Torre Fanis (2922m), per la via di Angelo Dibona

Un fallimento

Nel gruppo di Fanis a N del passo Falzarego (2105m) avevo già fatto qualche scalata con gli allievi dei corsi di alpinismo ma anche da autonomo ma sempre sulle cime minori ma di roccia ottima che fiancheggiano la statale sulla destra, le torri e Cima Bois sono frequentatissime come del resto l’ambita ferrata Tommaselli alla Cima Sud. Mancava ancora una via sul turrito castello delle cime principali, l’occasione viene fornita dal campeggio del GRAF (Gruppo Rocciatori Alpina Friulana) da parecchi anni disciolto. Preistoria quindi, correva l’anno 1993, per gli impegni vi partecipo in un giorno e mezzo arrivando all’accampamento in Valparola il sabato pomeriggio. L’ambiziosa scelta cade su quella più a Est che è poi la Torre Fanis 2922m, la più ardita ed elegante. Il mattino dopo risaliamo al passo (un amico e due giovani sorelle sono il resto della compagnia). Qui la temperatura è micidiale, senza troppa convinzione cominciamo la lunga traversata verso l’attacco. Prima stiamo sul sentiero 402 fino alla forcella Travenanzes e in seguito costeggiando le pareti per tracce a quella del Mortaio giungiamo alla base della Torre in tre ore. Dove rinunciamo, la via è tutta a N. Al ritorno ci divertiamo a cercare fossili nel Cadin di Fanis dove un tempo scendeva un ghiacciaio. Poi saliamo la via attrezzata che porta alla buia galleria che traversata a tentoni (nessuno si è portata la pila) esce sulla solare cengia d’attacco della ferrata. Percorrendola verso sinistra arriviamo al bivacco Della Chiesa a forcella Grande fra i Lagazuoi che era già allora in condizioni deplorevoli  a causa della poca educazione dei frequentatori. Il sentiero strabattuto e segnalato (n. 20) ci riporta al passo piuttosto scornacchiati. Non resta che tornare alla base che per gli amici è il campeggio mentre per lo scrivente si tratta del lontano Friuli.

1 La Torre in avvicinamento

2 Verso l'attacco con vista sulla Tofana di Rozes

3 Le cime del Lagazuoi

4 Cadin di Fanis, un tempo sede di un ghiacciaio

5 Acrobazie

6 Nei pressi del bivacco Dalla Chiesa

7 Le Tofane

8 Dal bivacco le Cunturines

La magnifica Traversata

Nella mia scalcinata carriera alpinistica non ho avuto molti compagni, andare in cordata per me è stata sempre una questione di amicizia. Uno di questi è stato Sandro P. fido e capace ma purtroppo coinvolto in alcune diatribe (quando non arrampicano l’attività prediletta degli alpinisti è quella di litigare) dopo di che come Celestino V ma non per viltade si è ritirato. L’idea è di salire la Torre per la via dello spigolo N aperta da Angelo Dibona che vi accompagnò nel ’22 la signora Marpels, in gran parte III con qualche passo di IV, 400m. Partendo alle 5 con poco rispetto per il codice stradale alle 8 siamo al Falzarego, allora non era stata ancora introdotta la patente a punti. Guadagniamo una mezz’ora in avvicinamento rispetto al precedente tentativo cominciando a arrampicare verso le 11 con clima abbastanza fresco, ora mancano solo. Subito si affrontano i passaggi più difficili anche per la dolomia non solidissima che comunque migliora più in alto, la continuità è interrotta da qualche cornice che permette di riposare. La via non è molto evidente ma alle tre del pomeriggio arriviamo in vetta, panorama favoloso ecc. ecc. ma ora bisogna cercare la discesa. Che ricalca le orme di E. e K. Kiene che nel 1912 salirono per primi la vetta per la parete SE traversando poi alle cime Cadin di Fanis. Con due doppie (già attrezzate, come per fortuna tutte) arriviamo alla forcella di T. Fanis da dove bisogna risalire alle Cime Cadin di Fanis (2900m!), indi scendere arrampicando un canalino e risalire a un’ulteriore forcelletta da dove più agevolmente si esce alla selletta Fanis fino a un salto. Da dove ci si cala ancora in un canalone nevoso che si deve attraversare alla sommità per risalire, ancora! sul filo. Poi obliquamente in discesa a un chiodo con anello, dopo la calata proseguire fino a dei cordini su uno spuntone, è l’ultima doppia, arriva sulle ghiaie del canale che scende dalla selletta Fanis, e sono le sette di sera. Da questa finalmente per ghiaie ritroviamo il sentiero e torniamo al punto di partenza. La discesa tutto sommato è piuttosto complicata, sbagliando qualcosa il bivacco è sicuro. Alle otto di sera siamo al parcheggio, a casa suonano dodici rintocchi. Poche volte mi sono trovato in un ambiente dolomitico così affascinante, anche se non troppo distanti dal passo in tutto il giorno non abbiamo incontrato anima viva. Settembre 1997.

