M. Fleons (Raudenspitz, 2507m) per la cresta OSO, una mitica salita di febbraio

febbraio 23, 2017 Lascia un commento

Sulla cresta carnica di confine fra il passo Giramondo (a Est) e il giogo  Veranis  (a Ovest) si eleva il gruppo del Fleons, qui il calcare viene sostituito da scuri scisti cristallini di origine antichissima dove proliferano muschi e licheni che le rendono poco attraenti agli arrampicatori (anche se la roccia è piuttosto solida). Le tre vette principali sono da Est la Creta Verde, l’Edigon e il Fleons che superano i 2500m d’altezza. La cima in oggetto è la terza e più occidentale ma la prima che ho visitato parecchi anni or sono, galeotto fu il libro del Gaberscik dove la relazione della normale occupa una pagina intera. Come sempre inoltrandoci in terreno ignoto c’è qualche preoccupazione che alla fine risulterà purtroppo fondata a causa della neve presente. Con un paio di amici si risale quindi la val Degano, dopo Forni Avoltri appena varcato il ponte sullo stesso si devia a destra per Pierabech  parcheggiando poco a valle della cava di marmo (1124m). Gagliardamente si prosegue (stradina e poi mulattiera e dopo l’orrido della stretta bisogna svoltare  a sinistra (Ovest) entrando nella bucolica Val Fleons che si deve risalire tutta passando accanto alla omonima casera di sotto, l’ultimo tratto più ripido mena all’insellatura del Giogo Veranis, 2011m, ornato dalla statua del buon Pastore. E’ già troppo tardi e purtroppo un partecipante si è scordato di parte dell’attrezzatura necessaria, poco convinti cominciamo la salita della cresta SO che si rivela abbastanza complicata. Si superano ripidi pendii di neve (comunque in buone condizioni) che si alternano a settori più rocciosi parte in cresta o sui due lati seguendo le sufficienti segnalazioni, a circa 2300m mezzogiorno è già passato e decidiamo per la ritirata.

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La Domenica seguente il clima non è cambiato, ci riproviamo resi più agguerriti dalla precedente esperienza (abbiamo anche 30 metri di corda da 9 mm più vari ammennicoli) e con rinforzi. Partendo da casa al buio prima dell’alba parcheggiamo, il clima non è cambiato. Rimontiamo la vallata, alla casera sorge il sole. Prima del passo ci portiamo in cresta per un simpatico couloir nevoso abbreviando così l’avvicinamento. Raggiunto e oltrepassato il limite della volta precedente continuiamo la salita, dove la cresta diventa troppo impegnativa ci si deve spostare nel nevoso versante settentrionale. Talvolta ci assicuriamo anche con la cavezza e quindi arriviamo all’ultimo intaglio. La cresta finale è entusiasmante, a facilitare il compito dalla neve affiorano i cavi delle inattese attrezzature, è fatta. Solo la moglie di un amico ci manda a quel paese rinunciando proprio all’ultimo. In discesa ricalchiamo le tracce di salita assistendo a un tramonto spettacolare. Giungiamo alla stretta di Fleons con le ultime luci, il resto del percorso lo facciamo al buio. 6 ore e mezza in salita e 5 al ritorno, la relazione, trattandosi di una cresta, non l’abbiamo portata fidandoci nel senso di orientamento. 1400m il dislivello, primo grado.

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8 e 15 febbraio del ’98, con Sandro P., Mauro, Gigi e la moglie Eliana.

