Cima Tulsti e Col Curnic, due cime di interesse storico a monte di Raccolana

Dopo tanti anni di vagabondaggi nelle nostre montagne non si sa più dove andare a parare alla ricerca di qualcosa di nuovo. Oggi tocca alle estreme propaggini boschive del gruppo del Canin verso occidente fra le valli del Fella, Resia e Raccolana. Scartabellando qua e là ho perfino trovato una relazione scarsamente attendibile sulla Cima Tulsti (1179m) teatro di fatti bellici nell’Ottobre del 1917, proposta che viene approvata dai soliti ignoti. Raggiunta Chiusaforte si prende la strada per Sella Nevea, appena valicato i ponti su Fella e Raccolana si trova l’imbocco a destra del sentiero 632 dove c’è anche posto per parcheggiare, 388m. La mulattiera sale dapprima il dirupato versante rivolto al Canal del Ferro che presenta qualche frana e dei tratti anche esposti dove la sicurezza è garantita dai nastri di plastica bianco-rossi tipo cantiere edile. Seguiamo questo segnavia fino a un bivio dove si alza verso sinistra (itinerario che faremo in discesa) per proseguire diritti con il n. 638. Dopo questo primo settore il percorso diventa più pastorale, si guada un ruscello dall’acqua limpidissima e con alcune svolte fra i faggi si esce alla spaziosa Sella Sagata, 848m. Il luogo è molto ameno, fra i prati ben rasati ci sono un paio di edifici e una Chiesetta affidati alle cure degli Alpini di Resia, Resiutta (da dove arriva una rotabile) e Chiusaforte. La località è abbastanza frequentata, qui incrociamo un gruppo del Cai di Pasian di Prato che fa la classica traversata da Raccolana a Resiutta. Fra le tre strade che si diramano la nostra opzione cade su quella di mezzo che si rivela giusta, poco oltre infatti l’indicazione (ora con il numero 631) invita a sinistra sul vasto versante a pini e faggi che si alza su una dorsale fino a un ulteriore bivio, sempre a manca prosegue il sentiero numerato, per la cima del Tulsti si prosegue sul costone segnato ma non troppo con begli scorci sul territorio resiano. Prima della massima quota ci sono dei ruderi di casermette, poco sopra si arriva finalmente in meta dove i resti testimoniano una postazione di artiglieria. Anche se limitato a nord dalla faggeta il panorama è vasto sugli altri tre punti cardinali e la giornata primaverile esemplare ci consente una lunga e piacevole sosta. Purtroppo tutte le cose belle finiscono presto e bisogna ripartire, sulla via già percorsa ci stiamo poco, imbocchiamo a mano dritta una simpatica scorciatoia che ci fa tornare all’amato segnavia 631 che prosegue  perdendo circa 150m di quota fino a un intaglio fra pini monumentali . Da dove bisogna risalire fino a passare pochi metri sotto quella che poteva essere la terza vetta del giorno che forse immeritatamente trascuriamo (dalla cartina risulta essere il Tana Kope, 1228m). Proseguendo faticosamente sulla vecchia mulattiera ben conservata dopo tutto questo tempo arriviamo all’eclatante forestale a tratti pure asfaltata che termina a poche decine di metri dal Col Curnic che con i suoi 1238m risulta la più alta del circondario. Non è segnata e per arrivarci tocca proseguire a occhio fra alberi e arbusti che limitano la visuale, ma la coscienza è a posto. In discesa per un po’ tocca stare sulla strada, noiosa ma con vasti panorami fino a che i segni riportano al sentiero 632. Questo è reso abbastanza scivoloso dallo strato di foglie e passa accanto a vecchi stavoli in pietra, uno ancora in condizioni discrete può offrire riparo e si riallaccia al sentiero fatto al mattino nel pezzo esposto.

I dati rilevati con un diabolico congegno da un amico sono: 17 km percorsi e 1100 m di dislivello, 5 ore e mezza di cammino più le soste.

