Al Jovèt per la “vie dal Cjamòc” (1814m)

Di questa salita non ho trovato alcuna nota nei miei diari dove sono solito annotare se non la relazione almeno qualche riga, anche sulle guide a mia disposizione non c’è, almeno per me, molto di chiaro e sul web non ho nessuna voglia di andare, forse abbiamo percorso la via di cui al titolo descritta dal Marini-Galli nel volume “Alpi Giulie Occidentali”. Quindi chiedo già venia ai miei lettori se devo affidarmi alla memoria confortato dalle poche dia scattate nel remoto aprile del 1990 accettando reprimende e puntualizzazioni. Punto di partenza è Patoc, borgo abbandonato in posizione solatia sulla destra della Val Raccolana, 751 m., da Chiusaforte si prende a destra la strada per sella Nevea, dopo un ponte si prende a sinistra una stradina comunque asfaltata, il parcheggio è alle prime case. Saliti a quello che era il centro lo si attraversa verso E, alla fine dell’abitato si imbocca la ex mulattiera segnalata con il n. 620 che sale verso nord. Al primo bivio dove un tempo c’era lo stavolo del Chinop, ora si stenta a ritrovare persino i ruderi (1150m) il sentiero si dirige a sin. verso la forcella Galandin e quello che continua ma con n. 621 è quello della Via Alta che sale ai Piani del Montasio. Li tralasciamo entrambi optando per la terza via alzandoci praticamente alla cieca nella faggeta più o meno verso NO (sulla cartina è segnato in nero un sentiero ormai inesistente) cui segue  un lungo tratto fra macchie di  piccoli abeti, mughi e impiccate pale erbose. Ma ormai ci troviamo nelle vicinanze delle rupi della nostra meta con più a Est le pareti dell’ancor più arcigno Cjastelat. Fra macchie di mughi e arbusti ci avviciniamo a una cresta rocciosa che scende dal Jovet verso sud e che ci appare come la via più logica da percorrere. Il primo tratto è uno spigolo roccioso abbastanza solido dove la componente femminile si fa sentire, richiede e a ragione ottiene l’uso della corda, tutti gli altri con per primo il suo compagno la rifiutano. A conforto troviamo anche qualche ometto, siamo sulla retta via. Un ulteriore tratto dove la cresta si frastaglia viene evitato e si transita su una stretta cengia a occidente, quindi la cresta si apre su pendii in parte incespugliati più facili che menano senza altre complicazioni alla selvatica sommità adorna di un vispo ometto. In discesa, onde evitare sgradite sorprese, torniamo sui nostri passi. Dislivello meno di 900m, il massimo impegno è sul primo grado o qualcosa di più. Protagonisti, oltre al sottoscritto, il Mauro, Vigjut e la compagna Eliana, Fausto, Sandron e Sandrin , penso che mai la cima abbia avuto un tale affollamento, d’altronde erano i giorni grandi del GRA.

1 I misteriosi versanti meridionali del Cimone

2 Anfratti rocciosi misti a mughi

3 La parte centrale della salita

4 La val Raccolana

5 L'attacco mugoso della cresta

6 Sulla crestina

7 Sullo spigolo

8 Di fronte alle pareti del Sart

9 Traverso sulla cengia

10 Che in un passaggio si riduce a cornice

11 In vetta panorama verso le Alpi Carniche

12 Tutti assieme appassionatamente

13 Ritorno alla base con vista sul Canin

14 La catena del Canin

15 Il Cjastelat

16 L'arrivo a Patoc

17 Scjalis di piere, puiui di noglar

18 Patoc

19 Scendendo al posteggio lo Zuc dal Boor

Categorie: Giulie Occidentali Tag:

Hinterjoch, una facile gita in Val Valentina

5 Marzo 2015, come di consueto i quattro compari partono in pratica senza meta una prestabilita, dalle parti di Tolmezzo fra le varie mete proposte, tutte ripetizioni di cose fatte, finalmente dalle vetuste meningi sorte una meta dove nessuno ha mai messo piede. Dal passo di Monte Croce Carnico scendiamo in Austria fino al vistoso cartello che sulla destra indica la strada per la Untere Valentin Alm dove parcheggiamo, 1070 m di quota. D’estate alla malga si arriva in auto ed è molto frequentata anche dagli italiani che qui possono degustare le prelibatezze offerte dalla cucina d’oltreconfine. Non nel nostro caso, la sbarra è abbassata ma anche in caso contrario il fondo ghiacciato sconsiglierebbe ulteriori velleità. L’ambiziosa meta prefissa è un innocuo cocuzzolo erboso ai margini orientali del gruppo del Mooskofel che si trova a N del Coglians, quindi completamente oltre confine, poi  essendo stato eletto a parco gode di poca o assente segnaletica. L’impatto con l’esterno è a dir poco devastante, siamo investiti da una bufera di vento gelido (il pensiero di tutti è “perché non sono rimasto a casa?”) ma nessuno lo manifesta perciò ci affrettiamo a partire, subito dopo il ponte prendiamo la scorciatoia segnalata di sinistra che torna alla strada sul rettilineo finale. Traversiamo ora verso destra (di fronte agli edifici), sui primi pendii con la precisione propria di questi popoli troviamo la tabella che indica con il 432 la nostra via che si alza nel bosco intersecando più volte una strada forestale (si potrebbe anche seguirla, ma si trova meno neve sui pendii). Fatto un ultimo attraversamento il sentiero sale ancora fra gli abeti tendendo a destra fino ad attraversare un torrente. Al di là termina la foresta, ora si sale il costone sovrastante piuttosto impiccato, ne facciamo solo un tratto prima di gettare la spugna. La giornata sarebbe molto fotogenica con le raffiche che alzano il nevischio, ma è finito il tempo degli eroi e ripieghiamo a Timau da Matiz.

1 Salendo alla Valentin Alm

2 Valentin Alm

3 Nell'abetaia

4 Bufera sulle creste del Mooskofel

5 Sul costone

6 La meta prefissa

7 Il momento della rinuncia

8 Il Coglians

9 In discesa

10 Il Polinik con la criniera

11 Traverso sopra il torrente

12 Creta di Collina e Cjanevate

13 Ripassando dalla Valentina

15 Aprile. Ritorniamo, sempre gli stessi però si aggiunge, abbassando di qualche anno la media dell’età, il M. che si è preso un giorno di ferie. Il clima è più accogliente e la neve è assente fino alla casera, la sbarra risulta abbassata ma non chiusa a chiave, qualcuno incita a proseguire ma, visto che sono il pilota, diffido di queste situazioni e parcheggio prima. La situazione è ben più accogliente della volta scorsa, spuntano i primi fiorellini e la temperatura è gradevole. Rifacciamo tutto l’itinerario di marzo fino alla dorsale, ripida come quella volta, il sentiero non deve essere granchè battuto. La cresta dove dobbiamo arrivare è erbosa e non occorrono ulteriori descrizioni. Sotto l’Hinterjoch con una breve deviazione sulla destra ci meritiamo il cocuzzolo chiamato Lamprecht Hoe di 1861 m, più basso della sella, che offre una vista notevole. Saliamo anche sopra del valico un ulteriore cimotto con resti bellici o pastorali traversando qualche lingua di neve. Qui facciamo la pausa pranzo ammirando un tratto dei Tauri, i  monti della Drava, le Lienzer e la sottostante valle del Gail oltre che, naturalmente, le Alpi Carniche degustando un bianco passabile con lo zefiro di primavera. Ci sarebbe la possibilità di traversare alla cima della Mauthner Alm dove ero stato in passato, ma toccherebbe fare qualche chilometro di asfalto e soprassediamo. Due ore e 20 fino in cima, circa 800 m di dislivello. Caliamo a valle sulla strada conosciuta, speravamo di trovare aperta la Valentin Alm, nonostante le bandiere al vento e le imposte aperte è tragicamente chiusa. Come la sbarra, che ora ha il lucchetto, per una volta sono due austriaci che per fare i furbi si trovano bloccati con il potente mezzo. Gli possiamo offrire solo un taglio di Montepulciano d’Abruzzo (dono del nostro medico di fiducia) prima di ripartire.

