ci caliamo poi a Sudest seguendo le evidenti tracce fra le affiorazioni di roccia rossastra e i pascoli fino alla strada cementata che un po’ noiosamente arriva al sospirato agriturismo Rosic. Dopo esserci rifocillati (e prese informazioni) scendiamo  al ponte che verso destra con un traverso quasi senza dislivello riporta, ripassando dal villaggio Cocco,  fino al parcheggio. Non senza prendere qualche goccia di pioggia alla fine.

Con Ermanno, Maggio 2018

 

 

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Dalla val Tolminka al Mrzli Vrh (1359m) con visita alla Javorca

maggio 11, 2018 2 commenti

Di questo facile dosso alle falde del Monte Nero, noto per i fatti bellici del 15/18, ho già pubblicato uno dei miei laboriosi quanto scadenti articoletti. C’è stata però anche una ulteriore visita ma con diverso approccio. Da Tolmino infatti saliamo a Zatolmin inoltrandoci poi con una rotabile sterrata nella gola della Tolminka. Dopo una strettoia si prosegue ancora fino alla diramazione con la carreggiabile che sale a sinistra (tabelle) dove si parcheggia alquanto scomodamente a circa 400 m di altitudine. Il percorso non è segnato ma non si può fallare, ci si alza lungamente con pendenza costante fra i frutteti in fiore e qualche isolato casolare. Poco più in alto si passa accanto alla chiesetta (al momento chiusa) e si prosegue fino alla larga sella con la quale si accede all’altopiano e alle casere Laska Sec e Pretovc 1142m. Non resta che traversare a occidente in direzione del nostro monte già ben in vista, vi accediamo per il sentiero della cresta Ovest abbondantemente segnalato. Dopo la doverosa sosta per ammirare il fiume più bello del mondo, si tratta infatti dell’Isonzo (Soca in questi luoghi), che scorre indifferente mille metri più in basso, riprendiamo la via del ritorno. Optiamo per il versante opposto che passa da un altare, eretto nei pressi di una caverna bellica. Tornati alla sella di salita adocchiamo sulla sinistra un sentiero  segnalato che ci pare preferibile alla noiosa strada, non è certo affollato, come testimoniano i faggi secolari che si incontrano. Più in basso tocca superare qualche barriera di filo spinato dove il nostro medico di fiducia rischia (come direbbe il suo compaesano  commissario Montalbano) i cabbasisi. La pregevole Javorca, chiesetta eretta dagli Austroungarici in memoria dei loro caduti, è ora aperta e ci facciamo una divagazione storico-culturale, all’esterno ci sono tutti i simboli dei reparti che qui hanno combattuto.  Anche l’interno in legno è pregevole e il tutto rimane ben conservato. Anche la nostra esigua compagine ha i suoi feriti, uno in particolare con gli scarponi leva pure la pelle di qualche vescica. Sette ore in tutto, un migliaio di metri il dislivello, nell’Aprile 2015 con gli amici Sandro e Saro.

 

