Cima della Spalla (2234m), la normale dalla Val Zemola

settembre 3, 2015 Lascia un commento

Torniamo ancora nel feudo di Mauro Corona, alpinista, scrittore e perché no, filosofo della val Zemola. Da Erto saliamo dunque in auto fino al parcheggio, piuttosto affollato in questa giornata di metà Agosto, di Casera Mela, 1180m. Da qui con il segnavia 174 saliamo al Rifugio Maniago, 1730m, in ultimo un tratto di strada è inevitabile, scopriremo il perché al ritorno. Archiviate da tempo le due cime più importanti non resta altro che dedicarsi a quelle minori come quella odierna che è  la prima della cresta che dal Duranno si dirige verso Ovest. Il ricovero dopo molti anni  è attualmente gestito anche se quando ci arriviamo nelle prime ore del mattino è in pratica deserto. I due amici che mi sollevano lo spirito con le loro discussioni per futili motivi sono Mauro e Ermanno, le loro opinioni divergono su tutto e mi tocca soffrire, visti i toni, di un certo inquinamento acustico. Facciamo una breve pausa prima di ripartire verso sinistra seguendo il sentiero con il n. 382 che dopo un traverso in piano fra i mughi sale al roccioso circo della Val Bozzia. Costeggiandolo sotto le pareti sulla destra si arriva a un largo cengione in parte un po’ esposto che permette di superare una fascia rocciosa, qualche banco di nebbia rende il tutto più interessante. Alla fine più facilmente si esce alla larga e sabbiosa sella della Spalla, 2133m, con vasto panorama verso le Dolomiti e sovrastati dalla poderosa mole del Duranno. Da qui verso sinistra con un centinaio di metri di dislivello da superare e seguendo il facile dorso di ghiaino si posano le estremità sulla meta designata, veniamo accolti da alcuni stambecchi (una mamma con i piccoli). La vista è molto attraente,  Duranno e Cima dei Preti giocano a nascondino con la innocua nuvolaglia e ci facciamo una lunga sosta. Si potrebbe proseguire facendo un pezzo del sentiero Zandonella, ma annoveriamo nello sparuto gruppetto un dissidente, perciò torniamo al rifugio per la strada già fatta incrociando un paio di gruppi che salgono adesso. Anche se al Maniago c’è un bel movimento sostiamo comunque per il pranzo per far girare l’economia, avendo modo di assistere a due fatti piuttosto sconcertanti, il primo è il ruscello misteriosamente scomparso mentre  stamattina scorreva copiosamente. Il secondo avvenimento ha avuto anche l’onore di un articolo sul Messaggero, un gruppo tutto al femminile intento a fare merenda sul prato ben rasato viene fatto sloggiare dal gestore senza tanti complimenti alla faccia dell’accoglienza. Ospiti di gente unica!  Al ritorno vorremmo evitare la noiosa strada e iniziamo la discesa sul vecchio sentiero, i segni sono cancellati ma ancora visibili, l’arcano viene svelato quando arriviamo a quello che nella memoria era un dorso ghiaioso si è trasformato in una lama di coltello, come da consuetudine ci facciamo un tratto di Camel Trophi prima di riagguantare la strada. Sei ore in tutto il 12 Agosto 2012.

1 Al rifugio Maniago

2 Entrando in val Bozzia

3 Sulla rampa rocciosa

4 Forcella della Spalla

5 Salendo alla cima il Duranno emerge dalle nebbie

6 Sulla Cima della Spalla

7 La madre vigila i capretti

8 Verso SO

9 La Cima dei Preti

10 Il ritorno

11 Discesa sulla cengia

12 Raponzolo delle rocce

13 Il vallone della salita

14 Brindando all'impresa fuori dal rifugio

15 Il funghetto

16 L'invitante imbocco del sentiero

17 Le fresche acque del Gè di Pèzzei

18 A Casera Mela l'ultimo ristoro

Popera, l’anello delle ferrate

Le tre ferrate consentono anche al comune camminatore un poco esperto di circumnavigare il Popera e Cima Undici e inoltrarsi in un ambiente grandioso di selvagge crode altrimenti riservate agli alpinisti. Il punto più favorevole di partenza dell’anello è il rifugio Italo Lunelli (1568 m) in Selvapiana dove si arriva in auto con una deviazione a sin. dalla strada che da Santo Stefano sale al passo di Monte Croce Comelico. Le descrizioni precise, puntuali e dettagliate si trovano nelle guide con le quali non posso competere, voglio solo raccontare qual è stata la nostra esperienza nell’anno di grazia 1983 il mese di Agosto, con i compagni Diego e Carlo quando in pratica eravamo i tre componenti  della squadra corse. Ai tempi non si usavano ancora imbraghi, dissipatori e caschi e altri ammennicoli, oltre alla buona volontà non ci eravamo portati nient’altro a parte la mia inutile piccozza che faceva bella figura sullo zaino.

