Veliki Lemez (2043m) dalla val Lepena

Il vasto altopiano che si estende a N del Monte Nero (Krn in sloveno) culmina con molte cime interessanti sia dal punto di vista storico per i resti della grande guerra che ambientale, per contro i dislivelli sono cospicui e i sentieri scarsamente segnati. Per questa gita ci approssimiamo dalla val Lepena, una laterale dell’alto corso dell’Isonzo qui chiamato Soca (la cediglia sulla C non mi viene fuori), prima del paese che ha lo stesso nome del fiume un ponte a destra lo attraversa, la strada prosegue fra i casolari fino all’ex casermetta riattata a rifugio e rinominata Dom pri Klementa Juga (da 680 a 700m a seconda delle cartine) che al momento è serrata visto che siamo in anticipo sulla stagione, è il 25 Aprile. A farmi compagnia solo l’amico Vigjut, quindi non ci saranno troppe discussioni. La sassosa ma ben conservata mulattiera militare sale con svolte regolari fino al bordo dell’altopiano, circa 1400m, al di là prosegue brevemente discesa fino al rifugio di recente ristrutturazione denominato Dom pri Krnski Jezerih (Rifugio del Lago) una quindicina di metri più in basso. Naturalmente chiuso, quindi niente lasko pivo al ritorno, anche i dintorni sono deserti. Forse abbiamo anticipato i tempi dato che in giro c’è ancora parecchia neve, si vedrà e andiamo avanti arrivando poco oltre e fuori dal bosco alla malga Duplje. Una breve salita a destra ci conduce alle sponde del Krniski Jezerih, il bellissimo e grande lago del Monte Nero ancora in parte ghiacciato. Il posto è incantevole e meriterebbe se non un bagno (che è vietato) almeno una lunga sosta, ma non indugiamo che il dovere ci chiama. La riva sinistra è innevata, optiamo per l’opposta che riserva qualche sorpresa consistente in vari passaggi sui massi che la costellano. Poi entriamo nell’anfiteatro fra lo Smogar, il Krn e la nostra meta che rimane a Ovest. La scarna relazione dice di proseguire verso Sud per guadagnare poi a destra la sella con la cresta Krn-Vrata (Cez Potoce) e da lì seguire la dorsale, però anche il versante SE sembra praticabile e ci alziamo per questo, c’è da lottare  con la bassa vegetazione prevalentemente a ginestre con ghiaie e detriti ma non ci si può lamentare. In uno di questi passaggi rischio di prendere come appiglio una vipera sorpresa nella sua intimità mentre sta cambiando la veste, lo spavento è reciproco. Poi ognuno segue la sua via e noi arriviamo alla desiata vetta. Panorama splendido in una giornata esemplare, cosa dire di più? Scendendo stiamo sulla dorsale Ovest seguendo antiche tracce belliche guadagnando anche la cima del Vogel (1980m) e un’ulteriore quota senza nome, prima di arrivare alla nominata forcella Potoce divalliamo sulla sinistra per simpatiche placche di calcare bianchissimo. Fino alla vallecola che si doveva seguire in salita. Poi costeggiando la riva opposta del lago e annaspando nella neve risaliamo al rifugio e al passo. Il resto è tutto in discesa.

1 Il rifugio del Lago a N del Monte Nero

2 Il M. Nero si specchia nel lago

3 Costeggiando la riva O

4 Dalla cima verso il Tricorno

5 Le creste dei Monti di Bohini

6 Mangart, Bavski Grintavec e Jalovec

7 L'autore mentre scruta pensieroso le Giulie

8 A Nord c'è ancora tanta neve

9 In val Lepena è già primavera

10 In discesa sulla dorsale SO

11 Prima di sella Potoce ci sono ancora un paio di cime

12 Retrospettiva sul Veliki Lemez

13 Lontani Montasio e Jof Fuart

14 Una barra di calcare sotto la sella

15 Si ritorna sulla neve

16 Neve molla sulla riva Est del lago

17 Il lago

18 Al punto di partenza, il rifugio in val Lepena

1400 metri di dislivello, difficoltà vere e proprie non ce ne sono.