Iovet (1311m), cercando in val d’Arzino

Per arrivare nella valle dell’Arzino la via consueta prevede San Daniele e il ponte di Ragogna, oggi per variare passiamo da Maiano e Cornino dove un altro manufatto consente di oltrepassare il Tagliamento. Oltre il fiume c’è un’osteria dove ci fermiamo per il caffè ma non solo, il proprietario ci fa visitare la sua fornita enoteca ricavata laboriosamente nel seminterrato. Ahimè, l’ora mattutina non consente di approfittare della sua ospitalità che la gita ne risentirebbe, rimandiamo alla prossima occasione. La strada continua tortuosamente con due sottopassi sotto i binari della ferrovia Gemona-Sacile (dalle travagliate vicende) e dopo Flagogna arriviamo in discesa al ponte che porta sulla riva destra del fiume e nella solitaria vallata. La risaliamo tortuosamente fino al bivio a sinistra per Pielungo, noto per vicende risorgimentali nonché partigiane narrate da una tabella esplicativa. Parcheggiamo ai limiti orientali della borgata di Forno nei pressi di una piccola cava di ghiaia, circa 600m (Loc. Clementins). Da esperti quali siamo e nonostante le indicazioni non facciamo caso all’inizio del sentiero che parte pochi metri addietro e ci alziamo direttamente su labili tracce animalesche prima su un faticoso pendio detritico e poi lottando con i mughi. Quando stiamo perdendo ogni speranza ritroviamo inaspettatamente il segnavia del sentiero  820. Fatto un doveroso sospiro di sollievo proseguiamo alacremente nel bosco di pini sulla  traccia abbastanza riconoscibile che ne risale il dorso. Si prosegue sottocresta in versante Ovest affacciandosi talvolta con qualche breve digressione dalla parte opposta.  Alzandosi il bosco si dirada mentre compaiono dei bianchi affioramenti calcarei, anche alla fine la neve non crea troppi ostacoli. La dorsale poi si apre in un bel bosco di faggi che risalito porta alla Forchiazza (tabella) dove abbandoniamo la traccia numerata. Resta solo l’ultimo risalto segnato a bollini rossi, destreggiandoci fra la bassa vegetazione che ricopre la dorsale arriviamo da Est alla quota designata. Panorama vastissimo sulle Carniche e Giulie e la pianura fino al mare, solo a O la vista è limitata dalla cresta più elevata del Pala. Tornati alla vettura sulle orme dell’ascesa ci fermiamo a dare un’occhiata al castello costruito (come pure la strada) da Giacomo Ceconi, che partito da questi luoghi con la valigia  diventò negli anni un imprenditore di successo nell’edilizia stradale e ferroviaria tanto che l’impero Austroungarico lo nominò Conte. Dopo questa digressione storico-culturale per finire in bellezza sostiamo in valle all’osteria Lorenzini, dove la specialità è il formaggio salato. Dislivello 700 m, difficoltà non ce ne sono, una sola zecca guadagnata.

Marzo 2018, con Sandro, Oscar e Mauro.

Categorie:Prealpi Carniche

Slenza Est e Ovest, tre gite dalla Val Studena

aprile 13, 2018 2 commenti

Trascurabili memorie militaresche

Come primo classificato del corso sottufficiali a Aosta (170 lire al giorno decurtati da costo della carta igienica) e nonostante la mia insofferenza alla disciplina avevo la priorità di scelta sulla destinazione. A causa della morosa di allora optai naturalmente per il Friuli, prima a Cavazzo da caporalmaggiore e in seguito, da sergente di prima nomina, alla “tana dei lupi” di Ugovizza, come era chiamata la caserma Solideo d’Incau, dismessa dopo l’abolizione della leva. A differenza degli attuali volontari a ferma breve odierni (che oltre a un cospicuo salario godono della settimana corta) eravamo in servizio acca 24 con il divieto degli abiti borghesi. Anche qui mi feci notare per la scarsa attitudine alle virtù militari e così fui spedito in vari distaccamenti, prima a forcella Cereschiatis e in seguito alla polveriera di Pietratagliata sulle rive del Rio Sualt. Vi passai parecchi turni al comando della casermetta superiore (detta Piccola Russia), dove peraltro né il maresciallo responsabile degli esplosivi né il tenente al comando mettevano mai piede, si era in nove e si viveva in assoluta tranquillità. Per festeggiare Natale e Capodanno ci eravamo pure someggiato una damigiana di vino da 54 litri che erano il minimo per far fronte a tutte le avversità. Un ufficiale di firma che voleva cambiare un po’ l’andazzo si presentò per un’ispezione omettendo la parola d’ordine alla sentinella, fu ridotto a più miti consigli da un colpo di Garand. Dopo più di mezzo secolo tutto questo non esiste più e una strada forestale ha sostituito la mulattiera che collegava Pietratagliata con la val Studena, da dove peraltro iniziano le gite seguenti, rigorosamente con la neve.