Primo giorno: Trasferimento da Udine al Lunelli, salita al rif. Berti, ferrate Roghel e Cengia Gabriella, rif. Carducci e via normale al Popera

Giornata entusiasmante, alle 6 ¼ parcheggiamo al Lunelli per arrivare fra le nebbie in dissolvimento al soprastante rifugio dedicato ad Antonio Berti(1958m) alle 7, seguendo i segni verso sin. arriviamo all’attacco della Roghel che con alcune scalette strapiombanti sale alla forcella degli Sfulmini da dove ci si affaccia  al Cadin di Stallata con il bivacco Battaglion Cadore. Non stiamo tanto a cincischiare, al di là scendiamo alla Cengia Gabriella che traversa espostamente per un tratto sotto al monte Giralba compiendo un arco di cerchio fino ai detriti della valle stessa. Ora facilmente saliamo alla sella del rifugio Carducci, 2297m, sono le 11. Dopo aver prenotato un giaciglio per la notte abbiamo ancora benzina per salire il Popera, sono ancora 700 m di dislivello, saliamo prima a forcella Giralba, per tracce quindi al ghiacciaio della Busa di Dentro fino a una selletta verso NE e da qui per cresta quasi elementare alla vetta (3046m) poco prima delle due del pomeriggio. Nebbia fitta, poi si mette a piovigginare e prima delle tre rientriamo al rifugio. Tempi lunghi, il ricovero è strapieno e prima di notte mancano ancora molte ore.

1 Dalle nebbie emerge il rifugio Antonio Berti

2 In salita all'attacco della Roghel

3 L'attacco

4 Sulle scalette strapiombanti della ferrata

5 Gli Sfulmini di Popera

6 Alla forcella

7 Il Cadin di Stallata dalla forcella

8 La Cengia Gabriella

9 Sulla cengia

10 Gli Sfulmini dalla cengia

11 Affaccio alla Val Giralba

12 Forcella Giralba

13 Il ghiacciaio della Busa di Dentro

14 La Cima del Popera

Secondo giorno: Strada degli Alpini, passo della Sentinella e ferrata Zandonella alla Croda Rossa di Sesto

Poco dopo le sei ripartiamo, dopo la sella Giralba ci inoltriamo nel severo ambiente settentrionali delle pareti di Cima Undici lungo i sentieri scavati dagli Alpini nella Grande Guerra, dopo aver documentato il passaggio della fessura si risale traversando qualche canale di neve, in seguito  seguendo le attrezzature si arriva al sole del Passo della Sentinella, 2710m in circa tre ore. Divallando ci attira la nuova (ai tempi) ferrata Zandonella che porta al terrazzo della Croda Rossa (di Sesto) dove arriviamo alle 10.45, scendiamo poi al Vallon Popera lungo la variante di SE fino al ghiacciaio ora scomparso, in quell’anno era appena riemersa la salma di un Alpino risalente al primo conflitto mondiale. All’una del pomeriggio ripassiamo dal Berti. Giunti a Udine troppo presto che i festeggiamenti all’Allegria in Borgo Grazzano durano anche troppo.

