Cima di Campido (3001m) e Campanile dei Campidei (2658m) dalla valle di Garès

Anni addietro mi è capitato di leggere un articolo dello scrittore bellunese Dino Buzzati che compì varie salite nelle Pale di S. Martino quasi sempre con la guida Gabriele Franceschini. Intitolato “ Le Montagne di vetro”. Lo scritto è un nostalgico addio ai monti che restano sempre uguali, sono gli uomini e gli alpinisti che invecchiano. Tanto che le cime diventano irraggiungibili, fragili e lisce ma solo per l’inesorabile trascorrere degli anni.

Con ben due guide fresche di stampa a disposizione, quella del Cai più sintetica e alpinistica e il poderoso tomo di Luca Visentini  che descrive con aulica prosa le vie normali a tutte le cime delle Pale (il secondo corredato da numerose immagini) non potevamo esimerci da una visitaSperando di non avere annoiato troppo i lettori con questa breve premessa ritorno a questa micidiale gita giornaliera nel settore Nord del gruppo. Da Udine bisogna prima raggiungere Belluno e poi risalire la statale della valle del Cordevole transitando da Agordo e Cencenighe dove la si lascia verso O per proseguire fino a Canale. Da qui si imbocca la strada secondaria che in direzione Sud conduce all’abitato di Garès, 1381m, si può salire ancora per un breve tratto nella valle omonima con la strada a fondo naturale (non si capisce se ci sia o no il divieto) fino alle tabelle poste all’inizio del sentiero n. 755 dove si parcheggia, quota ignota. Dopo un tratto boschivo si arriva in terreno aperto ai Piani di Campido, circa 2400m. Lasciati i segni ci si inoltra verso N in un canale che porta senza difficoltà al passo Zopel (2843m) con affaccio alla val Focobon. Dalla forcella non resta altro che proseguire sul dorso NE fino in vetta, come difficoltà siamo sul primo grado. Quattro ore, panorama strepitoso. Sul libro di vetta è annotata una salita in due ore, abbiamo fra di noi un poeta che gli dedica immediatamente un sonetto. Per la discesa si opta per il più impegnativo versante SO (II) di stupenda ma tagliente roccia corallina fra paretine e landri ottimi per un eventuale bivacco. L’itinerario conduce al passo del Focobon, da questo un elementare canale detritico riporta all’attacco. Purtroppo nei dintorni i giovani adocchiano l’isolato Campanile dei Campidei, la normale di II per la cresta N è una sirena irresistibile e saliamo anche la seconda cima. Il fatto crea un dissidio che si appianerà in seguito e alle sei di sera arriviamo alle macchine. Il dopogita, a garanzia di un rientro notturno, si celebra allo sperimentato agriturismo di Listolade. Sull’ora di rientro alle rispettive magioni è meglio stendere un velo pietoso.

 

 

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Cavallino (Gross Kinigat, 2698m) e Cavallato (2671m) due vette di confine

