Croda da Lago (2701m), sulle orme dei pionieri

luglio 22, 2016 1 commento

Già salendo la valle del Boite in direzione di Cortina si ha modo di ammirare le cime ardite ed eleganti della Croda da Lago quasi a risarcimento delle quote minori rispetto ai colossi circostanti. Per la nostra salita trascuriamo la perla delle Dolomiti proseguendo sulla statale del Falzarego per deviare a sinistra dopo Pocol sulla strada del Passo Giau, il nostro parcheggio si trova in località Rucurto, 1700m circa. Passato il torrente con percorso amabile nel bosco si lascia sulla sinistra la Casera Formin, fino a qui segn. 437 dove ci si collega con il 434 (che è poi quello dell’alta via n. 1) mentre cominciano a svelarsi le nostre crode. In un’ora e mezza arriviamo infine al rifugio Palmieri (2034m), uno dei più vetusti della zona ricostruito più volte. Qualche metro più in basso le cime si specchiano nel piccolo lago di Federa, è veramente un luogo incantevole, per di più al momento è semideserto e si respira l’aria dei pionieri. Il versante E, dove si svolge la normale, si trova lì di fronte. Dopo numerosi tentativi la via è stata aperta nel 1884 dal solito Michele Innerkofler in compagnia di Roland von Eotvos, ora tocca a noi meschini. Dal rifugio ci portiamo sulla riva orientale del lago fino alla sua estremità, qui si sale uno zoccolo di erba e roccia di orientamento aleatorio, trovando la via migliore i passaggi sono sul 2° grado fino a una spalla. Una traccia traversa a sinistra inoltrandosi in una cengia assai pittoresca a tratti esposta ma comunque facile e con varie rientranze anche sotto dei landri fino all’attacco che nel diedro che scende dalla forcella fra la Croda e il Campanile Innerkofler. Rintracciato il chiodo di partenza le esitazioni svaniscono, ci sono tutte le varianti dell’arrampicata, camini paretine e diedri di roccia ottima. Le soste, tutte attrezzate, consentono di risparmiare tempo e usciamo alla forcella Eotvos, fra le due vette principali. Manca da salire verso destra l’ultimo tiro di temuta roccia rossastra e a detta della guida friabile, provenendo dalle Carniche non è poi tanto malaccio. La vetta è piuttosto angusta e ci rifocilliamo assicurati. La discesa alla cornice iniziale è tutta a corde doppie (la prima da 50m s’incastra) già attrezzate. Per scendere al rifugio traversiamo per verdi fino a rintracciare via già fatta al ritorno dal Cason di Formin in una precedente occasione, più sbrigativa. Tempo con qualche velatura ma nel complesso bello, II e III con un passo di IV. I partecipanti, oltre al sottoscritto, Sandro, Nevio e Federico.

I tempi: partendo alle 6 da Udine alle 2 del pomeriggio calpestiamo la vetta . Via descritta dal Berti e da Buscaini.

1 Il rifugio Palmieri sulle rive del lago di Federa

2 Fra gli abeti svetta la Tofana di Rozes

3 Cinque Torri e Fanis

4 Sullo zoccolo

5 La cima dall'inizio del traverso

6 Sulla cornice

7 Roccia ottima nel diedro

8 La sosta del tiro finale

9 L'ultimo passaggio

10 L'autore sulla Croda...

11 I compagni

12 Lastoni di Formin

13 Cima d'Ambrizzola

14 Dalla vetta il lago e il rifugio

15 Comincia la discesa

16 La calata da 50 m

17 In discesa

18 Nel diedro

19 Sulla cengia d'attacco

20 Nel paesaggio spicca il Becco di Mezzodì

21 Vista su Cortina

22 Scendendo a valle

23 Luci del tramonto sulla Croda da Lago

 

Nordliche Weittalspitze (2539m), una sconosciuta meta nell’alta valle del Gail (Lesachtal)