15 Il mattino seguente

16 La Croda dei Toni al primo sole

17 Rifugio Carducci

18 In partenza

19 Passo del gatto sulla strada degli Alpini

20 L'immagine più spettacolare

21 Le fredde pareti di Cima Undici

22 Da una spalla la Croda dei Toni

23 Un canale innevato

24 Controluce sulle creste

25 Passaggio con gradini

26 A N l'alta Pusteria e le ultime Carniche

27 Il Passo della Sentinella

28 Alla Croda Rossa per la Zandonella

29 Nevai nel vallone della Sentinella

30 Resti bellici sulla Croda Rossa

31 Sulla Croda Rossa

32 Il Popera dalla Croda Rossa

33 Vallon Popera

34 La Croda Rossa

35 L'ormai scomparso ghiacciaio del Vallon Popera

Plenge (2373m), in visita a un un parco naturale presso il confine

Vista salendo da Mahuten in Lesachtal (che non è altro se non l’alta valle del Gail) la cima ha un aspetto massiccio e indecifrabile, d’altronde ci troviamo di fronte al gruppo del Mooskofel che essendo stato eletto a parco naturale non ha, o non dovrebbe avere, sentieri segnalati anche se poi sul terreno non è proprio così. Questi monti sono situati a Nord del Coglians al di là del passo della Valentina e questa è la vetta più settentrionale, isolata da un’alta forcella, la Raimunda Torl, da vette ancora più elevate. Il disegno è nato dalle confidenze di un amico della squadra giovani che mi aveva candidamente sussurrato che l’avevano recentemente fallita, prima di allora non l’avevo sentita nominare. Dopo un consulto al libro del Gaberscik si decide di fare un tentativo con alcuni altri sciagurati, danno l’assenso Gigi ed Eliana cui si aggiunge Ermanno in qualità di interprete. Varcati i patri confini a Monte Croce Carnico caliamo su Mahuten e da qui saliamo verso Est ai casolari di Nischlwitz dove lasciamo il veicolo (962 m). L’unica possibilità viene offerta da una strada forestale che si dirige verso Sud a una dorsale che si alza e ne approfittiamo. Dopo un lungo tratto per miracolo appare un solitario segno che indirizza a un sentiero abbastanza evidente che si alza nel bosco, siamo sulla retta via, usciamo sulla cresta a Plengboden, 1917m dove si comincia a capire qualcosa, la lunga cresta è di fronte ma la cima è ancora lontana. Ormai siamo in terreno aperto e andiamo avanti alacremente con i consueti mughi, roccette e detriti. Non ci lasciamo sfuggire neanche la possibilità di salire una torre ( 2152m) che interrompe la continuità del filo. Dopo di questa la salita continua più rocciosa ma senza mai superare il primo grado fino a farci posare i piedi sulla cima che ora è avvolta nella nebbia. La tradizionale Croce è spostata verso la Lesachtal in versante Nord e qui fraternizziamo con tre austriaci arrivati da Wodmaier nella valle stessa per quella che è considerata la via comune. Non ci dilunghiamo troppo, ora il cielo è coperto completamente. Il nostro interprete si rifiuta di scendere per la via di salita e carta alla mano ne propone una diversa, la iniziamo seguendo per un poco gli amici d’oltreconfine sulla cresta Ovest. Quando questa diventa erbosa li salutiamo per calarci verso mezzogiorno alla già visibile casera della Raimunda Alm  (1799m), non c’è sentiero e ci facciamo largo fra la vegetazione. Il pascolo abbandonato da decenni è infestato dalla Romice Alpina (par furlan Lenghe di Vacje), l’unica presenza è un capriolo che si sta facendo un pisolino, scappa improvvisamente rischiando di farci venire un colpo. Non resta altro che prendere il sentiero, segnato in nero sulla carta, di discesa. Dopo laboriose ricerche e cupi presagi di bivacco in casera viene rintracciato, traversa a mezza costa alto sul ripido versante Sud della valle di Sittmoos che scende ad occidente. Rischiamo di perderci solo dove il pendio si fa più dolce e il percorso non è obbligato. Intanto comincia a piovigginare mentre arriviamo all’auto, giusto il tempo di levare gli scarponi che si aprono le cateratte del cielo. 9 ore per il giro, il 6 Luglio del 2008.

