Traversata delle tre Moistrocche (Mojstrovke) dal passo Vrsic

La giornata comincia male, a Udine anche se debolmente piove e l’amica che aveva dato la sua adesione non si presenta, strano ma vero arriva il Mauro che di solito con queste condizioni latita. Si decide allora di andare in cerca di fortuna  nella vicina Slovenia, le Gostilne dove ripararsi non mancano di certo. La precipitazione continua fino a Caporetto, ma risalendo l’amata valle del fiume più bello del mondo (Kugy) spunta perfino un pallido sole. A Plezzo o Bovec nella lingua di Preseren svoltiamo a destra scendendo al ponte sull’affluente Coritenza ed eccoci in Val Trenta, la rimontiamo fino al culmine del passo Vrsic, fra le due guerre italianizzato in Moistrocca (1611 m), nell’affollato parcheggio troviamo un posticino anche per il nostro mezzo. Perché guidando era uscita l’idea di tornare su queste montagne già visitate in passato. Proprio a Ovest del valico inizia la cresta asimmetrica delle Mojstrovke, alle pareti nel versante Nord si contrappongono le placche meridionali. Su questi monti avevo già all’attivo un paio di vie di roccia e  una invernale, mancava ancora la Zadnja, la più occidentale e alta. Dal passo traversiamo alla base delle pareti N valicando la Vratica, una forcelletta a 1799m, arrivando infine all’attacco della via Hanza, una vetusta ma ben tenuta ferrata in versante N. Siamo malamente attrezzati, in pratica non abbiamo nulla, dalle mie letture poi mi pareva di ricordare un certo pericolo di caduta sassi, speriamo bene… anche perché durante il percorso avevamo superato/incrociato un bel numero di escursionisti bardati di tutto ciò che serve, personalmente rimpiango solo il casco. Le abbondanti segnalazioni conducono per cenge canaloni e gradini fino a un terrazzo sotto la vetta, qui si fa largo il sole e terminano le difficoltà, quota 2332m, tempo impiegato meno di due ore. Una montagna tanto frequentata non risponde del tutto alle nostre aspettative e così perdiamo quota fino a infilarci nel canale di massi che  risalito ci scodella sulla Velika, 2366m, dove incontriamo un solitario escursionista dormiente (non ho mai capito chi va in montagna per dormire, è molto più comodo il letto coniugale). Adelante, adelante, il Maurin non mi dà tregua, tocca proseguire fino alla Zadnja (2354m), questa sì solinga, con qualche saliscendi ci arriviamo. Proseguiamo ancora lungo la cresta che attraversa ulteriori quote innominate fino a un intaglio (la dorsale continuerebbe poi fino al Traunig e al lontano Jalovec) ma per oggi ne abbiamo abbastanza… Abbandoniamo la cresta in corrispondenza di una svasatura fra le placche che sembra potabile e cautamente arriviamo ai prati. In assenza di segni o tracce cominciamo la traversata verso il passo, ci sono da superare ancora un paio di costoni prima di avvistare la forcella dove passa la via normale della Piccola. Guai assicurati in caso di scarsa visibilità. Qui ci stendiamo fra i prati fioriti che tanto piacevano al cantore di questi monti, nonno Kugy. Ci vorrebbe del vino per celebrare l’impresa, tocca accontentarsi della poca acqua che rimane, comunque ormai siamo in vista della forcelletta dove transita la battutissima normale. Rifocillati poi risaliamo sbuffando alla sella. Le morbide ghiaie che agevolavano in passato la discesa sull’altro versante sono ormai scesi alla base, meglio stare sul sentiero. Cinque ore e mezza (soste comprese), gita di Luglio abbastanza recente.