9 La Marmolada dalla chiestta sul Falzarego

10 La Tofana con la criniera

11 Il gruppo di Fanis

12 Antelao, Duranno, Croda da Lago e Pelmo

13 Torre Fanis

14 L'attacco

15 Ambiente di croda

16 Lo spigolo

17 L'amico sullo spigolo

18 Passaggio di IV

19 La vetta

20 I due eroi sulla meta raggiunta

21 Pemo, Civetta ecc.

22 Quasi alla fine della discesa affaccio sulla forcella Fanis

23 Dalla cima Cadin di Fanis lo sguardo si apre alle nevose cime delle Alpi Centrali

24 Il labirintico ritorno al passo

25 Dal sentiero appare la Croda Rossa

La relazione si trova sulla guida del CAI nel primo volume delle Dolomiti Orientali (Antonio Berti), più sbrigativa quella del Pause “100 scalate classiche”.

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Creta di Lanza (2091m), in corsa contro il maltempo

“Si parte con qualsiasi tempo, tanto un’osteria dove ripararsi si trova sempre” così sentenziava un alpinista della vecchia scuola che mi pare fosse Oscar Soravito. Ora che le previsioni sono più attendibili quelle per lo scorso Mercoledì erano quasi terroristiche ma dopo avere passato un casalingo ferragosto ero, come un paio di amici, in crisi di astinenza e partiamo comunque. Dopo i soliti dibattiti sulla meta, che per forza non può essere prestigiosa o di ampio respiro intanto decidiamo di salire al Passo di Lanza da Pontebba che in caso di maltempo può offrire nell’agriturismo riparo e conforto oltre a essere, con i suoi 1552m, un punto di partenza abbastanza elevato. La Creta di Lanza è un modesto rilievo erboso sulla dorsale che dal più alto Hochwipfel si dirige verso S ma sempre in Austria, le attenuanti sono climatiche ma non solo, ci ero passato vicino ma senza salirci. Con sommo stupore al passo veniamo accolti da un bel sole, il sentiero segnalato sale a sinistra della casera verso il confine fra mughi, ginepri e ontani fino a incrociare il sent. 403 della traversata carnica, lo seguiamo a sinistra (Ovest) traversando alla base del rilievo minore chiamato Pale di S. Lorenzo che su questo versante espone un’arcigna pala rocciosa. Dove questa termina ci sono dei pendii erbosi con labili tracce che conducono a una sella fra il detto cimotto e la nostra destinazione che si raggiunge lungo la dorsale percorrendo una specie di tratturo. Non siamo soli, le vacche al pascolo ci osservano con i loro imperturbabili occhi bovini. In cima non c’è nulla a parte le ortiche, le mucche l’hanno rispettata e ci si può sedere osservando lo sconsigliato versante Ovest che precipita con rocce rossastre. Poco più di due ore il tempo che ci è servito, si potrebbe anche salire la vicina cima dell’Hochwipfel ma le nubi che si stanno ammucchiando lo sconsigliano. Ci caliamo invece fra la vegetazione al visibile sentiero che si vede a N (lato Austriaco, porta alla Rattendorf Alm) e che consente di fare un anello. Si continua verso Est fino a un bivio dove prendiamo a destra un ulteriore sentiero segnalato ma poco battuto che fra doline, tratti a torbiera e vegetazione varia poi risale alla sella di Val Dolce (nei pressi della grotta di Attila che merita una visita). Comincia intanto a piovigginare e con l’ombrello torniamo al Passo di Lanza. Affollato nonostante il maltempo da turisti, ciclisti e motociclisti che si divideranno equamente l’umidità, noi l’abbiamo fatta franca.

