Piz de Misdì o Pizzon 2217 m, alla Cima NE da Forcella Franche

Il gruppo dei Monti del Sole è il più selvatico e disertato delle Dolomiti, compreso fra Piave Dolomiti e Canale del Mis a N confina con le Pale di S. Martino. Le sue vette sono accessibili con itinerari tanto complessi quanto faticosi e difficili e anche, a giudizio delle guide, infestati da una ricca popolazione di zecche e vipere. L’unica cima potabile ai comuni mortali parrebbe sia la più alta che è poi l’oggetto della nostra gita, detta anche Pizzon che è anche la prima a essere stata calpestata dai pionieri. I nostri quattro dipendenti dell’INPS (nel senso che ci paga la pensione) vi si avvicinano passando da Belluno risalendo poi la valle del Cordevole fino ad Agordo. Dopo la consueta sosta per il caffè i nostri eroi si spostano a destra verso Sud e dopo 10 km arrivano alla Forcella Franche , 990 m, lasciando sull’altro versante il borgo di Tiser. Alla sella trovano le indicazioni per il sentiero 875, obbedienti le seguono lasciando sulla destra una cava di ghiaia, passano poi alla base di una parete e proseguendo fra la vegetazione arrivano al pianoro di Soracroda dove la traccia si fa incerta, si inoltrano malconsigliati verso occidente seguendo un evidente sentiero. quindi sono costretti  a ripiegare sulla pista originale di nuovo a meridione fra le notevoli distese di mughi uscendo alla notevole Busa del Contron, circa 1800m da dove finalmente avvistano fra i larici i profili della loro sospirata destinazione. Non per tutti, il 50% della sparuta compagine dichiara di averne abbastanza, la rimanente coppia continua fino ai ghiaioni e con una lunga traversata verso sinistra va alla ricerca di un possibile varco fra le pareti, viene individuato in un canale che dopo le placchette iniziali (passo più impegnativo della giornata) si alza per mughi e detriti su una una larga dorsale con saltuari segni rossi che aiutano l’orientamento attratti irresistibilmente dalla Croce posta sulla sommità NE. Usciti finalmente in cresta vanno a sinistra superando facili ma fotogenici passaggi con vedute istruttive sul Gruppo in questione,le Pale, Civetta, Dolomiti di Zoldo, Feltrine ecc. ecc. Poco aggiunge e toglie il panorama dalla vetta che purtroppo, essendo la montagna bifida non è la maggiore, il primato spetta alla SO che la supera di qualche metro. Ma per oggi ci accontentiamo, ci sono gli amici in attesa e anche per l’ora che vista la stagione ormai volge al desio e non sarebbe igienico far venire notte in tali siti. Riprendiamo allora la via del ritorno, obbligatoriamente quella già fatta all’andata.

