Rodica (1966m), la prima gita nella valle della Baca

I monti di Bohinj si elevano come una grande muraglia orientata da E a O a spartiacque fra la valle del lago stesso e quella della Baca (Baccia nel ventennio), sulla cresta transita la trasversale Slovena che in gran parte ricalca le mulattiere militari di percorso tutto sommato elementare. Il versante rivolto al lago è più domestico e il bosco arriva quasi alla dorsale mentre quello a Sud è alquanto più ripido. D’inverno tutto cambia, la cresta si corazza spesso di neve e ghiaccio e bisogna attrezzarsi adeguatamente, la  Rodica è una delle cime più alte e si trova circa alla metà della dorsale. Per la prima visita riandiamo al Gennaio dell’85. Da Caporetto scendiamo la valle dell’Isonzo fino a Tolmino e a Santa Lucia (Most na Soci) dove si svolta a sinistra (è la strada per Idria) poi ancora, al primo bivio sempre dallo stesso lato entrando nella valle della Baca che si segue fino a Koritnica, uno dei numerosi quanto poco popolati paesi del versante solatio. Qui una stretta rotabile asfaltata sale in direzione Nord, la percorriamo tutta fino all’ultimo borgo a nome Grant (circa 730 metri  la quota. La documentazione in possesso è una cartina Freytag e Berndt al 100.000 più qualche notizia trovata sulla ristampa anastatica di una guida degli anni 30. Dalle case continua una strada forestale che in mancanza di altre opzioni è giocoforza seguire, sale nella foresta di alti faggi fino a un bivio, qui seguiamo la diramazione di sinistra fino a una baita in legno che come d’uso in questi luoghi è ben serrata a chiave. Il tempo, sul bello ma variabile ci offre anche qualche fiocco di nevischio, che va ad ingrossare il manto che da un bel po’ stiamo pestando. Neve che è comunque buona, anche troppo come verificheremo in seguito. Alquanto spaesati dalla casetta saliamo verso la cresta seguendo il nostro infallibile istinto destreggiando più sopra fra i faggi contorti fino a guadagnare un rilievo quotato con ometto di sassi che forse si noma Peci (1727m). Da dove si rivela la Rodica, abbiamo fallato, si trova a oriente, proseguendo sulla dorsale ci caliamo alla forcella, poi c’è da risalire il versante Ovest  che sembra alquanto comodo. Infatti è così, solo che i facili pendii che abbiamo fino ad ora calpestato diventano duri come il marmo e bisogna calzare i ramponi, che il Maurin non si è portato conservandoli per andare sul Cuarnan l’estate prossima. Gli cedo la mia piccozza, è un piacere vederlo finalmente nei casini mentre sgarfa con i due attrezzi, ne rimette la mia sicurezza, con i soli ramponi se si parte non ci si ferma. Dopo tutte queste traversie non siamo neanche premiati, quando arriviamo in cima cala repentinamente la nebbia. Al ritorno non torniamo alla forcella ma scendiamo più velocemente alla strada sul percorso della mulattiera (dov’è visibile) e traversando fra l’altro qualche simpatica macchia di mughi. I compagni: oltre al già nominato M. c’è il coriaceo compaesano nonché coetaneo B.B. (che purtroppo non è Brigitte Bardot). Cinque ore in tutto, dislivello 1200 m.

1 Nevicata a cielo sereno salendo all'attacco

2 La baita di legno rigorosamente chiusa

3 Salita alla cresta fra i faggi

4 La Rodica da Ovest

5 La forcella

6 All'inizio della salita

7 Vista a O sul Vogel

8 In un tratto sulla mulattiera

9 Nella tormenta

10 Ghiaccio in alto

11 Nebbia in cima

12 Nevischio anche in discesa

13 Una fascia di mughi

14 Mugo congelato

15 Ricami di brina

16 La Rodica dalla forestale

17 La strada per Grant

18 Ghiaccioli

 

 