1 Cason di Lanza

2 Salendo alla cresta di confine

3 La sella di Val Dolce

4 Dal sentiero 403 verso la Creta di Aip

5 Postazione bellica

6 Non mancano i fiorellini

7 Sotto le pale di san Lorenzo

8 Per verdi alla forcella fra S. Lorenzo e la cima

9 Dalla selletta ci si affaccia al versante O di dubbia solidità

10 Il dorso finale

11 A Sud lo Zermula

12 In cima con le vacche, sullo sfondo l'Hochwipfel

13 Panorama a Ovest

14 Nuvoloni in arrivo

15 La placida sommità dal sentiero per la Rattendorf Alm

16 Rocce affioranti risalendo alla sella di Val Dolce

17 Alla sella di Val Dolce

18 Pioggerellina in discesa

19 Cardi

Emigranti, Migranti e ascendenti

agosto 19, 2016 3 commenti

Come moltissimi friulani discendo da una famiglia di emigranti, il nonno paterno faceva il fornaciaio in Germania tornando a casa giusto il tempo per ingravidare mia nonna che morì di parto alla nascita di mio padre che fu allevato dalla matrigna. I fratelli? Uno minatore in Belgio(mai ritornato), un altro in Cecoslovacchia, il terzo muratore in Bretagna dove sono stato in visita due volte, la prima con mio padre e la seconda in luna di miele con mia moglie. Delle sorelle la maggiore si è sposata con un emigrante (a Pontarlier nel Lionese) mentre la più bellina, che era domestica in una famiglia borghese di Trieste, si maritò con il figlio del datore di lavoro. Mio padre, classe 1903, già prima dello scoppio della guerra era apprendista fornaio a Brazzano di Cormons che faceva allora parte dell’Impero Austriaco (il forno esiste ancora oggi) e durante il conflitto in Francia con lo stesso mestiere. Tutti questi come altri numerosi corregionali non mi risulta abbiano mai creato problemi ai Paesi che li ospitavano adeguandosi con riconoscenza agli usi e all’alimentazione locali e chiedendo permesso prima di entrarci. Più di recente un amico d’infanzia mio coetaneo per sua disgrazia figlio di nessuno (come si chiamavano in quei tempi i nati fuori dal matrimonio) rimasto orfano anche di madre emigrò in Svizzera come muratore ospite di uno zio, diventato maggiorenne andò a vivere da solo, per essere in ritardo con la pigione venne accompagnato dalla polizia fino al confine in manette e senza possibilità di ritorno. Sul Lago Maggiore poi trovò prima il lavoro e mise la testa a posto mettendo su famiglia. Numerose sorelle aveva invece mia mamma figlia di un piccolo contadino per i tempi benestante. Quasi tutte mandate serve fino a Roma per preservare l’unico maschio, dalla città imperiale una ritornò incinta di una cara cugina, la più spregiudicata si stabilì nella capitale facendo la manicure alla stazione Termini trovando anche un compagno (Il Trullo a detta di mio padre).

Ora di questi migranti (senza la e) che andiamo a prendere praticamente in Africa o a raccogliere poco più in su quasi nessuno si dirige verso la Spagna o la Grecia, la Francia con le sue ex colonie ha già, come si è visto i suoi problemi. Sono tutti giovani maschi aitanti che però sono delicati, bisogna rispettare le loro usanze e costumi in fatto di alimentazione, non come i nostri nonni, che consumavano grati la sbobba somministrata al prezzo di un duro lavoro. Di lavorare non se ne parla, sono arrivati nel paese di Bengodi, ci disprezzano ma non si adattano, noi dobbiamo adeguarci. Alla consueta giornata ecologica, alla quale partecipo come alpino, l’anno scorso c’erano una decina di pachistani ospiti di un centro d’accoglienza vicino che per un giorno hanno tralasciato le loro ludiche attività, televisione e partite di calcio La pasta offerta come di consueto dall’amministrazione comunale, “per rispetto ai nostri ospiti” era senza ragù. Non ho parole. Provate ad andare in un qualsiasi paese islamico a chiedere una birra. Grazie anche ai nostri preti di frontiera che saranno i primi a lasciarci comunque le penne nel caso che…