 

Angeli e Diavoli sulla Terza Media

Delle tre Terze la Media (2455m) è quella più alpinistica anche se nei tratti più scabrosi è facilitata da qualche vecchio cavo arrugginito, la descrizione della normale nella guida del Gaberscik occupa una pagina intera e poco meno in quella del CAI di Rovere e Di Gallo tanto è complessa e a queste rimando per gli approfondimenti. Sui miei appunti ancora più stringati è descritta in poche righe poco affidabili dove il tacere è bello, comunque da Sappada scendiamo al Piave in auto, 1169m, poi costeggiando il rio del Gufo saliamo con il sentiero segnalato al Passo della Digola, 1674m. Seguendo attentamente i bollini ci inoltriamo in un nebbioso labirinto roccioso il cui finale è una sottile e esposta crestina dove qualcuno si è perso anche con il bel tempo. In cima la Croce è stata abbattuta dal maltempo e ci prodighiamo a sistemarla prima di aiutare il Maurin a svuotare la fiasca che si è zavorrato per celebrare l’evento. Non ci dilunghiamo più di tanto prima di scendere per la stessa via, al passo comincia già a piovigginare. Le difficoltà non superano il primo grado ma la salita è comunque riservata a chi ha qualche dimestichezza con la roccia anche se le attrezzature non servono.

Oltre a M. il Mitri e Alessio, maggio 97

1 Fiorellini al Passo della Digola

2 I paesi del Comelico

3 L'ambiente della salita

4 Vegetazione nell'approccio

5 Fra le rocce guidati dai bollini

6 Aerea (ma assicurata) la cresta finale

7 Nei pressi della vetta

8 La Croce è stata abbattuta dalle intemperie

9 San Ravano (martire) assistito dal suo Angelo custode rimette il simbolo al suo posto

10 Ora si può sostare in pace

11 La ripartenza

12 La cresta in senso inverso

13 I più giovani sul filo del rasoio

14 Ometto sulla traccia

15 Le Terze incapucciate

 

Torre e Cima di San Lorenzo dal rifugio Padova

Al tempo era da poco uscita la guida del Visentini sulle Dolomiti d’Oltre Piave. Vi erano descritte le normali a tutta la moltitudine di cime, torri e torrette e torrazzi componenti gli Spalti di Toro, su qualcuna c’ero già stato in precedenza, altre in seguito. Per quelle che mancano toccherà aspettare la prossima reincarnazione ma ahimè così è la vita. Per questa torre di 2385m che si trova all’incirca nel bel mezzo della cresta degli Spalti di Toro fra la Val Cimoliana e la cadorina Talagona l’approccio più conveniente è senz’altro la seconda che gode fra l’altro di un punto d’appoggio eccezionale (e anche abbastanza elevato), si tratta del rifugio Padova al pra di Toro 1278m, raggiungibile in auto con una stretta carrozzabile. Dal medio Friuli via Passo della Mauria, Lorenzago e Domegge si scende al lago che si attraversa su un ponte, svoltando a Est poco dopo si notano le indicazioni che invitano i malcapitati piloti a destra sperando di non incrociare altri veicoli. Dopo queste noiose premesse e lasciate le vetture al parcheggio i volenterosi disdegnano  l’accogliente ricovero per incamminarsi subito sui bollini del sentiero 384 che si dirige a Sud verso la Val Cadin. Quando i segni deviano a sin. verso la Forcella (poco) Segnata e la Val Montanaia si persevera per tracce in direzione del circo finale coronato da innumerevoli quanto selvatiche cime. Fra le altre spicca la meta designata riconoscibile dal suo aspetto di fiasco, ci si infila ora in un accogliente pendio detritico sulla sinistra che arriverebbe alla Forcella Cadorin (nei Monfalconi le forcelle pare siano poste più in alto delle cime). Che non è poi l’obiettivo, prima di arrivarci scartiamo a mano dritta in uno stretto canale ancora ben innevato che si deve rimontare mettendo a mollo tutte le parti basse dalla cintola in giù. Questo a causa del tempo, afoso con parecchie nuvole non fa ben sperare. Si esce infine alla forcella S. Lorenzo, fra la Torre (2385m) e la Cima (2363m), qui il nutrito gruppetto si divide. I più arditi affrontano le pareti del rilievo maggiore che si offre come una bella paretina solcata da camini e fessure alta un centinaio di metri, un paio si dirigono alla scarpata della cima minore e una signora si defila elegantemente aspettando qui il suo amato. Come esperto mi tocca una cordata a tre, visto che non voglio rubare il mestiere a nessuno non mi dilungo nella descrizione, si segue il percorso più facile che è piuttosto intuitivo su dolomia abbastanza sicura con difficoltà di primo e secondo con un breve tratto di terzo. In discesa facciamo un paio di doppie su spuntoni, la seconda di 50 metri visto dei chiodi di calata citati nella relazione non c’è traccia. Da assatanati poi ci portiamo con facile percorso per sfasciumi e roccette di 1° anche sulla Cima di San Lorenzo 2363m. Così appagati ridiscendiamo. Purtroppo i cabbasisi (Montalbano dixit) sono fradici, ci esibiamo in uno spogliarello integrale sotto gli occhi golosi delle signore che affermano falsamente di non avere guardato. Torniamo a casa sotto il diluvio.

