Prisojnik (2547 m) – La traversata più solare

In sloveno Prisank o comunque lo si chiami è una poderosa montagna a Est del passo Vrsic (1611 m) che mette in comunicazione la valle dell’Isonzo con quella della Sava a spartiacque fra Mediterraneo e Mar Nero. A Sud, dove si svolge questa salita, presenta una parete rocciosa abbastanza uniforme, il versante opposto è più complesso e severo (ma anche da questo lato ci sono due itinerari accessibili ai buoni escursionisti, la via Hanza e quella dell’Okno, una delle due finestre rocciose che forano le pareti. Grazie alla vicinanza e alla quota elevata del valico è uno dei più frequentati colossi di chiaro calcare delle Giulie Orientali. Veniamo alla nostra gita, i 4 pensionati più uno (il solito M. che si è preso un giorno di ferie) si ritrovano con poche idee ma ben confuse, fra queste viene scelta la Cresta della Pitturina nella Cresta Carnica Ovest. Solo in autostrada la meta viene cambiata e si prosegue fino al casello di Tarvisio, quindi il valico di Fusine e da Kraniska Gora si sale fino al citato passo. Pare che questa sia diventata una prassi abituale alla faccia della programmazione, pare che qualcuno non abbia mai salito il Prisojnik, per quanto mi riguarda c’ero stato già tre volte e per diversi itinerari, mi adeguo anche perché la più recente risale al 1988. Per il parcheggio viene richiesto un modesto obolo poi partiamo in direzione Est. Una stradicciola passa davanti al rifugio Ticariev e prosegue come ampio sentiero fra i mughi fino al dosso Sovna Glava (1750 m) mentre in passato gli si girava attorno, per scendere al di là alla sella con la cima. Si va avanti mantenendo la direzione traversando un pendio di ghiaie prima di rientrare fra i baranci fino a un bivio con tabelle in località detta Gladki Rob (significato ignoto). Dai tempi del Maresciallo Tito molto è cambiato, ora è tutto molto ben segnalato e i cartelli sono praticamente nuovi. Dritti si imbocca la normale detta anche la via delle signore, svoltando a sinistra si risale ad ampie svolte un crestone che costituisce poi la nostra via (indicata come Grebenska pot). Ben presto si esce dai mughi proseguendo per verdi con graziose fioriture, quando il terreno diventa roccioso ci si affaccia al Prednie Okno, l’enorme finestrone aperto sul versante N da dove arriva l’omonima e difficile via ferrata. Da qui in poi anche il nostro percorso si fa più impegnativo, pioli e qualche spezzone di cavo metallico aiutano a superare i tratti più ostici ma in ambiente molto bello, in particolare una parete tutta sforacchiata è molto suggestiva. Dopo di che si arriva alla superpanoramica cresta finale che si sviluppa abbastanza lungamente fino all’incrocio con la via comune che arriva da destra e per questa in cima. 3h e 45’, devo dire che il meno giovane di noi soffre di qualche acciacco e ci fa perdere un po’ di tempo. Purtroppo sono finiti i tempi delle qualifiche, il premio è la vista (ci troviamo al centro delle Giulie Orientali) e ci sfidiamo a nominarle. Un’ora passa così alla svelta, è già ora di scendere. Tornati all’ultimo bivio imbocchiamo la normale che ricordavo piuttosto facile, non è proprio tanto elementare e richiede attenzione. Una traversata su placche e ghiaia prima traversa a sinistra e in seguito scende una specie di lungo costone, anche qui qualche saltuaria attrezzatura oltre a due ulteriori biforcazioni (tenere sempre la destra). Un canalone detritico segna la fine dell’impegno e riporta al sentiero. Intanto il tempo si è guastato e comincia a piovigginare, meno male che il brontolio del tuono rimane lontano però tocca adeguare l’abbigliamento. Al passo ritorna il sole e scendiamo verso Trenta con un ulteriore disguido, un fuoristrada si è schiantato in un tornante e bisogna pazientare ancora prima di arrivare all’agognata gostilna, la prima che incontriamo è quella buona. Luglio 2015, diff. EE (anche in discesa), un migliaio di metri il dislivello e non serve alcuna attrezzatura.