Rombon (2208m), la traversata da Plezzo (Bovec)

Dalla lunga cresta principale che costituisce il gruppo del Canin e dopo il Cergnala e la Cima Confine di dirama a ESE la dorsale che culmina con l’solata vetta del Rombon, l’unica interamente in Slovenia. Per il suo possesso (allora era un caposaldo dell’impero) si sono combattute le più sanguinose battaglie della grande guerra con migliaia di morti fra i contendenti senza esiti risolutivi. Ancora oggi si trovano i resti di attrezzature metalliche e non, caverne, trincee e postazioni a dimostrare oltre all’inutilità del conflitto le tristi condizioni di vita nella quali dovevano sopravvivere i contendenti. Quasi un secolo dopo noi turisti ci andiamo per diletto senza renderci conto della fortuna di essere nati al momento giusto.

Basta filosofeggiare e veniamo al dunque. Da Cividale per Caporetto saliamo la valle dell’Isonzo fino alla periferia di Plezzo (Bovec) dove c’era la stazione di partenza dell’ovovia del Canin, attualmente caduta (è in progetto il ripristino non si sa in che tempi e a che costi, se quella italiana per 700m ha avuto un costo di 50 milioni di Euro, quella ventilata da Pontebba al Pramollo, 1100, una novantina e per mandare i compatrioti a sciare in Austria, non oso pensare a questa che di metri ne deve coprire 1600). Ci affidiamo a quella vecchia, agli scambi interveniva l’addetto dando qualche colpo con un palo. Comunque ci scodella illesi a 2000 m di quota e cominciamo a scarpinare sul battuto sentiero, in parte sul percorso di una pista di sci si sale alla forcella del Forato per calarsi al di là alla Prevala, confine con l’Italia. Qui ha inizio la lunghissima traversata sulla ben segnalata mulattiera militare che costeggia  la cresta orientale del gruppo. Si svolge in ambiente carsico favoloso quanto solitario fra abissi, campi solcati e tutte le altre manifestazioni di questo tipo di terreno, passiamo alla base o poco più a S dei monti Leupa, Cergnala e Cime Confine. Tutta la dorsale è costituita dal bianco Calcare a gradoni del Dachstein, non mancano nelle doline meravigliose oasi con eclatanti fioriture. Dopo il passaggio sotto la cima Confine si sale alla cresta. Da qui si domina la verde val Mogenza traversando varie quote senza importanza se non lo squisito panorama fino ad arrivare sotto al versante O della nostra destinazione dove si arriva senza problemi per una evidente traccia. Cima isolata con panorama eccezionale, il cielo non è limpidissimo ma sufficiente a procurare qualche scottatura al più giovane che si attrezza con un turbante di fortuna a mò di cammelliere. Cominciamo a scendere, costeggiando la montagna ci sono delle caverne artificiali, una è attrezzata a semplice bivacco, poi ci dirigiamo alla verde piramide del Ciucla (1767m) nei pressi, il monumento di pietrame in cima merita una visita. Inizia la lunga e ripida calata su Plezzo, 480m. E meno male che il sole latita, sono 1750m con solo alla fine un fresco tratto fra gli alberi, prima solo placche, arbusti e sassi, passando dalle rovine della casera Goricizza a circa 1300m non senza qualche indecisione. Al presente e partendo da Sella Nevea la cima si potrebbe fare da sella Prevala tornando per la stessa via, scendendo invece a Plezzo bisogna affrontare seri  problemi logistici per il recupero della macchina.

In salita ci abbiamo impiegato circa quattro ore per poco più di 200m di dislivello, le difficoltà sono escursionistiche ma bisogna mettere in conto la lontananza.