Aprile 2016, con Fabio, Nevio, Oscar, Sandro e Saro

1 Il torrente Raccolana

2 La mulattiera all'inizio è comoda

3 Il tratto fra i dirupi

4 Chiusaforte

5 Il guado del ruscello

6 Sella Sagata, la Chiesetta

7 Sul dorso di Cima Tulsti

8 Resti nei pressi della cima

8 Segni di confine

9 Cima Tulsti

10 Il Canin

11 Opere militari sulla cima

12 Vista sulla valle di Resia

13 Il punto più basso della traversata al Col Curnic

14 Sopra la dorsale di discesa Zuc dal Boor e Cavallo

15 In traversata pochi metri sotto il Tana Cope

16 In salita al Col Curnic

17 Fra gli arbusti

18 La cima del Col Curnic

19 Le creste dei Musi

20 La valle del Fella è ancora lontana

21 Un edificio in discreto stato

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Mrlzi Vrh, la Cima Fredda del Matajur (1358m), il facile anello da Masseris

Tutta la mia riconoscenza va all’amico Oscar che mi ha fatto scoprire dei luoghi e ambienti inaspettati nella zona del Matajur da sempre snobbata, ma non solo per questo, arrivato a casa con un semplice click ho cancellato per sempre tutte le foto (sono le gioie e i dolori del digitale), quelle pubblicate sono le sue, gentilmente concesse. La cima si trova in territorio sloveno sul dorso Est di quella principale, meno frequentata di quest’ultima ma ugualmente panoramica. Da Cividale si segue la statale per la Slovenia fino a Sanguarzo, qui a destra si prende la rotabile che attraversando numerosi paesi termina al Rifugio Pelizzo, ci fermiamo alla frazione di Masseris a 760 m di quota, il parcheggio si trova all’inizio del paese e proprio all’imbocco della carreggiabile che si alza sulla destra, per questa ha inizio la nostra escursione. Fra cavalli al pascolo ed eclatanti fioriture di crocus ci avviamo sotto un sole che sa già di primavera, la strada poi si riduce a mulattiera scarsamente segnalata che poi si riallaccia al sentiero con il n. 736 che trascuriamo fidando nella nostra guida. Inoltrandoci fra doline, radure e rilievi ammantati dai faggi con radi fienili per lo più in abbandono (in caso di nebbia qui è facile perdersi). Andando avanti incontriamo la prima neve e poco dopo dopo varchiamo anche il filo spinato che segna il confine. Lasciamo sulla destra una malga per salire sul lato opposto alla dorsale Sud del Mrzli Vrh che è abbastanza spoglia. Anche sulla quota massima la vista è libera su tre punti cardinali, mentre i faggi  la chiudono Ovest, c’è un cippo con la tavola di orientamento. Panorama molto bello sulla valle dell’Isonzo, le Giulie Orientali, il Canin e il collio. Dopo la doverosa sosta proseguiamo verso Nord per la comoda cresta con qualche trincea fino a incontrare una forestale, stiamo su questa che prosegue a saliscendi fino a un’indicazione (1315m) dove svoltiamo sulla sinistra imboccando il sentiero 736/736a che con le stesse caratteristiche della salita ma itinerario diverso ci riporta a Masseris poche decine di metri a monte del parcheggio. 5 ore soste comprese, oltre a Oscar c’erano Sandro e Saro, il 2 Marzo 2016.

1 Masseris

2 Da sopra il paese la vista si apre alla pianura

3 Vecchi stavoli

4 La prima neve

5 Fra le macchie di faggio

6 Al di là della dorsale il monte Nero

7 Abbondano i recinti

8 Sul dorso S

9 La valle dell'Isonzo

10 Il Matajur dalla cima

11 Le giulie incapucciate

12 Si rientra dal versante opposto

13 Cavalli allo stato brado

14 Esplosione di Crocus

15 Crochi

16 Riusciamo a Masseris

Gran Pic du Vignemale, 3298m, per la cresta Petit Vignemale-Pointe de Chausenque (AD)

