Piova (2316 m) e Colrosolo (2139 m), al confine fra Carnia e Cadore

Per consuetudine sono considerate invernali le salite compiute fino a tutto Marzo, pertanto questa gita del 23 dello stesso mese dovrebbe entrare a far parte dell’ambita categoria. La montagna si trova sulla cresta principale del gruppo del Bivera fra l’alta valle del Tagliamento e la Val Piova che dall’altopiano di Casera Razzo scende verso il Cadore e da questa ci approssimiamo, quindi da Ovaro nella valle del Degano si percorre tutta la Val Pesarina fino alla sella Ciampigotto per proseguire in discesa verso Ovest, a 1580 m si vede sulla sin. la tabella posta dove inizia la strada per casera Doana con scarse possibilità di parcheggio. Per la guida delle Carniche l’approccio  più comodo sarebbe da Forni di Sopra, nel versante opposto, con la seggiovia che ci scodellerebbe al Varmost, quasi 1700 m. comunque preferiamo questo versante più naturale. L’assortita compagine è abbastanza numerosa dal momento che fra giovani e meno siamo in sei, purtroppo il meteo non è molto incoraggiante visti la scarsa visibilità e cielo nuvoloso, il massimo per inoltrarsi in terreno incognito. Ci incamminiamo se non altro in discesa, arrivati al letto del torrente che scende dalla val Larga lo rimontiamo nella neve verso sinistra fino alla radura della testata della vallecola. Ne sortiamo per un pendio ripido e faticoso sulla destra, il manto nevoso non è malaccio, tuttavia bisogna prendere  provvedimenti e ci attrezziamo di piccozza e ramponi. Al termine della rampa ci sono da superare ancora un paio di facili saltini fra larici e mughi ma ora incoraggiati dalla stupenda visione della meta prefissata, ci ritroviamo alla Sella di 2013 m, fra il Colrosolo  e il Piova, anche il tempo ci viene in aiuto, qualche sprazzo di azzurro tenta di farsi largo fra le nubi. Dalla cresta ci divide un pendio fortemente inclinato dove non si può sbagliare che resta il tratto più impegnativo della salita. La dorsale ONO per contro è magnifica, abbastanza larga pur con dirupi sui due lati si rivela assai panoramica anche se la visibilità non è delle migliori, comunque oltre ai gruppi limitrofi identifichiamo parecchie cime delle Dolomiti Orientali. La montagna e i suoi contrafforti racchiudono un bellissimo circo nevoso-detritico con lo sbocco a occidente, lo memorizziamo per il ritorno, nessuno vuole rifare in discesa il primo salto. Infatti verso la fine della cresta deviamo sulla sinistra calandoci per tipico terreno ravanatorio di erba e roccette friabili poco più in alto dell’uscita del grazioso anfiteatro da dove sempre su neve risaliamo alla Sella. La lunga giornata non è giunta al termine, per la facile cresta incameriamo anche la cima del Colrosolo sopra la casera già nominata. Indi, senza percorso obbligato fra gli abeti ci caliamo alla stessa. La forestale ci riporta alle auto.

1 Il Tiarfin dalla Val Larga

2 Il pendio che porta alla sella

3 Il Piova dalla Sella

4 Salendo alla dorsale

5 La cresta ONO

6 Il Tiarfin dalla cresta

7 Sulla cresta

8 Un momento della salita

9 Uscita in vetta

10 Il folto gruppo dei partecipanti in cima

11 In discesa

12 Il Piova dalla cresta

13 Calata all'anfiteatro

14 Le nostre tracce nell'anfiteatro

15 Il vallone dalla dorsale del Colrosolo

16 Il gruppo del Brentoni in parte celato dalla nebbia

17 Dal Colrosolo verso le Dolomiti

18 Il Monte Piova, a sin. del vallone la cresta fatta in salita, visibile anche la rampa per la quale ci siamo calati nel circo