Con Alessio, Eliana, Ermanno, Gigi nel 2002.

1 Sella Prevala e lo Jof Fuart

2 Papaveri

3 Laggiù in fondo la nostra meta

4 Orgia floristica in Prevala

5 I compagni

6 Garofani di monte

7 Campo solcato

8 Campo fiorito

9Una voragine

10 La Prevala

11 Capre curiose

12 Dalla cresta Cima Mogenza e del Lago

13 Resti di casermette

14 Affaccio sulla val Mogenza

15 Stelle Alpine

16 L'acrocoro e la cima del Canin

17 Giardino roccioso

18 Gradini ancora ben conservati

19 Il versante di salita

20 Fra i fiori compaiono antichi resti arrugginiti

21 Beduini in cima

22 Consulto al libro di vetta

23 Il cocuzzolo del Ciucla

24 Una caverna adibita a spartano ricovero

25 Ultimo sguardo al Rombon

26 Prima di scendere saliamo al monumento sul Ciucla

27 Il micidiale sentiero di discesa

Hochschober 3240m, alpinismo (quasi) eroico

agosto 11, 2016 3 commenti

Per questa, come per altre cime in zona, seguiamo le indicazioni di un articolo di Bruno Contin, alpinista di Pontebba, pubblicato su un vecchio numero della rivista “Le Alpi Venete”. Spostandosi in Austria il clima può riservare delle sorprese, a volte buone o come in questo caso pessime. Valicato il Passo di Monte Croce Carnico e da Mahuten il successivo Gailberg si arriva nella valle della Drava che si risale fino a Lienz, dopo la graziosa e ordinata città si continua ancora verso Ovest seguendo il corso del fiume, l’acqua è la stessa ma qui cambia il nome in Isel. Come preannunciato, mentre in Italia splendeva il sole qui una cappa di nuvole cela le desiderate alte vette. Non ci lasciamo certo scoraggiare per queste inezie e svoltiamo verso destra salendo al borgo di Gwabl e oltre, in parte su sterrato, fino al parcheggio, circa 1900m. Da qui ci alziamo  costeggiando un impetuoso torrente (Leibnitz Bach) fino a raggiungere l’ampia insellatura della Hochschoberhutte, il grande rifugio tradizionalmente rivestito in scandole  che al momento trascuriamo, 2322m. Tutto poco incoraggiante, aveva anche iniziato a piovere, e da quel poco che si vede in alto ha nevicato e non c’è un anima in giro. Gli amici sono perplessi e come incoraggiamento pronuncio la frase che diventerà proverbiale “Anin amancul fin te forcele” e gli sventurati rispondono affermativamente. Dall’Hochschober (pur non essendo la cima più elevata)  prende il nome il gruppo piuttosto vasto che annovera numerose cime oltre i 3000, parecchie con dislivelli paurosi e per questo poco visitate. Proseguendo verso N la traccia si alza senza problemi  a una forcella (Staniska Scharte), quasi 3000m. Qui ci accoglie un vento micidiale, ma ormai non si può cedere. Ci alziamo ancora fino all’insellatura fra la cima minore ( Kleinschober) e la più alta che rimane sulla destra fra nevai, blocchi e lastroni di gneiss e qualche breve tratto attrezzato  ma senza particolari difficoltà (se in buone condizioni e non con  l’ambiente polare odierno, a seconda dell’innevamento utili o necessari piccozza e ramponi), forse primo grado, arriviamo in cima seguendo la normale ben segnalata della cresta N. Scendendo poi per la stessa strada, ora possiamo concederci una birra al rifugio.

1 Il sentiero del rifugio

2 Ponte sul torrente

3 Un Cristo sulla via

4 La cima bianca di neve

5 Salendo alla Staniska Scharte

6 Alla forcella

7 Salita alla Cima

8 A monte della sella

9 In salita

10 Merletti di neve

11 Vento sulla cresta

12 Il tratto finale

13 In vetta ambiente severo

14 Un'altro scatto sul Hochschober

15 In discesa disdegnando i cavi

16 Povero ranuncolo!

17 La sella del rifugio

18 L'Hochschober Hutte

Cinque ore per la sola salita, fine Luglio ’91, con Bepi, Fausto, Maurizio e Sandro.