Monte Cucco, salita dal costone con ritorno lungo il vallone di Riobianco

febbraio 3, 2016 4 commenti

La gita inizia a S. Caterina, 660 m paesello della Val Canale a sinistra della statale 13 a mezza strada fra Pontebba e Tarvisio. La meta prescelta è il monte Acuto, il più importante della lunga costiera fra i due paralleli valloni di Malborghetto e di Riobianco, nei pressi del confine con l’Austria. Oltreconfine c’è l’altopiano della Egger Alm  da dove la cima si potrebbe guadagnare con meno fatica e dislivello ma che richiede un lungo giro automobilistico. Ci fermiamo prima dell’abitato dove inizia sulla destra il nostro sentiero segnalato anche se la cappa di nubi che indugia sulla valle è poco incoraggiante così come il clima. Cominciamo a salire nel bosco di pini e quasi subito incontriamo la prima neve, la traccia resta abbastanza riconoscibile, guadagnando quota la caligine comincia a dissolversi lasciando filtrare il primo sole che risplende più in alto. Traversata una fascia di faggi usciamo fra gli abeti sulla dorsale dove il sentiero si inoltra lungo un bel corridoio, qui la neve sostiene bene, i guai iniziano quando si arriva in terreno aperto. Ora si sprofonda abbondantemente, ci alterniamo a battere la pista ma la fatica diventa improba anche se l’ambiente è incantevole e il panorama si apre a giro d’orizzonte. Arriviamo comunque sulla cima poco accentuata del  monte Cucco (1595 m) dove si comincia a perdere quota mentre la destinazione primaria appare come una chimera. Continuiamo fino a una casa forestale chiusa a chiave dove facciamo il punto della situazione, più avanti dopo la forcella Clinaz (1441 m) riusciamo a individuare un sentiero che scende verso il mondo ghiacciato della Valle di Riobianco. Che ai tempi era parco naturale integrale, per transitarvi bisognava avere l’autorizzazione della forestale, risalire o violare la legge? Prevale la trasgressione e vi scendiamo senza problemi seguendo i segni, dove la valle si stringe a gola il percorso è tra l’orrido e l’affascinante, cascate di ghiaccio, cenge e passerelle sospese sul torrente con qualche tratto ghiacciato. Al termine di questo tratto si scende più amenamente fino a sortire poco a valle del paese dove con la strada si torna al parcheggio che è ormai sera. Quattro ore e mezza fino alla sella, due e mezza per la discesa, il 19 gennaio del 92. Ora tutto questo forse non esiste più in seguito  all’alluvione del 2003 e ne ignoro lo stato attuale. Le pur pessime foto sono la documentazione di quel che era. Con Mauro e Roberto.

1 In salita tra i faggi

2 Nella pineta

3 La nebbia indugia sulla Valcanale

4 Sull'opposto versante del Riobianco lo Scinauz

5 La Valcanale

6 Il tratto più selvaggio della salita

7 In alto il bosco si dirada

8 Abeti sulla dorsale

9 Quasi un corridio incantato

10 A Est gli inconfondibili profili di Mangart e Jalovec

11 All'uscita in terreno aperto lo spessore della neve cresce e la tenuta cala

12 Un piccolo larice con gli addobbi natalizi

13 Ricami di brina

14 Alla casa forestale

15 Vista dall'alto sul vallone di Riobianco

16 Discesa problematica nel vallone

17 Una passerella

18 Cascata di ghiaccio

19 Ancora passerelle

20 Un canalino con cavo

21 Passaggio in cengia

22 Groviglio di cavi e passerelle verso la fine

 

Monte Forno (1508 m) e Trupoljevo Poldne (1931m), due facili montagne di confine

gennaio 24, 2016 5 commenti

Il Monte Forno o cima dei Tre Confini (Dreilanderecke in tedesco, Pec in sloveno) è l’estremo rilievo significativo della catena delle Caravanche, non c’ero fino ad allora mai stato e in crisi di nuove mete o per scarsa propensione di andare per l’ennesima volta a cercare notte su altre improbabili mete nel Febbraio del 2009 mi aggrego, con gli amici Gigi ed Eliana, a una gita sociale del Cai con le ciaspe, il ritrovo è al valico con la Slovenia di Fusine (850 m), salendoci da Tarvisio in alta Valcanale. Molta neve e tempo splendido ci favoriscono, saliamo per campi nevosi seguendo la battutissima pista dove le ciaspole sono pleonastiche. In un paio d’ore siamo in cima, adornata da una baita, un paio di antenne e il simpatico monumento in legno che affratella i tre popoli. La rinomata veduta è molto ampia su cime e vallate limitrofe, limitata quella a Est e Ovest dalla fitta foresta di conifere. In discesa caliamo (senza itinerario obbligato) a SE fino a Ratece, il primo abitato della Slovenia fino a sortire su una ghiacciata pista di slittino dove si corrono gli unici rischi della pur remunerativa gita. Torniamo al passo camminando sulla statale.