1 Forcella Franche

2 Il Piz de Misdì

3 Agordo e il Civetta

4 L'attacco della salita

5 Sopra le pareti la Croce di Vetta

6 I monti di Zoldo

7 Il compagno

8 Lago del Mis e Alpi Feltrine

9 In cresta

10 In vista della vetta

11 Il singolare passaggio prima della Cima

12 Eccoci alla meta

13 I Monti del Sole

14 Le Pale di S. Lucano e la Marmolada

16 In discsa

17 Sulla cresta al ritorno

18 Scendendo ai ghiaioni

19 Controluce sulle Pale

20 Bacche di sorbo

21 Bosco autunnale

22 Il borgo di Tiser poco a valle della sella

29 Ottobre 2007, 3 ore e mezza per la salita e 1200 m il dislivello, primo grado, assieme a Vigjut.

Ponza Piccola (1925m) con i fiammeggianti colori autunnali

L’anfiteatro a nord del Mangart fra la catena delle Ponze a E, a occidente le creste del Picco di Mezzodì e di fronte le alte pareti della cima maggiore e dei suoi satelliti che  si specchiano nei due laghi glaciali di Fusine. E’ a ragione uno dei luoghi più celebrati delle Giulie e durante l’estate numerosi turisti si affollano sulle loro rive, non è così per le vie di roccia che per lunghezza e difficoltà sono riservate ai fortissimi. Non facendo parte della categoria vi ho fatto ben poche gite, ricordo a spanne la Porticina, la Ponza Grande, una volta sul Picco di Mezzodì, la Via della Vita e la gloriosa traversata delle creste in giornata, previo pernottamento al rifugio Zacchi con discesa per la Via Italiana. A poche altre sommità minori ho messo piede da altri versanti e questo è tutto. Da qualche anno il rifugio dedicato al colonnello degli Alpini Luigi Zacchi è stato ricostruito, il vecchio mi era piaciuto ed ero curioso di vedere come, aggiungendo la cima della Ponza Piccola ne sarebbe venuto fuori  un anello interessante. La cresta delle Ponze dopo la Grande precipita sulla forcella detta Porticina per poi frastagliarsi in numerosi spuntoni e cimotti di bianco calcare in parte ricoperti dai mughi, uno che dovrebbe essere il più elevato costituisce l’oggetto della nostra escursione. L’ottobre del 2012 cinque pensionati più un cassintegrato (che assortimento di costi per il tesoro italico!) decidono di farvi un’infrasettimanale. Due righe per i non friulani, si esce dall’A23 al casello di Tarvisio, traversata la cittadina ci si dirige verso il valico di Fusine, dal paese una comoda rotabile sale a destra ai laghi costeggiando  le tumultuose acque del Rio del Lago e poscia i due specchi d’acqua che hanno riacquistato la pace, non c’è un’anima in giro, li lasciano a man dritta per proseguire fino a una sbarra dove si parcheggia, 941m. Siamo all’ombra e ci affrettiamo a partire, dopotutto ci troviamo nella località più fredda della regione, si continua sulla strada, ora a fondo naturale, fino al bivio con la mulattiera che a sinistra sale nel bosco fino al rifugio con il segnavia 512. Uscendo al sole le cose migliorano, la foresta offre tutta la varietà dei colori autunnali, dal verde degli abeti si passa alle più calde tonalità dei faggi e larici e in poco più di un’ora arriviamo alla radura del rifugio, constatiamo sollevati che il riatto ha mantenuto abbastanza le linee originali, naturalmente è chiuso anche se avevamo informazioni diverse ma probabilmente apre solo nel fine settimana. 1380m. Dietro all’edificio ci alziamo ancora con lo stesso numero di sentiero, all’inizio facilitato da scalini in legno che poi svolta verso Nord passando poco sotto la Capanna Ponza (chiusa). Poco oltre lo tralasciamo per salire a destra con alcuni tornanti verso la Porticina,desueto  valico con la val Planica, il piccolo ruscello che ricordavo è in secca, ora deviamo  dal nostro itinerario, con qualche metro di roccette friabili ci affacciamo meritatamente alla Slovenia. Il nostro itinerario, contrassegnato dagli ometti, viene ripreso poco più in basso, continua sul terreno friabile ma facile verso Nord, talvolta fra macchie di mughi fino a un piccolo intaglio sotto le rocce, da qui ci cala in un canalone, se ne rimontano le ghiaie fino a una forcelletta di cresta. Con uno spostamento in diagonale ascendente fra i mughi ancora a destra si arriva a una cengia che rasenta le rocce (protetti dalle mughete sottostanti) e in traversata si guadagna infine l’esiguo cocuzzolo della vetta. Panorama soddisfacente (come sempre), purtroppo non ci stiamo tutti sopra, tre ore. Rifacciamo lo stesso percorso fino al rifugio, per variare decidiamo di passare per l’Alpe Vecchia (sen. 513-517) spostandoci praticamente in orizzontale verso Nord, all’ombra delle grandi pareti il clima cambia repentinamente e siamo accolti da una brinata che persiste anche al pomeriggio, traversata la radura si svolta a destra imboccando un largo canale sassoso incespugliato che l’umidità ha reso alquanto scivoloso. Al suo termine il terreno diventa più orizzontale e arriviamo alla vettura in tempo per goderci l’ultimo sole dando fondo alla bottiglia di rosso che uno degli amici vi aveva lasciato.

