Vallese 97 – Il Rientro

E’ il giorno del rientro e ci permettiamo il lusso di un Taxi per riprendere l’auto all’ inizio della Mattertal. Dopo una breve sosta a Sankt Niklaus, il capoluogo della vallata, saliamo al passo del Sempione per calare poi in val d’Ossola. Costeggiando il Lago Maggiore con traffico quasi inesistente (gli italiani sono tutti al mare) riprendiamo l’autostrada verso Est arrivando  a casa alle sei del pomeriggio.

 

Weisshorn (Corno Bianco, 4505m) per la cresta Est

marzo 20, 2020 2 commenti

E’ il giorno di ferragosto, si fa per modo di dire visto che sono le due del mattino quando ci incamminiamo alla luce delle pile frontali, verso la cresta Est della montagna fatale per allora l’adolescente Georg Winkler, uno dei nomi che hanno fatto la storia dell’alpinismo. E’ una delle grandi classiche di misto dei monti del Vallese che alterna tratti rocciosi fino al terzo grado  a pendii glaciali di 45°. La troviamo comunque in ottime condizioni di neve dura. Ci mettiamo sette ore per coprire i 1600m di dislivello, non ci sono troppi problemi  di orientamento, basta seguire fedelmente il filo. Siamo anche favoriti dal tempo che rimane stabilmente sul bello. Dalla storica croce di ferro eretta in vetta il panorama è esagerato ma purtroppo non bisogna indugiare troppo. La discesa è meno faticosa ma con la neve che ha mollato nasconde parecchie insidie, crepacci e seracchi la rendono abbastanza pericolosa.  Rientriamo comunque illesi al rifugio,sono le cinque del pomeriggio. Recuperiamo le nostre masserizie e stanchi delle coperte nelle camerate dei rifugi decidiamo di scendere al fondo valle. Sono 3100 metri di dislivello totale ma ne valeva la pena.  Dopo una urgente quanto necessaria doccia ceniamo decentemente  e poi a nanna (finalmente) fra le fresche lenzuola  della  pensione già sperimentata al nostro arrivo in Mattertal. Possiamo ritenerci soddisfatti, in una settimana abbiamo aggiunto alla collezione cinque 4000, l’ultimo il più prestigioso.

 

Il forte delMonte Festa (1055m)

febbraio 28, 2020 Lascia un commento

Ero poco più che ventenne quando nei primi anni sessanta, dopo i sei mesi di corso sottufficiali alla Scuola militare di Aosta. Dove, nonostante la mia poca propensione alla disciplina, mi  ero classificato (con mia grande sorpresa) al primo posto  guadagnandomi  così i gradi di caporalmaggiore. Con il privilegio di potere scegliere la destinazione, ambivo alla Julia ma i posti erano esauriti. Per rimanere in Friuli e quindi vicino alla morosa dell’epoca, anche se in seguito le cose hanno preso un’altra direzione, ripiegai quindi all’undicesimo che aveva il compito di mantenere in efficienza  le cosiddette Opere, delle fortificazioni sotterranee costruite nell’eventualità di un improbabile conflitto (era forse il Vallo Mussolini). La caserma, in seguito demolita,forse a causa del terremoto, si trovava alla periferia Sud di Cavazzo e oltre a noi alpini ospitava pure una compagnia di trasmettitori. Ricordo che quando portavo le reclute a fare una corsetta fino a Cesclans non c’era nessuno che tenesse il mio passo. Di acqua ce n’era poca e per il bagno, rigorosamente in costume adamitico (dopo sei mesi di naia non c’erano problemi di pudore) bisognava ricorrere al corso d’acqua che, se ricordo bene era il rio Sualt  nella vicina quanto pittoresca gola. Per le mie scappatelle avevo occultato la Vespa (150 cc) in un cortile del paese e al rientro fuori orario si scavalcava il muro di cinta sperando di non beccarsi un colpo di Garand dall’inesperta sentinella.