Non seguiteci, ci siamo persi! La destinazione era un’altra (raggiunta in seguito), non eravamo al corrente dell’esistenza di questa simpatica cima fino al dì della salita. Il versante Sud delle Lienzer Dolomiten si affaccia sull’alta valle del Gail in loco nomata Lesachtal, quindi il percorso automobilistico prevede da Tolmezzo la risalita della valle del But fino al passo di M. Croce Carnico e la conseguente calata su Mauthen. Dopo il ponte sul fiume si svolta a sinistra nella nostra amena valle che si percorre fra paesini da presepio fino a uno dei maggiori, St. Lorenzen. Dopo l’abitato, e lasciata la strada principale, una stretta ma asfaltata rotabile sulla destra termina al piccolo centro termale di Tuffbad (1260m) dove si parcheggia senza difficoltà. Siamo leggermente persi e in vece di salire a destra restiamo sul fondovalle avanzando verso Est, quando ci rendiamo conto dell’errore è ormai tardi per rimediare, d’altronde ci troviamo su un sentiero numerato (218) che con ampie svolte riesce allo Zochen Pass, 2260m, sull’opposto versante ci si affaccia al versante di Lienz con i mitici rifugi Dolomiten e di Karlsbad già frequentati in passato con tristi conseguenze. A disposizione c’è anche la guida della Rother, in tedesco naturalmente, la cresta Est alla cima, quotata di terzo grado e i segni rossi su di essa ci attirano irresistibilmente anche se siamo del tutto sprovvisti di attrezzature.  Il nostro interprete si dimette dall’incarico, andrà a farsi una birra al rifugio di Karlsbad. I quattro rimasti (Cinzia, Eliana e Gigi oltre al relatore) proseguono. Dapprima una cresta affilata ma solidissima (Kanzele Gange), ma la sorpresa sono i nuovissimi cavi che annullano le difficoltà, peraltro limitate al primo grado superiore. Si arriva così sotto una parete verticale, la Ostgrat, quotata originariamente di 3°, però anch’essa attrezzata che richiede un po’ di forza. E siamo in cima, giornata delle migliori, bellissimo il panorama e il clima piacevole invitano a una lunga sosta, per di più non c’è da litigare con nessuno per un posto in vetta. Confortati anche dal sentiero che scende nell’opposto versante a una ulteriore forcelletta (Weittalscharte, circa 2300m). Tanto che si decide per la traversata, dalla sella uno stretto ma facile canalino discretamente bollinato ci scodella senza troppi problemi alla valle di provenienza e quindi al parcheggio. Purtroppo abbiamo un disperso fra i fiumi di birra del Karlsbader e non possiamo abbandonarlo in questi luoghi inospitali. Il rientro nei patri lidi è notturno (altra nota sul libro nero di mia moglie). Dislivello 1300m, difficoltà da ferrata (noi non avevamo nulla). Il giro, anche per evadere dalle solite Giulie-Carniche-Dolomiti, è assai meritevole.

1 Kirchtag a Sankt Lorenzen

2 Concerto in piazza

3 La Weittalspitze dal sentiero per il passo

4 Salita al Zochen Pass

5 Fra prati, rocce e mughi

6 Sul valico con a sinistra la cima

7 L'affilata cresta

8 Fra le due vallate

9 L'arcigno versante E della Weittalspitze

10 Che si supera con l'aiuto dei cavi

10 Eclatante vista sulle Lienzer

11 Al Mauro la vista non interessa

12 Anche Cinzia si fa un pisolino

13 La tradizionale immagine della vetta

14 Il relatore con Vigjut

15 A Est le placche d'argento delle Donnacce (Boses Weible)

16 Verso S le Carniche

17 Discesa vero Ovest

Luglio 2006

Categorie:Lienzer Dolomiten Tag:

Monte Cimon (o Creta di Entralais, 2422m) da Pesaris e da Sappada

La lunga cresta delimitata dalla Val Pesarina a S e quella del Degano a N culmina con numerose cime di quota crescente a partire da Est. Cime appetibili quanto poco gettonate essendo salvo qualcuna troppo impegnative per gli escursionisti e per contro disdegnate dall’alpinista per la discontinuità dell’impegno. Non avendo di queste fisime risultano il miglior terreno di gioco per i nostri palati sopraffini. Il Cimon è il massiccio più elevato a oriente della Creta Forata, la via comune offre prima un lungo avvicinamento poi la cresta Est con banali (per l’arrampicatore) passaggi di primo grado, ma ambiente fascinoso e solitudine garantita.