1 Avvicinamento in Val Cadin

2 Il Campanile Toro in controluce

3 Torre (e forcella San Lorenzo

4 Nel canale di forc. S. Lorenzo

5 Verso l'uscita

6 Un passaggio della normale

7 Dalla vetta eclatante vista sul Castello di Vedorcia, Lorenzago ecc.

8 Cima Talagona e Campanile Toro, più lontano il Cridola

9 Quelli che fecero l'impresa

10 La discesa

11 La parete della Torre

12 Sole pallido sui Monfalconi

Cima del Lago 2125m, una salita laboriosa

1 Cima del Lago

Un tentativo infruttuoso dalla Val Mogenza

Con questa attraente montagna termina a ENE la lunga cresta del Canin anche se volendo prima del passo del Predil ci sono ancora un paio di cimotti boscosi meno interessanti. Ben visibile sia dalla val Rio del Lago che dalla Val Coritenza slovena ha un aspetto elegante tanto che sulle sue pareti sono state tracciate alcune vie alpinistiche cadute poi nel dimenticatoio e anche le normali dalle due nazioni confinanti non richiamano stuoli di escursionisti. Il primo tentativo lo facciamo dalla Slovenia (qui il toponimo è Jerebica, che pare si possa tradurre come Pernice).  Verso la metà di Marzo da Bovec saliamo verso il passo lasciando sulla destra la deviazione della val Trenta e dopo aver superato il forte quella per la val Bausizza, poco oltre si diparte a sinistra la sterrata che risale la Val Mogenza o Moznica, di libero percorso automobilistico anche se piuttosto dissestata, non lo sappiamo e parcheggiamo qui. Sono tre km per arrivare all’ex casermetta già allora adibita a rifugio (Dom v Moznici, 793m) che troviamo già aperto. Purtroppo le condizioni fanno rimpiangere il letto coniugale prematuramente abbandonato vista la cappa di nuvole che ci circonda e una richiesta di informazioni che ci vengono date in sloveno non sono comprensibili e ci avviamo alla garibaldina. Seguendo le tracce finiamo, dopo altre due ore su terreno alquanto alpino, sulla cresta di confine in quota e località ignote. A sinistra rocce verticali, davanti un salto e ci arrendiamo, al rifugio ci concediamo una pausa con ristoro, il pomeriggio è dedicato alla visita del forte e della valle Bausizza.