1 Passo Vrsic e rif. Ticariev

2 La Mala Mojstrovka e una postazione italiana del ventennio

3 La cresta che precede l'Okno

4 Mangart e Jalovec

5 Segnavia fiorito

6 Il Prisojnik

7 Fioriture

8 L'Okno

9 Curiosando nel finestrone

9 Salita alla cresta

10 Erosioni nel calcare

11 Passaggio in cengia

13 In ombra il Pilastro del Diavolo

14 L'ultimo tratto di cresta

15 In cima

16 Nuvole sulla Skrlatica

17 Kraniska Gora e le Caravanche

18 In discesa

20 Stelle Alpine

19 Non tutto è facile sulla normale

21 Il sentiero che riporta al punto di partenza

Pelmo, il periplo più la Cima di Val d’Arcia (2626 m)

luglio 25, 2015 3 commenti

L’immagine del Pelmo è una delle cartoline più note delle Dolomiti Orientali, un isolato ma grandioso massiccio fra le valli di Zoldo, del Boite e Fiorentina. La nostra gita mira a una delle cime minori della diramazione Nord (l’unica) che dalla Forca Rossa comprende le crode omonime e le Cime di Val d’Arcia, il punto di partenza è forcella Staulanza, 1766 m. La strada più diretta da Udine è quella della Valcellina, ingentilita negli ultimi tempi da numerosi autovelox, non si sa se per motivi di sicurezza o per rimpinguare le casse dei comuni, basta un attimo di disattenzione per essere irrimediabilmente sanzionati. Giunti a Longarone si sale tutta la Val Zoldana (due forche caudine anche a Forno) fino all’affollato punto d’avvio del giro attorno al Pelmo che facciamo in senso orario. Nel gruppo mi pare d’avere fatto in anni remoti solo due gite, la prima in corriera quando in 13 siamo arrivati sulla cima principale, l’altra in un’ambiziosa invernale con Mauro e Sandro, sempre per la vetta più elevata ma la cengia di Ball ha detto no e siamo stati costretti a ripiegare sul Penna. Per la giornata odierna   l’unico adepto che ho trovato è ancora il Maurino. Il tempo è splendido, qui si respira al contrario che nell’ afosa bassa da dove proveniamo. Dal passo ci avviamo sul sentiero che costituisce l’accesso principale al rifugio Venezia e dove non si soffre certo la solitudine, alla prima biforcazione svoltiamo a sinistra con il segnavia 480. Anche questo è molto frequentato, dopo un tratto nel rado bosco a larici e mughi ai primi contrafforti del Pelmetto scendiamo definitivamente sui ghiaioni  dei versanti settentrionali, poi in salita fino alla forcella Val d’Arcia (2476m) che è già ben visibile in lontananza. Belle le viste fino alle Dolomiti Occidentali anche se velate dalle foschie estive. Verso la fine ci si alza nel vallone che si restringe fra le pareti N delle Crode di Forca Rossa e i contrafforti delle Cime di Val D’Arcia, l’ultimo tratto su ghiaie instabili è faticoso e ci spostiamo a sinistra costeggiando le rocce fino ad uscire a un intaglio secondario poco distante e più in alto della sella. 150 metri sopra di noi a sinistra (N) si offre alla vista il piatto principale del menu del giorno che parrebbe alquanto appetibile. Lasciamo i qui i bastoncini, sulla guida di Angelini-Sommavilla la via è ottimisticamente descritta come facile, ma non la troviamo poi tanto tranquilla. Ci si alza per placche e rocce talvolta di dubbia affidabilità o ricoperte di ghiaino ma sempre esposte, prima a destra del filo e sul finale in cresta. Per l’orientamento si trova qualche ometto, un primo grado ci starebbe tutto, in una nicchia c’è anche un chiodo con due cordini per la calata… se volevamo la pace qui l’abbiamo trovata anche se quasi quasi pensando alla discesa mi piacerebbe essere già fra il popolo sottostante. Mezz’ora di sosta e poi giù con maggiore prudenza al passo. Qui decidiamo di proseguire verso il rifugio Venezia per concludere l’anello. Il percorso che porta al rifugio passa alla base delle colorate Crode di Forca Rossa in un magnifico ambiente. Si scendono velocemente dei ghiaioni, poi si traversa su una cengia assicurata con un cavo nel pezzo più esposto e in ultimo ci si ricollega con la traccia che sale alla cengia di Ball per la normale del Pelmo. Continuando in discesa arriviamo al rifugio che quota 1946 m, nonostante sia sovraffollato sono organizzati  e l’attesa di una birra per me e una grappa al mio compare è breve, poi ripartiamo. La traversata al passo (ora  con il segnavia n. 472) che già la prima volta avevo trovato lunga oggi mi pare eterna ed è solo in parte mitigata dalla visione delle pareti Sud di Pelmo e Pelmetto. Anche se nominalmente il dislivello sia minimo comporta anche qualche contropendenza tanto che, come direbbe Montalbano, ne ho pieni i cabbasisi quando avvisto il mezzo di trasporto. I tempi: 3 ore dal posteggio alla cima, e 3 1/2 per il ritorno, cui si aggiungono la mezz’ora in vetta e altrettanto per la pausa al Venezia, in totale 7 e mezza. 19 Luglio 2015.