 Luglio ’92, in solitaria da Pesaris

Da lavoratore autonomo potevo fare le ferie quando volevo (in pratica mai), gli amici del periodo di cui si parla, tutti a carico dello stato, erano partiti per non si sa dove ed ero rimasto solo. Dalla strada a monte del paese degli orologi un’asfaltata è percorribile per un breve tratto guadagnando qualche decina di metri prima di parcheggiare (circa 800m). Qui ha inizio il micidiale sentiero 229, talvolta poco evidente, che costeggiando il rio Possal e fra belle fioriture e rigogliosa vegetazione entra in fine nel vallone di Entralais. La casera omonima in quegli anni offriva uno spartano ricovero (ora è riattata a bivacco). Una rampa detritica sale verso il passo di Entralais, sono perplesso, le condizioni meteo non lasciano molte speranze, densi nuvoloni si ammassano da tutte le parti, comunque nella dotazione è presente l’ombrello e ci salgo. Dal valico (2190m) inizia la cresta, proseguo con ottimismo fino in vetta seguendo ometti e sbiaditi bolli rossi. In discesa seguo la stessa via sotto una leggera pioviggine. Il diario mi dice cinque ore e 10minuti, per la miseria, ero veramente un drago.

1 Il rio Possal

2 La foresta

3 Un'Orchidea

4 Il rigoglio della vegetazione

5 Cascate del ruscello

6 La radura di casera Entralais

7 Belle fioriture nell'ex pascolo

8 La Creta da Fuina con a sin. forcella Entralais

9 Alla fine vado in cima

10 Vista verso Sappada

11 Il Coglians dai pressi della forcella

12 Nigritelle

13 Papaveri

14 Il vallone di Entralais

15 La casera ai tempi offriva un precario riparo

16 Giglio di S. Giovanni

Luglio 2016, da Cima Sappada (1276m)

Dopo un ventennio una ripetizione ci può anche stare specie se in allegra compagnia e variando l’approccio che questa volta è da Nord. Dal parcheggio della seggiovia del Siera all’inizio dell’abitato, ferma da qualche anno ha inizio una stradella pianeggiante che s’inoltra nel bosco verso sinistra. Diventata sentiero (n. 320) comincia a salire verso forcella Tuglia, è piuttosto lunga e presenta delle contropendenze, c’è anche un simpatico ruscello dove abbeverarsi e tirare fiato al ritorno. Poco prima della sella (1563m) si stacca a destra il sentiero con il segnavie 229, qui finisce la ricreazione. La traccia risale ripidamente una costa di mughi e larici, quando si esaurisce inizia il micidiale ghiaione dove c’è comunque e per fortuna una traccia, la forcella si trova nell’angolo di destra, difesa da due rampe di roccia friabile attrezzate con un cavo. Dallo stretto intaglio ci si affaccia al versante pesarino. Fino a qui tutto bene. L’inizio della cresta non è molto evidente anche se ci sono degli ometti, poi il Mauro si è portato anche il figlio adolescente che entra in crisi sul primo passaggio in esposizione. Non abbiamo neanche un metro di corda e l’incauto genitore lo parcheggia sul posto, scelta che non condivido. La salita prosegue agevolata da sbiaditi bolli rossi per erti verdi, brevi passaggi su placche e saltini di roccia chiara abbastanza solida fino all’ultima anticima. Una discesa sui detriti e una rampa erbosa escono infine alla modesta Croce di vetta, posata accanto all’ometto. La raddrizziamo e dopo una veloce sosta ripartiamo, in discesa la via risulta meno evidente e bisogna prestare attenzione. Per fortuna il ragazzino non si è mosso, ero in pensiero al contrario dello sciagurato genitore. Siamo abbastanza stanchi e nessuno propone di salire alla Casera Tuglia per una birra, torniamo faticosamente e per la strada già fatta al parcheggio. Ci rifaremo Al Sole di Avoltri, che non è il meteo ma l’alberghetto con cucina sempre aperta che offre tutte le prelibatezze carniche. Con Mauro, Luca e Sandro. Otto ore per la gita (soste comprese).