Logico quindi che all’inizio della mia poco gloriosa carriera alpinistica ci sia ritornato, la prima montagna raggiunta è stata proprio il monte Festa e in seguito addirittura il San Simeone, due panoramiche cime fra la val Rio del Lago (di Cavazzo) e il Tagliamento.  Naturalmente, ligio ai divieti parcheggio collocati poco ho lasciato l’auto poco sopra Interneppo  alla sella di Mena, presso l’imbocco della sterrata militare, circa 300m di quota. Che si percorre integralmente (e un po’ noiosamente) fino a poco sotto la cima. Per i cultori dei fatti bellici ci sono abbondanti resti del forte, fra tunnel e postazioni varie c’è da sbizzarrirsi anche se In realtà pare sia stato usato solo nel 1917. Le tre gite nel 1981, l’87 e il 2009, due volte da solo e una come accompagnatore in una gita sociale del UOEI. Circa 800 metri di dislivello, difficoltà non ce ne sono.

 

 

 

Zottach Kofel (2032-2039m), le due cime più la grotta di Attila

Dopo tanti anni di frequentazione le possibili gite giornaliere sulle nostre montagne sono quasi esaurite e la destinazione viene ormai decisa alla partenza se non durante il tragitto come in questo caso. Dopo un mese abbondante inattivo riprendiamo dunque la via dei monti salendo gagliardi la valle del Fella fino a  Pontebba e da qui in Val Pontebbana verso il passo del Cason di Lanza. L’ottimismo cede il passo alla disperazione dei passeggeri  sui tratti ghiacciati della strada, ci arrendiamo a circa 1500m di quota dove tocca abbandonare il mezzo proseguendo a piedi sull’asfalto, il valico non è troppo distante. La giornata non è comunque  malvagia allietata com’è da un pur pallido sole e ci incamminiamo a destra sul sentiero 439 che esce alla forcella di val Dolce (1781m) sulla cresta di confine a Ovest della Creta di Aip. Proseguendo verso destra arriviamo a un’ ulteriore larga insellatura, poco sotto si occhieggia la nostra bifida destinazione, ci portiamo all’intaglio che divide le due cimette. Le saliamo in sequenza per facili ma solide roccette calcaree di primo grado salvando cosi la giornata (2032-2039m). Ma non basta, tornati al valico e grazie a un paio di partecipanti muniti di torcia elettrica (che hanno studiato sul libro delle Giovani Marmotte) visitiamo anche la Grotta di Attila che ci aveva respinti  in una precedente occasione per mancanza di queste ma anche allagata.

10 Ottobre 2017 con Claudio e Sandro, Giorgio e Oscar.

Globoko (1828m) e Planje (1863m), fra l’Isonzo e il lago di Bohinj

dicembre 31, 2019 Lascia un commento

Assenza di neve e cielo azzurro ci accompagnano in questa gita decembrina sullo spartiacque fra l’Isonzo e il lago di Bohinj. Da Stupizza e Caporetto costeggiando le azzurre acque del fiume più bello del mondo scendiamo a Tolmino. Da qui una stretta rotabile asfaltata sale al remoto villaggio di Tolminske Raune (924m) dove parcheggiamo.  In una profusione di indicazioni ci incamminiamo astutamente  sul sentiero  più ripido che conduce alla malga-rifugio di Planina Razor (1315m), in chiusura stagionale). Da dove ci si affaccia a un vasto altopiano limitato da creste di bianco calcare. Della grande guerra rimangono numerose mulattiere militari, non c’è che l’imbarazzo della scelta per raggiungere una meta. Ci alziamo su una di queste verso NE raggiungendo il passo Globoko (1816m) da dove ci si affaccia alla valle del lago. Decidiamo di continuare, la mulattiera prosegue a mezzacosta e poi  ridotta a esile sentiero guadagna la cresta. A tratti sottile e friabile richiede qualche attenzione e passo sicuro ma permette di meritare una cimetta, dovrebbe trattarsi del Planje (1863m). La vista è spettacolare, spiccano il vicino Tricorno e, oltre la valle della Sava, i monti di Kamnik. Bello anche il controluce verso i colli,la pianura e il mare.  Poco più in basso passiamo accanto a un fortino abbastanza ben conservato, ma è ora di scendere… Invertiamo il senso di marcia imboccando una ulteriore traccia che senza problemi ci riporta su terreno più agevole. Purtoppo i viveri scarseggiano e non resta che  tornare a valle percorrendo il sentiero piu’ diretto (un unico passaggio esposto è una cengia abbondantemente assicurata con cavo metallico) che ci riporta al paesello e alla macchina. Sette ore in totale (soste comprese), con Saro e Sandro, il 9 Dicembre del 2015.