Slenza Ovest (1665m)

Le due cime si trovano all’estremità settentrionale del gruppo dello Zuc dal Boor con affaccio alla strada che da Pontebba sale a sella Cereschiatis per calare poi verso Moggio. Non ci facciamo scoraggiare dalla giornata piuttosto grigia, lasciamo l’auto poco sopra Studena Alta (838m, tabella) per imboccare una carreggiabile porta alle case Pramolina che lasciamo poco più in basso. Ridotta a sentiero dopo un tratto sulla dorsale compie un traverso nel ripido bosco fino a uscire alla forcella Slenza, poco più in basso si trova la casera. Da questa una traccia fra i mughi a destra sale fino in cresta, una breve divagazione sullo stesso lato consente di conquistare la massima quota. Ambiente incantato con neve fresca ma purtroppo visibilità limitata dalla nebbia.

Slenza Est (1589m)

Meno laboriosa e senza lotte con i mughi della precedente gita ma innevamento abbondante, l’ideale per sperimentare le nuove ciaspe. Al primo tentativo facciamo cilecca nonostante gli attrezzi ma il tempo è veramente pessimo e sta nevicando. Giunti alla casera diamo forfait, è il 6 gennaio, la befana ci ha fatto il suo regalo. Torniamo dopo una decina di giorni con le tracce dell’Epifania ancora visibili. Finalmente una giornata eccezionale, dalla casera ci spostiamo verso est fino a sotto il tratto finale difeso da ripide balze dove le ciaspole dimostrano i propri limiti ma togliendole non se ne verrebbe a capo. Panorama eccezionale sulle Carniche Orientali e le Giulie, mille metri più in basso scorre il Fella. Con la neve calcolare circa tre ore per la salita e un paio in discesa.

 

 

Col Ceschet 1394m, ciaspolando in Piancavallo

febbraio 26, 2018 Lascia un commento

Dal 2010 le ciaspe o ciaspole sono entrate nella normale dotazione invernale. Niente a che fare con quelle che ricordavo dalla naia in legno e cordino di canapa, ora sono un attrezzo tecnologico in materiale sintetico con sulla parte anteriore dei ramponcini di metallo. Con grave salasso alle le mie finanze da pensionato ho dovuto adeguarmi, questo giro è stato uno dei primi a collaudo dei nuovi attrezzi, la località scelta è il Piancavallo, località sciistica sopra Aviano con bella vista su pianura e l’aeroporto. Parcheggiato sul piazzale una strada si alza verso Est, il sentiero con il n. 985 si imbocca presso una cabina elettrica a circa 1300m. Lo spessore della neve è cospicuo ma con la pista battuta si procede bene e anche le quattro dame che accompagnano la minoranza maschile sono soddisfatte. Dopo un primo tratto nel bosco usciamo in terreno aperto poco pendente e arriviamo all’affollata casera Caseratte. Anche troppo, tanto che preferiamo proseguire ancora verso Nord traversando sotto la Pala Fontana fino alla forcella di Giais (1442m e massima quota raggiunta) da dove ci si affaccia alla pianura, in ultimo piano verso oriente la vista spazia fino alle Giulie. Le condizioni sconsigliano altre velleità, a conferma della giusta scelta c’è anche una piccola slavina caduta sul sentiero. Al ritorno ci sorvola un elicottero, l’indomani veniamo a conoscenza di un morto per slavina in Alpago. Non rientra nel DNA una gita senza cime, tornati a Caseratte con una breve digressione ci alziamo fino al simpatico cocuzzolo del Col Ceschet (1394m) poco sopra, che per oggi basta e avanza. Tornati alla casera per variare il percorso in discesa optiamo per il passaggio a meridione dalla Casera del Medico seguendo il sentiero pistato, proseguendo si fuoriesce sull’asfalto poco a valle della località sciistica. Per risalire al parcheggio non ci sono alternative alla strada. Orario non annotato, tempo splendido e temperatura accettabile.