18 Pleros, Fuina e Cimon

19 Rosa selvatica

20 Il Cimon da N

21 Capre all'alpeggio

22 Il monte Tuglia

23 Il ghiaione di forcella Entralais

24 Il tratto attrezzato che precede la forcella

25 Al passo di Entralais

26 Tabelle al passo

27 Sulla normale

28 I verdi si alternano alle rocce

29 La vetta

30 In contemplazione

31 Pleros e Fuina dall'inizio della discesa

32 Scendendo

33 Forse il passo più impegnativo

34 M. con il suo Virgulto

35 Scivolata sulle ghiaie

36 Casera Tuglia

37 Finalmente i fiorellini

38 Il provvidenziale ruscello

Petzeck (3283m), la più alta vetta della Debantal

Secondo la nuova classificazione SOIUSA la montagna in oggetto fa parte dei Tauri Occidentali, ai tempi della salita erano, anche se suddivisi in vari gruppi, gli Alti Tauri, le alte montagne austriache fra l’Osttirol e il salisburghese. Alcune di queste cime erano state inserite nel libretto delle 30 (poi 60) cime dell’Amicizia. Galvanizzati dal successo avuto con la cima più alta e impegnativa, il Grossglockner, nello stesso luglio, rivolgiamo la nostra attenzione al Petzeck, un altro tremila. Dunque per il Passo di Monte Croce Carnico, poi Mauthen e il Gaislberg ci trasferiamo nella valle della Drava svoltando a Ovest in direzione di Lienz, il capoluogo dell’Osttirol. Qualche chilometro prima, con percorso un po’ complicato ma con sufficienti indicazioni, da Nussdorf (il paese delle noci) o da Debant ci si alza a destra fino alla strada sterrata/asfaltata dell’amena Debantal che si percorre fino al parcheggio (1686m). Tre ore ci stanno tutte, ora in cammino. Oltrepassato il torrente si risale per il sentiero 917 (bosco, poi ontani e bassa vegetazione) fino alla sella Untereseescharte 2571m dove la fatica viene ripagata dal panorama sui due laghi Wangenitz nonché dal più prosaico rifugio omonimo sulle rive di quello Est che garantisce ristoro e ricovero in caso di maltempo, si perde comunque una settantina di metri. A N si trova la nostra cima (segnavie 927), il percorso è all’inizio molto gradevole fra ruscelli e cascatelle, poi ci si alza su una spalla allietati dalle fioriture (il tratto più impegnativo è assicurato) a un piatto ghiacciaio pensile, poi per sfasciumi di scisto e roccette elementari si guadagna la vistosa croce di vetta. La gita resta lunga e faticosa, all’epoca ci abbiamo impiegato cinque ore, ora ci starebbe un pernottamento. Discesa idem, al rifugio veniamo accolti benevolmente, non devono essere molte le presenze dei nostri connazionali quassù. Risalendo alla sella il saluto ci viene dato da un breve temporale (ci ripariamo in un anfratto) e senza altri intoppi torniamo alla vettura. Con Diego e la scomparsa cara Emanuela. Tutto è ben segnalato e non ci sono problemi di orientamento.

1 Vista sulla Debantal

2 Prendendo quota si fa vedere l'Hochschober

3 Ruscelli e laghetti nella salita al rifugio

4 Forse il Petzeck

5 Semprevivo

6 Il rifugio e i laghi Wangenitz

7 Scisti corrugati nella salita

8 Un tratto assicurato

9 Verso la cresta

10 L'ambiente è inconsueto

11 Ranuncoli deu ghiacciai

12 Un piccolo ghiacciaio resiste sotto la vetta

13 La povera Manuela con Diego

14 La consueta grande Croce in cima

15 A N il Glockner

16 Sul mansueto ghiacciaio al ritorno

17 Uno dei due laghi

18 Di nuovo tra i fiori

19 Cascatelle

20 Discesa verso i laghi e la birra del rifugio

Categorie:Alti Tauri Tag:

Torre Comici e Cima Val di Guerra, due salite in Val di Suola

Da molti anni il rifugio Flaiban-Pacherini è stato dato in gestione prima all’amico Sandro e in seguito a suo figlio Claudio, molte sono state le gite in loco a volte con ritorni disastrosi per aperture e chiusure. Attualmente il bell’edificio è stato sostituito da un anonimo capannone in cemento armato che pure se rivestito in legno fa rimpiangere quello vecchio anche se era alquanto freddo e umido ma più ospitale, complimenti al progettista. Le due gite proposte risalgono agli anni ’90 quindi antecedenti alla ricostruzione. Per entrambe le salite partiamo da Forni di Sopra (910 m) nell’alta valle del Tagliamento, dal centro turistico scendiamo al ponte sul fiume per parcheggiare all’inizio delle pista da sci. Una noiosa strada asfaltata ma con divieto conduce all’inizio del sentiero 362 che dapprima nel bosco poi tra i mughi e infine in terreno più aperto porta al ricovero (1587m) in un paio d’ore.

1 Scarpetta della Madonna sul sentiero

2 Il vecchio Flaiban-Pacherini

La Torre Comici (2200m circa) per la ferrata Cassiopea

Il Visentini che ha un poca di puzza sotto il naso dice che non gli interessa (anche se in varie guide le consigliava), non è che io sia un grande cultore di questi itinerari addomesticati ma se mi capitano non ci sputo sopra, d’altronde la via più facile è di quarto quindi in mancanza riservata ai più eletti. D’altra parte in tutte le Dolomiti d’oltre Piave mi pare che non ci siano altri itinerari attrezzati e non vedo quale danno possa arrecare all’ambiente. L’appuntamento con il mio coetaneo e paesano è al rifugio, salgo a Forni con la poderosa bicilindrica a due ruote di recente acquisto (il primo amore non si scorda mai!) senza economizzare sull’acceleratore. Dal ricovero, salutati gli amici e continuando sullo stesso segnavia ci dirigiamo abbastanza faticosamente al Passo del Mus (2063m), fra la nostra torre e l’omonima cima, prima per verdi e poi sui detriti e sfasciumi. Dopo esserci attrezzati di casco,imbragatura e cordino (dissipatori e altre amenità erano futuristici) seguendo bollini e cavi senza troppi problemi ci meritiamo la vetta. Non ho trovato sul mio diario altro, quindi penso che la discesa sia stata fatta lungo lo stesso percorso, quello che ricordo della via è che richiede abbastanza forza nelle braccia e abitudine all’esposizione.

3 Il canale di salita al passo del Mus

4 Torre Comici e Cima Val di Guerra

5 Sulla Cassiopea

6 Un passaggio della ferrata

7 L'uso dei cavi è obbligatorio

8 L'arrivo

9 In vetta

10 Cime tempestose

 

La via comune alla Cima Val di Guerra, 2353m (2°?)

Transitando in precedenza dal passo del Mus ci eravamo invaghiti di una possibile via di salita dalla Val di Guerra (che scende in Cimoliana), non trovando altre notizie decido di tentarla trovando conforto nell’amico Vjgiut di provata fede ravanatoria. L’avvicinamento è lo stesso della gita precedente. Dal valico ci portiamo brevemente calando per poco nell’opposto versante fino a una svasatura di rocce. Dove c’è da arrampicare su rocce di dubbia solidità (è la massima difficoltà della salita). Superato il delicato passaggio si esce sulla cresta Sud più affidabile e sicura, seguita verso sinistra arriva a un intaglio che si supera in spaccata. Poi, quasi camminando, ci si merita l’esaltante vista dalla vetta che non sto a descrivere. In discesa non ci sono alternative alla via già percorsa. I maggiori pericoli ci aspettano però al Pacherini, qui la festa impazza fra canti e cospicue libagioni e la calata a valle comporta parecchi rischi.