2 Una vista dall'enigmatica val Mogenza

3 Salendo alla garibaldina

4 Elleboro

5 Un bel cespo in fiore

6 Il forte alla stretta di Coritenza

7 Casolari in valle Bausizza

 

Una salita prematura dal versante del Lago

Qualche anno dopo ai primi di Maggio ci riproviamo ma dall’italica valle Rio del Lago salendo da Tarvisio a Cave del Predil e poi verso sella Nevea fino al ponte di q. 989, a destra si dirama il sentiero per il Vallone di Riobianco. Qui si può parcheggiare sulla rotabile oppure sotto questa scendendo allo spiazzo ghiaioso sottostante. Il clima ci favorisce e partiamo alacremente traversando la fiumana di detriti fino al torrente che bisogna guadare, anche il corso d’acqua è dalla nostra parte, è praticamente in secca. Sulla riva opposta salgono nel bosco i sentieri 653-654 che condividono inizialmente lo stesso percorso fino a un bivio. Qui lasciamo a destra la traccia che sale a Cima Mogenza Piccola per seguire il nostro 654 che diventa sempre meno evidente, i segni si fanno sempre più radi fino a scomparire del tutto. Ormai siamo usciti dal bosco, restano degli isolati larici, poi macchie di mughi, arbusti e verdi anche alquanto ripidi misti a detriti. Che si rimontano seguendo ciascuno proprio libero pensiero fino a meritare la Sella del Lago (in sloveno Mirnik , qui arriva anche l’itinerario tentato nell’occasione precedente, 1718m). Ora il percorso che si dovrebbe seguire traversa in versante N su delle amabili cenge che al momento la neve rende impercorribili. Ora due fallimenti alla stessa destinazione non sono accettabili, l’opzione di riserva è proseguire a oltranza sulla cresta delle cosiddette cime Inese. Con un erboso inizio accattivante si arriva a un primo salto dove perdiamo un paio di componenti restando in tre, con qualche attenzione e modeste dosi di adrenalina (bastavano una ventina di metri di cordino) posiamo i piedi sull’ultimo intaglio. Da qui in poi la via è intuitiva anche se parzialmente innevata ma la piccozza ce l’abbiamo, si sale sottocresta in versante Ovest piuttosto esposti, l’arrivo è entusiasmante, la cima offre una delle più belle viste delle Giulie.