19 Casera Doana sovrastata dal Crissin

20 La casera e le Dolomiti Orientali

Lo spigolo del Glemine

Il Glemine dal Duomo di Gemona

Lo spigolo del Glemine (709m) sopra il Duomo di Gemona è il banco di prova per allievi (e istruttori) dei corsi di alpinismo con i suoi 250 m di solido calcare anche se un poco infestato dalla vegetazione, gli alberelli presenti sono comunque comodi per l’assicurazione, i passaggi chiave sono la mitica placca poco sopra l’attacco e lo strapiombo esposto verso il finale entrambi sul quarto grado, il quinto che ho trovato su qualche relazione trovata sul Web mi sembra un poco eccessivo. Per l’orientamento a SO rimane abbastanza soleggiato e ci sono stato parecchie se non molte volte, la prima senza corda nella mitica gita dell’UOEI in treno evitando a sinistra tutti i passaggi più impegnativi (eravamo senza corda, che fra l’altro non saremmo stati in grado di utilizzare) di cui ho scritto nell’articolo “Glemine, Ciampon Cuarnan”. Per la seconda salita da allievo e con scarponi ai piedi bisogna ritornare fino all’84, in seguito ho sempre condotto da primo, una volta con l’amico Bepi, sempre con scarpe grosse e in mancanza di cervello fino, quindi con la promozione forse immeritata al grado di aiuto istruttore vi ho condotto varie cordate ma con scarsa  documentazione fotografica a causa della responsabilità del ruolo. Poi  per diletto ancora in un paio di occasioni con varii partecipanti. Bene, dalla piazza del Municipio a Gemona con una stradina asfaltata si sale fino alle più alte case della cittadina dove si posteggia, per arrivare all’attacco si deve seguire una traccia di sentiero fra i prati che conduce alla base di una parete interrotta da una cengia con cavo utilizzata per le manovre in corda doppia, risalite su corda ecc. Con uno spostamento a destra ci si porta allo spigolo che si sale abbastanza fedelmente fino in cima. Per la discesa ci sono due opzioni, la più facile ma lunga continua sulla cresta in direzione del Cuarnan fino alla strada per il Foredor, la forcella fra Cjampon e Cuarnan, che in discesa e deviando a sin. riporta al parcheggio, quella più sbrigativa e seguita è verso N, un sentierino da capre con salti rocciosi che richiedono attenzione torna nei pressi dell’attacco. Sembra tutto così facile, eppure sullo strapiombo ha perso la vita il compianto Flavio, sulla comune in salita una signora si è infortunata con il necessario intervento del soccorso. Per quanto riguarda l’attrezzatura, almeno per quanto mi riguarda, vista l’abbondanza di clessidre e spuntoni, si limita alla corda e a qualche anello di cordino/fettuccia, non ricordo di avere mai usato altro, mi pare che ci sia anche un chiodo sulla placca.

1 La prima salita autonoma

2 Prima salita

3 Nella parte alta

4 In cima con Bepi

5 Un allievo impegnato sulla placca

6 Coda all'attacco della placca

7 Gemona dallo spigolo

8 Soccorso sulla via normale

9 L'intervento dell'ambulanza

10 Ancora lo spigolo

11 Due giovani allieve

12 Carta e bussola in cima per la lezione di orientamento

13 Orecchia d'Orso

14 Fiorellini spuntano dalle fessure

15 Poco sopra l'attacco

16 Impegno sulla liscia placca

17 L'altra cordata

18 Simone, un allievo che ha fatto carriera

19 Verso l'uscita

20 L'ultimo tiro di corda

21 Il Cjampon dalla vetta

22 Di nuovo alla Croce

23 L'amico Gigi

24 E sua moglie

Categorie: Prealpi Giulie Occ. Tag:

La dorsale dei Tubers (1499 m) da Casasola

Il  gruppo montuoso del Raut-Resettum consiste in una lunga catena orientata da Ovest a Est con quote decrescenti che dalla piana di Claut arriva fino alla valle del Meduna affacciandosi a meridione prima al corso del Cellina e poi alla pianura. Val Cellina. Dalla cima del Rodolino verso Est la cresta cala  alla forcella Salincheit per proseguire quasi in piano fino alla nostra quota, poi scende alla forcella del Moltrin da dove prosegue ancora più  selvatica  con la dorsale del Dassa per esaurirsi con l’ultima elevazione del monte Rossa verso la Val Tramontina. Per arrivare al punto di partenza con l’auto da Meduno si seguono le indicazioni per la valle, un paio di km prima del lago si lascia la strada maestra per deviare a sinistra scendendo al ponte sul fiume risalendo poi a Navarons, paesino noto per avere dato i natali ad un tale Andreuzzi, un avventuroso carbonaro del risorgimento italiano e dove si trova un piccolo museo meritevole di una sosta. La tortuosa strada prosegue in direzione di Poffabro alta sul torrente Muiè che si lascia in corrispondenza del bivio che verso destra sale in breve a Casasola,426 m, un pittoresco borgo abitato da una trentina di persone dove si parcheggia anche se l’asfalto continua ancora fino a una sella di poco più alta dove si trovano le indicazioni dell’amato sentiero 973 che porta alla casera Valinis a N del Raut in val Silisia, ma in ambedue le visite parcheggiamo vicino al campanile, la seconda obbligatoriamente e dopo un’attesa che ci pare esageratamente lunga a causa di lavori stradali.