14 Prati in fiore alla Valentin Alm

15 Fior di Stecco

16 Sul costone

17 Il cocuzzolo del Lamprecht Hoe

18 Dalla cima il gruppo Coglians-Cjanevate

19 Valle e monti del Gail

20 Traversando all'Hinterjoch incombe il Mooskofel

21 Indicazioni al valico

22 Le Alpi Carniche, in primo piano il Polinik da un'ulteriore quota raggiunta

23 Qualche lingua di neve in discesa

24 Dove  una scivolata è inevitabile

25 Fiorellini

26 La Creta di Collinetta dalla Valentin Alm

27 Relax alla malga

Categorie: Alpi Carniche Tag:,

L’anello del Monte Briniza (1636m) da Monteaperta

La dorsale del Gran Monte è disposta in senso longitudinale fra il corso del Torre e l’Isonzo (comprendendo fra le varie elevazioni anche lo Stol, completamente in Slovenia. Il versante N è ricoperto da fitti boschi di faggi mentre  quello opposto è quasi interamente a zolle erbose con qualche affioramento calcareo. Per le quote modeste può essere una meta potabile in tutte le stagioni, evitando magari gli assolati pendii meridionali in piena estate. Dopo questa noiosa premessa, superflua per i friulani, passo ora alla gita in questione che è un pezzo d’antiquariato come si vedrà dall’abbigliamento dei protagonisti, parliamo del marzo 1983.

Il punto di partenza è il paese di Monteaperta che in quegli anni ebbe un momento di notorietà grazie alla squadra di tiro alla fune femminile delle Tigri, la cui monumentale capitana (Ileana, mi pare) era anche la gestrice dell’osteria. Per arrivarci esistono varie possibilità, quella da noi seguita parte da Tarcento da dove si segue la statale per il passo di Tanamea fino a Vedronza dove si svolta a destra , dopo Lusevera e Micottis  e finalmente la nostra località, quota sui 600m. Parcheggiamo di fronte al bar, l’inizio del sentiero (il 711) e lì vicino accanto alla chiesa, clima buono per la stagione con un po’ di foschia. Quattro i compagni, abituali in quei giorni, uno è sparito, con il cjargniel bevo un tajut ogni tanto, per finire due morosi che ho ritrovato di recente, sono felicemente coniugati con due figli che vanno all’università. L’antica mulattiera sale regolarmente a tornanti fra le zolle erbose fino alla sella di cresta a 1540m, il versante N è ancora innevato e intanto che gli amici si riposano salgo fino alla quota a Est (Lausciovizza sulla carta, 1615m), poi tutti assieme fino a uno dei numerosi cocuzzoli del crinale a occidente con belle visioni sulle Giulie, Alpi e Prealpi. La coppia si ferma qui dichiarandosi appagata. Proprio quando il percorso diventa interessante, ci sono da superare ancora dei bei rilievi prima di arrivare al Briniza che è poi la cima più alta, non ricordo se prima o dopo in un tratto siamo costretti a spostarci a Nord per evitare un saltino, la neve è buona, si affonda quel tanto che dà sicurezza. In seguito tutto si appiana e si cammina tranquillamente, andando avanti verso O si arriverebbe alla Testa Grande (l’ultima cima) da dove un’ ulteriore traccia segnata riporterebbe al punto di partenza, ma il solito diavoletto si fa vivo sotto le apparenze di un infido imbuto erboso che ci attira. Non resistiamo a simili lusinghe e scendiamo di lì, dopo qualche peripezia usciamo tutti interi sulla mulattiera fatta in salita. Devo avvertire che su questi ripidissimi pendii si sono verificate parecchie disgrazie e questo povero scritto non è una istigazione a delinquere. Otto ore (comprese le varie soste), dislivello virtuale 1000 m, reale un po’ di più viste le varie risalite.