1 Forcella Staulanza

2 L'inizio del sentiero

3 Sui ghiaioni

4 Fiori tra i sassi

5 Forcella Val d'Arcia

6 Verso la Croda da Lago

7 Forcella Val d'Arcia

8 La forcelletta d'attacco

9 La Cima Val d'Arcia

10 Attacco

11 In salita

12 L'ultimo tratto

13 Dalla vetta Sorapis, Marmarole e Antelao

14 Pelmo e Crode di Forca Rossa

15 In discesa con le dovute cautele

16 Escursionisti in forcella

17 Dalla sella la prosecuzione

18 Il versante di discesa e la cima

19 La selletta prima del rifugio

20 Le Crode di Forca Rossa

21 Al rifugio Venezia

22 Il sentiero di rientro

23 Pelmo e Pelmetto da Sud

24 L'unica acqua dell'anello

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Costòn di Stella 2607m per la dorsale SSO

E’ solo un anticima del Coglians che si trova fra la conca del lago di Volaia e il Vallone del Ploto, me ne ero invaghito scendendo  dall’invernale a questa vetta e l’avevo posta nel cassetto dei futuri progetti. Nelle guide è citata solo come avvicinamento alternativo alla massima quota delle Alpi Carniche per la cresta SSO e difficoltà limitate al primo grado, il suo momento viene alla fine di luglio del 2007 quando la propongo agli inseparabili Eliana e Gigi. Da Forni Avoltri saliamo a Collina continuando fino al sempre affollato parcheggio vicino al Rifugio Tolazzi, 1370 m, punto di partenza per i rifugi del Volaia e, come nel caso nostro, per il rifugio Marinelli che sale verso destra e dove arriva anche una strada sterrata con divieto. Preferiamo l’alternativo sentiero 143 comunque piuttosto faticoso che passa dalla Casera Moraret e poi si alza verso l’omonima forcella (2111 m) dov’è situato il nuovo rifugio Marinelli, che probabilmente è il più visitato della regione 2111 m, circa 2 ore e mezza. Qui prendiamo a sinistra il sentiero Spinotti, l’itinerario che attraversa a mezza costa il Coglians in direzione ONO senza grandi dislivelli fino al passo Volaia in un bellissimo ambiente. Segnalato con il n. 145 sale in breve a una forcella sotto il Pic Cjadin, attraversa il vallone detritico del Ploto che porta alla normale della cima più elevata delle montagne friulane e poi fra bianchi calcari carsificati, verdi e multicolori fioriture arriva alla base dell’ambito costone. Lo rimontiamo per prati liberamente sul vasto versante con begli affacci sulla conca di Volaia in assoluta mancanza di tracce o segni. Solo in un punto dove diventa roccioso bisogna affrontare una scanalatura (primo grado) che è la massima difficoltà della salita, da qui in poi il terreno diventa sempre più alpestre pur rimanendo sempre facile e occorre solo una certa autonomia di movimento. Stelle Alpine a profusione cui si aggiunge una pernice stranamente confidenziale che saltella poco avanti, il mistero viene presto svelato, sta proteggendo la sua nidiata ma con noi è al sicuro. Un ultimo tratto di cresta, come di consueto su facili roccette, esce sulla trascurata vetta. Di fronte abbiamo il tratto finale della via comune al Coglians con le innumerevoli formichine che la popolano, siamo veramente zero in questi luoghi fuori misura. Più a Ovest d’infilata i Monti di Volaia, più in basso il Crostis ecc. ecc. Durante l’obbligata sosta ci studiamo un po’ la via per scendere alla sella verso N che non è per niente evidente in un versante piuttosto uniforme. Ci caliamo lungo una paretina appoggiata non troppo sicura fino a riallacciarci al battutissimo sentiero. Senza ripassare dal Marinelli ci caliamo nel vallone rimanendo sui resti di una mulattiera militare comunque segnalata per uscirne a sinistra inoltrandoci nella rigogliosa vegetazione di ontani e felci. Oltre la foresta ci troviamo sui pascoli di casera Moraret, visto che ha servizio di ristoro ne approfittiamo con esiti non memorabili e infine torniamo al parcheggio. Circa 4 ore per la sola salita, circa 1300 m il dislivello.

