Stenar (2501m), a Gennaio in val Vrata

Il sole della montagna  e il contributo dell’età bruciano i pochi neuroni rimasti e faccio fatica a memorizzare, con circa 600 dei miei poveri post all’attivo, cosa ho pubblicato. Chiedo pertanto venia ai lettori se casco in qualche ripetizione. Scendendo nel particolare lo Stenar, sulla sinistra orografica della val Vrata non è vergine dal momento che ne ho già descritto una gita estiva. Ben più eclatante è stata la precedente salita invernale, gasati dal successo  della Domenica precedente sul Tricorno torniamo nella valle di cui sopra, da Mojstrana  (via Tarvisio e Jesenice)  ci si inoltra con una rotabile sterrata  fino al rifugio Aljazev, un migliaio di metri  di quota, fattibile solo con scarso innevamento come nel nostro caso, la gita diverrebbe improponibile partendo a piedi dalla valle della Sava. Poco prima del rifugio si diparte a destra il sentiero segnato che si dirige alla forcella (Stenarska Vratca). Solo alla fine si incontra la neve, bisogna entrare in un canale con un ripido nevaio dove necessita l’attrezzatura da ghiaccio. Per essere in pieno inverno  c’è un discreto viavai, osserviamo anche una cordata di duri che salgono una via diretta sulla sinistra in piolet traction. Noi, più modestamente scendiamo nel colatoio per poi risalire al sole dell’intaglio. E’ fatta, con neve neve ottima e seguendo la cresta a sinistra (Est) arriviamo in vetta senza ulteriori difficoltà. Una quindicina di alpinisti hanno avuto la nostra idea, dopo avere solidarizzato non resta che ripartire. Evitando le orme della salita ci spostiamo verso S fino a raggiungere la forcella Sovatna, da qui seguendo più o meno il sentiero estivo riusciamo a rivedere il fondo valle un po’ a monte dell’Aliazev Dom. Dopo una doverosa sosta al monumento a Kugy scendiamo al parcheggio, prima del confine ci sarà pure una Gostilna per festeggiare lo0 scampato periglio. Il guaio è che la troviamo sempre… Poco più di 4 ore per  salita, 1500m il dislivello e sette ore in tutto. Il 14 Gennaio 1990.

Con gli amici Ermanno, Amorino e il povero Flavio Alfarè, caduto in Glemine poco tempo dopo.

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Zouf Plan, Crasulina e Tenchia da sopra Cercivento

dicembre 31, 2018 Lascia un commento

Anche se meritevole di una visita più accurata per le caratteristiche case a portico in pietra questa è stata l’unica volta che sono passato da Cercivento, comune poco popolato alle falde della catena del Crostis. Da veri invasati (come eravamo all’epoca) vi abbiamo dato solo una frettolosa occhiata prima di continuare con il nostro poderoso mezzo sulla rotabile detta panoramica delle vette che poi prosegue fino a Collina. Lasciamo l’auto in località Pian delle Streghe dove si dice che le simpatiche megere celebrassero i loro riti (circa 1500m). Da qui un seguendo la strada con una deviazione saliamo alla cresta meritandoci prima la vetta del Cimon di Crasulina (Raganella,2104m), e quindi, visto lo scarso innevamento, anche il Piz di Mede (1902m) e infine la cima più orientale del gruppo, il Tenchia (1840m). Quest’ultimo è deturpato da una selva di antenne, ma questo è il progresso. Così arricchiti dall’inquinamento elettromagnetico non ci resta che tornare al parcheggio. Il sentiero è contrassegnato dal numero 154, i panorami sono smisurati.