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Verzegnis, tutte (o quasi) le cime nel cuore dell’inverno

febbraio 17, 2017 Lascia un commento

Nel gelido Febbraio 1999 era stato diramato in Friuli l’allarme Buran (forse la bora?) un micidiale vento proveniente dai Balcani. Con queste tristi prospettive abbandoniamo il calduccio del letto per portarci via Tolmezzo e Verzegnis a Sella Chianzutan, valico fra la valle del Lago e l’Arzino, 955m. Dal passo ci alziamo seguendo nel faggeto il sentiero 806 fino a casera Val, circa 1600m, attualmente ristrutturata nonostante le vacche siano latitanti. Un locale anche allora era adibito a ricovero, vi incontriamo qualche spaurito escursionista e facciamo consiglio. Il verdetto è proseguire a oltranza, ci attrezziamo adeguatamente con piccozza, ramponi, come abbigliamento si indossa tutto il disponibile ovvero giacca a vento, guanti e passamontagna, quindi traversando a occidente arriviamo all’inizio della dorsale Sud del Verzegnis. Lo spessore della neve non risulta eccessivo tanto che dalla cima scendiamo per l’opposto versante della normale (N) fino alla sella con la Cormolina e proseguendo anche su questa (1880m). Ormai siamo gasati, andiamo innanzi superando i cimotti di quota 1784 e 1865, a seguire verso sinistra al Lovinzola (1861m) e a destra al Col dei Larici di 1779m sempre seguendo gradevoli pendii nevosi. Una vallecola conduce poi, dopo un breve tratto di cresta piuttosto impiccato, al ricovero di Casera Presoldon. Per oggi è sufficiente, con il sentiero n. 809 rientriamo al passo.
Protagonisti: oltre al sottoscritto Claudio, Eliana, Gigi e Mauro

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3-il-verzegnis-con-a-sin-la-cresta-di-salita

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Monte Citta (o Zitta, 2191m) dalla val Zemola

febbraio 12, 2017 Lascia un commento

Il Duranno domina la Val Zemola, dalla sua cima si diramano verso Sud due creste di minore quota che offrono parecchi vassalli interessanti, su quella occidentale si trova la cima in questione. Da Erto una strada consente in buona stagione di arrivare fino al parcheggio a quasi 1200m, in questa occasione per l’innevamento ci dobbiamo fermare prima cioè nei pressi di una grande curva e nonostante fuoristrada e pilota. La notte o il giorno precedente c’è stata una leggera nevicata che ha imbiancato la vegetazione lasciando lo strascico di qualche banco di nebbia in dissolvimento che lascia ben sperare. Continuando lungamente sulla strada di servizio alla cava di marmo la abbandoniamo un poco prima della galleria in prossimità di una svolta. Inutile cercare segni o altro, il versante Sud, verde in estate, ora è ricoperto dalla coltre bianca. Al momento attuale farei dietrofront per rifugiarmi in qualche osteria, ai tempi non c’era il bollettino delle valanghe e dal momento che nessuno si rifiuta bisogna proseguire, nel primo tratto si risale erti pendii alternandosi a battere la pista. Mirando alla cresta Sud lasciamo un poco più a destra la casera Bedin (nessuno propone di andarci). Raggiunto il filo ci si affaccia sui precipizi della valle del Piave nei pressi della forcella di Citta ci sentiamo forse a torto più tranquilli, comunque il paesaggio è fantastico, procediamo tenendoci a rispettosa distanza dalla cornice senza più problemi di orientamento. Della vetusta croce di vetta affiora solo la punta e parte dei rami, ben cinque sono le ore impiegate per circa 1200 metri di dislivello. Al ritorno ricalchiamo le nostre orme ma nonostante il successo nessuno ha voglia di troppe chiacchiere, con la temperatura sono aumentate anche le preoccupazioni per le slavine. Il sospiro di sollievo lo tiriamo solo quando mettiamo i piedi sulla rotabile. Con Gigi, Eliana, Mauro, Fausto e Adriano.