1 Costone Stella (e Coglians) dall'inizio del sent. Spinotti

2 Il Costone

3 Fiori sul sentiero Spinotti

4 Campi solcati

5 Passo Volaia e Capolago

6 All'inizio della cresta

7 Garofanini

8 Il passo più impegnativo

9 Anche i duri di cuore rimangono incantati

10 Il Crostis e le Carniche orientali

11 In alto la cresta si apre a dorsale

12 L'ambiente rimane sempre stupendo

13 Non potevano mancare le stelle alpine

14 Mamma Pernice protegge i suoi pulcini

15 In Cima

16 Discesa alla sella con il Coglians

17 Muri a secco nel vallone del Ploto

18 Foresta, foresta traversando a casera Moraret

19 Casera Moraret

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Cima della Madonna (2733 m), spigolo del Velo

luglio 20, 2015 2 commenti

La via aperta dai teutonici Gunther Langes e Erwin Merlet nel 1920 sullo spigolo NO della Cima della Madonna (conosciuta poi come Spigolo del Velo) è stata a lungo reputata come la bella fra le belle delle intere Dolomiti. Sono 400 m di arrampicata sul magnifico calcare corallino delle Pale con difficoltà di IV con passaggi di V (anche superiore sulla relazione di qualche guida) per 14 tiri di corda. Negli anni dell’arrampicata (parliamo del passato remoto, era l’ottantanove) era una delle mie aspirazioni più ambiziose, condivisa anche dall’abituale compagno e fratello sulla via dei monti Nevio. Anche se sconsigliati da altri alpinisti (la roccia è unta e l’affollamento è tale che bisogna fare la coda, queste le obiezioni) in un sabato pomeriggio di Luglio partiamo e si aggiunge anche un’altra cordata. Negli anni passati si doveva pernottare alla bella stella, poi in un bivacco. Attualmente con la costruzione del Rifugio del Velo (2367 m) è tutto diventato più agevole anche se i puristi hanno avuto qualcosa da ridire. L’itinerario in auto prevede Belluno, Feltre e la Val Cismon, fra fiera di Primiero e S. Martino di Castrozza, a un tornante circa 1400m) si dirama a destra la strada forestale che arriva a una malga (Sopra Ronz) e quindi come sentiero sale al rifugio in circa 2 ore e mezza. La Dea bendata ci assiste, incrociamo il gestore che messo al corrente del nostro progetto si offre di trasportare i nostri zaini con la teleferica, accettiamo senza esitazioni. Più leggeri saliamo velocemente al nostro ostello sovrastati nell’ultimo tratto dalla vetta che risplende al sole del pomeriggio che trascorriamo bighellonando fino al tramonto. Non siamo poi in molti a pernottare, qualche escursionista più una decina di pretendenti allo spigolo. Tre sono rudi atesini di lingua tedesca che stanno per i fatti loro. Invece facciamo lega con altrettanti veneti più socievoli tanto che l’indomani faremo la salita più o meno assieme. L’avvicinamento è molto breve, un sentiero più il primo tratto della ferrata del Velo. La nota dolente è l’esposizione in ombra che per la quota unita a un freddo venticello ci farà soffrire su tutta la scalata. Quasi subito ci sono i passaggi più difficili, il superamento dei due pilastri (il primo facoltativo, ma non vogliamo farci mancare nulla e saliamo anche questo, pare sia la variante Steger). All’intaglio fra i due ci superano i tre teutonici, non li vedremo più, sono più svelti di noi. E’ un punto d’onore per me fare la salita a comando alternato, anche se in un passaggio acchiappo il cordino di un chiodo. Poi si scende verso la parete, per arrivarci bisogna superare una spaccatura piuttosto larga, anche troppo per uno di gamba corta come me, al primo tentativo ci arrivo con un piede ma manco l’appiglio per la mano e con un’elegante spinta torno al punto di partenza. Tocca fidarsi e mollare il terrazzino e la mano finalmente raggiunge l’obiettivo. Per il resto andiamo abbastanza bene, mentre i nostri amici si attardano ci fa compagnia il più forte dei veneti (loquace e canterino), tal Bepi Lago che fa la salita in solitaria cantando “O sole mio”, per la meta circa cinque ore. Dopo altre due ci siamo tutti, non ci resta che scendere, cosa non proprio facile. Spostandosi verso il Sass Maor (Est) si arriva allo sbocco dello strettissimo camino Winkler dove si trovano gli ancoraggi per la prima delle corde doppie. Fino ad arrivare all’insellatura con questa cima gemella. Ora c’è da scendere il canale fra le due cime, in parte a doppie, qualche tratto d’arrampicata e anche un pezzo con neve prima di toccare le ghiaie sopra al rifugio. Da dove ripartiamo verso valle, sono le 9 di sera quando avvio la vecchia Ritmo che verso mezzanotte, mentre siamo da tempo in coda prima del ponte sul Piave, si surriscalda e dobbiamo fermarci. Arriviamo a casa alle ore piccole, tipo veglione di capodanno. Solo che al mattino seguente tocca andare a guadagnarsi il pane.