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Monte Volaia (2470m), un’Odissea

L’alta cresta di confine con l’Austria fra il passo di Volaia e il Giramondo è chiamata dai nostri vicini Biegengebirge traducibile con monti dell’Arco per la sua curvatura concava verso l’Austria mentre per noi sono i monti di Volaia, costituite da un attraente ma purtroppo friabile bianco calcare. Nella grande Guerra erano la linea del fronte e le vie normali si svolgono tuttora sui sentieri di arroccamento dell’epoca. Le cime principali a partire da Est sono  Capolago, Canale e Sasso Nero. L’ultima dopo la curvatura è la cima in oggetto, il Monte Volaia con le due appendici minori della Cima di Ombladet e del Vas. L’avvicinamento consueto è da Forni Avoltri nell’alta valle del Degano, qui si svolta a destra nella val Fulin con i suoi paeselli allineati sulla destra idrografica, dopo l’ultimo abitato, Collina, la strada termina sul piazzale del rifugio  Tolazzi dove hanno inizio i frequentati sentieri dei rifugi del Coglians.

1982 Agosto, l’incompiuta con grave incidente in discesa

Fra lavoro, motocicletta e montagna ho rischiato abbastanza e non mi sono mai fatto male seriamente, qualche storta e sbucciatura in tutto, più per questioni di fortuna che di capacità, purtroppo ora i limiti sono quelli della carta d’identità. Mia moglie all’epoca in qualche occasione mi seguiva da buona camminatrice dopo aver affidato le nostre figlie a sua madre come in questo caso. Come punto di partenza optiamo per Sigilletto (1121m), il borgo che precede Collina, al termine dell’abitato si dirama sulla sinistra una strada che porta alla cava di marmo che poi ridotta a carreggiabile porta abbastanza comodamente alla casera Monte dei Buoi adibita a bivacco (1723m) con il sent. 141. Dal ricovero Una mulattiera prosegue sulla destra fino alla sella poco sotto la Cima di Ombladet e prosegue poi abbastanza faticosamente verso NE fino alla forcella sempre di Ombladet, 2061m fra la detta cima e il Volaia con segnavia 169. Dalla selletta si stacca a destra la via normale. Ci si alza per un agile sentierino anche ben segnato con resti di trincee e postazioni fino alla Tacca del Sasso Nero da dove ci si affaccia al versante austriaco con vista superba sui versanti N del gruppo, sul Coglians e sul lago di Volaia. L’inquadratura è dai finestroni rocciosi dove in passato usciva una via ferrata da sempre dismessa per frana.  Qui sorprendentemente incrociamo alcuni compaesani che hanno lasciato gli ozi di Collina dove sono in ferie. Malamente il tempo, bellissimo al mattino, peggiora rapidamente e comincia a piovere, mancano poco più di un centinaio di metri ma non è il caso di continuare. Bisogna ridiscendere. Dalla sella la via più diretta è quella per Collina e la prendiamo, il terreno bagnato diventa scivoloso e alla mia compagna fanno male i piedi, si ferma e mette le scarpe ginniche, poco prima di giungere a valle sento un sinistro crac alle mie spalle. Anna si è rotta qualcosa e non si può muovere, scendo velocemente a Collina in cerca d’aiuto che trovo in piazza all’albergo Volaia. Risalgo con il titolare e alcuni volontari, il trasporto dell’infortunata si effetua facendo seggiolino con le mani. Una corsa verso casa (deve lavarsi prima del pronto soccorso) e poi in ospedale: La prognosi è di frattura bimalleolare e serve un intervento chirurgico (dopo 35 anni i ferri sono ancora lì come i miei rimorsi).