Cartina

Ai tempi dell’alpinismo dei signori il conte inglese Henri Russel si era talmente invaghito di questi luoghi tanto da farsi scavare una caverna dove passare l’estate, d’altronde il massiccio del Vignemale è una delle più affascinanti montagne dei Pirenei, il giorno prima avevamo ammirato, salendo al rifugio Baysellance, le chiare pareti nord alte fino a 800m sulla valle d’Ossue. Il versante rivolto al rifugio è meno imponente ma racchiude la gemma del ghiacciaio orientale che è il più esteso dei Pirenei. Ma non solo, il Gran Vignemale, chiamato anche Pique Longue è la vetta più alta del Parco Nazionale Francese e con la Pointe Chausenque ha la palma del più elevato tremila interamente in territorio francese. Lasciando il rifugio per salire all’Houquette d’Issoue,2734m, in perfetta solitudine e già valicato il giorno prima, assistiamo a una spettacolare aurora nel migliore technicolor. Il programma prevede la cresta Est o cresta dell’Hourquette, una via classificata AD, quindi abbiamo in dotazione l’imbrago più una mezza corda e qualcuna delle normali cianfrusaglie per l’assicurazione. Dal passo una traccia di sentiero fra sfasciumi e detriti conduce senza problemi alla cima del Petit Vignemale, il primo tremila del giorno (3032m). Qui troviamo un giovanotto, sarà l’unico incontro fino alla cima principale. Affacciandosi a Est si vede il proseguimento che ci sembra abbastanza impegnativo, c’è da scendere una paretina alquanto liscia e poi continuare su una chiara cresta frastagliata, a detta della relazione II e III. Tocca prendere provvedimenti e ci travestiamo da alpinisti, gli scarponi li abbiamo già e l’unica cosa che manca è solo il casco, di martello e chiodi neanche parlare. La traversata è molto aerea ma intuitiva quasi sempre sul tagliente con qualche divagazione verso N, dove ci si assicura con cordini e fettucce (utile una lunga). Si esce dal tratto più rognoso al Col des Glaciers, la larga depressione con la Pointe Chausenque. Questa si scala per cenge e paretine di rocce rotte sulla cui solidità è lecito dubitare (II, 3204m). Intanto il sole è andato a farsi benedire e procediamo con visibilità limitata lasciando a destra il Piton Carrè, un ulteriore vetta che non rientra nell’ottica della traversata fino ad arrivare dopo un tratto su neve alla Breche de Gaube (3152m) dove troviamo le tracce della via normale, primo grado. Ora bisogna solo fare attenzione a non smuovere niente, vista la frequentazione si potrebbe far fuori qualcuno. La cima è contrassegnata da un modesto paracarro in cemento e con la visuale ridotta non vale la pena di dilungarsi e torniamo al ghiacciaio. Dove incontriamo un simpatico ragazzo romano, i genitori gli hanno regalato per la laurea la traversata dei Pirenei, resterà l’unico italiano incontrato in dieci giorni. Tornando al rifugio il clima cambia ancora e rispunta il sole, scendiamo slegati visto che dei temuti crepacci, forse per l’abbondanza della neve, non c’è traccia alcuna. Qui salutiamo il compatriota, risaliamo per la terza volta l’Horquette prima di tornare alla paziente Astra che ci aspetta a Pont d’Espagne.

14 Agosto 1996, per la sola gita poco più di 5 ore, da aggiungere la lunga discesa a Pont d’Espagne per la valle di Gaube.