La Wulfenia, una gita botanica al Pramollo

giugno 23, 2017 1 commento

Visti con gli occhiali rosa del passato gli ultimi mesi della naia trascorsi fra Pontebba, Ugovizza e la polveriera di Pietratagliata (con qualche fuga illegittima nella bassa friulana dalla morosa) sono stati un bel periodo. Perciò vi torno volentieri e in parecchie occasioni sono salito alla vasta insellatura del Pramollo (1530m) per il fraterno incontro fra Alpini e Alpenjager con connubi più o meno riusciti (vino e birra non vanno troppo d’accordo). Qui i nostri confinanti  senza troppo chiacchiere hanno costruito un vasto comprensorio sciistico ad uso e consumo degli italiani che pare vogliano fare una funivia da Pontebba (un centinaio di milioni stimati il costo). Purtroppo la cittadina, un tempo fiorente, è in declino, c’erano tre battaglioni di alpini, lo scalo bestiame, il colpo di grazia dopo l’autostrada è stata la tangenziale. Torniamo a noi, stavolta il pretesto è la salita al Gartnerkofel o cima del Giardiniere (2195m), la complessa cima rocciosa situata a NE del valico. Il toponimo si deve alla presenza della rara Wulfenia Carinthiaca, una pianta endemica che pare si trovi anche in Montenegro . Da qui sono ben visibili le tre gole che solcano la parete, la prescelta è quella centrale, un comodo sentiero conduce all’attacco, poi la salita risulta per la maggiore parte detritica con solo un singolo passaggio di II grado, quindi si esce sulla cresta e per questa verso sinistra in breve si guadagna la vetta, neanche 700m di dislivello. Bella vista sulla valle del Gail e i monti d’oltreconfine e italici, non mancano all’appello le Giulie. Anche il clima è gradevolmente soleggiato, spiace abbandonare la simpatica vetta anche se un po’ troppo visitata per i nostri gusti. Scendiamo lungo la normale della cresta Sud fino alla forcella (Gartner Sattel, 1856m) quindi continuiamo prevalentemente per verdi fino alla cima SE (2154m) e sullo stesso tipo di terreno continuiamo fino al vicino Kuweger Kofel (2136m) in assoluta solitudine. Ora sì che siamo appagati, ridiscesi alla base della cimetta numerose tracce di sentiero conducono al passo, ne prendiamo una a sorte. Per il ristoro restiamo in Austria spostandoci  alla vicina Watschiger Alm, una malga che offre tutte le prelibatezze della cucina locale. Così ristorati ci trasferiamo per la digestione sulle rive di un piccolo laghetto nelle vicinanze. Adocchiamo nei pressi dei bei fiori azzurri mai visti prima, da analfabeta della botanica azzardo che sia proprio la Wulfenia e scatto un paio di foto.  A casa poi dopo un consulto al libro delle editrici Paoline dedicato ai fiori delle Alpi vedo che la prognosi era esatta.

Pala del Belia (2295m), via Penasa-Lise, III-IV, in ricordo di un amico

Andare ad arrampicare in giornata nel sottogruppo della Moiazza, fra ore di guida, avvicinamento e salita è una discreta sfaticata, viene comunque scelta per svariare l’uscita finale del corso di Alpinismo dalle solite Carniche e Giulie. Il passo Duran, 1601m, quindi abbastanza in alto, fra le valli di Zoldo e Cordevole è il punto di partenza . Dal passo verso NO l’appoggio è il rifugio Carestiato (1834m) raggiungibile in meno di un’ora con un comodo sentiero. Il ricovero è sovrastato dalle propaggini minori della Moiazza, le loro pareti offrono un buon numero di scalate di media difficoltà che si prestano alla bisogna. I capicordata più forti si aggiudicano le vie più dure (ma più brevi) sulle torri minori, resta da coprire la Pala del Belia, una piramide proprio sopra al rifugio. La via Penasa-Lise in parete Sud, 400m di III e IV, viene affidata ai tre rimanenti, impersonati da Nevio, Sandro e il sottoscritto. Abbiamo un solo allievo a testa al posto della solita coppia, per fortuna oggi non c’è carenza di istruttori. Si attacca in un diedro, poi ci si alza per pareti intervallate da verdi cenge, verso l’uscita si sfrutta un lungo camino. La via non è obbligata, trovando quella giusta si trovano le soste attrezzate e qualche chiodo di passaggi. La qualità della roccia è buona, attaccando alle dieci alle tre del pomeriggio  usciamo in vetta. In discesa con un traverso a sinistra ci si collega all’impegnativa ferrata Costantini che riporta direttamente al passo. Il tempo è variabile, dei momenti soleggiati ma anche dei banchi nebbia vaganti. Al parcheggio dobbiamo attendere a lungo l’arrivo dei migliori che devono avere avuto qualche disguido, alla fine ci siamo tutti e riprendiamo la lunga via per la magione, a mezzanotte ci siamo. Un cenno sugli allievi, c’erano due Massimo, uno in seguito è diventato istruttore di scialpinismo, ma voglio qui ricordare il terzo, un simpatico ragazzo di Ragogna, sportivo di bici, camminatore e promettente alpinista.  Poco tempo dopo una normale giornata si coricò per non più risvegliarsi per uno di quei malori inspiegabili che talvolta colpiscono le persone in piena salute. Il suo nome era Luca, quando il destino chiama…

30 Maggio 1993

La guida? Primi passi da capocordata della Sezione del CAI di Mestre.