 

 

 

 

Trasferimento: dal rifugio del Dom a Randa (1439m) e alla Weisshornhutte (2932m)

dicembre 22, 2019 Lascia un commento

Con quattro quattromila all’attivo la settimana è stata già un successo e ci caliamo un po’ bruciacchiati verso il fondo valle, ovvero Randa (1439m), il villaggio da cui siamo avviati qualche giorno addietro. A metà strada assistiamo impotenti al recupero con elicottero di un alpinista infortunato. Ci concediamo pure un pranzo nello stesso ristorante visitato al nostro arrivo e dove eravamo stati bene accolti .Prima di ripartire alleggeriamo un pò gli zaini dirigendoci  verso l’opposto versante della vallata. La meta è la Weisshorn Hutte, un rifugio a 2932 di quota a SE della montagna omonima, che si raggiunge pur faticosamente ma senza difficoltà alcuna seguendo un sentiero che si alza prima fra i larici e poi in terreno aperto. I problemi sorgono per il pernottamento, siamo alla vigilia di ferragosto ed è sovraffollato, ci vogliono laboriose trattative per ottenere un giaciglio. (lo scrivente dorme, per modo di dire, su un tavolo). Ideale per l’ambiziosa impresa in programma l’indomani. Con Sandro (Sandron) e Nevio, un fratello di montagna scomparso recentemente.

 

Taschorn (4491m) da NO, un’avventura sulla seconda quota del gruppo

Galvanizzati dai successi dei giorni precedenti e con il tempo che rimane stabile decidiamo di tentare anche il temuto gemello del Dom, il cui toponimo si deve al villaggio di fondo valle per l’appunto Tasch. Inferiore come quota a questo di una cinquantina di metri ma molto meno battuto. La via da percorrere partendo dalla Dom Hutte (2940m) non è la normale della cresta Sudest (già abbastanza impegnativa) ma l’opposta via da NO. Anche per questa come nelle precedenti salite bisogna partire di notte con le pile frontali seguendo dapprima la ben battuta (e conosciuta) pista della via comune al Dom sul Festigletcher. Abbandonandola per  valicare sulla destra (Est) con qualche difficoltà l’alta forcella Festi Kin Lucke . Al sorgere del sole ci caliamo nel parallelo Kingsgletcher destreggiandoci fra i numerosi crepacci , lo rimontiamo lungamente favoriti comunque dalle ottime condizioni di neve dura grazie all’esposizione. Superando anche un modesto seracco arriviamo infine alla cresta rocciosa finale di solido Gneiss dove ci sentiamo più a nostro agio. Il bel tempo ci accompagna fino alla croce di ferro eretta in cima. Giuro che non ricordo se in discesa abbiamo ripercorso la via di salita (più probabile) o la di poco meno impegnativa via normale. AD+ o D- a seconda delle condizioni del manto nevoso, ottime nel nostro caso. Resta comunque un  micidiale impegno  giornaliero anche per il  cospicuo dislivello di circa 1700m. Scendiamo  seguendo le nostre tracce per pernottare ancora una volta al rifugio di partenza, dove gli italiani si vedono raramente. Alla sera telefono anche a casa, a caro prezzo visto che l’era dei telefonini  doveva ancora arrivare. La simpatica gestrice del rifugio vuole dare anche un saluto a mia moglie tranquillizzandola sul mio stato di salute. Con Sandro e Nevio.

 

 

13 Agosto 1997