8 Il lago del Predil

9 Rio del lago

10 Salita alla forcella

11 La sella del Lago

12 La cresta Est del Canin

13 La cresta delle Cime Inese

14 Ed ecco la vetta

15 Con Cinzia in cima

16 Ora non resta che la discesa

17 Ultimo sguardo alla Cima del Lago

18 Dalla forcella verso lo Jof Fuart

19 I partecipanti

Monte Taront, due volte lo stesso anello invertendo il senso di marcia

L’invernale da Andreis

Il versante Sud del Raut-Resettum appare come una grande muraglia impervia e tale rimane per i pochi visitatori anche si ci sono un paio di sentieri segnalati che la valicano, di quello che risale la val Molassa, tentato e fallito, ho già detto, ci siamo arresi preferendo un bagno nelle gelide acque del torrente. Ma il primo tentativo risale a molto prima. Nel dicembre del 92 l’approccio era stato fatto dalla valle del Ledron partendo da Andreis (454m) avendo come meta la forcella dell’Asta o la Navalesc optando alla fine per il più amabile monte Rotondo, tale è la traduzione in italiano del nostro Tarònt, 1320m, che è poi un avancorpo a meridione delle cime maggiori, collegato o separato da queste dalla forcella d’Antracisa, 150 metri più in basso. Arrivando da Montereale poco prima di Barcis si sale a destra al paesello, lo si traversa in direzione Alcheda fino a rintracciare la tabella che indirizza al letto del torrente, il numero CAI è il 975-976. Per la media siamo abbastanza numerosi e non manca la rappresentanza femminile, con la nebbia mattutina in dissolvimento scendiamo nel largo greto detritico, poi bisogna guadare il corso d’acqua, con attente ricerche riusciamo anche a individuare l’inizio del sentiero. Questo si alza dapprima su un costone poi traversa lungamente a mezza costa sul versante Est sempre più alto sulla vallata, con la neve bisogna prestare una certa attenzione e finalmente in traverso a O esce fra i faggi della sella, 1173m. Un tentativo di prosecuzione verso la Navalesc sui ripidissimi pendi erbosi innevati abortisce subito, meglio proseguire al vicino Taront più amabile. I segni non portano alla cima ma la aggirano sulla destra, quindi ad intuito saliamo nel bosco fino in cima (alberata anch’essa), l’ometto si trova poco sotto a S in una bellissima radura assai panoramica. Celebriamo l’evento con una bottiglia di spumante visto che le feste e i bagordi natalizi sono alle porte. Un po’ seguendo i segni (ora n. 977) e un po’ a occhio ci caliamo alacremente seguendo il crestone verso la borgata sottostante che risulta essere Alcheda, 528m. Scendendo anche lo spessore del manto nevoso diminuisce, in basso c’è un cambio di versante che porta a valicare una selletta poi facciamo il nostro ingresso trionfale nell’abitato. Un km di asfalto verso Est è il prezzo da pagare per il ritorno al parcheggio.

Sul mio poco preciso diario ho annotato 5/6 ore soste comprese.

1 Torrente Ledron

2 Sul costone

3 Brume sulla Valcellina

4 Monti Castello e Raut

5 Salendo alla forcella Antracisa

6 Le creste del Cavallo-Col Nudo

7 Forcella Antracisa

8 Il monte Tarònt

9 Il lago di Barcis e il Cavallo dalla cima

10 In Cima

11 Brindisi per la meta felicemente raggiunta

12 Andreis

13 Un Cristo in discesa

14 Alla selletta

15 Alchèda

Da Alcheda in primavera

La salita primaverile è recente, visto che risale all’inizio di Marzo del 2015. Con il solito gruppo del mercoledì stavolta rifacciamo l’anello ma in senso antiorario, partendo da Alcheda sono ben 70 metri di dislivello risparmiati. La tabella ora avvisa che il sentiero è per esperti, dopo un tratto dirupato all’inizio il percorso è comunque agevole ma sempre bello, poi le eriche in fiore che si alternano a mughi e pini e più in alto la faggeta allietano noi viandanti. Nonostante il carico di molti lustri sulle spalle ci difendiamo bene, in due ore arriviamo in meta. Di nuovo c’è una vistosa quanto inutile tabella del parco e una panchina dove posare le terga per la merenda. Poi decidiamo di continuare, come allora il percorso in vetta non è segnato, dalla forcella il percorso è più impervio di come lo ricordavo a conferma di come eravamo bravi. Usciti dal Ledron (in secca) poco fuori di Andreis tocca risalire alla macchina faticosamente gli ultimi 70m di dislivello ma nel rigoglio primaverile, dove ci aspetta una fresca fontana, per il vino provvederemo in seguito in paese.