1 Salendo al rifugio

2 La Cima della Madonna, a sin. lo spigolo

3 Il rifugio del Velo

4 Al tramonto la nebbia scende sulle vallate

5 Gli amici pensierosi

6 Si fa sera sulle Pale

7 Ora di cena

8 Sulla via, qui la cordata altoatesina

9 Gli amici sul primo risalto

10 Il compagno in sosta

11 San Martino e la Val Cismon

12 Affratellati dall'avventura

13 L'altopiano dalla vetta

14 Il canale di discesa

15 Nel canalone

16 Cimone, Vezzana e Pala di S. M.

17 Alfine uscimmo a rivedere ...il rifugio

18 Ultimo saluto alla meta raggiunta

La migliore guida esistente era quella di Andreas Kubin “50 arrampicate scelte nelle Dolomiti” ed. Geo-Grafica, ora si troverà molto di più.

Peralba (2694 m), cresta Ovest-via comune e viceversa

Il o (la) Peralba che nel dialetto locale significa pietra bianca dal colore del calcare del quale è composto è anche, grazie alla strada che da Cima Sappada fino alle sorgenti del Piave a 1815 m, una delle più visitate dagli escursionisti. Leggo sulla guida che è la terza per altezza delle Carniche, le vie più battute sono la via normale da NE che ha qualche cavo nel canale e la ferrata Sartor (la prima che ho percorso, mi pare nel 1981) favorite anche dalla vicinanza del rifugio dedicato a Pier Fortunato Calvi (2167m), patriota cadorino dei moti del 1848, dove si giunge in  un’ora dal parcheggio percorrendo una strada a fondo naturale. Per chi non ama la ferraglia esiste anche una terza opzione anch’essa ben segnata e dove non si patisce l’affollamento, è quella della cresta Ovest, le difficoltà massime sono limitate a qualche passaggio di primo grado, come del resto le altre, ma in ambiente più genuino. Per tutte il dislivello è di poco meno di 900m.

Per la prima volta tocca tornare al Giugno del 1994, scaricata la moglie alla festa dei Santi Pieri e Vit a Givigliana (ulteriore nota di demerito) e in compagnia del coriaceo BB, mio compaesano e coetaneo amico fin dall’infanzia, ci trasferiamo a Cima e poi alle sorgenti del Piave. Anche se il clima potrebbe essere migliore saliamo al rifugio continuando poi fino al sovrastante Passo Sesis, 2312 m, da qui traversiamo a sinistra fino al canale della via comune che come già detto ha qualche cavo verso l’uscita. Da qui per la cresta Est alla vetta. C’era appena stato Papa Giovanni e l’avvenimento era stato celebrato con parecchie targhe e altro (alcune ancora presenti), come già detto la giornata era piuttosto uggiosa però senza minaccia di precipitazioni ma con visibilità limitata. Qui abbiamo la disgrazia di occhieggiare la freccia  indicante la cresta Ovest, è un invito a nozze per il mio sodale, noto per la sua spregiudicatezza ma anche per la sua capacità di tirarsi fuori dai guai. La via è sulla guida sconsigliata in discesa e al tempo non era granchè segnalata e rischiamo di perderci più volte, meno male che la nebbia mitiga alcuni dei tratti più esposti. Solo all’ingresso nel bosco smarriamo definitivamente la traccia e siamo costretti a fare un po’ di lotta con la vegetazione, comunque rientriamo a Gjviano che la festa non è ancora conclusa.