La roccia della cresta di confine con l’Austria compresa fra la forcella Dignas e il Comelico è per la massima parte costituita di scuri scisti ricoperti d’erba di antichissima formazione, non mancano tuttavia alcune importanti cime calcaree, una di queste è stata l’obiettivo di questa gita, la prima in assoluto nella zona.  Alcuni decenni sono trascorsi da quando assieme al Bepi e la cara Emanuela, scomparsa in un incidente stradale da parecchio tempo, con la solita partenza antelucana passiamo prima da Sappada scendendo poi a S. Stefano. Per risalire poi la statale del passo di M. Croce Comelico fino al tornante della Sega Digon, prima del ponte svoltiamo a destra per imboccare l’omonima valle. Piuttosto stretta e con dei tratti ripidi ma asfaltata è percorribile fino 1645mdove si trova il divieto e si può parcheggiare qualche auto. Le allungate dorsali del Cavallino sono in bella vista, le brevi pareti sovrastano estese colate di ghiaia e verdi pascoli. La carreggiabile prosegue ancora sul vasto versante erboso però le tabelle che indirizzano alla cresta ci impongono di lasciarla verso Nord, manca purtroppo un sentiero e ci alziamo alla meglio costeggiando una dorsale poco accentuata. Passiamo poi accanto alla malga delle Manze e proseguendo a oltranza raggiungiamo la base delle rocce dove transita il battuto sentiero della traversata Carnica con il segnavia 403. Galvanizzati ci alziamo ancora fino alla forcella Pian di Sabbia, (2515m,confine) fra il Cavallino e il Cavallatto, suo satellite a NE. Visto che è segnalato raggiungiamo facilmente dapprima il secondo per scaglie friabili (la guida dice primo grado, 2674m). Tornati in sella caliamo nel versante austriaco e seguendo i bollini arriviamo sulla vetta principale da Ovest. Dotata saltuariamente di cavi nei passaggi più ostici passa fra trincee, gallerie e fortificazioni risalenti alla grande guerra, non è troppo impegnativa e si può percorrere senza dotazioni particolari. In cima la Croce ha una corona di stelle che rappresentano gli stati dell’Unione Europea un tempo nemici. Il panorama è vastissimo, oltre alle Alpi Carniche si estende ai monti dell’Austria e alle Dolomiti. Per scendere optiamo per la via comune, dopo un tratto di cresta verso Ovest ci si cala su una cengia attrezzata che conduce in diagonale alle ghiaie della forcella Cavallino, 2453m, dove si trova il piccolo ma grazioso rifugio in legno (Fillmoor Standschutzen H.) che guarda caso è ancora aperto. Dopo aver fraternizzato con i presenti, nonostante l’ignoranza della lingua (sono tutti austriaci), è ormai l’ora che volge al desio. Per non smentirci scendiamo direttamente dei ripidi pendii erbosi, l’unico incontro è con una vipera melanica che si sta godendo l’ultimo sole. Non la disturbiamo, meglio proseguire fino al rifugio Cavallino 1827m, non gestito. Siamo ospiti a sorpresa di un allegro gruppo di Vittorio Veneto ben fornito di cibi e bevande. La strada del rientro si fa piuttosto lunga.

Hoher Dachstein (2996m), la traversata da E a O

settembre 29, 2017 Lascia un commento

La sera precedente, dopo la batosta dell’Hochkonig, una coppia decide di tornare fra i patri lidi e restiamo quindi in cinque decisi a sfruttare fino in fondo il poco tempo a disposizione, ci spostiamo quindi a Ramsau alla ricerca di vitto e alloggio. Per il secondo troviamo ospitalità in un agriturismo alla periferia dell’abitato che al nostro arrivo pare deserto, andiamo a cercare il proprietario che si trova nella stalla. E’ una signora che sta governando le vacche, lascia il lavoro per mostrarci le camere. Arredamento e pulizia potrebbero entrare senza demerito nei telefilm di Heidi, letti e gli armadi sono tutti dipinti a fiorellini e scene pastorali. Non è contemplata la ristorazione quindi la sera ci trasferiamo in paese per la passabile ma abbondante cena, devo dire che la cucina dei nostri vicini non rientra fra le mie preferenze. Al nostro ritorno la padrona di casa si è messa in ghingheri vestendosi con l’abito tradizionale (spero di non essere ripreso, mi pare si chiami Dirndl) comunque ne restiamo sopraffatti.  La colazione del mattino non tradisce le aspettative, burro e marmellata ma anche formaggi e salumi, succo di frutta poi tè e caffè, sulla qualità di quest’ultimo è meglio lasciar perdere. Il perché della scelta della locaità sta nel fatto che ci troviamo vicini al gruppo del Dachstein, il più imponente di queste montagne.