16 Indicazioni a Alcheda

17 Il sentiero

18 Dal dorso il lago di Barcis

19 Il versante S del Resettum

20 Sulla dorsale Sud

21 Nulla di nuovo dopo 30 anni a parte una tabella e una panchina

22 La rustica croce di vetta

23 Il gruppo del Cavallo

24 Discesa a Forcella Antracisa

25 Fior di Stecco

26 Fra le eriche del sentiero di discesa

27 Per apprezzare questi luoghi bisogna essere degli intenditori

28 Dal Ledron in secca il Castello

29 Ultima acqua

30 Per asfalto si risale a Alchéda

Cima Tulsti e Col Curnic, due cime di interesse storico a monte di Raccolana

Dopo tanti anni di vagabondaggi nelle nostre montagne non si sa più dove andare a parare alla ricerca di qualcosa di nuovo. Oggi tocca alle estreme propaggini boschive del gruppo del Canin verso occidente fra le valli del Fella, Resia e Raccolana. Scartabellando qua e là ho perfino trovato una relazione scarsamente attendibile sulla Cima Tulsti (1179m) teatro di fatti bellici nell’Ottobre del 1917, proposta che viene approvata dai soliti ignoti. Raggiunta Chiusaforte si prende la strada per Sella Nevea, appena valicato i ponti su Fella e Raccolana si trova l’imbocco a destra del sentiero 632 dove c’è anche posto per parcheggiare, 388m. La mulattiera sale dapprima il dirupato versante rivolto al Canal del Ferro che presenta qualche frana e dei tratti anche esposti dove la sicurezza è garantita dai nastri di plastica bianco-rossi tipo cantiere edile. Seguiamo questo segnavia fino a un bivio dove si alza verso sinistra (itinerario che faremo in discesa) per proseguire diritti con il n. 638. Dopo questo primo settore il percorso diventa più pastorale, si guada un ruscello dall’acqua limpidissima e con alcune svolte fra i faggi si esce alla spaziosa Sella Sagata, 848m. Il luogo è molto ameno, fra i prati ben rasati ci sono un paio di edifici e una Chiesetta affidati alle cure degli Alpini di Resia, Resiutta (da dove arriva una rotabile) e Chiusaforte. La località è abbastanza frequentata, qui incrociamo un gruppo del Cai di Pasian di Prato che fa la classica traversata da Raccolana a Resiutta. Fra le tre strade che si diramano la nostra opzione cade su quella di mezzo che si rivela giusta, poco oltre infatti l’indicazione (ora con il numero 631) invita a sinistra sul vasto versante a pini e faggi che si alza su una dorsale fino a un ulteriore bivio, sempre a manca prosegue il sentiero numerato, per la cima del Tulsti si prosegue sul costone segnato ma non troppo con begli scorci sul territorio resiano. Prima della massima quota ci sono dei ruderi di casermette, poco sopra si arriva finalmente in meta dove i resti testimoniano una postazione di artiglieria. Anche se limitato a nord dalla faggeta il panorama è vasto sugli altri tre punti cardinali e la giornata primaverile esemplare ci consente una lunga e piacevole sosta. Purtroppo tutte le cose belle finiscono presto e bisogna ripartire, sulla via già percorsa ci stiamo poco, imbocchiamo a mano dritta una simpatica scorciatoia che ci fa tornare all’amato segnavia 631 che prosegue  perdendo circa 150m di quota fino a un intaglio fra pini monumentali . Da dove bisogna risalire fino a passare pochi metri sotto quella che poteva essere la terza vetta del giorno che forse immeritatamente trascuriamo (dalla cartina risulta essere il Tana Kope, 1228m). Proseguendo faticosamente sulla vecchia mulattiera ben conservata dopo tutto questo tempo arriviamo all’eclatante forestale a tratti pure asfaltata che termina a poche decine di metri dal Col Curnic che con i suoi 1238m risulta la più alta del circondario. Non è segnata e per arrivarci tocca proseguire a occhio fra alberi e arbusti che limitano la visuale, ma la coscienza è a posto. In discesa per un po’ tocca stare sulla strada, noiosa ma con vasti panorami fino a che i segni riportano al sentiero 632. Questo è reso abbastanza scivoloso dallo strato di foglie e passa accanto a vecchi stavoli in pietra, uno ancora in condizioni discrete può offrire riparo e si riallaccia al sentiero fatto al mattino nel pezzo esposto.

I dati rilevati con un diabolico congegno da un amico sono: 17 km percorsi e 1100 m di dislivello, 5 ore e mezza di cammino più le soste.