1 L'ampia dorsale erbosa-boscosa iniziale

2 Stavolo in rovina

3 Fra i pascoli abbandonati resiste qualche fiore

4 Rododendri su un masso

5 Sull'ampia cresta il percorso è incerto

6 Un risalto della cresta

7 La cima dalla torre

8 La Lesachtal

9 Verso Est

10 A monte del torrione

11 Il Plenghe è ancora distante

12 Sulla cresta

13 La vetta, sulla destra la Croce

14 Il versante Sud di Mooskofel e Gamskofel

15 Di nuovo la panoramica cresta

16 La Croce di vetta è verso la Lesachtal

17 Contrariamente alle attese la cima è popolata

18 La foto a ricordo

19 Gli arcani versanti settentrionali del Mooskofel

20 Risalita alla cresta

21 Proseguendo a O

22 Sul filo non solo roccia

23 Poi si perde rapidamente quota

24 All'abbandonata Raimunda Alpe

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La Vie en Rose – Punta Gnifetti e Cresta Sud

La Punta Gnifetti in giornata da Udine

Memorabile quel Agosto del 91, in una settimana con Mauro avevo già collezionato Cervino e Monte  Bianco più altri tre 4000 come contorno, mancava ancora il Rosa per completare la regale triade nello stesso mese, cosa che per noi residenti al estremo oriente non è tanto agevole. Tanto più che trattando con la consorte rischio l’incidente diplomatico e parto pur sapendo di essere in torto marcio. Questa volta a farmi compagnia è Maurizio, uno degli abituali compagni del tempo perso di vista da parecchio tempo. Ci trasferiamo ad Alagna in Valle Sesia, partendo alle 5 del mattino alle 10 parcheggiamo alla stazione della funivia. Sono tre tronchi successivi che con notevole danno per le nostre finanze ci scarica a Punta Indren, 3260 m, una sberla con più di 2000m di dislivello che ci lascia piuttosto sbalestrati. La prossima meta è il rifugio Gnifetti, posto tappa per tutte le gite sociali che ambiscono alla stessa vetta. Ci alziamo per la via attrezzata sul rosso gneiss sovrastante uscendo poi sul ghiacciaio di Garstelet che rimontiamo per la tracciatissima pista fino all’enorme costruzione in circa un’ora. Visto che ci sentiamo gagliardi decidiamo di proseguire, l’ambiente glaciale è grandioso e purtroppo l’altitudine si fa sentire. La risalita del ghiacciaio del Lys sotto il sole è micidiale anche se confortata dalle tracce, contrariamente alle norme procediamo senza corda anche si vede ai lati della pista qualche crepaccio. L’ampio colle è sul confine (senza dogana) fra Italia e Svizzera, e non si valica alla massima depressione ma più a destra a 4248m con gran panorama sulle creste e gli scivoli ghiacciati del Liskamm e sulle vette del Rosa, ogni tanto dalle nuvole appare anche il Cervino. Oltre il colle si estende il mare di ghiaccio del  Grenzgletcher, che si attraversa alti lasciando sulla destra la punta Parrot fino ad arrivare alla base della Punta Gnifetti  la cui cima è occupata dallo storico Rifugio Regina Margherita, 4554m, già visibile da lontano. Quella che più impressiona è la vastità degli ambienti glaciali che comporterebbero grossi guai in caso di maltempo o scarsa visibilità. di  Ci si arriva con un pendio abbastanza ripido, così il primo obiettivo è raggiunto dopo quasi  5 ore, sono appena passate le quattro del pomeriggio. Nell’ultimo tratto il clima è peggiorato e le nuvole hanno preso il predominio, all’esterno fa un freddo boia, tocca rimanere all’interno  e le ore sono lunghe da passare. La quota comporta un malessere generale, anche se non soffriamo di mal di testa il cuore batte (come nella canzone) a mille all’ora. Contrariamente agli altri rifugi dei 4000 questo non è strapieno e offre abbastanza spazio per girarsi, è presente anche una dottoressa svizzera che cerca un cliente per la sua camera iperbarica ma tutti dichiarano di sentirsi benissimo piuttosto di entrare nella claustrofobica bara trasparente.

1 Mare di nuvole da Punta Indren

2 Canaponi sopra la stazione della funivia

3 Mare di nebbia sulla pianura

4 Sul ghiacciaio, in alto il rif. Gnifetti

5 L'evidente traccia

6 La Capanna Gnifetti

7 Punta Gnifetti e Parrot dal colle del Lys

8 Seracchi

9 La Nord del Lyskamm

10 La Capanna Margherita sulla Punta Gnifetti

11 Dufour e Nordend dalla Gnifetti

12 Vista a Est dai pressi del rifugio

La Cresta Sud, in traversata Punta Parrot, Ludwigshoe, Corno Nero e Piramide Vincent 