1 Il Mangart riflesso nel lago inferiore

2 L'emissario del lago

3 Acqua limpidissima nel lago superiore

4 Il nuovo rifugio non fa rimpiangere il precedente

5 Il comodo sentiero sale alle spalle del rifugio

6 La selva di punte della Ponza Piccola

7 Nel canale

8 Roccette e mughi nell'ultimo tratto

9 La vetta

10 Vista sul Mangart

11 Il lago superiore

13 Le Caravanche e la Scarlatizza

14 Larici risplendenti

15 La capanna Ponza

16 La Ponza Grande

17 Brinata all'Alpe Vecchia

18 Alberi prenatalizi

19 Le Ponze

20 Dopo lo spirito anche il corpo reclama la sua parte

Castellato (2424 m), uno dei più remoti cantoni degli Spalti

Il gruppo è frastagliato in innumerevoli cime torrioni e campanili che per la maggior parte sono, a parte le poche vette più famose, raramente visitate. A forcella Montanaia è stato posto il limite fra Monfalconi e Spalti di Toro a loro volta suddivisi ulteriormente in rami, la montagna in oggetto fa parte degli Spalti essendo la più elevata del ramo che porta il suo nome, per l’appunto il Castellato. Situato fra le vette del Campanile Toro a NE (forcella Cadin) e la Torre di San Lorenzo a SO (forcella Cadorin) mentre rispettivamente da N sale la valle del Cadin e da S il più selvatico Ciol delle Corde. La montagna stato salita dai pionieri per varie vie con difficoltà alpinistiche prima della scoperta relativamente recente della  via più facile (risale al 1952) da Herberg e Altamura, assidui frequentatori della zona, diventando  la normale, si sviluppa in versante Sud opponendo difficoltà di primo o poco più ai rari salitori. Entrambe le relazioni a disposizione prevedono la partenza dal rifugio Padova in val Talagona salendo da N per la val Cadin alla stessa forcella (si può anche passare dalla limitrofa forcella le Corde e scendendo alquanto da queste arrivare all’attacco che si trova a monte della val Montanaia, quindi a meridione. Dal momento che le forcelle sono accessibili dai due lati e visto che partiamo dal Friuli questo seconda possibilità mi pare più invitante, si evita il lungo giro fino a Domegge e pure la stretta e ripida strada che sale al rifugio dove gli incroci sono difficoltosi con risparmio di carburante e adrenalina. La proposta viene accolta da tre compagni, Mauro Gigi ed Eliana, anche se ormai siamo alle ultime battute della stagione per queste cose, manca poco  alla fine di Ottobre, la domenica seguente è quella giusta. Ci trasferiamo in alta Valcellina, a  Cimolais deviamo a destra sullo sterrato della Val Cimoliana che risaliamo per l’ennesima volta fino al parcheggio del Rifugio Pordenone, circa 1160 m. Cominciamo a salire con il segnavie  353 (quello per il Bivacco Perugini) con la consueta ginnastica fra sassi e ghiaie, prima che la traccia diventi ripida spostandosi sulla destra sul lato opposto si nota l’amabile Ciol delle Corde. C’inoltriamo in questo, sulla carta è segnato un sentiero a puntini rossi, o non li abbiamo trovati o proprio non ci sono, ci alziamo su una costola di dura ghiaia dove scivolare costerebbe una bella grattugiata, poi entriamo in canale a massi più agevole, seguendolo arriviamo sotto le rocce del Castellato. Mal interpretando la relazione proseguiamo per il tetro canale innevato subito a sinistra finendo alla forcella Cadin, ristretta fra le pareti. In questo luogo poco accogliente ci rendiamo conto dell’errore: bisogna ridiscendere. Il Mauro  è poco convinto e si accanisce sulla parete di destra, gli altri tornano all’inizio della gola, traversando qualche metro a sinistra appare il primo degli ometti che ci guideranno per tutta la salita, la via segue una banca ascendente e anche il compagno rientra nei ranghi dopo un’esposta traversata. Ora l’ambiente si fa più aperto e solare, costeggiando le rocce sopra il precipizio ci si alza in gran parte su scaglie con qualche facile passaggio d’arrampicata passando anche sotto dei tetti fino ad arrivare  a un intaglio di cresta con sulla destra un  gendarme a forma di candelabro. Lo si contorna a Sud poi si rimonta un’ulteriore cengia verso destra, qualche lingua di neve non disturba più di tanto, che conduce all’anticima superando ancora qualche tratto sempre sul 1°. Un aereo sentierino consente l’accesso alla vetta. Il colpo d’occhio sulle grandi Dolomiti e su quelle Friulane è veramente eccezionale da questo prezioso pulpito quanto mai solitario e la nitidezza del giorno autunnale aiuta non poco. Assolto il nostro dovere ripieghiamo cautamente sulle nostre tracce.

1 Il Campanile dalla val Montanaia

2 In salita nel Ciol delle Corde

3 Avvicinandosi alle pareti

4 Ridiscendendo da Forcella Cadin

5 M. in cerca di rogne

6 Troviamo gli ometti della normale

7 La via comune costeggia le pareti

8 Dalla forcelletta di cresta la Cima dei Preti

9 Torre S. Lorenzo (e altre cime in val Talagona) dall'intaglio di cresta

10 Un aguzzo gendarme sulla cresta

11 Sulla fantastica cresta

12 Siamo alla fine

13 Gli amici al traguardo, il panorama comprende Civetta Pelmo e Antelao

14 In primo piano il Castello di Vedorcia

15 Tutte o quasi le Dolomiti di Sesto

16 Non resta altro che scendere

17 M. e la sua ombra

18 Una specie di candelabro fuori misura

19 Discesa

20 Autunno in Val Montanaia


 

Teston di Monte Rudo (2607m) dalla Val di Landro

Dopo alcuni post dal tempo passato torno all’attualità, la salita data fine settembre del corrente 2014.