1 Anche dalla roccia può nascere un fiore

2 Il Peralba salendo al Passo Sesis

3 Sulla normale

4 Nel canalino N

5 Gli ancoraggi ci sono ma manca il cavo

6 Sulla cresta sommitale

7 In Cima

8 Il canale sulla cresta O

9 La Val Visdende dalla cresta

10 Placca con vista sui Campanili del Rinaldo

Venerdì 10 Luglio 2015. Rimandata ad oggi la consueta uscita del mercoledì a causa del maltempo e a parte M, l’unico ancora in età lavorativa, ci siamo tutti e si ripropone il solito dilemma della meta da perseguire, limitati come purtroppo siamo da dislivelli, difficoltà ecc. ecc., per di più devo anche rientrare presto per un impegno istituzionale (senza gettone di presenza). Dopo due decenni una ripetizione ci può anche stare specie se si fa nel giusto senso e così ritorniamo al parcheggio del Calvi. Sicuri del fatto nostro imbocchiamo la prima carrareccia che capita a tiro, termina quasi subito e ci dobbiamo sorbire ancora una traversata nel bosco prima di incrociare la traccia segnalata del nostro itinerario. Questa si alza verso sinistra in direzione di uno sperone roccioso che si sale per placche fra la vegetazione che la rugiada rende abbastanza scivolose oltre a essere anche un po’ esposte. A mio parere questo è il tratto più impegnativo della salita ma San Mugo ci viene in aiuto, oltrepassato il limite della vegetazione si continua per terreno roccioso che alterna i detriti a brevi passaggi di arrampicata mentre il paesaggio con l’aumentare della quota si apre su numerosi gruppi montani. Quando il crestone si assottiglia si passa vicino all’uscita di un orrido canalone che offre una vista suggestiva. Il pendio terminale molto vasto conserva ancora qualche memoria bellica, il segnavia lo rimonta piuttosto a sinistra anche se è percorribile ovunque ed esce in vetta. Come dalla guida ci abbiamo impiegato tre ore però ci manca un componente, è in ritardo per impegni inderogabili e lo vediamo sbucare all’estremità Est della cresta sommitale a conferma di quanto asserito. Panorama a 360° sui monti Friulani, Austriaci e fino alle Giulie Slovene (forse dimentico qualcosa). In cima c’è un continuo viavai con parecchi escursionisti stranieri. Dopo un’oretta di sosta ripartiamo verso Est, la cresta che ricordavo vastissima non lo è poi tanto e le rocce lisciate chiedono attenzione, dopo la doverosa visita a trincee e caverne arriviamo all’inizio del canalino con il cavo, anche qui la memoria mente, è più lungo del previsto, poi se ne esce verso destra, ancora qualche saltino roccioso e si riagguanta il sentiero che porta al Passo Sesis. Da qui il battuto sentiero che offre anche l’opzione ghiaiosa arriva al rifugio dove sostiamo per una birra. La strada, per la verità piuttosto noiosa, scende poi fino al parcheggio.

11 Il Peralba dal posteggio

12 Le Sorgenti del Piave

13 Placche e mughi all'inizio

14 A volte si trova il sentiero

15 Verso le Dolomiti

16 L'orrido canalone

17 Un passo d'arrampicata

18 Sulla cresta

19 Il Glockner dal pendio terminale

20 Dalla Cima verso Est

21 La Croce più umile

22 Caverna in cima

24 L'imbocco del canalino attrezzato

25 Pic Cjadenis dal Passo Sesis

26 Il Rifugio Calvi

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Seekofel (Cima oTesta del Lago, 2741 m) per la parete N