8 Dicembre 2008   

Lasciamo l’asfalto alla sella dove si trovano alcune case, qualcuna ristrutturata altre in rovina, per alzarci  sulla sinistra del rugo del Moltrin nella pineta passando accanto a una cappella in un pittoresco anfiteatro di crode nonostante la quota modesta. La compagnia è piuttosto ridotta, oltre allo scrivente ci sono due all’epoca morosi e mi tocca subire le loro affettuosità. La traccia costeggia a tratti dei risalti rocciosi poi s’inoltra fra i faggi, qui incontriamo la prima neve (ricordate il nevoso inverno 2008-9?) e faticosamente arriviamo alla sella del Moltrin (1304 m) che offre già un vasto panorama, a S la pianura fino al mare, gli altri punti cardinali offrono le Dolomiti Friulane, le Carniche e le Giulie. Sprofondando nella neve alta ci apriamo la pista verso Ovest cercando di rimanere in cresta, anche se i segni invitano a Nord ci districhiamo fra i tormentati faggi che la infestano. La cima invece è senza alberi, purtroppo l’innevamento consente solo una scomoda sosta in piedi, comunque la giornata è eccezionale. Rotoliamo poi  verso la forcella, intanto che aspetto gli amici  mi consento una divagazione verso Est e fra le ramaglie aggiungo al palmarès anche la cima maggiore della cresta del Dassa, 1309m (qui le quote non mi tornano, solo 5 metri più della sella?). Divalliamo sul sentiero della salita, 3 ore per l’ascesa cinque in totale per coprire poco più di un migliaio di metri di dislivello. Poi ci permettiamo un istruttivo giro turistico fra le case del ameno paesello.

11 Marzo 2015 Come di consueto l’unica cosa certa dei soliti parassiti dell’Inps è il tardo orario di partenza nonchè il punto di ritrovo, ai quattro si aggiunge il M. prendendosi una giornata di ferie. Nuvole a Est e a Nord mentre il sole risplende a occidente, va bene, ripropongo agli astuti compari ancora questa meta dove nessun altro, a parte me, ha mai messo piede. A Casasola c’è l’ingorgo, una grossa scavatrice è in difficoltà nel superare la strettoia del campanile, pare siano in corso lavori di arredo urbano, acciottolati vari e messe in sicurezza, i trenta abitanti, in gran parte come noi pensionati, ne saranno felici. Come nella visita precedente saliamo alla forcella del Moltrin, senza neve si fatica di meno anche se l’ambiente è altrettanto suggestivo. Mentre aspettiamo un ritardatario ci spostiamo pochi metri verso Est dove senza chiederci il permesso è stata posta una croce. A N resiste ancora la neve però la quota massima, erbosa, permette di stravaccarsi alla faccia delle zecche che più on basso hanno attecchito sul più colto della squadra. Alla fine il dilemma di dove trascorrere il dopogita assale gli arditi partecipanti, viene scelta la trattoria del lago di Tramonti dove siamo stati sempre i benvenuti. Le foto si riferiscono alla prima gita.