1 Il Gran Monte

2 Capre a lato del sentiero

3 Erica in fiore

4 Il sentiero per la sella

5 La sella del Gran Monte

6 I compagni con il maestoso sfondo del Canin

7 Il Briniza dai pressi della sella

8 L'ex caserma e le Giulie Or.

9 Le creste dei Musi

10 A nord c'è ancora parecchia neve

11 Comincia la traversata

12 Sul crinale

13 In cresta

14 Nel versante nord

15 Dopo la cima i pendii sono più dolci

16 Discesa sugli esposti erbai

17 Un'altra immagine della discesa

Plananizza (1554 m), l’ennesima ripetizione

Il versante Sud dello Zuc del Boor è fra i più impervi delle montagne friulane e la vita dei suoi abitanti deve essere stata molto grama e faticosa anche rispetto alla Carnia, anche gli accessi alle cime sono lunghi e faticosi. Per la prima salita bisogna tornare ai primi di dicembre del ’90 quando si era ricchi di speranze progetti e capelli. Da Carnia saliamo la pontebbana (che è poi la statale 13) fino a Chiusaforte che superiamo, dopo qualche o una svolta (ai giorni attuali tunnel) un ponte scavalca il rio Molino, qui parcheggiamo (400 m circa), sulla sinistra comincia la ormai mitica mulattiera con segnavia CAI 427 che prosegue ridotta a sentiero fino a Sot Cretis. Saliamo per questa fino al borgo semideserto di Costamolino, qui facciamo quattro chiacchiere con l’unico abitante, tornato al luogo natio dopo una vita di emigrazione. Ci riforniamo d’acqua alla fonte, poi continuiamo l’andare fra i viottoli del paese e oltre fino al bivio dove prendiamo a sinistra il sentiero n. 426 che nella pineta scende poi al Rio Molino, al di là prosegue nel miglior bosco di faggi fino alla forcella Patok 1140m, fra lo Jof di Chiusaforte e la meta che ci siamo prefissati. Qui il sentiero numerato scende al punto di partenza, tirando diritto una vecchia mulattiera comunque segnalata prosegue in moderata salita con a destra i severi versanti rocciosi del Plananizza fino alla forcella Naurazis e siamo a 1342m con varie segnalazioni autoctone. Qui ci spostiamo nell’opposto versante NO dove incontriamo la neve che ci accompagnerà fino in cima, senza grosse pendenze arriviamo a un bivio, la traccia di destra sale verso la vetta dove si giunge seguendo la cresta districandosi fra le macchie di mughi. I ripetitori presenti guastano l’ambiente ma comunque la vista è eccezionale (Zuc dal Bor, Monti di Malborghetto, Prealpi e Alpi Giulie Occ., ecc. Per scendere torniamo alla forcella Patok, da dove il comodo sentiero segnalato dopo essere passato dalla Cappella di S. Antonio esce infine fra le case di Chiusaforte da dove torniamo al parcheggio, quattro ore in salita e due in discesa.

1 L'arrivo a Costamolino

2 Ancona a Costamolino

3 Alla fontana

3 Il paese dall'inizio del sent. 427

4 Il Rio Molino

5 Jof di Chiusaforte dai pressi di forcella Patok

6 Primi passi sulla cresta, sullo sfondo Plauris e Lavara

7 Sulla cresta

8 In Cima, in secondo piano Monti di Malborghetto, Cimone e Montasio

9 Da sin. Zuc del Boor e Cozzarel

10 Verso il Canin e le Prealpi Giulie

11 Il bosco dopo un incendio

12 Vecchio stavolo

13 Il Plananizza

14 Una sosta in discesa

15 La Cappella di S. Antonio

16 In vista di Chiusaforte

17 Chiusaforte

25 anni sono trascorsi, una ripetizione si può anche fare. Primo d’Aprile, è il compleanno di due dei quattro componenti lo sparuto gruppo, bel tempo ma ventoso. Astutamente viene scelto un punto di partenza più favorevole ma ancora dal canale del Ferro, proseguendo oltre Chiusaforte verso N, poco prima di Dogna una rotabile ora asfaltata si alza a sinistra stretta e ripida passando dalle borgate di Porto, Piccol Colle e Visocco per traversare infine a Plagnis, 798m. I paeselli dopo l’abbandono negli anni del terremoto si sono parzialmente ripopolati e troviamo  un pur se modesto traffico. Qui parcheggiamo presso una fontana per incamminarci sulla strada bianca che con qualche saliscendi termina a Costamolino. Poco è cambiato nel paesello ancora deserto, comunque qui ritroviamo i segni del 427. Pedissequamente ricalchiamo l’itinerario della visita precedente, al bivio con il sentiero 426 una scritta ci informa che non è transitabile, come sempre non gli prestiamo fede. Tutto va bene fino ai bordi del Rio Molino che purtroppo se ne è mangiato un tratto in una qualche alluvione. Non ci diamo per vinti, ci alziamo qualche metro poi traversiamo sopra la frana,  dopo una breve ricerca la traccia ricompare più in basso quindi scende per ghiaie al torrente in una zona di grossi massi vistosamente indicato in rosso come pure la risalita nell’opposto versante fino a rientrare nel bosco. Alla forcella Patok incontriamo due ragazze austriache che sono salite da Chiusaforte con la stessa nostra meta, non hanno fretta e le lasciamo lì, noi proseguiamo come la volta precedente, nell l’ultimo tratto i mughi hanno preso il sopravvento e bisogna passare, comunque agevolmente,  in una specie di tunnel. In  cima non è cambiato molto, ahimè anche qui è passato il seminatore di Madonne di Mediugorie, dal nostro canto non lasciamo alcuna traccia di passaggio. Tre ore e ¼ in salita. Le raffiche di vento gelido ci costringono a riparare fra i mughi per il ristoro, i due festeggiati estraggono dallo zaino anche il necessario per il brindisi e ci soffermiamo per più di un’ora prima di ritirarci, le due teutoniche non si sono viste, ma vediamo le loro impronte su una chiazza di neve alla forcella Naurazis.  Alla successiva Patok ci dividiamo, i due più gagliardi tornano a riprendere la vettura, per diritto di anzianità con Sandro scendo a Chiusaforte (373m) sul sent. 425, di nuovo  c’è la pista ciclabile che in breve ci scodella all’ex stazione, ora bar, luogo del rendez-vous. Per evitare sorprese conviene partire comunque da qui anche se il dislivello è maggiore.