Il programma odierno prevede la salita del Hoer Dachstein che raggiunge quasi i 3000m, oltre a essere la più alta della zona è anche la seconda quota calcarea del Nord superata (mi pare) solo dal Tribulaun in val di Fleres. In questi luoghi avevo già fatto un’arrampicata nel sottogruppo meno elevato del che si trova più a O, il Gosau Kamm. Anche se allora non eravamo stati favoriti dal clima eravamo rimasti un po’ sorpresi dal buon trattamento ricevuto. Tornando al meteo per contro oggi gli auspici sono ottimi e non c’è una nuvola. La stazione della faraonica funivia situata ai ai piedi della parete Sud (alta un migliaio di metri!)  costruita per lo sci anche estivo, è poco distante, consente di arrivare, senza fatica ma con qualche sacrificio alle finanze, alla stazione superiore posta ai 2694m dell’Hunerkogel. Il calcare bianchissimo dal quale ha preso il nome la montagna o viceversa, stratificato a banchi di varia altezza, è lo stesso che si trova anche nelle casalinghe Giulie, respiriamo quasi l’aria di casa… Ci avviamo ora sulla dorsale verso Ovest ai margini e sul pacifico ghiacciaio costeggiando i precipizi meridionali fino all’attacco della ferrata della spalla NE. Il nome è riduttivo, gli stagionati infissi sono scarsi anche se in ottime condizioni, pochi sono i cavi e bisogna affidarsi a gradini e maniglie. La salita è ben segnalata ma a causa della neve presente sulle cenge il percorso è piuttosto delicato e non ci sono concorrenti. Il dislivello non è molto, circa 300m, e arriviamo in cima senza tanti intoppi. La cima è molto frequentata, fra gli altri ci sono alcuni allegri elementi di una banda musicale, sono saliti per la via normale con tutti gli strumenti e ci deliziano con qualche brano, d’altronde questa è la patria di Mozart. Il panorama eccezionale offre fra l’altro i monti visitati nei giorni precedenti . In discesa optiamo  per la più battuta cresta Ovest, che arriva fino sella con la Mitterspitze (Windlucke, 2779m). Poi da questa bisogna attraversare un ghiacciaio (senza crepacci) e in seguito  alzarsi ulteriormente per un dosso intermedio fino alla Steine Scharte (forcella, 2721m), attrezzata su tutti e due  versanti. Tornati sulla neve e al percorso dell’andata risaliamo alla stazione della funivia prendendoci anche qualche rinfrescante  goccia di pioggia. Qui incontriamo per la prima volta dei connazionali, una coppia con pargolo in lacrime, non usciranno all’aperto. Al parcheggio nell’auto rimangono ancora viveri e bottiglie per celebrare il successo prima di intraprendere il lungo tragitto verso casa.

Anche per questa gita ci siamo basati sulle scarne ma sufficienti note del libro di Messner “Ferrate delle Alpi Orientali” ed. Athesia.

Con Cinzia, Eliana, Gigi e Ermanno, Agosto 2002

Cresta Sud di S. Sebastiano, la cima centrale (2420m)

settembre 24, 2017 Lascia un commento

Osservando la carta stradale la strada più corta per il passo Duran (1601m) partendo da Udine è la Valcellina con i suoi numerosi Autovelox, dal passo di S. Osvaldo si scende poi a Longarone da dove si imbocca la Val di Zoldo fino a Villa dove si svolta a sin. per salire al valico. Un giorno non sarebbe sufficiente per la visita ai molti graziosi paeselli che la costellano ma si sa che noi rudi alpinisti siamo refrattari a queste lusinghe, sempre troppo presto al mattino e tardi alla sera . Ci basta breve sosta per il caffè a Forno e via verso le crode, ci sono ancora numerose e curve e tornanti da superare sulla stretta rotabile prima del parcheggio. Il valico è il più corto collegamento con l’agordino ma per la quota abbastanza elevata costituisce un anche ottimo punto di partenza  sia per gite nel gruppo del Civetta (piuttosto lunghe) come per il Tamer-San Sebastiano situato a SE che sono più alla portata. In questa direzione ci incamminiamo nel bosco seguendo un sentiero segnalato  che prima di riuscire nel Van o Vant (nome locale dei circhi detritici) di Caleda offre un passaggio un poco esposto sotto il Sasso omonimo, che è poi una fotogenica cengia a soffitto. Poi si esce nell’anfiteatro, la cresta che ci interessa con le sue varie elevazioni ha i suoi limiti alle forcelle di San Sebastiano e la Porta (confine con i Tamer). L’obiettivo è la quota più alta che si trova circa al centro. Rimontiamo tutto il vallone faticosamente per ghiaie e detriti seguendo incerte tracce. Siamo perplessi, vediamo solo pareti  ma da più vicino adocchiamo un canale che sale verso l’alto, diventa  via via più stretto fino all’intaglio, c’è anche qualche traccia di passaggio e ci arriviamo senza difficoltà. La forcella (senza nome ma quota 2383m) consente l’affaccio a N alla remota  val Malisia, che non ci interessa più di tanto. La cima resta sulla destra ma non è raggiungibile direttamente, ci si deve calare qualche metro nel versante del suddetto vallone e quindi  traversare a destra (Sud) qualche decina di metri prima di tornare sul filo della cresta SE. Sottile ma non difficile conduce alla vetta. Il panorama comprende vari colossi delle Dolomiti, le Pale e le Dolomiti Friulane ecc. Da qui ci si potrebbe anche sbizzarrire su qualche altra quota ma la maggiore ci basta, per di più uno dei compagni si è portato il figlio che per l’età potrebbe rivolgersi al tribunale dei minori. Tornando alla base ci facciamo una bella scivolata sul ghiaione, quindi rintracciamo un sentierino che attraversa il dosso al centro del vant, dopo questo (sempre segnalato) optiamo per un simpatico percorso che segue dalla sorgente il bel corso roccioso del Rù di Caleda. Con qualche attenzione arriviamo sull’asfalto al tornante in versante agordino un centinaio di metri più in basso e a un km mezzo dal Duran.