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Monte Ferro (2347m), una cima poco visitata sopra Sappada

Il frastagliato gruppo del Rinaldo si affaccia da N alle borgate di Sappada, malgrado la vicinanza le cime, con l’eccezione del Lastroni  che è favorito dalla seggiovia, rimangono per lo più deserte. In parte questo è dovuto alla poca cura dei sentieri unita alle scarse o assenti segnalazioni, d’altronde il business dello sci è (od era dopo il fallimento degli impianti) assai più conveniente. Il Ferro (o a piacere il Monte del Ferro (da non confondere con l’omonima cima sulla cresta carnica di confine) è la montagna più meridionale del gruppo e incombe sulla frazione di Lerpa (1225m), la più occidentale. Da questa ci alziamo alla cieca con delle diversioni verso destra fra la rigogliosa vegetazione, solo più in alto il sentiero, se così si può chiamare e gli sbiaditi bollini rossi fanno la loro comparsa sulla sinistra di un canalone detritico. Siamo distratti dalle belle fioriture ma comunque arriviamo nei pressi della selletta a sin. della vetta. Qui si attacca la normale della cresta NE che si destreggia fra le cenge dei due versanti e tratti sul filo con percorso molto interessante, le difficoltà sono accessibili ai praticanti di queste attività e non vanno oltre il primo grado. Nel finale uno dei partecipanti si ferma, proseguo con la componente femminile (che non vuole figurare nelle foto). Il panorama è vastissimo, oltre alle carniche vicine e lontane l’occhio spazia fino alle Dolomiti di Sesto.

 

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Monte Sabotino (609m), nel 100° della grande Guerra

Risalendo da Nova Gorica la statale per Plezzo dopo Salcano si costeggia in riva sin. il corso dell’ Isonzo che poco più avanti si restringe a gola fra i dossi del Monte Santo e del Sabotino, si parcheggia (posti limitati) poco prima del ponte stradale, poco più a monte si ammira quello ferroviario, interamente in pietra,  ad arco e tuttora in uso (vi transita la ferrovia Transalpina, circa 200m) dopo un secolo. Qui comincia la nostra camminata, valicato il fiume lasciamo la rotabile per proseguire lungo una carrareccia verso destra che continuando sulla riva opposta praticamente in piano fino a un’indicazione per la cima. Si continua nel magro bosco seguendo una mulattiera di probabili origini belliche, salendo la montagna si fa più rupestre con begli appicchi calcarei, una comoda cengia porta all’ingresso di una delle tante gallerie che sforacchiano la montagna. Cambiando versante usciamo con sorpresa al terrazzo del rifugio, è aperto nonché gestito (siamo a Febbraio). Per ritemprare il corpo dalla (poca per verità) fatica ci ristoriamo con una birra propedeutica alle specialità slovene, visitato anche il piccolo ma interessante museo proseguiamo lungo il battuto sentiero fino alla cima, la tavola d’orientamento dice che si può spaziare dal Tricorno al Golfo di Trieste, le osserviamo in modo parziale, la foschia vela le più lontane. Continuando sul crinale verso Sud  arriviamo ai resti dell’antica chiesetta di San Valentino per poi divallare in versante Ovest seguendo il sentiero che porta all’asfalto della rotabile qualche curva a monte del ponte sul fiume, per questa torniamo al punto di partenza. Gita da sfaticati (400m il dislivello) ma piacevole e interessante. In precedenza c’ero stato da solo mentre pochi giorni fa con i gruppi alpini del paese da Vencò e per il Collio sloveno eravamo partiti dal posteggio sotto il rifugio, solo 50m da superare, però la guida ci ha raccontato i fatti d’arme con le varie vicende con riguardo alle terribili condizioni di vita dei combattenti. il Sabotin era uno strategico caposaldo prima Austriaco e poi italiano, solo uno degli episodi dell’immensa tragedia europea che inghiottì un’intera generazione.