1 Alba western al rif. Baysellance

2 Le creste del Vignemale

3 Petit Vignemale, in cima

4 La cresta

5 In traversata

6 Il versante Nord

7 La cima del Vignemale

8 I Pirenei Centrali

9 Il compagno

10 Alla fine delle difficoltà

11 Mare di nubi sul ghiacciaio

12 Fra due mondi

13 Gran Pic du Vignemale, la cima

14 Le vette della traversata

15 In discesa

16 L'incontro con il Laureato

17 Il ghiacciaio, sullo sfondo la cima

18 La morena e il ghiacciaio

19 Al rifugio

20 Il passo con la valle di Gaube (Hourquette d'Ossoue)

21 Un laghetto nel granito

22 Pont d'Espagne

23 Torniamo nella civiltà

Snjeznik (1508m), il Nevoso Croato

1 L'azzurro dell'Adriatico si confonde con quello dell'Istria (foto Fabio)

2 Il Gorski Kotar (Foto Fabio)

Un nuovo adepto è un avvenimento quasi eccezionale per il gruppo del Mercoledì, si tratta di un amabile triestino conosciuto grazie alle virtù della rete, dopo un paio di gite sulle solite montagne di casa il vulcanico soggetto ci propone una gita in Croazia che viene approvata all’unanimità. L’appuntamento è al valico di Pese, che viene raggiunto in ritardo dopo una breve divagazione in città. Poi ci dirigiamo verso Fiume o Rijeka (ci sono varie possibilità, all’andata dopo un tratto di statale e uno di autostrada con pedaggio accettato in euro 1,50), quindi passando a monte della città ci dirigiamo verso gli ondulati altopiani del Gorski Kotar. Si transita vicino all’autodromo (ci ero già stato per assistere alle corse di moto, ma ne avevo solo un vago ricordo) poi bisogna fare attenzione e tenere sottomano la cartina stradale per arrivare al vasto piazzale di Platak (1110m d’altezza) dove d’inverno i locali vanno a sciare e qui parcheggiamo comodamente. Siamo circondati da immense foreste di faggi con pochissimi centri abitati e dove sopravvivono ancora i grandi mammiferi selvatici, in primis gli orsi ma anche i lupi. La zona attorno alla cima più alta, il Rijsniak (1528m), è un parco nazionale, ma per questa prima visita decidiamo per la seconda quota, lo Snjeznik di 1508m che fa da contrappunto al poco lontano Nevoso sloveno. Quote e dislivelli sono modesti e le cime, che viste da lontano sembrano ricoperte dal bosco, non appaiono molto attraenti  ma appureremo che non è così. Seguendo le indicazioni ci incamminiamo verso Ovest su una pista forestale, a tratti ancora innevata e tagliata da qualche scorciatoia con percorso abbastanza monotono, poi la si abbandona per un sentiero che sale nella faggeta, il sottobosco è verde di mughetti e deve essere uno spettacolo con la fioritura. Il pallido sole della partenza se ne va prima di giungere alla dorsale dove veniamo accolti da un forte vento da Ovest che ci costringe a mettere tutto il vestiario a disposizione. Anche la vista, che dovrebbe essere stupenda verso il golfo del Quarnaro e le isole dalmate, è velata dalla foschia, comunque siamo fuori dal bosco e la nostra meta primaria si rivela con il suo niveo calcare verso N. Proseguiamo quindi nella sua direzione in terreno aperto  fino sotto ai risalti, la salita in vetta anche se strasegnalata si rivela piacevole con simpatici ma facili passaggi  rocciosi. Poco sotto a sinistra si vede il tetto di un rifugio, è ancora presto per la pausa pranzo e ci caliamo all’edificio lungo una paretina segnalata. E’ in stato di abbandono dopo un incendio (nell’ipotesi più probabile durante la guerra del ’90), tengono duro i muri e le imposte in ferro, con la nebbia il posto anche se riparato ci sembra  lugubre e proseguiamo. Verso Nord con un traverso tra i mughi torniamo alla cresta e nella nebbia saliamo per erba e detriti ancora un paio di risalti erbosi (il più interessante nominato Medu Vrh, 1460m) fino alla base della Guslica. Questa,  raggiunta da una strada e con la sommità ingombra di antenne e caserme non ci attira, così dalla sella torniamo a ritroso al cimotto limitrofo dove si arriva per pacifici verdi ma in assenza di segnavie. Di una ventina di metri meno alta della sua vicina e visto che è mezzogiorno ci accomodiamo al riparo del vento per consumare gli scarsi viveri, intanto la nebbia dà una tregua e permette di godere il paesaggio. Per la discesa  torniamo indietro fino all’ultima forcella dove i segni si districano dapprima fra i tormentati faggi, poi nella fustaia prima di guadagnare la strada che ci riporta al parcheggio. Meno di cinque ore in tutto. Rientriamo per la vecchia statale che non comporta grandi ritardi, il pregio consiste nell’ampia scelta di gostilne, ristoranti e trattorie per ritemprarci. Aprile 2016.