18 Il minuscolo borgo di Plagnis

19 Fontana traversando a Costamolino

20 La sterrata per Costamolino

21 Postazione di mitragliatrice

22 L'inizio del sent. 426

23 L'0rlo del Rio Molino

24 Uscendo dal torrente

25 Cozzarel e Montusel

26 Forcella Naurazis

27 Fra i faggi verso la cima

28 Dalla vetta le cime dello Zuc del Boor, Cozzarel e Montusel

29 Al riparo dei mughi

30 Discesa a Chiusaforte

31 Chiusaforte

32 La nuova ciclabile e l'ex stazione

Categorie: Alpi Carniche Tag:

Monte Toc (1921 m) e Cima Mora (1938 m), i monti della tragedia del Vajont

Tristemente noto per la catastrofe del Vajont il malfamato monte Toc rimane comunque  una meta accettabile e rinomata, a detta delle guide, per il panorama e l’ambiente piuttosto selvatico. Ci approssimiamo salendo da Est in Valcellina, dopo il Passo di S. Osvaldo si scende fino alla frana, poco prima della palestra di roccia si prende a sinistra la strada diretta a Pineda, al culmine (820 m) si trova l’inizio del sentiero che verso destra  porta a casera Vasei. Dapprima si sale un costone sopra le placche da dove si è staccata la frana poi si passa a sinistra di pareti sotto  landri per alzarsi poi nel bosco fino alla già visibile casera Vasèi (1610 m) che altro non è che un misero ricovero in tronchi con abbondanti spifferi. Dimenticavo di citare i compagni, Mauro e Cinzia che resistono tuttora mentre Diego è a riposo per  raggiunti limiti di età, il quarto è Vladimiro, un saltuario partecipante ai nostri giri. Tempo tipicamente primaverile con un pallido sole in basso e cielo velato più in alto. Dalla sella della casera saliamo per tracce verso E per nevai fra le macchie di neve fino alla cresta che si affaccia ai repulsivi dirupi verso la valle del Piave e Longarone, la cima del Toc è contrassegnata da un bastone, peccato che la nebbia non ci consenta di  godere  della vista. Seguendone il filo (a sinistra) arriviamo senza difficoltà anche anche sulla Cima Mora, di poco più elevata e con le stesse caratteristiche, bastone compreso. Da dove ci caliamo alla casera  ripiegando quindi  a valle lungo il percorso della salita meno il Mauro che scende per le placche della frana.

1 Corniolo in fiore con vista su Casso

2 Il sentiero della casera

3 Sotto i landri, in alto Cima Mora

4 A casera Vasei

5 Neve a monte della casera

6 Nebbia sulla cresta

7 La cima del Toc

8 Dirupi verso il Piave

9 Traversata a Cima Mora

10 Il Toc dalla cresta

11 Cima Mora

12 Da Cima Mora verso il monte Toc

13 Tornando indietro si ripassa da Casera Vasei

14 Il punto di distacco della frana del Vajont

1100 m il dislivello, difficoltà vere e proprie non ce ne sono, sei ore in tutto, Aprile 1993.