28 Gennaio 2001.

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Pal Grande (1809m) con la buona e la cattiva sorte

La prima volta, 2 Febbraio 1992

Il passo di Monte Croce Carnico è il limite occidentale della cresta carnica E di confine, ora come nella grande guerra, fra l’Austria e l’Italia, tutte le montagne conservano ancora numerosi resti di trincee, mulattiere e sentieri che costituiscono ancora oggi il migliore approccio per le salite. Le cime più accessibili e vicine sono le un po’ tozze propaggini a O della Creta di Timau, il Pal Piccolo (nonostante il nome la più elevata), il Freikofel e il Pal Grande che costituisce poi l’oggetto di questa gita. Segue dopo un salto di un duecento metri la più alta Creta di Timau, dalla quale prende nome il sottogruppo montuoso. Il pretesto è offerto dalla recente, all’epoca, ristrutturazione a bivacco della Casera Pal Grande di sopra a cura della sottosezione di Codroipo (SAF di Udine). Al terzetto di compaesani, amici dai tempi del asilo, si aggiunge il solito Mauro che stavolta è accompagnato dal meno impetuoso fratello minore. Da Tolmezzo risaliamo la statale per il passo, dopo Timau e superato il bivio per i laghetti sulla destra si diparte a destra la nostra mulattiera (circa 900m), segn. 410 e 402a. Che passa dal ricovero Pal Grande di Sotto nei pressi una cappella dedicata ai caduti, fino ad uscire al pianoro della casera. Prima il dovere, saliamo senza difficoltà per verdi in parte innevati alla sommità che offre belle visioni sulla Carinzia e i suoi monti e d’infilata sul gruppo del Coglians. Ridiscesi alla casera vediamo cosa offre, per la gran parte serrata rimane accessibile solo il locale invernale è sprovvisto di stoviglie ma non ci perdiamo d’animo per questo, la vaschetta laterale dell’acqua si presta alla cottura degli spaghetti, ne esce un blocco a forma di parallelepipedo che con un po’ di buona volontà è commestibile, per le bevande ci siamo premuniti e dagli zaini escono parecchie bottiglie. Per evitare carichi inutili consumiamo il tutto. Poi ci stendiamo a digerire al tiepido sole del pomeriggio sul tetto della stalla. Il rientro avviene per lo stesso itinerario abbastanza tranquillamente nonostante le libagioni.

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3-cappella-alla-casera-di-sotto

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6-in-vista-della-casera

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La gelida ripetizione del 4 Febbraio 2016

Freddo e vento sono il benvenuto della montagna in questa ulteriore visita con i soliti pensionati, ripetiamo l’itinerario precedente, il ravanatore è purtroppo sofferente per una nevralgia al volto ed è tentato di abbandonare la compagnia. Alla fine resiste in parte per dignità e anche per l’ambiente fascinoso, gli arbusti sono corazzati dal ghiaccio e la limpida atmosfera consente di apprezzare appieno il paesaggio invernale. Anche se non si vede l’ora di tornare al calduccio di qualche osteria.

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900 metri il dislivello, tutto su mulattiere e sentieri segnalati fino alla casera, in cima si sale ovunque seguendo le proprie inclinazioni.

 

 