11 Salita alla cresta

12 L'inizio della cresta è alquanto frastagliato

13 L'amico sul dorso

14 Nel magnifico ambiente delle Dolomiti Friulane

15 Una spaccatura

16 Un modesto ometto sul culmine

17 I due volponi si congratulano

19 Forni e la val di Suola

20 In discesa alla fine delle difficoltà

21 La tavolata al rifugio

22 A seguire la penosa ma sentita esibizione canora

23 Il gestore e in ordine di precedenza il cane e la consorte

24 Forni, dal parcheggio il Gruppo del Cridola

Jezerski Stog (2040 m), un’ulteriore gita a monte di Bohinj

L’esteso altopiano che scende verso meridione dal Tricorno al lago di Bohinj è un vero paradiso escursionistico, dalle scure foreste capita di uscire in sorprendenti radure con le tipiche casere di legno dove ci si può magari ristorare con i tipici prodotti dell’alpeggio tipo formaggio e ricotta magari accompagnati da una birra o una grappa di dubbia origine, non manca un lago sulle cui rive si trova un rifugio. Parecchie sono le cime secondarie poco blasonate raggiungibili senza troppi problemi a parte la scarsità o mancanza di segnalazioni, peraltro sempre al cospetto del re delle Giulie Orientali, dove senza cartina non se ne viene fuori. Per arrivarci dai patri lidi il giro è lunghetto, Tarvisio e Valico di Fusine, discesa lungo la valle della Sava fino alla deviazione a destra per Bled e a Stara Fuzina, poco sopra la riva Est del lago. Pagando un pedaggio che diventa ogni anno più esoso saliamo a sinistra con la strada bianca, all’unico bivio si prende a destra, per parcheggiare dove termina  (con qualche difficoltà di parcheggio nei giorni festivi) nei pressi di Planina Blato (1088m). Ora si continua verso Est passando sopra l’estetico alpeggio per cominciare poi ad alzarsi sulla comoda traccia che conduce alla Planina Krstenica, 1655m, in posizione incantevole qualche metro sotto la dorsale. Continuando praticamente in piano verso N si arriva a Jezerce, un avvallamento dove in passato forse c’era una casera. La sorgente del toponimo, praticamente in secca, quota 1720 m. La cima resta a destra, segni non ce ne sono però le tracce sono evidenti e ci alziamo in questa direzione fino a  uscire alla valicabile forcella Jezerski Preval  da dove per tracce aggiriamo la sommità in direzione Sud e con un ultimo breve tratto ci saliamo da questo versante. Non è una giornata eccezionale e il sole latita a guastarci un pò il panorama, la valle parallela a oriente è la Miseliska, già precedentemente visitata per altre mete, invece sulla nostra dorsale si trova verso N un bifido cocuzzolo nomato Adamo ed Eva. Arrivano poco dopo anche un paio di sloveni (vanno proprio dappertutto) che ci fanno le condoglianze per le condizioni del meteo, d’altronde questa è una variabile indipendente. Non resta che ridiscendere a Jezerce fra i fiori che costeggiano il sentiero. La gita ci è parsa breve così decidiamo di variare l’itinerario, dal lato opposto c’è la vallecola che sale all’ulteriore forcella Lazovski Preval per erba e tracce, in ultimo mughi (1966m), altri 250m di dislivello, divallando poi con lo stesso tipo di terreno alla ulteriore amena spianata di Planina v Lazu. Attraversato l’alpeggio verso destra si trova l’imbocco di una mulattiera che con qualche saliscendi poi cala allo spazioso rifugio Na Planina pri Jezeru(m 1450). Dopo il meritato ristoro un viottolo sassoso ci riconduce al posteggio. Ben otto ore lunghe soste comprese. Con Sandro e Saro il 27 giugno del 2012. Difficoltà nessuna, il giro per contro ha un notevole sviluppo.

Giugno 2012, con Sandro e Saro

1 Planina Blato

2 Il sentiero nel bosco

3 Planina Krstenica

4 Nuvole verso Nord

5 Oltre l'alpeggio fra larici e mughi

6 Fiori sul sentiero

7 Salita a Jazorski Preval (forcella)

8 Dalla sella la meta prefissata

9 Salita alla vetta

10 Uscita in cima

11 Verso i monti di Bohinj

12 La verde forcella sovrastata dalle cime Adamo ed Eva

13 Belle fioriture tornando a Jezerce

14 Ancora fiori

15 La fascia di mughi alla forcella Lazovski

16 Poi si scende a Planina v Lazu

17 Un solitario equino

18 Il rifugio del lago

19 Il malinconico laghetto

20 Ci ritempriamo con una birra

21 Il luogo è molto frequentato

Terzo Spigolo S di Rozes, una salita prematura (3° e 4° con due pass. di 5°)