3 Tavola d'orientamento al parcheggio

4 Rifugio a Platak

5 Fra i faggi

6 Bosco saltuariamente innevato

7 Sottobosco a mughetti

8 Sulla dorsale

9 Snjeznik, il castello sommitale

10 All'attacco delle rocce

11 Corridoio naturale

12 Sulla cresta finale

13 In Cima

14 Gli amici

15 Discesa al rifugio

16 Il portico del rifugio

17 Ancora il rifugio

18 Crochi

19 Nella nebbia

20 Medu Vrh

21 Faggi contorti

22 La Guslica che ci siamo rifiutati di salire

23 Meglio l'anticima

24 Inversione termica, abeti in una dolina

25 Calcare in discesa

26 Nel bosco

M. Cimadors Alto (1639m), un anello in Val Aupa

Ho un po’ trascurato il gruppo Sernio-Grauzaria, il più meridionale e vicino delle Alpi Carniche dove si trovano itinerari per tutti gusti, dalle facili escursioni alle vie di arrampicata. Qui ho fatto le mie prime esperienze nei primi anni ottanta, parecchie sono censurabili anche se si “podarès scrivi un libri”. A Sud della Creta Grauzaria dopo il selvatico intaglio della Forcja (intransitabile) la più importante elevazione è il nostro Cimadors Alto che insiste a Sud sulla lunga insellatura di Monticello che quota circa 800 e dove si trovano i tre ameni villaggi allineati (Badiuz, Poldos Durs e Morolz) in gran parte danneggiati dal sisma del ’76 anche se l’abbandono era precedente. Sull’altro versante si trova ancora l’elevazione del Monticello e la forcella omonima. Veniamo al dunque, l’itinerario ha inizio a Grauzaria paese in val Aupa (da Carnia si segue la Pontebbana, alle indicazioni si svolta a sin. valicando il fiume Fella si arriva a Moggio, capoluogo del comune. Volendo chiudere l’anello qui bisogna predisporre una vettura, altrimenti bisogna fidare in qualche samaritano. Si continua per qualche km sulla strada di fondovalle, poco sotto il paese si trova ampia possibilità di parcheggio a circa 500m di quota. Non ricordo se ai tempi c’era già la strada (comunque sterrata e con divieto), al presente è asfaltata e consentirebbe di risparmiare un 300m, rischiando di costare un pedaggio molto oneroso. La rotabile porta alla sella di Monticello e a Badiuz, il primo paese, si continua ancora con la stradina fino al secondo, Poldos (ai tempi di queste salite era una mulattiera), 838m dove a destra si imbocca il sentiero con il n. 418a. Ci si alza fra i muri a secco che la delimitano,uscendo su un costone che costeggia dei dirupi con bella vista sullo Zuc dal Boor, quindi si prosegue nel bosco di pini fino ad uscire alla spaziosa radura dell’ex Casera Cimadors, riattata a bivacco dal CAI di Moggio, 1360m. Dietro la casera si continua alzandosi ancora dallo stesso lato (poco evidente all’inizio) entrando in una bellissima faggeta, al suo termine si sale fra i mughi affacciandosi al selvatico vallone della forca (c’è anche un’indicazione, ma è tutto da sperimentare). Destreggiandosi fra la vegetazione e i simpatici affioramenti  di bianchissimo calcare si guadagna la meta. La discesa obbligatoria si fa per la via di salita fino a Monticello da dove si torna al parcheggio. Molto più interessante è la discesa con il sentiero 420 al borgo Travasans di Moggio che dal paesino centrale risale alla Forca del Monticello (un centinaio di m) da dove ci si abbassa con percorso molto piacevole al capoluogo. La prima gita risale all’Aprile del 1983, fra la decina di partecipanti annoveriamo Mario Forabosco, scomparso da parecchi anni e moggese di origine che ci fa da guida. Purtroppo il tempo non è dei migliori e fa piuttosto freddo deliziandoci con una fastidiosa pioggerellina e le cime di Sernio e Grauzaria spariscono nelle nuvole, a confortarci al ritorno esce da una delle case un conoscente di Mario che ci offre un bicchiere di autentico Sidro.