Aprile 2016, con Fabio, Nevio, Oscar, Sandro e Saro

1 Il torrente Raccolana

2 La mulattiera all'inizio è comoda

3 Il tratto fra i dirupi

4 Chiusaforte

5 Il guado del ruscello

6 Sella Sagata, la Chiesetta

7 Sul dorso di Cima Tulsti

8 Resti nei pressi della cima

8 Segni di confine

9 Cima Tulsti

10 Il Canin

11 Opere militari sulla cima

12 Vista sulla valle di Resia

13 Il punto più basso della traversata al Col Curnic

14 Sopra la dorsale di discesa Zuc dal Boor e Cavallo

15 In traversata pochi metri sotto il Tana Cope

16 In salita al Col Curnic

17 Fra gli arbusti

18 La cima del Col Curnic

19 Le creste dei Musi

20 La valle del Fella è ancora lontana

21 Un edificio in discreto stato

Categorie:Giulie Occidentali Tag:

Mrlzi Vrh, la Cima Fredda del Matajur (1358m), il facile anello da Masseris

Tutta la mia riconoscenza va all’amico Oscar che mi ha fatto scoprire dei luoghi e ambienti inaspettati nella zona del Matajur da sempre snobbata, ma non solo per questo, arrivato a casa con un semplice click ho cancellato per sempre tutte le foto (sono le gioie e i dolori del digitale), quelle pubblicate sono le sue, gentilmente concesse. La cima si trova in territorio sloveno sul dorso Est di quella principale, meno frequentata di quest’ultima ma ugualmente panoramica. Da Cividale si segue la statale per la Slovenia fino a Sanguarzo, qui a destra si prende la rotabile che attraversando numerosi paesi termina al Rifugio Pelizzo, ci fermiamo alla frazione di Masseris a 760 m di quota, il parcheggio si trova all’inizio del paese e proprio all’imbocco della carreggiabile che si alza sulla destra, per questa ha inizio la nostra escursione. Fra cavalli al pascolo ed eclatanti fioriture di crocus ci avviamo sotto un sole che sa già di primavera, la strada poi si riduce a mulattiera scarsamente segnalata che poi si riallaccia al sentiero con il n. 736 che trascuriamo fidando nella nostra guida. Inoltrandoci fra doline, radure e rilievi ammantati dai faggi con radi fienili per lo più in abbandono (in caso di nebbia qui è facile perdersi). Andando avanti incontriamo la prima neve e poco dopo dopo varchiamo anche il filo spinato che segna il confine. Lasciamo sulla destra una malga per salire sul lato opposto alla dorsale Sud del Mrzli Vrh che è abbastanza spoglia. Anche sulla quota massima la vista è libera su tre punti cardinali, mentre i faggi  la chiudono Ovest, c’è un cippo con la tavola di orientamento. Panorama molto bello sulla valle dell’Isonzo, le Giulie Orientali, il Canin e il collio. Dopo la doverosa sosta proseguiamo verso Nord per la comoda cresta con qualche trincea fino a incontrare una forestale, stiamo su questa che prosegue a saliscendi fino a un’indicazione (1315m) dove svoltiamo sulla sinistra imboccando il sentiero 736/736a che con le stesse caratteristiche della salita ma itinerario diverso ci riporta a Masseris poche decine di metri a monte del parcheggio. 5 ore soste comprese, oltre a Oscar c’erano Sandro e Saro, il 2 Marzo 2016.

1 Masseris

2 Da sopra il paese la vista si apre alla pianura

3 Vecchi stavoli

4 La prima neve

5 Fra le macchie di faggio

6 Al di là della dorsale il monte Nero

7 Abbondano i recinti

8 Sul dorso S

9 La valle dell'Isonzo

10 Il Matajur dalla cima

11 Le giulie incapucciate

12 Si rientra dal versante opposto

13 Cavalli allo stato brado

14 Esplosione di Crocus

15 Crochi

16 Riusciamo a Masseris

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