In questo Giugno avaro di soddisfazioni a causa del clima piovoso non resta che frugare nell’album dei ricordi, stavolta torno allo stesso mese del lontano ’89. Fra la sovrabbondanza di cime disposte attorno a Cortina la Tofana di Rozes merita un posto d’onore, sulla colorata parete Sud a forma di pala alta quasi mille metri hanno messo la firma i più forti scalatori indigeni e foresti, la migliore vista si ha salendo al passo Falzarego. La Domenica precedente con l’amico Nevio avevo fatto una via di Dibona al Pomagagnon osservando dalla sua cima la maestosa cattedrale di dolomia che ci era apparsa sgombra di neve. Sette giorni dopo torniamo alla carica proponendoci il Terzo Spigolo per la classica via aperta dai locali Alverà e Pompanin nel 1946 che esce sulla cresta Est. A disposizione abbiamo la relazione del Berti nella guida grigia del CAI che non menziona il dislivello, a spanne potrebbe essere sui 400-500 metri, in un giorno è comunque una bella sfacchinata partendo da Udine, ai tempi eravamo abituati a imbarcarci in imprese di questo tipo su vie poco frequentate quando i telefonini non erano stati inventati e nessuno sapeva dove si era andati. Arrivati a Cortina saliamo verso il Falzarego per deviare sulla rotabile che sale al rifugio Dibona (2083m) dove parcheggiamo alle otto del mattino. Ma a che ora siamo partiti da casa? Non lo so. Dal rifugio con il sentiero segnalato ci trasferiamo alla base delle pareti (sent. 403 e 442) poi seguendo brevemente i segni e le attrezzature che portano alla grotta della Tofana arriviamo all’attacco della nostra via. Per quel che ricordo lo spigolo è dapprima piuttosto largo e lascia parecchie incertezze sulla strada giusta da seguire, la roccia è abbastanza salda e andiamo avanti a oltranza. Le difficoltà non sono continue e si riesce anche a tirare il fiato anche se l’ambiente è impressionante fra gli abissi verso i quali precipitano infide pareti rosse. Si vede che non abbiamo sbagliato molto (la guida è stata riposta nello zaino) quando usciamo sulla cengia che percorsa verso sin. arriva alla caverna che precede il passaggio chiave. Si tratta di una traversata espostissima (una quindicina di m, dice il Berti) dove sia il primo che il secondo corrono gli stessi rischi. Ne usciamo illesi, ora si vede già la rampa di uscita che si raggiunge arrampicando ma su difficoltà via via minori, è ancora innevata ma il problema non è questo, bisogna passare sotto un diluvio causato dal disgelo prima di uscire sulla cresta affacciandoci al versante del rifugio Giussani, tutto bianco. Metto le pedule e l’amico (scalzo, non cambia poi molto) le scarpe da ginnastica prima di affrontare i facili pendii di neve molla. Poi facciamo il nostro poco trionfale ingresso nel ricovero già gestito a mò di due anatre spaventate. Troviamo il locale affollato (c’è anche un fuoristrada nel parcheggio) da gente allegra, sono gli Scoiattoli di Cortina che festeggiano la difficile salita del Pilastro. Ci chiedono da dove diavolo veniamo ridotti in simili condizioni, fra gli sghignazzi lo confessiamo. “E’ ancora presto per quella salita” ci dicono, per dire il vero ce ne siamo accorti anche noi, loro si sono fatti portare gli scarponi all’uscita della via. Siamo invitati a partecipare alle libagioni a base di un tonificante Vov giallastro ma la cosa va per le lunghe, mentre ripartiamo siamo invitati per il bicchiere della staffa al sottostante rifugio Dibona. All’avvicinarsi dei fari ci nascondiamo fra i mughi per evitare ulteriori complicazioni, anche così rientriamo alla magione ben dopo mezzanotte.

1 La Tofana di Rozes

2 Al centro il terzo spigolo

3 Salendo all'attacco

4 Le altre Tofane e il vallone del rifugio

5 L'inizio della via

6 Il compagno in azione

7 Vista su Croda da Lago e Pelmo

8 I colori della Dolomia

9 Il traverso dopo la grotta è il passaggio chiave

10 La conca di Cortina con Sorapis e Antelao

11 La rampa finale

12 Le Tofane di Mezzo e di Fuori

13 Neve nel versante di discesa

14 La Tofana di Rozes dal rifugio

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