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Forcella Tedesca (2407 m), una lezione di ghiaccio

Al presente una caterva di corsi intasa la scuola di alpinismo con varie sigle, quando abbiamo fatto questa salita ce n’erano solo due, scialpinismo e alpinismo, che comprendeva sia la parte roccia che il ghiaccio, anche se purtroppo per il secondo c’era sempre qualche problema di reperibilità nella nostra zona, bisognava o affrontare lunghe trasferte in luoghi incogniti oppure accontentarsi di quello che passava il convento. In una occasione si decise per il rifugio Gilberti (1850m) in quel giugno accessibile da Sella Nevea con una breve camminata dalla stazione a monte della funivia, in funzione nonostante la stagione avanzata (la Promotur era di là da venire).  Il gelido rifugio (1850 m) era gestito (se non vado errato) dalla siore Marie, ci saliamo al sabato rimpinguando così le sue finanze, ricordo ancora la calda accoglienza ma anche le umide coperte. Il ghiaccio brillava per la sua assenza compensata però in parte dall’abbondante spessore della neve. Il mattino dopo con tempo piuttosto incerto battiamo pista sui nevai senza affondare troppo  mirando alla nostra meta che si trova a S del rifugio (fra l’Ursic e la Cima Gilberti) remunerati dal bellissimo ambiente. La visibilità è sufficiente per individuare il nostro canale nel tratto di cresta fra  l’Ursic e la Cima Gilberti. La guida del Buscaini quota la sconsigliata salita di primo e secondo friabile, troviamo invece uno stretto canalone nevoso ideale per i nostri scopi, la neve è abbastanza dura, i maestri (sic) salgono all’intaglio per attrezzare le soste, un tiro è sufficiente per superare il tratto più ripido. Volendo si potrebbe anche scendere dall’opposto versante in Slovenia rientrando con un lungo giro. Anche il tempo è dalla nostra parte, appare perfino un pallido sole, poi tutto finisce (come sempre) a tarallucci e vino.

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Veliki Vrh, (2088m) una cima di confine

A E del valico di Coccau con la mitica Cima dei Tre Confini ha inizio il gruppo delle Caravanche sulla cresta di confine fra Austria e Slovenia. Lungo 120 km il gruppo confina ad Est con i monti di Kamnik , per certi versi simili alle Giulie. Il versante più dolce è quello Sud, pregevole per la flora, mentre a N precipitano dirupate. Del sottogruppo della Kosuta (Cervo Femmina) fra i passi Ljiubelj e Jezersko, che offre parecchie cime alte più di 2000m, ho già ricordato la visita al Kosutnikov Turm, la vetta più elevata per la verità con un articoletto poco gettonato. In precedenza e con gli stessi compagni però ero stato sul Veliki Vrh (una delle tante grandi cime con lo stesso nome della giovane Nazione). L’avvicinamento in auto è piuttosto lungo anche se compensato dai nuovi panorami che si aprono su zone sconosciute. Da Tarvisio si scende la scorrevole statale fino al bivio dove si imbocca verso N la strada per il Ljubelj passando dalla cittadina di  Trzic, poco oltre si svolta a destra verso il villaggio chiamato Podljubeli. Da qui una rotabile inizialmente asfaltata poi bianca (abbondanti segnalazioni) conduce al parcheggio sotto i casali Matisovec (1072m). Continuerebbe fino al rifugio, ma c’è il divieto, seguiamo quindi la sassosa battutissima mulattiera che si alza fra le conifere fino al rifugio e la malga con ristoro Kofcah, 1488m, ambedue in chiusura stagionale, ai limiti del bosco. Dagli edifici si ha modo di osservare le creste sovrastanti, la nostra meta è la cima più occidentale. Ci alziamo lungo il sentiero verso Nord arrivando sul filo e da questo per la cresta Est alla vetta. Un po’ di vento ma panorama vastissimo, le Caravanche, i monti di Kamnik, le Giulie Orientali e i dolci colli austriaci allietano la giornata. In discesa seguiamo per un tratto la cresta orientale toccando ancora qualche ulteriore rilievo, dispiace abbandonare un luogo così ameno ma bisogna tenere conto anche delle ore di macchina che ci aspettano (e la sosta per il ristoro) e per prati ridiscendiamo. Tre aprile 2005, neve quasi tutta andata, con Gigi e Eliana, circa sei ore in tutto.

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