1 Poffabro da Casasola

2 I Tubers imbiancati da Casasola

3 Cappelletta al inizio della gita

4 Salendo alla sella del Moltrin

5 Neve ben prima della forcella

6 Sella del Moltrin

7 I Tubers (e il Rodolino) dalla forcella

8 Sulla dorsale

10 Districandosi tra i faggi

11 Dalla cresta vista sul gruppo Caserine-Cornaget

12 A Est Dassa e Rossa

13 La cupola sommitale

14 Raut e Rodolino

15 Lontane a Oriente le Alpi Giulie

16 Verso la marina

17 Il bacino di Cà Selva

18 Faggi aggrovigliati sulla cresta del Dassa

19 La cima del Dassa

20 L'anfiteatro del Rug di Moltrin

21 Balconi a Casasola

22 A valle del paese un edificio padronale

Kucelj (1239 m), una gita con dislivello maggiore della quota

Capita anche ai migliori ogni tanto di avere una crisi di rigetto verso le faticose gite invernali nella neve, in una di queste salta fuori da un articolo dello scomparso ex mio allievo dei corsi Luca (non sono sicuro del nome) Beltrame, pubblicato su un numero delle Alpi Venete che non sono riuscito a rintracciare. Così nel Gennaio 2008 con la sola compagnia di Vigjut passiamo il confine a Gorizia risalendo nella nebbia il corso del Vipacco, l’unica documentazione, a parte l’articolo citato è la carta stradale al 300.000. Poco prima di Aidussina in un labirinto di stradine e paeselli arriviamo infine a Lakovec (quota stimata sui 150 m) riuscendo anche a rintracciare dopo varie peripezie il nostro sentiero. Da qui in poi non ci sono più problemi di orientamento, dopo gli orti e i prati si entra in un bosco di pino nero, alla fine dello stesso ora al sole ci si alza in terreno erboso fino alla pittoresca fascia di affioramenti rocciosi detta Mala Gora (Piccola Montagna). Con un ultimo strappo si guadagna il ripiano del rifugio A. Bavcerja, aperto e affollato nonostante la stagione, sotto la cima del Madrasovec (cima dei serpenti, affine al friulano madrac), che con la sua quota di 1333 m risulta la più elevata del ciglione. Non ci lasciamo incantare dalle prelibatezze e gli agi quivi offerti ma stoicamente proseguiamo in discesa verso il west. Dopo un’ampia sella si erge, quale cono erboso la nostra vetta che dispone anche e a merito di una tavola d’orientamento dal momento che resta uno dei pochi rilievi non alberati del ciglione, dalla nebbia emergono i carsici altopiani dell’Istria con vista fino al Monte Nevoso. Pochi dei clienti del rifugio (per la maggior parte arrivano con meno sforzo da Predmeja) giungono fino a questa poco ardita vetta che apprezziamo in solitudine. Il dislivello superato è comunque cospicuo e potrebbe superare, visto che ora dobbiamo risalire al rifugio, la quota di dove ci troviamo. Tornati al ricovero (mai avonde, motto degli alpini) saliamo anche la traccia peri l deludente Madrasovec, ricoperto dai faggi fino in vetta, l’unico fatto positivo è l’incontro con un radioamatore che a gesti ci invita a condividere con lui l’inseparabile fiasca di slivovitz, dopo averne approfittato bisogna mettere qualcosa nello stomaco, meno male che abbiamo a portata di mano la tipica cucina del rifugio. Con un’ultima birra ci congediamo (l’alcol contribuisce alla fratellanza dei popoli) e riprendiamo traballanti il ritorno. Non senza una ultima sosta esibizionistica alla Mala Gora con virtuosi passaggi ai vari spuntoni. L’anno seguente ritorniamo, l’amico con la moglie, incappando in una giornata pessima e salendo una quota più a occidente ma sempre boscosa.

Gennaio 2008 e 2009

1 Nebbia sulla piana del Vipacco

2 La Mala Gora

3 L'autore in salita

4 Il rifugio

5 Il Kucelj

6 In cima

7 Albero di indicazioni al rifugio 8 Salendo al Madrasovec

9 Al rifugio

10 Mala Gora

11 Mala Gora

12 Nebbia nella seconda visita

14 In cima al Kucelj

 

Monte Bottai – I ramponi battono le ciaspole 1-0

All’inizio dell’inverno 2008-2009 ci sono state delle copiose nevicate seguite da un lungo periodo di bel tempo che ha contribuito a stabilizzarle, in pratica si poteva, con i mezzi adeguati, andare dovunque.  Per la festa della donna dell’otto Marzo da Tolmezzo valichiamo il Tagliamento per salire a Verzegnis e dopo il ponte sul lago continuiamo per un tratto verso sella Chianzutan fino al bivio della rotabile che a sinistra arriva fino alla fino a Pusea, un borgo disabitato anche se qualcuna delle case è stata ristrutturata. I compagni sono gli inseparabili Gigi e Eliana, la cima prevista è il Bottai 1524m, fra i più elevati Picjat e Piombada  con  le vallate dell’Ambiesta  a N e Palar a Sud. Ci ero già passato in occasione della memorabile salita al Piombada partendo dal versante meridionale, come pure sul Picjat e da solo ma sempre nella stagione fredda, questa volta da N (i più pazienti dei lettori potranno consultare anche questi due articoli). In questa occasione reputiamo sufficienti ciaspe e bastoncini e ci avviamo baldanzosamente in discesa sul viottolo che scende al ponte  sul Rio Faeit, che dopo questo diventa sentiero con il n. 827 che sale con innumerevoli svolte nella faggeta fino alla Forchia 1258 m. Da escursionisti esperti stavolta toppiamo clamorosamente, la traccia è ben segnata sugli alberi ma il percorso si sviluppa su un insidioso pendio inclinato di neve dura a tratti anche abbastanza esposto dove a poco servono le padelle che abbiamo ai piedi quindi battiamo in ritirata con la coda fra le gambe meditando la rivincita.

