Il Parco Nazionale di Ordesa: da Torla al rif. Goriz

Dopo la disastrosa fiesta di La Buerda e il conseguente pernottamento in auto riprendiamo il cammino. Scendiamo quindi alla valle del Rio Ara (ci troviamoin Aragona) per risalirla in ambiente Western fino agli abitati gemelli di Torla/Ordesa proseguendo ancora fino al parcheggio del Parco Nazionale, circa 1300m. Ora il parco è stato ampliato, quando ci siamo stati comprendeva solo il canyon del rio Arrazas, quindi un’area molto limitata. Si parte su una mulattiera in bosco, per la maggior parte con faggi di veneranda età costeggiando le anse del torrente, il percorso è molto frequentato e, come in Francia, molti escursionisti viaggiano con la casa sulla schiena, negli enormi zaini hanno tutto: tende e sacchi a pelo, non mancano fornelli a gas che sommati a cibo e bevande costituiscono una notevole zavorra. Il più astuto popolo italico porta solo il portafoglio che garantisce dovunque una buona accoglienza. Quando pendenza e quota aumentano la vegetazione si dirada, ridotta com’è a bassa vegetazione e pini uncinati, il compenso è la vista sul torrente che scende a valle con simmetriche e continue cascate dovute alla stratificazione orizzontale del calcare che possiede tutte le variazioni più calde che vanno dal giallino all’ocra, scordiamoci i bianchi calcari giuliani. La valle si chiude al circo di Soaso (circa 2000m), qui precipita la bella cascata detta Coda di Cavallo. Se ne esce verso destra seguendo una mulattiera che si dipana su una serie di cenge o una più ripida ma facile ferrata che dà accesso a un verde pianoro sui 2100m. Sotto l’occhio vigile di grifoni e avvoltoi (che hanno notato le nostre precarie condizioni) con un traverso a NO facciamo il nostro trionfale ingresso al rifugio Goriz, 2160m. Qui riusciamo ad aggiudicarci gli ultimi due posti disponibili per cena e pernottamento, domani si vedrà. Intanto vediamo che lo spagnolo non è così facile come potrebbe sembrare, in pratica a tavola non riusciamo a comunicare anche se il compagno e lo scrivente in questa tavolata a maggioranza femminile avrebbero qualche velleità di latin lover.

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Laucheck (2156m) una gagliarda ma parziale ciaspolata

Dall’Avostanis sulla cresta di confine si stacca una dorsale ad arco di cerchio verso NO, quindi completamente in Austria, con alcune cime interessanti (Il Polinik è la montagna più elevata del gruppo) specialmente nella stagione invernale, ho già parlato del Koderhoe nonchè dell’Elferspitz, questa volta tocca al Laucheck a metà strada fra le altre due. Era l’anno delle grandi nevicate seguito poi da un lungo periodo di bel tempo, si poteva andare dovunque in sicurezza. La compagnia dei soliti pensionati risale baldanzosamente la valle del But fino a Monte Croce Carnico ed oltre per arrestarsi in prossimità della Plocken Haus, la prima simpatica trattoria ai bordi della statale, comunque in chiusura stagionale dove si parcheggia, 1215 m. Dirimpetto si trova, invitante, l’imbocco della stradina che verso Est risale l’Angerbachtal, passa accanto a un lago ghiacciato e continua lungamente, in ultimo ridotta a sentiero, fino al circo terminale. Con innevamento abbondante ma attrezzati adeguatamente ce la sorbiamo tutta, passiamo da una casera (la Tischemunt) da dove ci alziamo verso N all’inizio fra gli abeti e poi in uno spettacolare ambiente innevato fino alla sella con l’Elferspitz. Devo dire alquanto faticosamente, poi ci allunghiamo alla vicina vetta percorrendo l’abbastanza comoda dorsale Ovest. Cielo blu al mattino, per ora è velato con temperature polari che non invitano a lunghe soste, pertanto divalliamo ma variando il percorso. Con un traverso a O mentre comincia a fioccare arriviamo fortunosamente alla Obere Spielboden Alm (1832m) dove passa la normale del Polinik). Chiusa a chiave offre solo un precario riparo sotto la linda, meglio ripartire in cerca di lidi più ospitali. Ora però la precipitazione è cessata, poi ci sono i segni e stiamo sul percorso estivo. Parzialmente con le ciaspe anche se poco utili nei tratti ripidi, circa 1000m di dislivello, tempo impiegato parecchio.