1 L'inizio della gita

2 In partenza

3 La salita

4 Il Monte Foro

5 In Cima

6 Verso l'Austria

7 Val Vrata

8 Una foto di vetta

Molto più simpatica è stata la precedente salita a fine dicembre del 2007 nella stessa zona con ancora Gigi cui si aggiunge Sandro. Dopo Fusine scendiamo la valle fino a Martuliek, qui deviamo a sinistra per salire fino al solatio borgo di Sredni Vrh (960 m) per parcheggiare in uno spiazzo poco sotto. Ci alziamo seguendo una forestale a Ovest delle case che con un ampio giro e traversando poi dal punto cardinale opposto risale una vallecola secondaria con qualche vecchio fienile in legno fra la dorsale principale e degli arcigni rilievi verso Sud fino a dove si chiude. Una traccia non segnalata sale nell’abetaia fino alla cresta di confine, la nostra cima è sulla destra e si raggiunge percorrendo un’amabile cresta. Troviamo una vecchia croce di legno ma non si soffre certo l’affollamento e il panorama è migliore che dalla cima precedente al cospetto della dirimpettaia val Vrata e in pratica tutte le Giulie Orientali, a nord la piana e i laghi di Villaco, verso Est le Caravanche e la valle della Sava. In discesa procediamo per un breve tratto a Est sul dorso di confine fino a una forcelletta, poi giù nel bosco fino a riprendere l’itinerario fatto in salita. Due ore e mezza nell’ascesa per i quasi mille metri di dislivello. Dopogita alla consueta Gostilna di Martuliek.

9 Sredni Vrh

11 Fienile congelato

12 Sul dosso finale

13 L'arrivo

14 Gli amici in vetta

15 Le Giulie Orientali

16 La cresta delle Caravanche

17 La cima dal versante di discesa

18 La Cima da SE

19 A riprendere la strada forestale

20 La casa di caccia (chiusa, come di consueto, a chiave)

 

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Monte Penna, una meta di ripiego a Sud del rifugio Venezia

gennaio 21, 2016 3 commenti

Andare nelle Dolomiti in inverno può comportare per gli incauti un grosso margine d’incertezza dovuta all’ignoranza delle condizioni e quantità della neve. Per questa ambiziosa gita dei primi di Febbraio ci proponiamo addirittura il Pelmo, uno dei prestigiosi 3000 delle Dolomiti Orientali che anche nella buona stagione non è una salita elementare. Con Mauro e Sandron ci trasferiamo via Valcellina e Longarone, nella Valle di Zoldo e precisamente a Zoppè, un bel paese sulla sin. orografica che quota 1466 m slm dove arriviamo prima dell’alba. Tutto tace o quasi mentre ci incamminiamo sul comodo percorso (viottolo e mulattiera con n. 471) che è il più breve approccio al rifugio Venezia, all’uscita dell’abitato siamo aggrediti dalle oche che risvegliano antichi ricordi storici riandando a quelle romane del Campidoglio. Senza altri inconvenienti alle 10 del mattino arriviamo al ricovero (già tardi!) dove ci dotiamo di piccozza e ramponi per salire lungo un ertissimo canalino alla cengia di Ball che al momento non esiste, trasformata com’è in uno sdrucciolo di neve ghiacciata dove teniamo consiglio. Avevamo previsto di evitare il passo del gatto alzandoci prima per un variante con un passo di IV, ma alla fine vince il buon senso e nonostante le rimostranze del Maurin si decide a malincuore per la rinuncia. Già la discesa richiede la sicurezza della corda e tocca comunque procedere faccia a monte ma torniamo al Venezia sani e salvi. Urge trovare una destinazione di ripiego, verso SE i piani modestamente inclinati del Penna  fanno al caso nostro. Ci dirigiamo verso di essi, dapprima salendo nel bosco di vecchi larici poi in terreno aperto senza itinerario preciso sprofondando abbondantemente nella neve che qui a settentrione non si è trasformata. Poi si continua sul filo della dorsale che è interrotta da spaccature che separano le varie quote fino alla cima che quota 2196m. Non fa troppo freddo e ci fermiamo per un po’ ad ammirare lo splendido panorama prima di ripartire, tuttavia non ci aggrada l’idea di rifare il faticoso percorso dell’andata e dopo un breve tratto ci affacciamo alla prima delle forcelle che dividono le varie quote, a Sud la neve è quasi assente e il canale pare fattibile. Tratti di roccette malsicure e balze erbose arrivano fino al rado bosco sottostante, troviamo anche una traccia che seguita a destra arriva al sentiero della mattina. Con la coscienza a posto possiamo tornare in paese. 1997.