Dopo la notte insonne siamo poco arzilli, l’edificio è ammantato dalla brina per di più c’è un vento gelido che assieme alla scarsa visibilità ci fa desistere dalla meta predestinata, e non per la via comune, Punta Dufour, la più elevata del gruppo. Indossando tutto il disponibile optiamo per la cresta Sud che scende fra la Valsesia e Gressoney e ha meno problemi di orientamento. In più offre ai collezionisti la possibilità di arricchire il proprio carnet con parecchi 4000. Oggi però ci leghiamo a corda corta procedendo in conserva, piccozza e ramponi sono indispensabili.  Dalla capanna ci abbassiamo quindi al Colle Sesia (4299 m) per alzarci poi sul filo fino alla Punta Parrot, 4436 m, la discesa continua su neve fino all’ulteriore Colle delle Piode per risalire alla Ludswighoe ( 4341m). La continuazione prevede la discesa al Zurbriggenjoch, 4279m, un’alta forcella con il Corno Nero o Schwarzhorn, 4321m, il più impegnativo della traversata che oppone qualche passo roccioso. Non è finita, dall’insellatura seguente, il colle Vincent, quota 4087m saliamo infine alla Piramide Vincent (4215m). Da questa traversiamo a Ovest fino riprendere la pista del giorno precedente e torniamo alla funivia. Ulteriori descrizioni, visto che si rimane quasi sempre in cresta, non servono, resta il fatto che si è da soli e le tracce non sempre bastano. Mancherebbe ancora la Punta Giordani,ma è piuttosto lontana, e lo spuntone del Balmenhorn con il Cristo delle Vette, ci siamo passati poco sotto, ma cinque cime di queste dimensioni fatte in due giorni viaggio compreso, bastano (e avanzano). E’ ora di tornare fra le mura domestiche, che varchiamo senza clamori e con il capo cosparso di cenere alle otto della sera.

13 La Capanna Margherita il mattino dopo

14 Il ravanatore alla partenza

15 Vento e nuvoloni, andiamo o no

16 Scendendo al Colle Sesia

17 Il Cervino dalla sella

18 Salita alla Parrot

19 Sull'affilata cresta

20 Punta Parrot

21 Il Corno Nero

22 Dal Corno Nero verso N

23 La cima del Corno Nero

24 Passiamo accanto al Cristo delle Vette sul Balmenhorn

25 La traversata continua...

26 Scorcio sulla parete Est

27 Sulla Piramide Vincent

28 Infine scendiamo alla Funivia

29 Dovrebbe essere la Costiera del Corno Bianco

30 Alagna dalla funivia

Difficoltà. Per la Punta Gnifetti F, la traversata PD+, tenere presente l’ alta quota e l’ambiente glaciale. Determinanti sono le condizioni meteo.