Ciglione Rosso (Rudeci Rob), un giro in val Lusnizza

il-ciglione-rosso

Come tutti i principianti all’inizio della carriera ho visitato le cime più rinomate tipo Coglians e Montasio poi l’inclinazione mi ha portato verso mete meno affollate, questa è una delle tante. Dalla strada in sinistra Isonzo fra Caporetto e Tolmino una stretta rotabile comunque asfaltata arriva fino a poco sopra il borgo di Krn, 865m, simpatico paesello che ha lo stesso nome della montagna che lo sovrasta e che nel italico linguaggio è stato tradotto abbastanza approssimativamente in Monte Nero. Da qui si diparte il più sbrigativo approccio alla frequentatissima cima maggiore già visitata in varie stagioni che non è l’obiettivo odierno. In una delle gite eravamo scesi a SE passando prima dalla Batognica (Monte Rosso) per la pensile Val Lusnizza e il suo laghetto mentre un’ulteriore salita per lo stesso itinerario non era andata a buon fine a causa del maltempo. Era quindi giunta l’ora di rimediare a queste carenze. Traversiamo l’altopiano toccando delle malghe seguendo il sentiero segnalato che in ultimo si alza sulla destra del canale uscendo in un piccolo circo fra le creste innevate. Saliamo a Est fino a una evidente selletta, proseguendo in cresta verso destra si giunge sulla cima del Rudeci Rob (Ciglione Rosso, 1916m), il toponimo è dovuto alla colorazione delle rocce. Il panorama, grazie alla nitidezza invernale è veramente fantastico e arriva fino al mare. Tutto qui? Non sia mai, tornati dalla sella proseguiamo verso la cresta che limita a NE il vallone toccando in sequenza anche le sommità del Maselnik (1906m) e dello Skofic 2013m da dove la vista è ancora più ampia specie verso le Giulie Orientali. Dopo lunghe meditazioni per non rifare la pur facile cresta adocchiamo un pendio di neve abbastanza ripido, non senza qualche esitazione ci caliamo per esso, alla fine risulta la scelta migliore e senz’altro più sbrigativa. Giunti nella vallecola seguendo le nostre orme torniamo al parcheggio senza ulteriori difficoltà mentre le cime si arrossano alle luci del tramonto. Non resta che cercare un luogo di ristoro, impresa non difficile visto che tutte le trattorie fanno orario continuato. Fine Dicembre 2003, Eliana, Gigi, Andrea e Claudio.

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Creta Grauzaria (2065m), estate e inverno sulla via normale

gennaio 24, 2017 1 commento

Sernio-Grauzaria e Zuc dal Boor sono i gruppi rocciosi più meridionali delle Alpi Carniche e la Val Aupa che da Moggio sale fino a forcella Cereschiatis è il migliore approccio. Malfamati per la friabilità della roccia (ma non è sempre così) sono stati il teatro delle mie prime imprese, sul Sernio ero già stato con mia moglie. Ora voglio ricordare le due prime salite alla più complessa Creta Grauzaria. Dal capoluogo si percorre la valle per una decina di km fino a Bevorchians dove si prende a sin. (tabelle) una rotabile che si alza fino a uno spiazzo dove si parcheggia a circa 700m. Qui ha inizio il piacevole  sentiero 437 che sale nel pineto passando da una sorgente fino ai resti e alla radura, invasa dalle ortiche, della diruta casera Flop. Segue un tratto nel bosco di faggi dopo di che si riesce in terreno più aperto fra la bassa vegetazione dove prevalgono i mughi. A sinistra incombono le verticali pareti della Grauzaria e si avvista anche il rifugio, guadato il ruscello si esce sul piazzale dell’edificio, un’ora e mezza.

Al rifugio (1250m) e al Foran da la Gjaline (1560 m)

Ci sono voluti alcuni anni di apprendistato prima di mirare alla vetta, ricordo una spedizione di un giorno e mezzo con alcuni amici e i rispettivi figli, compresa una bisbetica cagnetta i partecipanti saranno stati una decina, ora il rifugio è stato ampliato ed è gestito in stagione, ai tempi ci si arrangiava, l’acqua era fornita da una fontana all’esterno. Il mattino seguente arriva il CAI di Moggio a bruciare le coperte, mi era parso che fossero troppo morbide… La mattinata è per altro splendida, dopo aver assistito al levare del sole ci alziamo fra i fiori fino alla forcella Foràn de la Gjaline 1503 da dove ci affaccia al Sernio. In una successiva visita in abbigliamento cittadino troviamo un po’ di neve ma la giornata è piuttosto uggiosa, nonostante i piedi bagnati non subiamo conseguenze.