Settembre 2013, Ermanno, Federico e Lorenzo.

Cridola (2581m), altri tempi altri giorni …

settembre 21, 2017 2 commenti

Sfogliando l’album dei ricordi prima di ritrovare questa salita bisogna riandare fino al remoto settembre dell’85. Fatta con Aldo, (detto Coriere per la sua professione di autista di autobus) uno dei tanti personaggi di cui negli anni si sono perse le tracce. Saltuario frequentatore della vecchia sede dell’UOEI in via Grazzano, ma più assiduo, come d’altronde il resto del nostro gruppetto, nella dirimpettaia succursale dell’Allegria dove fra un taglio e l’altro si mettevano a punto i programmi per le gite da farsi nella Domenica seguente.  Purtroppo in questa occasione ci siamo trovati solo in due, devo dire che al tempo tutte le Dolomiti d’oltre Piave erano, almeno per me, terreno incognito visto che non vi avevo mai messo piede ,pertanto la vetta più alta del gruppo poteva essere un debutto interessante. La prima salita si deve a Giulio Kugy che con la guida Orsolina ci arrivò nel 1884. Forti della relazione della guida del Berti da poco pubblicata (I e II ma segnalata con bolli rossi, senza questi ci saremmo persi di sicuro) decidiamo di tentare l’audace impresa. Assistiamo a un alba in technicolor nel tragitto verso Forni di Sopra, dopo il paese proseguiamo verso il passo della Mauria e da Chiandarens svoltiamo a sin. per parcheggiare al divieto di transito, poco più di 1000 di quota. Qui inizia il sentiero 346 che risale la val di Giaf  costeggiando il torrente porta al Rifugio omonimo (1405m), neanche ci fermiamo, meglio continuare fino alla ghiaiosa forcella Scodovacca, 2043m, al confine fra Carnia e Cadore al limite fra i gruppi di Cridola e Spalti-Monfalconi. Qui si abbandona il solco principale per alzarsi a destra verso l’ulteriore intaglio della Tacca del Cridola, 2176m. Ci si affaccia ora a un mondo ignoto di torri guglie e pinnacoli, proseguiamo imperterriti sul versante Est, i passaggi rocciosi ci sono, però l’esposizione è limitata e guadagniamo la vetta illesi. Fantastico risulta invece il panorama sulle grandi Dolomiti, le Carniche e il gruppo dove ci troviamo. Al ritorno dalla forcella ci lasciamo scivolare sui ghiaioni che dalla parte opposta portano a N in Val Cridola e al solitario bivacco Vaccari nel suo circo terminale. Ne discendiamo un tratto poi con breve risalita guadagniamo la forcella del Boschet che riporta in val di Giaf e al rifugio. Non resta che tornare al parcheggio. Le difficoltà sono dette, il dislivello supera i 1500 m, la cima è abbastanza frequentata.

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Novarza e Torondon, una piacevole gita settembrina