1 Pleros, Fuina e Cimon da sopra Sigilletto

2 La cava di Marmo

3 Farfalla

4 I Monti di Volaia dalla cresta di Ombladet

5 Dalla Tacca del Sasso Nero affaccio a N

6 La moglie pensierosa

7 L'incontro con i compaesani

8 Il versante della normale

9 Forcella Ombladet

1988, gennaio, un’invernale con poca neve

Dopo sei anni di vagabondaggi sono diventato in pratica un esperto e ci riprovo con alcuni amici conosciuti alla SAF lungo lo stesso itinerario ma xcon bellissime condizioni. Superata la tacca del Sasso Nero dove inizia la traversata in versante O saliamo per roccia alla cresta Sud e per questa con panorami  eccezionali arriviamo alla Croce della Vetta. Le difficoltà? Forse stiamo ancora nei limiti del primo grado, ma allora si arrampicava e quindi la valutazione non è troppo attendibile, 4 ore e 45’. Tornati a forcella Ombladet all’incirca sui nostri passi dopo esserci spaparanzati al sole ci lasciamo scivolare sul lungo nevaio e in seguito per sentiero a Collina da dove l’asfalto ci riporta a Sigilletto. Daniele, Fausto, Maurizio e Nino.

10 Alba in technicolor

11 Casera Monte dei Buoi

12 Sul costone di Ombladet

13 Peralba e Fleons

14 Ombladet

15 Fortificazioni slulla cresta

16 Il Coglians dalle gallerie

17 Salita in cresta

18 La cima dalla cresta S

19 In cresta

20 Panorama a Sud

21 A due passi salla vetta

22 In cima

23 Splendida la vista a NE con Coglians, Capolago ecc.

24 la Ripartenza

25 Cima e Anticima dalla Tacca

26 Variante in placca

27 Il riposo dei guerrieri

28 Spunta la luna dal monte

29 Scivolata nel canale di Ombladet

30 Arriviamo a Collina al tramonto

Agosto 2016, da Collina con il gruppo del mercoledì

Questa volta l’inizio è Collina 1243m risparmiando un centinaio di metri di salita. Dal parcheggio in piazza il sentiero n. 141 inizia a destra dell’Albergo Volaia e sopra le case una mulattiera traversa a O. L’alternativa è salire fra le alte erbe, all’ingresso nel bosco la traccia diventa evidente per sparire all’uscita in terreno aperto. Proseguendo a naso verso N si guadagnano i ruderi di casera Chiampei dove il sentiero riappare, qualche segno in più e il taglio della vegetazione sarebbero graditi. Da qui non resta che salire anche ripidamente in ultimo alla forcella Ombladet, 2061m, crocicchio di sentieri e tabelle. Ora ci si alza ad ampie svolte per verdi e detriti con piacevoli fioriture con un’unica biforcazione dove arriva da destra (Est) il sent. n. 176 che percorreremo al ritorno. In ambiente più alpino si prosegue sulle tracce degli antichi sentieri militari fino ad affacciarsi al versante N, è la Tacca o Cresta del Sasso Nero (2340m), si torna sottocresta fino a entrare in una svasatura che risalita porta alla Croce di Vetta. L’ultimo tratto è quello più impegnativo e a tratti alquanto esposto sopra infidi pendii di sfasciumi (primo grado). Scendendo al bivio prendiamo a sinistra, il sentierino è più gradevole di quello di salita, si perde quota fra verdissimi prati sotto le pareti del Sasso Nero fino a una dorsale che si percorre sul filo, la si abbandona ancora a sinistra entrando infine nel vallone del rio Chianaletta, si passa dalla casera omonima che può offrire ancora riparo. Il sentiero cala lungamente sulla sinistra (or.) comunque più evidente che quello di salita. C’è una ulteriore deviazione più in basso che scende sulla destra ad attraversare il torrente (andando dritti si arriverebbe da Canobio più a monte) che esce sull’asfalto, una breve risalita riporta al centro di Collina. Ho trovato la gita se non difficile assai faticosa per le mie possibilità attuali. Ore 3.45 in salita (ci stanno tutte), con Mauro, Oscar, Sandro e Nevio.