1 Monticello, il primo borgo

2 La cappella all'inizio della salita

3 Dal costone

4 Casera Cimadors

5 Dalla cima la Grauzaria non vuole svelarsi

6 Esibizionisti

7 Alla Casera il sole fa una fugace apparizione

8 In uno dei Paeselli ci viene offerto del Sidro

9 Ritemprati saliamo alla Forca di Monticello

La gita era stata comunque gratificante tanto che due anni dopo era stata messa in calendario dall’UOEI e fatta in corriera ai primi di giugno. Bel tempo, ambiente verdissimo e ricche fioriture hanno favorito i gitanti in questa ripetizione. 1200m il dislivello, circa tre ore in salita e più o meno lo stesso tempo per la discesa a Moggio.

10 A Monticello nel rigoglio di Primavera

11 I fiori ingentiscono le vecchie case

12 Dalla dorsale verso le selvagge creste dello Zuc dal Boor

13 Nel bosco di Faggi

14 Dal finale vista sulle Prealpi Giulie

15 Affollamento in vetta

16 Il Gruppo Sernio-Grauzaria

17 La radura di casera Cimadors

18 Una pausa è d'obbligo

19 Botton d'Oro a Monticello

20 Monticello

21 Orchidee

22 Nella pineta si scende a Moggio

Per ulteriori notizie sulla cima del Monticello e la discesa ho già pubblicato uno dei miei laboriosi compiti a casa.

Palon (2018m) e Oberkovel (2034m) da Sauris di Sopra

In piena crisi esistenziale il gruppo del mercoledì dopo lunghi dibattiti (siamo ormai stati dappertutto) viene approvato quale meta il Palon, l’estremo rilievo occidentale dei monti di Sauris, dove si potrebbe arrivare con meno fatica e dislivello dall’ombroso versante occidentale partendo da casera Razzo. Molto meglio il solare approccio da Sauris di Sopra, circa 1400m, che fra l’altro mette a disposizione qualche locale dove ristorarsi a fine gita. Dal parcheggio all’inizio della località tocca alzarsi per una sgradevole strada asfaltata fino al bivio a q. 1777m dove ha inizio il sentiero con il n. 206 che prosegue verso O. Per essere al 7 Gennaio la neve brilla per la sua assenza e non richiede l’uso di nessun attrezzo, la lunga traversata si conclude a una forcella (senza nome) che quota 1965. Da qui dopo un traverso finalmente innevato si sale in breve alla placida vetta dal versante Nord. Siamo ripagati dall’ampio panorama che oltre le Carniche spazia dalle Giulie alle Dolomiti, bellissime oltre la valle si offrono le vette della val Pesarina. Al ritorno si varia l’itinerario salendo alla sovrastante cresta che dal raggiunto Oberkovel (2034m) continua fino al Festons. Qui la gita acquista una certa dignità alpinistica per la poca ma dura neve presente. Quindi  ci caliamo nuovamente per erbe alla traccia dell’andata e quindi all’abitato. Il piatto di salumi e formaggi che ci viene servito al bar è pantagruelico, sarà l’ultima fatica della giornata. 7 Gennaio 2015, sei ore e mezza sosta compresa.