 

 

M. Fara (1342) da solo con la neve di Marzo

La dorsale Jouf-Fara a sud della forcella di Pala Barzana è l’ultima propaggine affacciata sulla pianura del gruppo Raut-Resettum. La forcella la Croce (756m, la Crous nell’idioma locale) prima dell’apertura della strada della Valcellina era il miglior collegamento con il maniaghese. Cose d’altri tempi. Il giorno precedente era transitata una veloce perturbazione primaverile che aveva fatto desistere gli amici, tutti rinunciatari per le fosche previsioni meteo riguardanti il giorno seguente. Il mattino dopo invece, alla faccia dei pessimisti, il clima era esemplare e sarebbe stato un delitto rimanere a casa e parto da solo. Da Maniago proseguo sulla vecchia strada fino a qualche centinaio di metri prima del ponte di Ravedis parcheggiando all’inizio della mulattiera lastricata che sale alla detta forcella (segn.967 con indicazioni, circa 300m). Una spolverata di neve che non riesce a nascondere i fiorellini contrasta con un cielo che più blu non si può. I vecchi pascoli sono invasi dalla vegetazione pioniera, noccioli e altre piante alle quali non so dare il nome. Si transita da una cappella (San Antonio? ) sovrastati dal Raut che incombe a NE fino a raggiungere la sella. Dalle mie letture apprendo che la croce risale al 1794, qui lascio l’itinerario principale per inoltrarmi sulla cresta NNE con il segnavia 983 fra i dirupi a sinistra e la faggeta dal versante opposto aprendomi la strada nella neve incontaminata. I faggi resistono anche in vetta ma spostandosi qualche metro più in basso il panorama è fantastico arrivando, oltre che sulla pianura, le Dolomiti Friulane e le lontane Giulie si spazia fino ai monti del Cadore. Tre ore per i poco più di 1000 metri di salita. Discesa per la stessa strada.

P.S. Questo dovrebbe essere il 600° dei miei scadenti scritti.

Giaidet (1084m), quando non si poteva fare di più

La gita in questione, giusto per precisare, è antecedente alla descrizione particolareggiata che si trova nel primo meritevole volume delle guide “Sentieri Natura” di Ivo Pecile e Sandra Tubaro. Veniamo alla nostra camminata. Alla coppia inseparabile Gigi ed Eliana si aggiunge l’allora giovane Alessio, quindi come Attilio Regolo mi trovo in una botte di ferro. Da Tolmezzo si prosegue lungo la valle del But o canale di S. Pietro fino a Imponzo, circa 400m, che si trova sulla destra (sin. orografica) poco prima del bivio per Paularo. Devo dire che questo plumbeo giorno di metà Marzo con il fondo valle imbiancato fa rimpiangere il calduccio del letto coniugale furtivamente abbandonato, ma purtroppo le leggi dell’alpe sono queste. Dal paesello si comincia a salire nel bosco ancora spoglio sulla mulattiera che lo attraversa, i segni non abbondano e si può andare dovunque, la spalla dove ci troviamo all’inizio è piuttosto ampia e non mancano le incertezze. Resiste ancora un po’ di neve in alto che dà un poco di sapore alla salita, quando la dorsale si restringe cominciamo a nutrire la speranza di uscire da qualche parte. La crestina finale a verdi e roccette risulta affilata e esposta e richiede, specie se come oggi è innevata, passo sicuro (attualmente pare sia stata attrezzata con cavi metallici), a consolazione c’è il panorama sui paesini carnici che sembra un presepio e sulla conca di Tolmezzo coronata da una cerchia di monti . In discesa proseguiamo la traversata sul filo della dorsale fino al colle della storica Pieve di S. Floriano poco a monte di Illegio che purtroppo è chiusa. Dalla chiesa un buon sentiero segnalato con un lungo traverso fra i faggi riporta al punto di partenza passando accanto alla  cospicua chiesa con facciata in pietra di Imponzo. Purtroppo si stanno celebrando i vesperi e ci diamo solo un’occhiata dal portale. 700 m il dislivello, l’attendibile guida citata mette 4 ore e mezza, nei miei appunti ho scritto solo i nomi di compagni e cima.