Phiavec (2419 m), ora basta con la val Vrata

L’estremo e poderoso pilastro Sud del gruppo domina la valle dell’Isonzo con i suoi 1700 metri di dislivello sulla laterale di destra Zadnica ma per la nostra normale l’opzione è diversa, dopo il valico di Fusine scendiamo lungo la statale fino a Mojstrana. Qui si devia a destra sulla strada a fondo naturale con pezzi asfaltati che percorre la valle Vrata terminando dopo una decina di km accanto all’Aljazev Dom, 1015 m, il frequentatissimo rifugio base di partenza per molte faticose gite nelle Giulie Orientali (in primis il Tricorno) e dove è richiesto un modesto obolo per il parcheggio. Espletate le formalità continuiamo lungo la carrareccia di fondovalle, al monumento dedicato agli alpinisti partigiani (un enorme moschettone) c’è un primo bivio, a sinistra inizia il sentiero Prag che sale verso il Tricorno. Andiamo ancora avanti per circa un chilometro fino a una seconda biforcazione, qui lasciamo la traccia principale diretta alla forcella Luknja per svoltare a destra. Con un lungo traverso ascendente nel bosco di faggi in parte piegati dalle slavine (Bukovlje=Faggeto) si entra infine nel largo vallone della Sovatna (Civetta), racchiuso fra le pareti di Gamsovec e Stenar. Lo si risale a lunghi tornanti faticosamente per verdi e ghiaie ingentilite dalle fioriture, verso lo sbocco oppone delle facili roccette e si incontra anche un breve tratto assicurato con un cavo. Su terreno detritico si arriva alla verde oasi della Dovska Vrata (2180 m), la sella da dove ci si affaccia al tormentato altopiano del Kriz e al rifugio Pogacnik con splendido panorama sui gruppi del Razor e del Tricorno. Sarebbe già una bella gita e chiudere in bellezza magari con una visita al rifugio, che è stato rinnovato poco tempo fa. Purtroppo il dovere ci chiama, ci inoltriamo verso sinistra per una traccia abbastanza evidente che si inoltra su una larga cengia ghiaiosa che perde quota (stimo sui 150 metri) traversando alla base del versante O del Bovskj Gamsovec. La bancata fuoriesce in una vasta conoide di ghiaie che si deve purtroppo rimontare fino al vertice. Guadagnato alla bell’e meglio questo si è all’imbocco di un camino dove sale la via normale. Già dalla partenza si vedono le attrezzature, dei  gradini e qualche cavo, in mancanza di documentazione è già un successo essere arrivati fino a qui. Ora il terzetto si riduce a una coppia, l’amico più diffidente si sente come Pinocchio fra il Gatto e la Volpe e ci aspetterà al fresco in questo inospitale cantone. Il tratto ferrato non è lungo, porta a una crestina con un simpatico intaglio fra Gamsovec e Phiavec dove si cambia versante affacciandosi a Est. Si prosegue ora in direzione Sud fino a una facile scarpata rocciosa che risalita esce all’insolitamente vasta cima con meravigliosa vista sulle Giulie Orientali che non dura molto, poi cala un impietoso  nebbione che vela il tutto. La discesa ripercorre la via già fatta. 1500m il dislivello, difficoltà di rilievo non ce ne sono, qualche segno rosso nel finale, otto ore e mezza comprese le soste. Al rifugio non siamo andati, comportava una discesa con la conseguente risalita al ritorno.

Agosto 2010 con Ermanno e Mauro.