1 Sauris e il Bivera

2 Un'altra immagine di Sauris

3 A mezza costa il sent.206

4 Il Palon dal sentiero

5 Il traverso a N

6 Salita alla cima

7 La meta è anche oggi raggiunta

8 Gli amici in cima

9 A Est vista fino alle Giulie

10 L'ombra del fotografo sui Clap

11 Salendo alla cresta del Festons

12 Dalla Cresta Antelao, Marmarole e Brentoni

13 Sulla dorsale

14 Un amico con berretto di fortuna

15 Tutti e tre i compagni di sventura

17 Per balze erbose al sentiero

18 In vista della Parrocchiale di Sauris di Sopra

Dal Portalet per il Col d’Aubisque e Lourdes a Pont d’Espagne in auto, poi salita al rif. Baysellance per la Vallèe di Gaube

Prima le doglianze, pare che ai miei lettori interessino poco queste affascinanti montagne, comunque anche io sono ostinato e le ripropongo.

Cartina

Dopo il pernottamento alla pensione del Col du Portalet in questo quarto giorno ci avviciniamo in auto al Vignemale. Valichiamo dunque il Col d’Aubisque 1709, noto per essere una delle scalate più impegnative del Tour, percorso da una stretta e tortuosa strada senza protezioni a parte i paracarri. Facciamo anche una puntata a Lourdes, sperduto villaggio diventato una cittadina grazie ai pellegrinaggi con innumerevoli negozi e bancarelle dove si parlano tutte le lingue. Visitiamo la chiesa, per recarsi sul luogo delle apparizioni bisogna fare una lunga coda e rinunciamo. Assolti i doveri religiosi ripartiamo verso Sud, dopo Cauterets il nostro parcheggio è a Pont d’Espagne, 1490m. E’ uno dei luoghi più frequentati dei Pirenei, qui il torrente Marcadau ha scavato un profondo canyon con rapide e cascate che affluiscono da nord scendendo fra le placche di granito in una splendida foresta. Memori dei problemi avuti con il gestore del Pombie proviamo a chiamare il rifugio per prenotare ma il telefono è guasto e ci affidiamo come di consueto alla nostra buona stella e saliamo ugualmente profittando della seggiovia che ci deposita nella valle di Gaube a 1678m. Un centinaio di metri più in alto una con una comoda mulattiera arriviamo alle rive del lago dalle limpidissime acque, lo costeggiamo in riva sinistra e varcando su un ponticello l’immissario ci spostiamo nell’opposto versante mentre le folle cominciano a dileguarsi. Il sentiero si alza con innumerevoli tornanti in un ambiente incantevole costeggiando le cascate del torrente fino al plateau delle Petites Oulettes de Gaube dove l’acqua scende a meandri. Poco più in alto si passa accanto all’edificio del recente rifugio omonimo con dirimpetto le chiare pareti N del Vignemale che visto da qui si merita la fama di essere la più bella cima dei Pirenei. Con un’altra serie di faticose svolte svolte saliamo ancora, lasciando a est un paio di incantevoli specchi d’acqua alla forcella (hourquette d’Ossoue, 2784m), limite evidente fra il granito e il calcare, e da dove si occhieggia su un dosso il vetusto edificio del rifugio Baysellance, 2651m, nostra destinazione odierna. Anche qui ci eravamo quasi rassegnati a dormire sul marciapiede dell’edificio, solo dopo cena (la solita anatra) e lunghe trattative con il burbero gestore miracolosamente si liberano due posti letto.

13 Agosto 1996

1 Lourdes

2 Il Santuario

3 Pellegrini sul sagrato

4 Pont d'Espagne

5 Rapide e cascate

6 Valle di Gaube, foresta di pini

7 Il lago di Gaube

8 Garofanini

9 Limpidissime le acque

10 L'immissario del lago

11 Risalita del corso del torrente

12 Il Vignemale da N, forse la più estetica vetta dei Pirenei

13 Erbe palustri al ripiano des Oulettes

14 Meandri del torrente

15 Refuge des Oulettes

16 Salendo alla sella vista verso valle dove indugiano le nebbie

17 L'Hourqette d'Ossue, limite fra calcare e granito

18 In forcella

19 Il Vignemale dall'Hourquette

20 Il dosso del Rifugio

21 Rifugio Baysellance

22 Le creste che racchiudono il circo di Gavarnie

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