Con Gigi, Eliana e Ermanno nel marzo del 2003

 

Categorie:Alpi Carniche Tag:

Dom del Mischabel (4545 m), traversata della cima più elevata del gruppo

novembre 23, 2018 Lascia un commento

Mischabel (ovvero pala per letame nell’idioma locale) è il prosaico appellativo dato dai pratici abitanti alle bianche vette sovrastanti  forse ravvisandovi una certa somiglianza con l’attrezzo in questione. Il toponimo è rimasto tale anche quando l’alpinismo è diventato una ulteriore fonte di reddito. Le due cime principali sono le gemelle Taschhorn e Dom, quest’ultimo ha anche il pregio di essere il 4000 più alto tutto il territorio elvetico visto che il Cervino e il Rosa sono in comproprietà con l’Italia. Pare che il Dom non voglia dire Duomo ma si riferisca al titolo di un canonico che per primo quotò queste montagne, così almeno trovo scritto nelle mie letture.

La settimana non prevede giorni di riposo se non per maltempo, un occhiata verso esterno purtroppo svela un firmamento stellato, quindi giù dalle brande  e dopo una veloce colazione ci mettiamo in cammino sul sentiero della morena alla luce delle pile frontali. Arrivati al ghiacciaio (Festigletcher) bisogna legarsi  ed estrarre gli attrezzi, poi proseguiamo fra i numerosi crepacci cercando di mantenerci sulla traccia esistente, cosa non del tutto facile al buio. Poi finalmente l’aurora, per la piena luce del sole bisogna ancora aspettare, siamo pur sempre nel versante N, ma alla fine arriva a riscaldare gli animi se non il corpo, alla quota contribuisce anche un gelido venticello. Ma le condizioni sono ideali, nel primo tratto troviamo un po’ di ghiaccio che più in alto si trasforma in firn, la neve dura ideale per i ramponi.  Usciamo in cresta al Festijoch, la forcella da cui ci si affaccia al versante Sud, 3723m.  Qui comincia la cresta, in gran parte ghiacciata con qualche affioramento di gneiss, porta a una anticima e quindi con un ultimo strappo in vetta. Vista eccezionale che spazia su gran parte delle Alpi Occidentali. In discesa seguiamo la via normale quasi interamente nevosa ma pistata, rientriamo alla Dom Hutte  un po’ acciaccati ma non ancora domi.

AD- in salita, PD in discesa, 1500 m di dislivello, non mi sono segnato i tempi ma resta comunque un micidiale impegno giornaliero. Ma eravamo più giovani e forse più scriteriati. 12 Agosto 1997.

 

Durrenhorn (4035m) e Hoberghorn (4219m) in traversata dal rifugio Bordier alla Dom Hutte (2940m)

La sera prima avevamo chiesto informazioni al gestore del rifugio riguardo ai nostri progetti per giorno seguente. Era stato piuttosto reticente, In sostanza ci aveva detto, senza dilungarsi nei particolari, che la traversata al rifugio del Dom nella valle parallela si poteva anche fare. Decidendo (come al solito) con la nostra testa  siamo partiti all’alba soli soletti portandoci tutte le nostre masserizie e discendendo verso Sud al ghiacciaio sottostante (Riedgletcher) indurito dal gelo notturno. Dopo averlo attraversato senza problemi ci siamo infilati in un nevoso canale muniti di picca e ramponi fino a uscire all’ Hoberghjoch (3916m) la forcella fra le due vallate. Dalla sella ci siamo prima impegnati sulla cresta di misto che verso Sud porta fino al Durrenhorn (4035m AD+). Tornati all’intaglio, non ancora paghi, saliamo anche la nevosa vetta dell’Hohberghorn (42019m) che si trova sul versante opposto ( PD+), mettendo all’attivo i due quattromila. Rinunciamo alle altre due vette della Nadelgrat, il Nadelhorn perchè già salito in passato e lo Stecknadelhorn, per oggi ne abbiamo abbastanza (salendo anche su questa avremmo fatto tutta la Nadelgrat) . Tornati al passo iniziamo invece a scendere nel versante opposto in completa solitudine. Il primo tratto del canale fino all’ulteriore forcella Stechnadeljoch si rivela piuttosto impegnativo, stretto e ripido alterna tratti rocciosi e campi di neve, su uno di questi, reso molle dal sole del pomeriggio, faccio una lunga scivolata che si conclude fortunosamente sui detriti, devo ringraziare la buona stella che mi ha aiutato. Infine posiamo i piedi sul terreno più orizzontale della vallata. Con una breve (ma resa lunga dalla stanchezza) risalita facciamo il nostro poco trionfale ingresso al nuovissimo quanto sovraffollato rifugio Dom Hutte (2940m). L’accoglienza è ottima, forse perché gli italiani qui sono rari come le proverbiali mosche bianche. Riusciamo anche a telefonare a casa, a caro prezzo visto che i telefonini erano di là da venire. La simpatica gestrice vuole parlare anche con mia moglie rassicurandola con scarso successo sul mio stato di salute. La cena, se non ottima è almeno abbondante, vista la mia perplessità davanti alla generosa porzione me ne viene servita anche una seconda che Sandro rifiuta mentre Nevio consuma anche quella. Poi ci ritiriamo in camerata nei nostri letti a castello.