M. Lodin (2015m) la traversata da O a E in due mosse

marzo 7, 2017 2 commenti

Anche in questo caso la salita invernale precede quella estiva. La verdeggiante (in stagione) cima del Lodin è situata sulla cresta di confine con l’Austria fra il passo Lodinut e il Meledis, l’approccio migliore è da Paularo in val d’Incaroio. Da qui si segue la stretta rotabile che conduce al Passo del Cason di Lanza che normalmente rimane chiusa d’inverno. Siamo fortunati, è percorribile fino alla svolta della Stua di Ramaz (1050m) dove si trova un comodo parcheggio accanto alla casera omonima. Non lo siamo altrettanto per le condizioni del tempo piuttosto uggioso in questo primo giorno di Dicembre. Ci alziamo verso N seguendo un sentiero non troppo evidente passando da un paio di casere (Ramaz e Lodin alta) prima di incontrare la neve che si fa abbondante dai 1500m di quota, tocchiamo comunque la cresta occidentale al passo Lodinut, 1817m. Proseguire nella nebbia su questi pendii carichi di neve  alquanto impiccati anche solo fino all’anticima sarebbe una missione suicida. Dimostrando per una volta che qualche neurone rimane ancora rinunciamo toccando in discesa la casera Pecol di Ciaula prima del parcheggio. I compagni sono Gigi, Eliana, Mauro e Sandro.

Non mi piace lasciare conti in sospeso, ritorniamo con rinforzi un paio di mesi dopo in una eccezionale giornata di Febbraio seguendo al dipresso lo stesso itinerario. Rimane quel tanto di neve che basta a classificare la salita come invernale, la cresta dopo l’anticima, anche se aerea, con piccozza e ramponi è una meraviglia. Basta non farsi distrarre dal fantastico panorama. Rimane anche tempo per visitare, proseguendo in discesa sull’opposta cresta orientale, dopo una ulteriore selletta l’adiacente Cima di Val di Puartis (1927m). La sua cresta occidentale non oppone difficoltà superiori a quelle già superate. Tornati alla sella con un traverso riprendiamo la via conosciuta. Ai soci della volta precedente si aggiungono i più o meno giovani Andrea, Claudio e Giorgio.

A Palcoda per la gola del Chiarzò

Nelle parallele valli prealpine dell’Arzino e Tramontina molti sono i borghi isolati che negli ultimi decenni sono rimasti deserti  per varie cause che non spetta a me indagare. Uno di questi è Palcoda, a N della strada che passando per Campone collega le due vallate. Da qui in località Barzanai dopo il ponte sul torrente Chiarzò accanto al mulino (una dia del paese è svanita negli anfratti dell’archivio) inizia sulla sin. idrografica il nostro itinerario che pur segnalato a bolli blu non rientra fra i sentieri omologati dal CAI. I compagni sono il Maurino e una signora (ho cancellato i suoi lineamenti per non incorrere in querele o altri inconvenienti del genere). Quasi subito ci si cala nella gola del torrente che si risale fra rapide e cascatelle guadandolo più volte e saltando fra i massi con grave rischio di un bagno fuori stagione (siamo a febbraio). Un tratto in cengia risulta anche esposto ma il percorso risulta molto appagante. Quando il letto è interrotto da una cascata se ne esce a destra, poi la valle si apre fino ad uscire, senza più problemi, al paesello. Che aveva in passato un centinaio di abitanti dediti, oltre che alle attività pastorali e agricole alla fabbricazione di cappelli (almeno questo afferma la guida). Rimane il campanile pericolante (attualmente ricostruito) e i muri di qualche abitazione anche di cospicue dimensioni il tutto invaso ormai dalla vegetazione. Salendo ancora si conquisterebbe la forchia di Negardaia, ma non c’è sentiero e ci accontentiamo. Quindi scendiamo per la stessa strada che ora è gradevolmente soleggiata. Gita da sfaticati, ben 200 metri di dislivello, dai 436 m di Barzanai ai 628 di Palcoda.