Non voglio annoiare i lettori descrivendo ancora il laborioso percorso di avvicinamento via Monte Croce C.-Gailsberg Sattel e Valle della Drava verso Lienz che prima del capoluogo dell’Ostirol (a Lavant) una rotabile asfaltata con l’ultimo tratto ora a pedaggio conduce al parcheggio nei pressi della Dolomiten Hutte, 1600m. Da qui comodi sentieri salgono alla Karlsbader Hutte, 2261m, uno storico rifugio attorniato da numerose crode e da due laghetti, calcolare un paio d’ore. Una delle più elevate è proprio la nostra meta, che si trova a Sud e come dice il toponimo incombe sullo specchio d’acqua. Forti della guida (in tedesco) e ancor di più dalla foto in essa inclusa decidiamo per una via sul lato destro della parete N quotata sul libro di terzo sup. con 320 m di dislivello. Dal rifugio ci dirigiamo verso questa costeggiando il lago dove contempliamo alcuni turisti dell’Est che si lasciano scivolare dalle lingue di neve che resistono ancora fino alle gelide acque con sommo divertimento. Non fa per noi, in breve ci troviamo all’attacco non senza qualche esitazione per la vastità della parete. Siamo dispari e mi viene affidata la cordata di tre, l’amico la farà a comando alternato con il compagno. Dopo una paretina iniziale ci infiliamo in una serie di camini e canali poco profondi, se l’ambiente è molto bello assicurare è abbastanza problematico e il grigio calcare  non brilla certo per solidità e tocca anche fare attenzione a non scaricare sassi su chi segue. Anche il tempo, inizialmente bello, si va guastando tanto che a un certo punto comincia prima a piovere e poi a grandinare. Fortunatamente dura poco e possiamo ripartire, all’arrivo sulla remunerativa cima risplende di nuovo il sole e stesi i capi bagnati sulle rocce ci possiamo godere lo splendido panorama. La discesa per la cresta ovest (via normale) pur segnata abbastanza vistosamente non è banale (stimo sul II) ma assai fotogenica e con roccia piuttosto buona conduce alla dentellata Odkarscharte, la forcella con la Teplitzer Spitze che quota 2596 m. Da questa una traccia fra le placche e il ghiaione che segue riportano al rifugio per la più che guadagnata birra. Male ce ne incoglie, attardandoci facciamo la discesa al parcheggio sotto la pioggia battente. Non posso offrire altri particolari, la guida della Rhoter giace purtroppo ancora, dopo il trasloco della SAF, nelle scatole di cartone e non è attualmente consultabile. Anche se, ignorando la lingua dei nostri vicini, potrei aggiungere al massimo tempi e primi salitori, spero solo che le foto rendano giustizia perlomeno al bellissimo luogo.

19 Giugno 1998

1 Salendo al rifugio, la cima è la Teplitzer

2 Non mancano i fiorellini

3 Cespo fiorito

4 Al centro la meta della gita

5 Il rifugio Karlsbader

6 Nell'avvicinamento si costeggia il lago

7 Pensieri sulle rive

8 L'inizio della via

9 Nuvole minacciose

10 Dopo la grandinata

11 Poi ritorna il sole

12 Stendiamo il bucato in cima

13 Il relatore in cima

14 Verso N la Laserzwandi, il Kreuzeck e i Tauri

15 La discesa è alquanto impegnativa

16 Pittoresco ambiente sulla cresta O

17 Un passaggio

18 La Odkarscharte (forcella)

19 La sella di cui sopra dal basso

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Cima dei Pecoli (2352 m) e Porton di Monfalcon (2342 m) in un’operosa giornata