1 Alba a Zoppè

2 Aggrediti dalle oche

3 Il Pelmo al sole del mattino

4 Salendo al rifugio vista sul Sorapis

5 Il Rifugio Venezia

6 Salita alla Cengia di Ball

7 Pendio ripido

8 Ritirata dalla cengia

9 L'alternativa è il dirimpettaio M. Penna

10 Il monte Penna

11 Faticando fra i larici

12 Sull'intonsa dorsale

13 Il Pelmo sempre in primo piano

14 Gli amici nel finale

15 Dalla Cima verso Est Preti, Duranno e Bosconero

16 Spaccature sulla dorsale, sullo sfondo il Civetta

17 Tele sul gruppo del Bosconero

18 Discesa sul versante opposto

Pala d’Altei (1528 m), una gita per tutte le stagioni

A Est del Piancavallo (e della Val Caltea che scende a Barcis) l’altopiano calcareo culmina con alcune cime minori ma non per questo meno interessanti specialmente nei periodi di magra oppure perché manca la voglia di cimentarsi in imprese più ardite, la più settentrionale di queste è l’oggetto di queste righe. La prima volta è nell’Epifania del 2003, disertando i vari Pan e Vin e Pignarui da miscredenti nelle previsioni del fumo e dei  vecchi venerandi nonostante le pessime condizioni del tempo ci trasferiamo a Montereale all’imbocco della Valcellina scendendo la pedemontana verso Aviano fino a Grizzo. Da qui saliamo per la rotabile a destra fino al termine dell’asfalto nei pressi di un osservatorio astronomico, a spanne saranno un 700 m d’altezza. La relazione in possesso dice che si può proseguire in auto sullo sterrato fino alla località Palis, circa 1000 m, la neve presente sconsiglia ulteriori velleità e la facciamo a piedi. Ci inoltriamo allora nel magico ambiente invernale fino al bivio dove inizia a destra il sentiero 987 che traversa fino a oltrepassare un caratteristico intaglio, continuando passiamo da un pulpito panoramico (dice la guida, oggi non si vede  un tubo) e poi da una vallecola boscosa dove perdiamo definitivamente i segni. Arrivando comunque sul dorso finale con la meta a pochi minuti (ma non lo sapevamo) e preferiamo rinunciare. Con Gigi, Eliana e Cinzia.

1 La strada forestale

2 Il sentiero

3 All'intaglio

4 Sul dorso finale

Ritorniamo ancora nel Dicembre del 2009, il 16 per la precisione, l’unico compagno è il solito Gigi. Solo il tempo è cambiato che la giornata è bellissima, parcheggiamo come nell’occasione precedente all’osservatorio per proseguire a piedi fino a Palìs. Qui proseguiamo lungo la mulattiera (segn. 988) prima nel bosco e poi in terreno più aperto fino alla spartano edificio in pietra della Casera Rupéit, adibita a ricovero, proprio sotto il versante meridionale della Pala d’Altei a verdi e roccette che parrebbe praticabile. E’ un invito a nozze per l’amico, non c’è il sentiero e la neve scarseggia e in due ore e mezza dalla macchina tocchiamo per la prima volta la cima. Non paghi per la discesa optiamo verso Ovest, anche questo offre le stesse caratteristiche già sperimentate in salita, solo nel circo calcareo del Forador rinveniamo una traccia (segn. 987a) che seguita a sinistra e in discesa torna al sentiero 988 e con breve risalita alla Rupeit, non resta che tornare alla vettura per l’itinerario conosciuto.