1-il-chiarzo

2-un-guado

4-lacqua-e-limpidissima

5-neve-sulle-rive

6-una-cengia

7-la-cascata

8-il-salto-si-evita-sulla-destra

9-palcoda-invasa-dalla-vegetazione

10-un-edificio-imponente

11-il-campanile

12-pausa-pranzo

13-erosione

14-vista-sulla-solitaria-vallata

15-al-sole-del-pomeriggio

16-sullo-sfondo-le-case-di-barzanai

 

 

 

M. Fleons (Raudenspitz, 2507m) per la cresta OSO, una mitica salita di febbraio

febbraio 23, 2017 Lascia un commento

Sulla cresta carnica di confine fra il passo Giramondo (a Est) e il giogo  Veranis  (a Ovest) si eleva il gruppo del Fleons, qui il calcare viene sostituito da scuri scisti cristallini di origine antichissima dove proliferano muschi e licheni che le rendono poco attraenti agli arrampicatori (anche se la roccia è piuttosto solida). Le tre vette principali sono da Est la Creta Verde, l’Edigon e il Fleons che superano i 2500m d’altezza. La cima in oggetto è la terza e più occidentale ma la prima che ho visitato parecchi anni or sono, galeotto fu il libro del Gaberscik dove la relazione della normale occupa una pagina intera. Come sempre inoltrandoci in terreno ignoto c’è qualche preoccupazione che alla fine risulterà purtroppo fondata a causa della neve presente. Con un paio di amici si risale quindi la val Degano, dopo Forni Avoltri appena varcato il ponte sullo stesso si devia a destra per Pierabech  parcheggiando poco a valle della cava di marmo (1124m). Gagliardamente si prosegue (stradina e poi mulattiera e dopo l’orrido della stretta bisogna svoltare  a sinistra (Ovest) entrando nella bucolica Val Fleons che si deve risalire tutta passando accanto alla omonima casera di sotto, l’ultimo tratto più ripido mena all’insellatura del Giogo Veranis, 2011m, ornato dalla statua del buon Pastore. E’ già troppo tardi e purtroppo un partecipante si è scordato di parte dell’attrezzatura necessaria, poco convinti cominciamo la salita della cresta SO che si rivela abbastanza complicata. Si superano ripidi pendii di neve (comunque in buone condizioni) che si alternano a settori più rocciosi parte in cresta o sui due lati seguendo le sufficienti segnalazioni, a circa 2300m mezzogiorno è già passato e decidiamo per la ritirata.

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3-i-pendii-daccesso-alla-cresta

4-gli-amici-impegnati-sul-ripido

5-sulla-cresta

6-qui-deponiamo-le-armi

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La Domenica seguente il clima non è cambiato, ci riproviamo resi più agguerriti dalla precedente esperienza (abbiamo anche 30 metri di corda da 9 mm più vari ammennicoli) e con rinforzi. Partendo da casa al buio prima dell’alba parcheggiamo, il clima non è cambiato. Rimontiamo la vallata, alla casera sorge il sole. Prima del passo ci portiamo in cresta per un simpatico couloir nevoso abbreviando così l’avvicinamento. Raggiunto e oltrepassato il limite della volta precedente continuiamo la salita, dove la cresta diventa troppo impegnativa ci si deve spostare nel nevoso versante settentrionale. Talvolta ci assicuriamo anche con la cavezza e quindi arriviamo all’ultimo intaglio. La cresta finale è entusiasmante, a facilitare il compito dalla neve affiorano i cavi delle inattese attrezzature, è fatta. Solo la moglie di un amico ci manda a quel paese rinunciando proprio all’ultimo. In discesa ricalchiamo le tracce di salita assistendo a un tramonto spettacolare. Giungiamo alla stretta di Fleons con le ultime luci, il resto del percorso lo facciamo al buio. 6 ore e mezza in salita e 5 al ritorno, la relazione, trattandosi di una cresta, non l’abbiamo portata fidandoci nel senso di orientamento. 1400m il dislivello, primo grado.

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8 e 15 febbraio del ’98, con Sandro P., Mauro, Gigi e la moglie Eliana.

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