17 Marzo. Tempo sempre stabile, la medesima compagnia, ci riproviamo, stavolta i ramponi li abbiamo e li usiamo, prima della forcella si vede uno spartano ricovero che non ricordavo, alla sella le condizioni della neve cambiano, al sole si sprofonda abbastanza mentre sul versante in ombra tiene ancora. Sempre comunque con i ferri ai piedi, meglio abbondare. La cresta sulla destra che ricordavo quasi in piano è in salita e a volte anche abbastanza impiccata visto che si devono fare ancora 300 m di dislivello tanto che la compagna dell’amico a un certo punto dà forfait. L’ambiente nevoso comunque è molto appagante, ci sono addirittura degli accenni di cornice verso Nord e anche il panorama si rivela soddisfacente, con le contrapposte e più impegnative creste del Picjat e Piombada in primo piano e tutta la fantastica cerchia dei monti del Friuli. In discesa facciamo lo stesso percorso. Il tempo impiegato per la gita, compresa la sosta ristoratrice è stato di sette ore e mezza.

1 L'Amariana si specchia nel lago di Verzegnis

2 Verzegnis

3 Pusea

4 All'inizio della salita

5 Pendii nevosi alquanto inclinati ed espost coprono il sentieroi

6 Senza attrezzature non si potrebbe salire

7 Alla Forca

8 Il Picjat dalla forcella

9 La nostra meta dalla forcella

10 Sulla cresta

11 In salita sul crinale

12 Vista sulle Alpi Giulie

13 Controluce

14 Piombada e Verzegnis

15 In cima

16 Il Piombada dalla cima

17 Il nobile faggio 18 Il ritorno

19 L'arrivo a Pusea

Monte Veltri, meta desueta a Sud del Col Gentile

La dorsale del Col Gentile si estende in direzione N-S  fra la valle del Lumiei e la Val Degano, oltre alla cima principale che è abbastanza frequentata grazie alla strada in parte o totalmente percorribile che da Mione o da Lateis sale al passo della Forcella 1824 m, da dove si può salire facilmente verso settentrione anche al Monte Forchia 1901 m in pochi minuti e meritevole per il panorama. Verso Sud la cresta continua in discesa fino alla forca del Colador, 1865 m per rialzarsi ancora alle due trascurate elevazioni del Monte Veltri (2003 m) e del vicino Cret di Pil degradando poi con altri cimotti boscosi meno interessanti. L’inverno volge alla fine quando il nostro sguardo si rivolge al Veltri (nome che il Gaberscik traduce dal saurano in prato), con seri dubbi sulla percorribilità della strada ci appropinquiamo da Ampezzo nella valle del nostro Missisippi che è naturalmente il Tagliamento. Varcato il torrente Lumiei saliamo alla graziosa frazione di Oltris da dove la stretta rotabile ormai sgombra di neve sale fino alla Forca di Pani 1139m, e qui parcheggiamo all’inizio del sentiero 235. Quasi subito si pesta neve, di tracce non se ne parla nemmeno, comunque con l’aiuto di qualche segno e un poca di fantasia arriviamo alla radura della ex casera Chiarzò, ora ricovero, poco più di 1300 m d’altezza, un bell’edificio in pietra a vista che offre la particolarità della facciata con gli angoli arrotondati mai visti né prima né dopo questa gita. Si continua con contropendenze e indecisioni fino alla base del largo canalone che sale verso il Colador, la forcella dal basso è poco identificabile, dopo aver preso i provvedimenti del caso (piccozza e ramponi) cominciamo a salire su neve abbastanza trasformata. Con un ultimo tratto alquanto ristretto arriviamo alla cresta, il Veltri rimane a sinistra difeso da repulsive rocce friabili, pertanto ci spostiamo in versante ovest e sempre su neve e per pendii anche ripidi arriviamo tutti in vetta anche se la numerosa compagnia comprende un paio di debuttanti . Belli (come sempre) panorami e ambiente, verso Sud un’amabile cresta porta al Cret di Pil, mi mangio ancora le mani sul perché non ci sono andato. Tornando indietro ricalchiamo le nostre orme, dal parcheggio invece scendiamo verso Est al bucolico altopiano di Pani-Valdie, coltivi e pascoli con bei stavoli e una chiesetta dove sarebbe bello un giorno vagare senza la mania di raggiungere a tutti i costi una cima… La conclusione è a Raveo, da Amerigo  ai tempi la cucina era sempre aperta con disponibili le varie specialità carniche.