Kobilja Glava (1475 m), una gita di mezza giornata

aprile 3, 2015 4 commenti

Tradotto il toponimo potrebbe essere Testa di Cavallo (si accettano volentieri altri significati), si tratta comunque di un dorso erboso che fronteggia la valle dell’Isonzo fra Tolmino e Santa Lucia da NE mentre il versante opposto è rivolto a quella più selvaggia e boscosa del torrente Kneza, che è poi il primo affluente di destra della val Baca, dove si incontra l’asfalto e la ferrovia Transalpina. La nostra modesta cima si collega alle creste principali dei gruppi del Nero e Monti di Bohini scendendo ai pascoli di Planina Lom, altro possibile punto di avvicinamento rispetto a quello qui indicato. Bisogna anzitutto arrivare a Tolmin, quindi partendo da Udine via Cividale  e valico di Stupizza a Caporetto o Kobarid e da qui scendere verso sud costeggiando la riva destra del fiume più bello del mondo per parecchi km fino alla piccola rotonda dove si svolta a sin., dopo il ponte si trova la cittadina che si traversa seguendo la strada principale valicando anche la Tolminka. Qui si offrono due alternative, la prima strada a sin. sale ai due paeselli di Poljubinj e poi a Ljubini, quella dopo direttamente al secondo con le comuni caratteristiche di essere strette e tortuose. Dopo i due abitati la rotabile continua ancora fino a un valico, qui la lasciamo (proseguendo si arriverebbe a Kneza) per svoltare a sinistra seguendo le indicazioni per Podmelce,  punto di partenza della gita, 830 m la quota. La sella è un luogo piuttosto ameno, subito oltre si trova un minuscolo borgo (ancora abitato!) e qui finalmente autisti e passeggeri tirano un sospiro di sollievo. Sulla sinistra si vedono le balze erbose che salgono verso la nostra destinazione, anche se non ci sono segni ci alziamo sulla dorsale SE seguendo una specie di tratturo sperando di non infrattarci nel bosco, in breve riusciamo alla forestale che avevamo scartato alla partenza perché traversava all’ombroso versante N e qui troviamo le indicazioni. La strada porta alla malga Lom in sole tre orine, una vistosa freccia con sovrascritto Jalovnik , nome che non ci torna, impone di tirare dritto, non ci resta altro che obbedire entrando nella vegetazione. Il sentiero susseguente deve essere abbastanza frequentato, sale a svolte regolari dapprima fra pini e puntuti ginepri poi nella faggeta che ammanta il versante N fino ad uscire sulla cresta ora spoglia  con piacevoli visuali sulla val d’Isonzo, le colline e la pianura. Superiamo una prima quota con bastone sui 1200 m dove lasciamo definitivamente la faggeta fino ad uscire a un cippo con contenitore inox, c’è il libro e il timbro dai quali veniamo edotti che ci troviamo sul Jalovnik, 1452 m. La Kobilja Glava è più avanti, ci si deve abbassare a una larga sella e quindi risalire fino alla grande croce posta al sommo, anche qui accanto al semidistrutto cippo d’orientamento posto dall’italica gente nel ventennio libro e timbro. Meritevole la vista su tutte le Prealpi Giulie Orientali come verso il Carso, in condizioni nitide si dovrebbe avvistare anche il golfo di Trieste. Dopo esserci sollazzati per un bel po’ (non ci manca certo la bottiglia per festeggiare l’impresa) tocca ripartire. Se l’ultimo tratto sopra Podmelce è obbligato a causa dei rovi, all’inizio si può scendere sul filo integrale tentando invano di ruzzolare a Ljubini, variante non gradita a tutti i presenti. Per il dopogita da Tolmino saliamo a destra a Zatolmin, la Gostilna presso l’orrido della Tolminka è il luogo adatto e a costi contenuti. Per la digestione ci facciamo anche una passeggiata nella gola assai pittoresca. 600 m di dislivello, facile.