5 L'osservatorio accanto al parcheggio

6 Da una sosta uno sguardo al Raut

7 Casera Rupeit

8 Il versante di salita

9 Dossi calcarei

10 Sul Costone

11 In alto un po' di neve

12 La Croce di vetta

13 Il gruppo del Cavallo

14 Erbai lungo la discesa

15 Il bosco con le calde luci pomeridiane

12 Gennaio 2014. Pochissima neve anche in questa occasione, l’osservatorio è ancora lì, riprendiamo il sentiero del fallimento, questa volta i due amici sono Cinzia e il Mauro, saliamo lungo il dorso orientale e in poco più di due ore posiamo i piedi in cima, consolandoci della brevità dell’itinerario con una bottiglia di spumante avanzata dai bagordi delle feste. Poi ci abbassiamo al Foredor e con l’abituale (ormai) traverso ripassiamo dalla casera per tornare al posteggio.

16 La selletta

17 Il passaggio

18 All'inizio del dorso vista su Resettum, Castello ecc.

19 La panoramica dorsale

20 Poca neve ma buona

21 Sole in cima mentre la nebbia indugia sul piano

22 Vista fino alle Giulie

23 In contemplazione del gruppo Cavallo-Col Nudo

24 Discesa alternativa verso SO

25 Il versante di discesa

26 Poi si ritrova la retta via

27 Casera Rupeit

28 Ultima sosta alla casera

29 Cardo

L’anello del Rio Simon, nell’antico e nel dimenticato

In una delle meritevoli guide della coppia Pecile-Tubaro  è descritto in maniera particolareggiata questo giro che si inoltra in una delle zone più inselvatichite delle nostre montagne, il versante SE dello Zuc dal Boor rivolto alla valle del Fella fra Resiutta e Chiusaforte. Che avevo percorso nel dicembre del 96, preistoria quindi. Sperando di non incorrere nel reato di plagio e dal momento che ne conservo una discreta documentazione fotografica lo ripropongo ai pazienti lettori.  Ai tempi non se ne avevano notizie salvo una relazione di poche righe apparsa nel libro “Moggio e le sue montagne” redatta da Maurizio Antoniutti, indigeno e alpinista che in seguito ho avuto il piacere di conoscere. Fra i partecipanti il mio mentore Diego, la cara Emanuela, Eligio, Elena e un sardo di cui non ricordo il nome più due esponenti della razza canina. La mal assortita compagnia si trasferisce, percorrendo la SS n.13 o Pontebbana fino all’uscita della galleria fra i due paesi dove svolta a sinistra in direzione di Roveredo alle falde del Pisimoni, prima di arrivarci e dopo il ponte sul torrente in oggetto ha inizio la nostra escursione. Il sentiero sale nel bosco di pino nero fino ai diruti stavoli Polizza, poi compie un’ansa verso destra traversando alto sopra il rio Cuestis ben evidente anche se non segnalato. Ancora in salita fino alla forcella del Belepeit Piccolo, 1121m, con begli squarci su Prealpi Giulie, Canin e Zuc del Boor dove anche il bosco migliora con notevoli piante di pino (nero o austriaco? Booh) dove inizia la discesa verso N. Ora in terreno più aperto la traccia (mancano ancora i segni) ci conduce prima alla casera Cunturate dove si incontra il segnavia 425 proveniente da Chiusaforte. Lo stavolo può offrire ancora un modesto ricovero, della ulteriore Tamaruc e rimangono solo dei mucchi di sassi. Confortati dai segni proseguiamo lungamente fino al trivio nei pressi della casera la Cite, 976m dove facciamo la meritata sosta prima di prendere a sinistra e scendere nell’alveo del Rio Simon. Lo si segue per un tratto con percorso gratificante ma di un certo impegno fra bianche rocce levigate, cascatelle o pozze di acqua limpidissima fino ad uscirne per una specie di cengia inclinata. Con questa si arriva alla dorsale che cala su Roveredo passando da altri stavoli e per finire dalla Cappella degli Alpini. Poi non resta altro che seguire l’asfalto fino al parcheggio. Circa sei ore in tutto.