3 Luglio 2005, il programma prevede una gita in Val Settimana, il tragitto automobilistico è il solito, da Montereale si percorre la valle del Cellina svoltando a destra verso Claut e prendendo a sinistra prima del paese, dopo un breve tratto un cartello informa che la strada è chiusa a causa di una frana e tocca giocare la carta di riserva, viene estratta la Cima dei Pecoli nella parallela e più occidentale Val Cimoliana. Decisione rapida dal momento che i pretendenti sono solo due, lo scrivente e il sempiterno Maurin, si torna sulla statale per continuare fino a Cimolais e da qui per la detta rotabile risalire fino al parcheggio di Pian Meluzzo 1150 m. Passate tristi esperienze ci fanno mettere nello zaino (anche se la salita in questione ci era stata descritta come facile) uno spezzone di corda da 9 mm più l’imbrago e un minimo di materiale d’assicurazione, scordando in auto per la fretta la Guida del Berti. Si continua ora sul fondo della Val Meluzzo, prima su una ghiaiosa carrareccia poi sentiero fra i sassi lasciando a sinistra la Val Monfalcon di Cimoliana e costeggiando in seguito il torrente ancora a manca si arriva alla radura della Caserutta dei Pecoli (fin qui sent. N. 361) allo sbocco della Val Monfalcon di Forni sulla cui sin. orografica si affacciano le due vette. Qui ha inizio anche il sent. 259 per il Bivacco Marchi-Granzotto che sale verso NO, ben prima di arrivare al ricovero sulla destra (salendo) si arriva alla base della cima designata. Il clima assiste i due pretendenti, la giornata è veramente eccezionale con tempo stabile e rischio di temporali pomeridiani nullo, ora ci alziamo per macereti mettendo in allarme alcuni camosci e uscendo su una cengia alla base delle pareti. Una labile traccia continua facilmente verso la visibile forcella dei Pecoli, c’è anche un solitario ometto che entusiasma il più giovane compagno mentre il vecchio, più prudente, è abbastanza perplesso. Raggiunta l’insellatura (ormai siamo nel versante di Forni ovvero a NE) ci alziamo fino ad una cengia spostandoci in cerca di una via di salita, che arriva sotto le sembianze di una rampa-canale abbastanza larga. Non è l’elementare via promessa dagli amici e bisogna travestirsi da scalatori, anche se purtroppo il casco è rimasto a casa. Valutando in circa II grado la difficoltà e su rocce di dubbia solidità che si alternano a sfasciumi usciamo sul facile a pochi metri dalla vetta che essendo la più elevata del ramo ha una vista straordinaria. Cerchiamo inutilmente l’imbocco della via normale e non trovandola siamo costretti ad arrampicare in discesa sulla via percorsa (di corde doppie dato il tipo di terreno neanche parlare). Tornati alla base traversiamo alti in direzione della Cima Porton dove il Maurin, che oggi ha un occhio straordinario per gli ometti ne vede un’altra serie che si alzano per macereti e rocce scalinate. A mio parere seguendoli torniamo sulla cima appena visitata, il compare insiste per il contrario e così per la seconda volta nello stesso giorno rivediamo la spaziosa vetta dei Pecoli (Primo grado). Non finisce qui, tornati alla base andiamo ancora avanti su terreno alpino verso Nord cercando di non perdere quota fino ad affacciarci al finestrone roccioso (il Porton che dà il nome alla cima). Vetta che si sale invertendo la marcia prima percorrendo una cengetta per alzarsi quindi su un abbastanza insidioso versante piuttosto ampio dove i passaggi più impegnativi rasentano il II e si alternano a tratti più facili (e friabili) però senza itinerario obbligato. Ora sì che siamo soddisfatti!! Non resta che scendere, la via è abbastanza complicata da trovare e gli ometti scarsi o assenti. Quindi consci del dovere compiuto ripieghiamo con il sentiero del mattino senza più sorprese a parte l’incontro con una vipera di cospicue dimensioni che sta prendendo l’ultimo sole sulla nostra traccia. Lo spavento è reciproco poi ciascuno riprende la propria strada. Nove ore e mezza in tutto. Dopo le salite sono andato per sfizio a rileggermi le relazioni a disposizione, su una delle due sono anche troppo laconiche, nell’altra si esagera con i particolari. Preferisco senz’altra la prima, in quanto si tratta di itinerari non segnati che richiedono una certa  autonomia di movimento. Degli animali ho già detto, altri incontri non ne abbiamo fatti.

1 Val Meluzzo

2 La Cima dei Preti

3 La Val Monfalcon di Forni

4 Pozze del ruscello in Val M. di Forni

5 A Sud il Pramaggiore

6 Il Ramo del Leone nel versante opposto della valle

7 Ometto sullo zoccolo

8 Forcella dei Pecoli

9 Sulla Cima dei Pecoli

10 In vetta

11 Dalla Cima verso N, Monfalconi, Cridola, l'antistante Cima Porton ecc.

12 Fra i Monfalconi l'Antelao

13 Il Porton

14 La Cima dei Pecoli dalla Cima Porton

15 L'amico sul Porton di M.

16 Monfalcon di Forni e Cridola

18 La Cima Porton di M.

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