Vallese 1997, trasferimento e salita al rifugio Bordier

Una premessa evitabile

Venti anni sono passati da allora ma il ricordo di quei lontani giorni nel gruppo del Mischabel (pare significhi poco poeticamente Pala per Letame per l’aspetto delle cime viste dal fondovalle) è tuttora vivo. Anche grazie alle foto, le dia scattate con la reflex che mi sono sempre portata anche sui 4000 (ora faticosamente digitalizzate) fanno ancora la loro figura. Dei due compagni Sandro, detto Sandron per la legge del contrappasso vista la sua esile corporatura, si è da tempo ritirato a vita ascetica nel suo laboratorio di falegname. Quanto al fraterno amico Nevio, di dieci anni più giovane di me, dopo avere girato mezzo mondo per lavoro e montagna è mancato quest’anno. Dopo avere lottato coraggiosamente fino al ultimo, come era il suo carattere, con una terribile malattia che purtroppo non gli ha lasciato scampo. Lo scrivente, il più carico di anni, si trascina ancora stancamente sui monti di casa.

Trasferimento in due giorni, dal Friuli per il passo del Sempione a Gasenried nella Mattertal e salita al rifugio Bordier  (2886m)

9 Agosto. La prima giornata è di tutto riposo, partiamo addirittura nel primo pomeriggio con una lunga galoppata automobilistica prima in autostrada e poi sulla scorrevole statale del passo del Sempione. Prima del valico fermiamo a pernottare a Varzo, il paese dei camini, chi possiede il più alto è benestante, belli i tetti con le piode di pietra. L’indomani passiamo il confine, il cantone è il Vallese e la valle è quella del Rodano. Ora ci dirigiamo verso Est per entrare infine, deviando verso Sud, nella Mattertal . Si può salire in auto fino al villaggio di Gasenried, 1659m. Splendido è il paesaggio sulle cime innevate ma ci sono dei problemi di parcheggio, i divieti di sosta sono onnipresenti e vengono risolti solo grazie all’aiuto di un cortese indigeno. Ora tocca a noi, i 1200 metri di dislivello vengono superati gagliardamente. Anche il tratto sul ghiacciaio (Riedgletcher), visto che i crepacci sono scoperti, non oppone difficoltà di rilievo, pure se piuttosto lungo e faticoso visti i pesanti zaini. Al contrario che nel sovraffollato rifugio dove la parola magica è mezza pensione con la quale un giaciglio salta fuori. Resta anche il tempo per osservare le nevose creste circostanti alle luci della sera prima di coricarci, domani si vedrà.