10 Marzo del 96

1 Traverso dalla Forca di Pani alla Casera Chiarzò

2 A casera Chiarzò

3 Verso l'attacco

4 L'imbocco del canalone

5 All'uscita il canale si restringe

6 Le Alpi Carniche

7 A pochi passi dalla cima

8 In vetta

9 Discesa, di fronte il Cret di Pil e più lontano il Verzegnis

10 Al centro la via di salita

11 Ancora il versante percorso

12 Le creste del Col Gentile da Pani

13 Pani, un vecchio stavolo

14 La Chiesetta

15 Il Tagliamento e le Prealpi

16 L'altopiano di Pani-Valdie

Creta di Mimoias, dalla Val Pesarina alla Cima NE (2301m)

febbraio 28, 2015 Lascia un commento

La Creta in questione è un piccolo massiccio frastagliato in varie quote che si eleva a Sud della cresta principale dei Clap dalla forcella di Mimoias dove transita un sentiero segnalato. All’epoca con la ferraglia di tutto il gruppo si sarebbe riempita a malapena una cassetta per gli attrezzi, ora le cose sono cambiate a causa di discutibili o meritevoli a seconda dei punti di vista messe in sicurezza o valorizzazioni risparmiando comunque la nostra cima. Per l’avvicinamento da Tolmezzo si sale in Val Degano, all’uscita di Ovaro un ponte a sinistra accede alla Val Pesarina e ai suoi paesi fra i meglio conservati della Carnia che si risale  fino al ponte di 1423 m, a destra inizia la strada (con divieto) per Casera Mimoias e qui parcheggiamo. Il gruppetto è piuttosto assortito, Sandro e Mauro (tuttora presenti), di Marco s’è persa ogni traccia mentre Giorgio e Maurizio ormai volano più in alto. Ci incamminiamo ma per poco sulla strada, al primo bivio ci spostiamo a Ovest arrivando ai ruderi di Casera Lavardet. Ora cominciamo a salire un largo pendio innevato poco ripido ma abbastanza faticoso mirando alla forcella a Ovest del boscoso Monte Paradara in evidenza sulla sinistra, in alto districandosi fra la vegetazione senza percorso obbligato, ogni tanto compare qualche sbiadito bollino rosso. Prima di uscire sul dorso Est il pendio si restringe e ci si inoltra in qualche canalino, sul crinale poi bisogna superare una barra rocciosa di primo grado non molto affidabile di una quindicina di metri, che è il passo più difficile della salita, dopo questa la cresta continua erbosa, sorprendentemente facile e con scarso innevamento fino alla Croce che contrassegna la cima NE, 2301 m. La prosecuzione alla vetta, 2320m, è più impegnativa (II) e viene rimandata a tempi migliori. La giornata è comunque eccezionale con un clima gradevole per la stagione. Ci dilettiamo anche a seguire le evoluzioni dei più forti Mazzilis a Piccilli impegnati nell’apertura di una nuova via sulla vicina Cresta di Enghe. Torniamo alla base facendo più o meno lo stesso percorso. Riprese le vetture ci trasferiamo per una birra al Centro Fondo del Pian di Casa da dove ci godiamo il tramonto. Tre ore per la salita, tempi dimezzati in discesa, Gennaio 1993.

1 Verso la rampa

2 Dal pendio vista sul Tiarfin

3 Canale prima della sella

4 La cresta all'inizio nevosa

5 Il Gruppo dei Clap

6 Sulla cresta

7 Panorama a SE

8 La Creta di Mimoias

9 La Cima

10 In vetta

11 Croda Rossa e Tre Cime

12 Canin e Monte Nero

13 Le prealpi con il Verzegnis

14 In discesa

15 Sulla cresta ma scendendo

16 Sole calante

17 Discesa nei canali

18 Tramonto sulla Creta di M.

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