1 L'inizio della gita con vista sull'autostrada, la ferrovia e il Fella

2 Oltre il Fella le Prealpi Giulie

3 Sul sentiero

4 I primi stavoli in rovina

5 Da una schiarita il Canin

6 Una costante del giro è il bosco di pini

7 Il gruppo in salita

8 Un altro stavolo

9 Le pareti del Piccolo Belepeit

10 Dalla sella lo Zuc dal Boor

11 Stalattiti di ghiaccio

12 Guardando a valle

13 Gli stavoli Cunturate ma accetto contestazioni

14 Festuche

15 Dal terrazzo verso SO

16 Un compagno in ispezione

17 In sosta al crocevia

18 Discesa al letto del torrente

19 Una pozza di acqua limpida

20 l percorso richiede attenzione

21 L'uscita dalla gola

22 La dorsale a monte di Roveredo

23 Panorama verso il Sart

24 La cappella dell'ultima fermata

25 Ombre della sera su Fella e Amariana

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Creton di Culzei (2458 m) nel giorno della Befana

gennaio 6, 2016 1 commento

Di questa bella vetta nel gruppo dei Clap (fra Sappada e la val Pesarina) ricordo una gita sociale funestata dal maltempo, neanche si partì perché diluviava e dovemmo spingere la corriera rimasta infangata per tornare a casa, in seguito ci andai con alcuni amici d’estate in una delle pochissime gite senza documentazione fotografica per motivi che ora mi rimangono oscuri. Quasi un quarto di secolo è passato invece dall’invernale quando assieme a Mauro risalgo da Ovaro la Val Pesarina fino a Pian di Casa, 1236 m, località infestata dai fondisti ma con una buona osteria. Li lasciamo alle loro scioline e cominciamo a salire seguendo il tracciato del sent. 201 che dopo il passaggio dal ripiano con i ruderi della casera Clap Piccolo traversa a destra fino al rifugio De Gasperi (1767 m) dopo aver superato il canalone di Pradibosco calcando le tracce di ignoti predecessori. Sopra il rifugio l’ambiente è intonso, ci alziamo passando dalla cappella sovrastante che fidiamo ci protegga, all’inizio bosco e mughi. Con un traverso a destra ci trasferiamo nel faticoso ma ampio canalone che bisogna risalire con logica alpinistica fino alla base delle pareti dove si trova l’imbocco del colatoio che scende dalla Forcella dell’Alpino, toponimo dovuto a un pinnacolo che in effetti assomiglia a una penna. La risalita dello stesso è quasi meglio che d’estate, la neve è abbastanza buona, anche troppo, nel canale è come il marmo e dobbiamo calzare i ramponi. Così attrezzati guadagniamo l’intaglio anche se le staffe presenti nell’ultimo tratto sono coperte dal ghiaccio rendendo il mio di solito spregiudicato compagno piuttosto perplesso, forse oggi non è la sua giornata e mi lascia volentieri il comando. Il percorso finale appare piuttosto ostico. anche qui ci dovrebbero essere delle maniglie di ferro che mancano all’appello e la prosecuzione appare piuttosto aleatoria sulla neve del versante NO che è rimasta polverosa. Prima bisogna fare un traverso e poi rimontare delicatamente un canale quasi verticale dove il cavo presente in stagione è stato rimosso dal gestore del rifugio, arrampicando molto delicatamente sortiamo infine sull’inclinato pendio finale ed è fatta, siamo alla croce di vetta. Una sosta di pochi minuti per ammirare il fantastico paesaggio invernale e scattare qualche foto poi non resta che scendere e anche in questo senso l’amico mi manda da primo, quando i ramponi cominciano a mordere il ghiaccio della forcella possiamo finalmente rilassarci, si fa per dire, visto che il canalino si percorre faccia a monte. Arriviamo al parcheggio all’imbrunire, avevo lasciato il portafogli sul cruscotto, durante la salita me ne ero scordato avendo ben altre preoccupazioni, è dove l’avevo lasciato. Difficile valutare le difficoltà, senza attrezzature come nel caso odierno la guida dice primo e secondo, con la neve non si sa. Otto ore in tutto, 6 gennaio 1993.

1 Il Creton di Culzei

2 Il gruppo dalla casera Clap Piccolo

3 I monti di Sauris e il Tudaio

4 Il vallone dei Clap

5 Le torri del Clap Piccolo

6 Il canale della Forcella dell'Alpino

7 A O Bivera ecc. ecc.

8 Nel canale

9 Un tratto ripido

10 In cima

11 Dalla Croce tutte le Dolomiti Friulane

12 A Nord le carniche di confine

13 Dolomiti di Sesto

14 I pendii di discesa

15 La via percorsa

16 LaPenna che dà il nome alla forcella

17 Calata dalla sella

18 La Forcella e il Creton

19 Il sole di Austerlitz

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