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2-il-primo-sole

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4-la-spa-del-rifugio

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10-al-rifugio-con-la-neve-notare-labbigliamento-tecnico

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Un infausto tentativo e finalmente il successo

Una targa poco a valle del rifugio ricorda una signora triestina perita nel tentativo di guadare il rio sottostante, ebbene in quel giorno stavamo salendo al rifugio con l’obiettivo della cima principale quando si è messo a diluviare, in pochi minuti il sentiero è diventato un torrente e siamo riusciti a battere in ritirata imboscandoci poi nella baita di Diego a Monte Prat. Ai primi di Giugno del 83 ritorniamo, dal rifugio si ridiscende a guadare il ruscello, il sentiero sale ripido sul lato opposto a rimontare il canalone detritico roccioso del Portonat, la sella (1860m, segn. 444) fra la Grauzaria e la Cima dei Gjai. Si scala a sin. una serie di fessure (è il passaggio più impegnativo, II) per proseguire poi seguendo i bolli rossi della cresta O per cenge, saltini rocciosi e tracce fino all’affilata crestina della vetta. Dove si trova una Madonnina in pietra, uno dei  più gradevoli simboli di vetta dei nostri monti. Quattro ore per i 1300m di dislivello ci stanno tutte, discesa lungo lo stesso percorso.

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La nebbiosa invernale del 3 Gennaio 1988

Qualche giorno prima avevo conosciuto casualmente sulla vetta del Plauris l’entusiasta Nino Lucardi da Montenars, visto che la salita era andata bene decidiamo per la più ambiziosa vetta della Grauzaria. Sole in pianura e, contrariamente alle aspettative, nebbia in val Aupa. Già neve dura salendo al rifugio tanto che il terzo partecipante decide di fermarsi qui. Saliamo velocemente con piccozza e ramponi il canalone del Portonat in un entusiasmante ambiente glaciale, sul primo passaggio l’amico si toglie i ramponi ma io li tengo fino in cima. Con la fortuna degli sprovveduti utilizziamo le tracce di alpinisti saliti in vetta a capodanno (oggi è il tre), l’immagine della Vergine ha la criniera di ghiaccio… Questa è una delle più belle invernali del mio palmarès. L’estate seguente il compagno perde la vita su uno dei tremila dell’Alto Adige… Mandi Nino.

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Dovska Baba (o Frauenkogel, 1892m) una ciaspolata al 50%

gennaio 11, 2017 2 commenti

Nel precedente post (cancellato) ho impulsivamente espresso dei giudizi su recenti avvenimenti, se ho offeso qualcuno mi dispiace e chiedo scusa, non ho nessun titolo per sentenziare.

Curiosando fra i programmi delle gite con le ciaspole delle varie associazioni e in mancanza di idee e voglia di audaci imprese plagiamo questa cima che si trova nelle Caravanche, la catena al confine fra Austria e Slovenia a Est del più importante Mittagskofel-Kepa. Da Tarvisio si supera il valico di Fusine per scendere poi la valle della Sava fino a Dovje/Mojstrana all’imbocco della Vrata, l’amata valle del Tricorno, la seconda località a monte della statale è il punto di partenza dell’itinerario, 703m. Si inizia a oriente del paesello percorrendo una forestale che si abbandona poco dopo (la ritroveremo più in alto) alzandosi lungo una battutissima traccia nel bosco reso magico dalla galaverna. Mentre la nebbia indugia sulle valli in alto troviamo un sole pallido che non arriva a mitigare il gelo, traversiamo ancora una volta la strada prima di mettere piede sulla facile dorsale SO che porta in cima. Come isole emergono dalle nuvole le alte vette delle Giulie nel continuo viavai degli escursionisti al quale non siamo per la verità abituati in pieno inverno. Ci abbassiamo allora a un cocuzzolo non troppo distante privilegiato da un simbolo di vetta stando su una cresta in direzione SO, è il momento di usare le racchette e per una volta sghignazzo a vedere il Maurino che arranca non avendole in possesso, la sommità ha un ancona dedicata a S. Isidoro e non ha traccia di precedenti visitatori, dovrebbe comunque trattarsi del Hruski Vrh 1777m. Poi soddisfatti traversiamo faticosamente il pendio fino a riprendere il percorso di salita. Gita abbastanza faticosa (1200m il dislivello con la neve non sono pochi) ma facile e appagante. Quasi sette ore soste comprese, gennaio 2010.

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3-galaverna

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