1 Il rifugio Aljaz e il Tricorno

2 Cappella in Val Vrata

3 Il monumento

4 La Sovatna dal limite del bosco

5 La Sfinge del Triglav sul versante opposto della valle

6 Salita del canale

7 Pausa alla Dovska Vrata

8 Cordata sullo spigolo dello Stenar

9 Fiorellini in sella

10 Cercando la cengia

11 Il Razor

12 Sulla cengia

13 Il Phiavec con il ghiaione d'attacco

14 Creste indecifrabili a Nord

15 L'attacco del breve tratto attrezzato

16 Gradini e cavi

17 La selletta dove si cambia versante

18 facili roccette prima della vetta

19 Scarsa visibilità in cima

20 in discesa

21 Si ripassa dall'intaglio

22 Ritorno all'attacco

23 Il rifugio Pogacnik

24 Tornando alla Sovatna

25 Discesa in val Vrata

26 Arnica nel vallone

27 Nontiscordardime

28 L'unica acqua della gita è piuttosto in basso

29 Il faggeto al inizio della gita

30 Scendendo in auto si passa dalla sorgente-cascata Pericnjk

Marmolada di Penia, via del ghiacciaio-cresta Ovest

Il gruppo della Marmolada fra le valli del Cordevole e di Fassa è molto vasto e annovera un considerevole numero di Tremila, le sue vette più alte sono allineate a Sud del Passo Fedaia culminando a 3343m con la Punta Penia, la più elevata delle Dolomiti. Nel curriculum di un mediocre alpinista non poteva mancare la Regina  anche se in parte addomesticata o rovinata dagli impianti che salgono da Nord (fino alla Punta Rocca, la seconda quota del gruppo!) resta pur sempre una meta molto ambita. Montagna asimmetrica per antonomasia, a Sud espone lisce placche calcaree alte 700 m che sono la meta dei più forti arrampicatori, forse ai tempi sarei riuscito a salire per la via più facile (Thomasson, IV con un passo di V). Il glaciale versante Nord fu superato già nel 1864 dal viennese benestante Paul Grohmann con le guide cortinesi Angelo e Fulgenzio Dimai, dopo parecchi tentativi (loro e di altri alpinisti dell’epoca) che posarono i piedi per primi sulla Punta Penia per l’itinerario che in seguito diventerà la frequentatissima via normale, l’unica interamente su neve delle Dolomiti . Alla fine di Luglio dell’ottantanove eravamo molto gasati se partendo da Udine ad ore antelucane arrivammo al Passo Fedaia già alle otto del mattino segnando un tempo da qualifica grazie alle doti di guida dell’amico Bepi nonché al potente motore della sua Honda, ricordo un passaggio a manetta davanti a una sbigottita pattuglia della stradale. Anni gloriosi con meno traffico e l’autovelox e la patente a punti non erano ancora stati inventati. La giornata al mattino era esemplare, superata la diga parcheggiammo nel piazzale dell’impianto di risalita salendo con questo al Pian dei Fiacconi, 2626 m, riducendo il dislivello da superare a poco più di 700 metri. Bardati al massimo (corda, piccozza e ramponi e qualche chiodo da ghiaccio, avrei ambito alla diretta) alle 9.20 si cominciò a camminare. Superate le  levigate placche scoperte dal ritiro dei ghiacci si arrivò alla neve, cominciammo a salirne i pendii da SO, seguendo la pista lasciata dai predecessori. Non eravamo certo i soli e ci accodammo ai numerosi gruppi di alpinisti presenti, legati o slegati e con i più assortiti abbigliamenti e attrezzi.  Nonostante la stagione fosse all’inizio la neve dura richiedeva già i ramponi, ma in sostanza con le debite attenzioni si camminava, nella parte centrale i crepacci erano scoperti limitando il pericolo. Qualche decina di metri più a Ovest dove la pendenza era  maggiore ci offrì pure lo spettacolo di una cordata che era impegnata sulla via più diretta. Dalla conca superiore si traversò a sinistra verso le friabili rocce affioranti dove trovammo le maggiori difficoltà anche se discretamente orientati dai segni rossi presenti. Il cupolone finale risultò invece del tutto elementare. Appena sotto la cima trovammo aperto il rifugio facente paio con quello sul Piz Boè che se non altro ha un estetica migliore, utili entrambi comunque  come riparo dal maltempo o per bersi una birra come nel nostro caso. Intanto cupi nuvoloni si stavano addensando a  Sud nella valle del Cordevole e non indugiammo più di tanto. Si decise di scendere lungo la via ferrata della cresta Ovest, dopo un primo facile tratto sul filo il percorso divenne alquanto impegnativo. Con l’aiuto di pioli cavi e gradini, per lo più a Nord, si arrivò alla Forcella Marmolada, 2896m, sotto le pareti del Vernel  fra caverne e resti bellici. Gran parte dei passanti giungono alla sella dal rifugio Contrin a Sud, noi continuammo a scendere in solitudine verso N costeggiando le rocce (qualche cavo all’inizio)fino al sottostante ghiacciaio del Vernel dove il percorso divenne incerto, fra l’altro la neve era diventata molle e allungammo un po’ la corda per maggior sicurezza. Arrivati al terreno roccioso si tirò un sospiro di sollievo anche se ci fu qualche problema per rintracciare immediatamente i segni mentre cominciava a piovigginare.  Allora si proseguì con la solita logica alpinistica verso Est risalendo per un centinaio di metri fino ad avvistare la stazione d’arrivo della bidonvia.  5/6 ore in tutto.