31 Consulto della carta a Colina

32 Garofanino dai vivaci colori

33 I resti di casera Chiampéi

34 Forcella Ombladét

35 Sulla Normale

36 In vetta

37 La discesa

38 La verde val Chianaletta

39 Casera Chianaletta

40 Il guado senza problemi ma da non mancare 

Cima di Riofreddo, Innominata, Madre e Torre dei Camosci in un giorno dall’Anita Goitan

Nel 2007 a 65 anni mi apprestavo a cessare definitivamente senza clamori né riconoscimenti o contributi l’attività artigiana ereditata da mio padre e fondata nel primo dopoguerra, vi avevo passato tutte le vacanze scolastiche fino da quando avevo 13 anni prima come collaboratore e in seguito da titolare e per la prima volta nella vita avevo a disposizione parecchio tempo libero. Nel mese di Agosto degli abituali compagni si erano perse le tracce e per svagarmi decido di fare una gita nel gruppo dello Jof Fuart partendo dal rifugio Corsi nel versante Sud. L’accesso migliore è dalla Val rio del Lago fra Sella Nevea e Cave del Predil dove in tempi passati pare ci sia stata una polveriera, circa 750m. Il vecchio sentiero è stato sostituito da una strada con sgradevoli tratti cementati e si ritrova solo alla fine. Come di consueto il rifugio è piuttosto affollato, nel particolare quando ci arrivo ci sono parecchie belle ragazze dell’Est Europa che mi rendono perplesso. Sono da solo e dichiaro le mie intenzioni a quella che dovrebbe essere la gestrice, in effetti non sa di cosa sto parlando e ci rinuncio ripartendo immediatamente. La prossima tappa è la forcella di Riofreddo (2180 m), ci si arriva per il sentiero segnalato che si alza a NE del rifugio, solitudine assoluta, dove si trova l’attacco  della via ferrata Anita Goitan, già percorsa nella gloriosa Estate dell’85 come del resto ero stato sull’Innominata d’inverno e sulla Cima di Riofreddo da Nord, ma mancavano ancora nel palmarès le Madri dei Camosci, obiettivo primario della gita. Seguendo i segni della via attrezzata si costeggia verso Est la Cima di Riofreddo che si sale sulla sin. (salendo) per una svasatura ghiaiosa che fra cenge e saltini rocciosi (max 2°) portano sulla poca visitata vetta (2507m). Ritorno un po’ adrenalinico al sentiero poi proseguo verso Ovest, dopo una traversata esposta ma con cavi si arriva all’attacco dell’Innominata (2463m), alla forcella fra la stessa e la cima appena raggiunta. Ci salgo per la normale da SE, è un’arrampicata fra il secondo e il terzo, ci trovo chiodi a profusione che a poco servono se non c’è nessuno a assicurare (ho a disposizione una trentina di metri di corda per eventuali doppie). Che non uso in discesa preferendo arrampicare prudentemente. Tornato al sentiero e ai segni proseguo sul sentiero attrezzato sempre a occidente, i tratti scabrosi sono ormai alle spalle, fino all’erto canalino che scende dalle Madri dei Camosci. Salendo sulla sin. faccia a monte su terreno alpino abbastanza friabile si raggiunge l’Alta Madre (2518m) e traversando in cresta verso Est senza difficoltà la Torre (2503m). Il programma è così completato. Mi calo di nuovo e con rinnovata prudenza all’Anita, dopo un ultimo cavo mi ricongiungo alla normale dello Jof Fuart e su questa senza difficoltà prima al rifugio e poi a valle sulle orme della salita. Giro piuttosto lungo, 8h e 40m il tempo impiegato dal sottoscritto.

1 Da malga Grant'Agar sulla sin. le cime della traversata

2 Il rifugio Corsi

3 Forcella di Riofreddo

4 Campanile di Villaco, sullo sfondo il Canin

5 Sulla Cima di Riofreddo

6 La Cima Alta di Riobianco

7 Dall'ometto le Giulie Orientali

8 A N vista fino ai Tauri

9 Discesa dalla Riofreddo

10 L'Innominata

12 La Cima di Riofreddo dall'Innominata

11 Il Canin dall'Innominata

13 Madre e Torre dei Camosci

14 Lo Jof Fuart si è avvicinato

15 Un concorrente sulla C. di Riofreddo

16 Effetti personali sull'Alta Madre

17 L'ennesimo autoscatto

18 L'ultimo cavo sull'Anita

19 Giovani stambecchi sul sentiero

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