7 Febbraio 2010

 

Pelois (1200m circa), cima alberata sopra Caprizzi

febbraio 21, 2018 Lascia un commento

E’ difficile trovare qualcosa di nuovo nei monti di casa dopo tanti anni di cammino e la neve caduta fino a fondo valle nei giorni precedenti complica ulteriormente la ricerca, bisogna comunque stare bassi a meno di usare le odiate Ciaspe. Manca poi il nostro cartografo di fiducia, emigrato per le feste a ciaspolare in Dolomiti, rimaniamo in tre ed è proprio il tre gennaio 2018. Da Tolmezzo percorriamo la Valle del Tagliamento fino a Mediis dove svoltiamo a sinistra sulla statale del passo di M. Rest, a Priuso un vistoso cartello ci avvisa che è chiusa per neve, il fondo è insidioso già salendo alla sella di Cima Corso 867m. Proseguiamo ora in discesa fino a Caprizzi dove si parcheggia in vista della diga a circa 500m di quota, tabelle. Una strada senza protezioni dal fondo ghiacciato e riservata ai residenti sale ancora fino ai remoti casolari di Lunas. Qualche camino sta fumando e le auto presenti non hanno le catene, evidentemente gli autisti sono abituati a queste condizioni.  Cominciamo a salire all’ombra del mattino, prima traversando la radura sopra le case e poi nel bosco a latifoglie accanto a un’antica mulattiera invasa dagli arbusti, la neve sostiene bene e i segni sono frequenti. Tutto bene e in ambiente incantato fino agli stavoli Pantiana (Ratto) e Pantianuta (Topolino) Qui è stato fatto un fastidioso rimboschimento a conifere, pianta aliena a queste zone e perdiamo i segni, tendendo un poco a sinistra continuiamo l’ascesa, ora la neve è molta e con il sole, che finalmente è arrivato, si comincia a sprofondare. Il dorso sommitale è di faggi anche di dimensioni ragguardevoli e non si capisce dove sia la massima quota, metro più metro meno la diamo per raggiunta, d’altronde il versante opposto precipita vertiginosamente. Intanto il cielo si è velato e la temperatura scesa  consigliano la pronta ritirata, resa più faticosa dalla neve molla.

Profittando delle moderne diavolerie di Nevio ecco il riassunto:  dislivello 750m, km  7,7 percorsi in 5 ore e 45, effettive di cammino 3.40.

Rodica (1966m), Suha Rodica (1941m) e Raskovec(1967m), una memorabile traversata

febbraio 16, 2018 Lascia un commento

Siamo recidivi, della prima volta sulla Rodica ho già detto in uno dei miei volenterosi quanto scadenti scritti, quindi da Caporetto e Tolmino risaliamo la valle della Baça per tornare al borgo semideserto di Grant dove parcheggiamo a 735m di quota. Ci viene incontro un anziano indigeno in vena di confidenze che nel ventennio aveva prestato servizio (da Carabiniere o Finanziere, ora non ricordo) in Sardegna ed è grato all’Italia che gli versa puntualmente la pensione. Proseguiamo quindi sulla mulattiera che sale alla cresta ma ben presto siamo costretti a calzare i ramponi. Saliamo alla vetta per la cresta Ovest, fino a qui niente di nuovo a parte la visuale che oggi è fantastica. Decidiamo di proseguire ancora traversando sotto eclatanti colate di ghiaccio alla Suha Rodica 1941m e poi più agevolmente al dosso nomato Raskovec. Tre cime sono più che sufficienti per un giorno. Torniamo indietro fino all’ultima sella, da questa avevamo occhieggiato un potabile canale innevato e più in basso la mulattiera, la faticosa e unica alternativa sarebbe di rifare in salita il percorso conosciuto. Che in pratica nessuno vuole fare, la discesa è dapprima accattivante visto che siamo ben attrezzati per la neve. Poi finiamo su una liscia fascia di placche calcaree che superiamo da esperti equilibristi, poi di nuovo la neve e infine l’agognato sentiero. Qui la galaverna resiste ancora, con una traversata sotto le repulsive (ma fotogeniche) pareti delle sommità raggiunte torniamo alla traccia del mattino.

Quasi una gita sociale, ben nove i componenti, era il 13 Febbraio del 2005.