1 Sella e Sassolungo dal ghiacciaio

2 Primi passi sulla neve

3 Il compagno sul pendio

4 Ambiente inusuale per le Dolomiti

5 Ancora l'amico

6 Il ghiacciaio dall'alto

7 Il lato B dell'autore

8 Fra gli affioramenti rocciosi

9 Alpinista impegnato sulla parallela diretta N

11 La vetta

10 Tempo minaccioso verso S

12 Il rifugio in cima

13 La cupola sommitale

14 Traverso alla forcella M.

15 Sul traverso

16 Sulla ferrata

17 Cavi e gradini

18 Al termine delle attrezzature si ritorna alla neve

19 Cielo grigio in Sella

20 Dalla bidonvia si vede tutto in rosa

Cima di Bortulusc (2160m) dalla Pussa

Percorrendo la Val Settimana e la sua pedestre continuazione dopo la Pussa verso Est nominata  Val Senons, si ha modo di osservare le inclinate placche calcaree che scendono dalle cime più alte del gruppo delle Caserine. Qui non si soffre certo la concorrenza, intanto perchè vie normali veramente facili non ce ne sono e la più battuta probabilmente è la più elevata, il Cornaget, grazie anche all’unico punto di appoggio abbastanza alto che è il bivacco Anita Goitan. Fidando nella guida del Berti che la quota primo grado ci proponiamo appunto la montagna in oggetto, da poco prima di Claut deviamo a sinistra sulla lunga sterrata che sale fino al rifugio della Pussa, 930m, (nome dovuto a una sorgente minerale nei pressi che in effetti odora di uova marce)dove parcheggiamo. Il posto non è deserto, d’altronde il clima inviterebbe a imitare i numerosi bagnanti che oziano con i piedi (e altre parti meno nobili) a mollo. Eroicamente proseguiamo a destra (sempre stradina, ma con divieto) in val Senons, prima ancora di riscaldare i muscoli incontriamo la tabella ecologica in legno che invita al sentiero 376. Inizia ripidissimo, e quel che è peggio continua così, ad alzarsi nel bosco, passa sotto una fascia di rocce prima di appoggiarsi infine con un tratto fra i mughi esce all’incantevole spiazzo del Cjadinut. Un canalone a massi e detriti sale verso la forcella delle Pregoiane, fra la nostra meta e la Cima della Meda, ma non è questo che ci stupisce ma la fioritura dei Raponzoli oltre al misto che offre la radura. Ritemprati nello spirito e nelle membra ripartiamo, riattraversiamo elegantemente il detto canale saltellando a bradipo fra i massi poi costeggiando le pareti verticali della cima ci immettiamo in un ulteriore rampa a verdi e detriti  che salita senza grossi problemi  (a parte l’assoluta mancanza di tracce o segni) esce a un intaglio che dà sul versante Sud  ovvero sulle grave di Gere. A sinistra c’è un simpatico gendarme (forse inaccesso?) e sulla destra ci dovrebbe essere la via comune che inizia con delle placche che sembrano percorribili. Il condizionale allarma uno dei partecipanti che decide di aspettare qui. Il resto del gruppo (tre in tutto) prosegue mandando in avanscoperta il Maurin che in breve sparisce. E’ un primo grado sulle placche che continua poi con detriti e roccette miste a qualche mugo che consente l’artificiale e in assoluta mancanza di passaggio, ometti o altro. Non saremo mica tornati all’era dei pionieri? Raggiungiamo la cresta a sin. di una forcella, proseguendo verso il lato opposto arriviamo praticamente in piano alla quota massima seguendo ora un esile sentierino. Si vede anche una traccia che scende verso il mare di ghiaie dell’ alta Valcellina ma purtroppo dobbiamo rientrare da dove siamo partiti. In discesa la via è ancora meno evidente ma è diventata più esposta chissà perché. Ce la caviamo, recuperato l’amico torniamo al Cjadinut. Perché non rientrare per la parallela Val della Meda che offre anche il Bivacco Goitan? Ci alziamo dunque alla forcella Cjadinut (1671m) e con percorso piacevole e panoramico ci colleghiamo al sent. n 375, ci sono 200 m da risalire per il ricovero. Solo? Nessuno ha voglia di farli e divalliamo. Costeggiato a saliscendi il torrente Settimana si esce sulla rotabile dove manca ancora più di un km all’auto da farsi in leggera ma comunque salita. Come i cammelli in vista dell’oasi affrettiamo il passo verso il rifugio già pregustando mezzo litro di birra fresca alla spina. Ahimè, tiepida, da 1/3 e in bottiglia, possibile che un rifugio così accessibile non abbia mai trovato un gestore sveglio? Sette ore per il giro comprese le soste.

Agosto 2013, Ermanno, Federico e Mauro.

1 Arrivo al Cjadinut

2 Quasi nudisti al Cjadinut

3 Raponzoli

4 Aquilegie

5 Forcella delle Pregoiane

6 Salendo all'intaglio

7 Il gendarme all'attacco

8 Le placche iniziali

9 In seguito mughi e detriti

10 Sulla via

11 Arrivo in cresta

12 Sulla cresta finale

13 La cima

14 Verso le Caserine

15 Duranno e Cima dei Preti

16 Resettum e Cavallo, in basso le grave di Gere

17 In discesa

18 Tornando al Cjadinut

19 Forcella Cjadinut, lontano il Pramaggiore

20 Prima acqua nella Val della Meda

21 Faggio

22 Cime di Bortulusc e della Meda dalla Pussa

23 Il rifugio

 

 

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