settembre 11, 2017 Lascia un commento

La rotabile che da Ampezzo porta a Sauris per la valle del Lumiei è una notevole opera di ingegneria stradale, costruita a servizio della diga che ha formato il lago a sua volta diventato un’attrazione turistica. Come siano arrivati gli abitanti di etnia e idioma tedeschi (le vecchie case in legno sono simili a quelle della Valsesia) fino a qua resta un mistero. Sopra al quale passiamo sopra, sono altri i nostri interessi , ad esempio salire una delle erbose cime con affaccio alla val Degano che ancora mancano nel repertorio. Il primo abitato è Lateis, da qui ha inizio una rotabile ora  asfaltata che dall’altopiano di casera Losa scende dopo la Forchia a Ovaro.  In una precedente visita, quando era ancora a fondo naturale, la frizione della mia vecchia Ritmo esalò l’ultimo respiro, ora anche se i mezzi sono migliorati parcheggiamo prudentemente prima (circa 1500m la quota stimata). Continuando sulla strada in breve si esce in terreno aperto a contemplare le creste del gruppo disposte ad anfiteatro sopra i pascoli. Per la friabilità e ricoperte d’erba non si prestano proprio all’arrampicata ma offrono all’escursionista mete interessanti  e solitarie anche (con le dovute cautele) invernali con sci o ciaspe. Procediamo sulla strada passando dalla casera Novarzutta dove sostiamo un po’ a chiacchierare con la simpatica Malgara prima di salire sulla destra ad occhio fino alla nostra meta, in ultimo percorrendo il crinale Sud. Le alte erbe che arrivano quasi alla cintola non ostacolano più di tanto, e senza troppa fatica arriviamo sulla prima cima. La bella giornata settembrina offre un vasto panorama tanto che decidiamo di proseguire ancora verso Ovest sulla facile dorsale che mantiene le stesse caratteristiche. Ci caliamo prima alla forcella Novarza (1858m) per risalire sul versante opposto fino al cocuzzolo del Torondon (2019m). Dopo le due doverose soste caliamo verso N fino alla forcella Jelma (1902m) che dà sulla Val Pesarina. Non ci sono segni ma il percorso è intuitivo, solo in caso di nebbia l’orientamento potrebbe offrire qualche modesta complicazione. Alla sella si riprende la strada che un po’ noiosamente ma in discesa ci riporta al parcheggio. A Lateis ci ritempriamo in un locale, la specialità è naturalmente il prosciutto.

Settembre 2011, con Ermanno e Federico.

 

Spicek (2273 m) da Sella Nevea profittando della funivia

settembre 6, 2017 Lascia un commento

Fra la Cima Confine e il più distante Rombon si trova questa ulteriore elevazione della cresta orientale, altre informazioni oltre alla quota e al nome (riportato solo sulla cartina della Tabacco al 25.000) non ce ne sono. Decidiamo di provarci sfruttando la nuova funivia che da Sella Nevea porta fino ai 1831m del rifugio Gilberti. Dopo la costruzione non c’ero mai stato, anche per la salita al Bila Pec, mi pare nel 2010, eravamo partiti a piedi percorrendo il bel sentiero sulla destra delle piste. Gli impianti sciistici che salgono fino in Prevala, la sella di confine con il versante sloveno in estate rimangono chiusi come d’altronde quelli d’oltreconfine. Non sono uno sciatore quindi la mia opinione è negativa, tanto ormai i danni fatti al magnifico ambiente in nome del business non sono più rimediabili. Dalla stazione superiore per salire alla forcella non ci sono alternative alla pista e bisogna rassegnarsi, valicata la sella si imbocca il sentiero che si dirige verso Est in un bellissimo ambiente di bianco calcare. Si cammina lungamente sui resti di una mulattiera che risale alla Grande Guerra superando una sella da dove si dirama in direzione Sud una cresta secondaria che culmina con una cima abbastanza elevata. Su di essa è impegnato un gruppo di escursionisti, ne prendiamo nota, può essere un’idea per il futuro magari salendo con la funivia da Plezzo. Proseguiamo ancora la traversata dell’acrocoro che possiede tutte le caratteristiche del carsismo d’alta quota, campi solcati grotte e inghiottitoi. Sorpresi talvolta da qualche verde oasi fiorita costeggiamo i versanti  del Leupa e della Cima Confine. Oltrepassata quest’ultima lasciamo il sentiero principale che prosegue verso il lontano Rombon per prendere la traccia meno evidente ma comunque segnalata che si alza a sin. fino a un intaglio non valicabile della dorsale principale. Da questa proseguiamo verso Est, ora  la traccia si destreggia fra verdi cenge e banchi rocciosi verso la nostra amabile quanto solinga elevazione. Anche se non ci sono difficoltà vere e proprie questo ultimo settore è un po’ esposto, specie negli ultimi metri di cresta. La giornata caldissima ci ha fatto sudare parecchio, fatica compensata solo in parte dal fantastico panorama che spazia su tutte le Giulie ecc. ecc. Il consueto litro di acqua in dotazione viene esaurito quasi subito e non apprezzo molto la paus. Al ritorno ci sono da patire varie risalite prima di rivedere i patri lidi. Restano da risalire i pochi metri che portano al rifugio dove mi concedo subito una birra alla spina che non è sufficiente a placare l’arsura. Ne prendo subito un’altra per superare la crisi e va già meglio. Siamo anche in anticipo sull’ultima corsa della funivia, possiamo prendercela comoda.  E pensare che per il poco dislivello nominale doveva essere una gita di tutto riposo.

Agosto 2017, con Oscar e Sandro.