1 Paesaggio pastorale presso il bivio per Podmelce

2 Podmelce

3 Crocus alla sella

4 Kobilia Glava

5 Autogru d'epoca

6 Sotto il primo risalto

7 Sulla dorsale

8 Nuvole sulle creste del Nero

9 Sul Javolnik

10 Traversata alla Kobilia Glava

11 Cornici minacciose alla sella

12 Dalla Croce Tolmino, l'Isonzo e il Matajur

13 La catena del Krn

14 Ritorno alla prima cima

15 Verso Est il Poresen

16 In discesa

17 Verso i Monti di Bohini

18 Scendendo la cresta

19 Bella betulla

20 Sopra il paesello

2012-2015

Piova (2316 m) e Colrosolo (2139 m), al confine fra Carnia e Cadore

Per consuetudine sono considerate invernali le salite compiute fino a tutto Marzo, pertanto questa gita del 23 dello stesso mese dovrebbe entrare a far parte dell’ambita categoria. La montagna si trova sulla cresta principale del gruppo del Bivera fra l’alta valle del Tagliamento e la Val Piova che dall’altopiano di Casera Razzo scende verso il Cadore e da questa ci approssimiamo, quindi da Ovaro nella valle del Degano si percorre tutta la Val Pesarina fino alla sella Ciampigotto per proseguire in discesa verso Ovest, a 1580 m si vede sulla sin. la tabella posta dove inizia la strada per casera Doana con scarse possibilità di parcheggio. Per la guida delle Carniche l’approccio  più comodo sarebbe da Forni di Sopra, nel versante opposto, con la seggiovia che ci scodellerebbe al Varmost, quasi 1700 m. comunque preferiamo questo versante più naturale. L’assortita compagine è abbastanza numerosa dal momento che fra giovani e meno siamo in sei, purtroppo il meteo non è molto incoraggiante visti la scarsa visibilità e cielo nuvoloso, il massimo per inoltrarsi in terreno incognito. Ci incamminiamo se non altro in discesa, arrivati al letto del torrente che scende dalla val Larga lo rimontiamo nella neve verso sinistra fino alla radura della testata della vallecola. Ne sortiamo per un pendio ripido e faticoso sulla destra, il manto nevoso non è malaccio, tuttavia bisogna prendere  provvedimenti e ci attrezziamo di piccozza e ramponi. Al termine della rampa ci sono da superare ancora un paio di facili saltini fra larici e mughi ma ora incoraggiati dalla stupenda visione della meta prefissata, ci ritroviamo alla Sella di 2013 m, fra il Colrosolo  e il Piova, anche il tempo ci viene in aiuto, qualche sprazzo di azzurro tenta di farsi largo fra le nubi. Dalla cresta ci divide un pendio fortemente inclinato dove non si può sbagliare che resta il tratto più impegnativo della salita. La dorsale ONO per contro è magnifica, abbastanza larga pur con dirupi sui due lati si rivela assai panoramica anche se la visibilità non è delle migliori, comunque oltre ai gruppi limitrofi identifichiamo parecchie cime delle Dolomiti Orientali. La montagna e i suoi contrafforti racchiudono un bellissimo circo nevoso-detritico con lo sbocco a occidente, lo memorizziamo per il ritorno, nessuno vuole rifare in discesa il primo salto. Infatti verso la fine della cresta deviamo sulla sinistra calandoci per tipico terreno ravanatorio di erba e roccette friabili poco più in alto dell’uscita del grazioso anfiteatro da dove sempre su neve risaliamo alla Sella. La lunga giornata non è giunta al termine, per la facile cresta incameriamo anche la cima del Colrosolo sopra la casera già nominata. Indi, senza percorso obbligato fra gli abeti ci caliamo alla stessa. La forestale ci riporta alle auto.

1 Il Tiarfin dalla Val Larga

2 Il pendio che porta alla sella

3 Il Piova dalla Sella

4 Salendo alla dorsale

5 La cresta ONO

6 Il Tiarfin dalla cresta

7 Sulla cresta

8 Un momento della salita

9 Uscita in vetta

10 Il folto gruppo dei partecipanti in cima

11 In discesa

12 Il Piova dalla cresta

13 Calata all'anfiteatro

14 Le nostre tracce nell'anfiteatro

15 Il vallone dalla dorsale del Colrosolo

16 Il gruppo del Brentoni in parte celato dalla nebbia

17 Dal Colrosolo verso le Dolomiti

18 Il Monte Piova, a sin. del vallone la cresta fatta in salita, visibile anche la rampa per la quale ci siamo calati nel circo

19 Casera Doana sovrastata dal Crissin

20 La casera e le Dolomiti Orientali

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