 

 

 

 

 

 

Brutto Passo (Puintat) 2034m, dal lago di Sauris

Ora la compagnia si è dispersa. I vecchi si sono ritirati per raggiunti limiti di età e i giovani o hanno messa su famiglia o si dedicano a più audaci imprese ma fino a qualche anno addietro si usava concludere l’anno con un convivio in casera. Profittando magari dell’occasione per aggiungere alla collezione qualche cima minore altrimenti disdegnata. Una decina di anni orsono è toccato alla Casera Bernon o Bernone (1600m) raggiungibile dalla riva S del Lago di Sauris (circa 1000m di quota) percorrendo a piedi la consueta stradina sterrata con divieto. L’edificio è stato ristrutturato con gusto, pietra a faccia vista, bei serramenti e ampia dotazione di padelle e stoviglie. Mentre alcuni volontari si dedicano alle arti culinarie i più arditi rimontano il vallone fino alla sella che si affaccia alla valle del Tagliamento celata da un mare di nuvole. L’erbosa dorsale di sinistra, detritica e erbosa conduce senza difficoltà in vetta, quindi il passo non è poi così brutto. Sono premiati dal fantastico panorama che spazia dalle Giulie alle Dolomiti e sulle limitrofe Carniche occidentali. Fieri del dovere (poco) pericolosamente compiuto ci caliamo alla casera dove ci aspetta il compito più impegnativo, dare fondo alle leccornie e ai liquidi rimasti al nostro ostello.

 

Olseva (1929m) e Raduha (2062m), due giorni sui monti del Est

ottobre 1, 2018 1 commento

Ojstrica e Grintavec sono state due micidiali gite giornaliere sui monti di Kamnik  (erano i tempi della ex Jugoslavia, si tratta del 1983) poi il vuoto fino a quando le 30 Cime dell’Amicizia sono state portate a sessanta con l’inserimento di altre mete  meno conosciute. L’Olseva è la più orientale delle Karavanke al confine con l’Austria mentre la Raduha è la più occidentale dei monti di Kamnik o Steiner Alpen. Il punto d’appoggio è lo stesso e quindi sono facilmente abbinabili. Dopo tutti questi anni anche i compagni sono cambiati per usura o stanchezza, in questo caso si tratta dei due inseparabili coniugi Eliana e Gigi, l’anno è il 2004, la data 30 Luglio e Primo Agosto. Il percorso automobilistico è molto lungo, via Tarvisio o Lubiana bisogna arrivare a Solcava nella valle della Savinia. Da qui ci si alza con una rotabile fino ai pressi della chiesetta di Santo Spirito (Sveti Duh, circa 1200m) dove si parcheggia. Sul vasto terrazzo cosparso di casolari si trova anche il rifugio dell’Olseva e, come constateremo in seguito, anche un agriturismo. Il sentiero risale il versante Sud in parte roccioso (sono presenti anche dei cavi di assicurazione) passando dall’ingresso di una caverna, (già sede di un insediamento preistorico) e in un paio d’ore si arriva sulla Govca (1929m), la cima più elevata della dorsale. Proseguendo verso Est tocchiamo, prima di ridiscendere alla strada, anche il Gladki Vrh, un’ulteriore quota. Il rifugio è strapieno, per fortuna la ragazza addetta alla ricezione oltre a essere molto disponibile parla anche l’italiano e ci trova vitto e alloggio alla fattoria Maselnik nelle vicinanze. Siamo i benvenuti, lo dimostra il bicchierino di slivovitz che ci viene offerto al arrivo (e anche alla partenza del mattino seguente), segue la cena a base di specialità locali e nonostante le difficoltà di comunicazione ci troviamo molto bene. Il mattino, sempre per  comode strade sterrate ci spostiamo in auto verso SE fino al bivio di quota 1254 e quindi camminando al rifugio Grohatu (1460m). Ci troviamo ora al cospetto delle ombrose pareti N della Raduha, dal ricovero ci dirigiamo a destra in direzione di un canalone che risalito oppone qualche modesta difficoltà, comunque ci sono dei cavi per l’autoassicurazione (comodi avendo il set da ferrata che non ci siamo portato). Esce sulla cresta che seguita verso sinistra arriva alla vetta. Dal sommo continuando la traversata si cala poi alla forcella Durce, da qui un canale con un’unica placca attrezzata riporta alla base. Non possiamo esimerci da una sosta al rifugio, ci viene servito un cannolo di dimensioni mostruose (oltre al consueto slivovitz, anche qua scarseggiano gli astemi). Senza indugiare oltre torniamo al parcheggio che la strada di casa è molto lunga.