Desta ancora stupore e meraviglia come l’esercito dei due popoli allora nemici sia stato in grado di costruire con i mezzi del tempo un’ingente rete di mulattiere, fortini e postazioni che resistono tuttora , dopo un secolo, all’usura implacabile del tempo .  Uno dei baluardi dell’Impero Austroungarico (pace all’anima sua)  era il Teston di Monte Rudo, avancorpo occidentale della cima maggiore nonché oggetto della nostra gita. Provenendo da oriente fra i vari approcci (da Cortina, dalla Val Pusteria) la nostra scelta cade sul terzo, Sappada, Santo Stefano, Auronzo e Misurina da dove scendiamo alla SS 51 e alla Val di Landro. Dopo il lago e l’albergo Tre Cime uno spiazzo da dove si vede sulla destra un forte è il punto di partenza, 1400 m. Contrariamente a quanto appreso da una guida non ci sono segni, si oltrepassa la sbarra che chiude la strada  compiendo una esse, poi dirigendosi a destra fra i mughi si rintracciano fra i mughi i resti della mulattiera militare che salendo diventa più evidente anche se i baranci meriterebbero una potatura. Con innumerevoli tornanti ben tracciati dai muri a secco si esce in terreno aperto a più di 2000 m dove fra le prime fortificazioni arrivava una teleferica. Ora la gita si fa più interessante, la mulattiera finisce ma il panorama spazia su alcuni dei colossi dolomitici, in primis la Croda Rossa. Con alcuni andirivieni ci si alza in ambiente più roccioso dove la traccia è meno evidente, basta lasciarsi guidare dagli ometti fra le ghiaie e qualche saltino fino a deviare a destra alla base di una parete in parte strapiombante che precipita dalla vetta. L’esile sentierino corre alla sua base, non difficile ma occorre passo sicuro, un tratto assai bello passa in un landro sotto rocce giallastre e alla fine arriva a una selletta. Sulla destra una spalla che conserva molti resti militari (merita fare la breve deviazione), sul versante opposto il Teston con la rampa detritico-erbosa che ne consente l’accesso.  M. seguito incautamente dai due amici li trascina su per un canalino a scaglie di friabili rocce giallastre, non mi lascio incantare dalle sirene, proseguo camminando sulla via comune, il mio ritardo assomma a ben due minuti. Tre ore per i 1200 m di dislivello, anche oggi abbiamo fatto le corse (tempo-guida 3.45) anche se c’è poco da gloriarsi. Il panorama sui gruppi dolomitici è proprio eccelso dai tre pali di legno che distinguono la vetta, anche le Aurine fanno la loro parte, d’altronde la giornata di sole aiuta non poco. Scendiamo poi di nuovo alla selletta dove il solito personaggio, farneticando di squadra A e squadra B, vorrebbe scendere per la forcella dei Rondoi, previste più ore che per la salita, la discesa per le erte ghiaie non mi intimorisce, è la risalita successiva che mi suscita tetri pensieri. Uno neutrale, uno a favore, due contrari, ridiscendiamo per la già soddisfacente anche se conosciuta strada già fatta.

1 Il forte vicino al parcheggio

2 La cima si confonde con le retrostanti più elevate

3 La ex mulattiera

4 All'arrivo della diruta teleferica

5 Vista sulla Croda Rossa

6 Solo tracce e ometti più in alto

7 Traversata sotto le pareti

9 Sotto gli strapiombi

10 Il Teston in technicolor

11 La selletta fra la spalla e il Teston

8 Il lago di Landro

12 Postazioni sulla spalla

13 La cima con a sin. la rampa d'accesso

14 Dall'ultimo tratto vista sulle Tre Cime

15 Rondoi-Baranci dalla cima

16 Dal trespolo in vetta verso Misurina, in alto Antelao Sorapis e Pelmo

17 Monte Piana e Cristallo dall'inizio della discesa

18 Dai landri la Croda Rossa

19 Alla ex teleferica riprendiamo la mulattiera

20 La val di Landro

21 Sul Versante opposto il Picco di Vallandro

Dal passo di Monte Croce Carnico a Collina passando per il rifugio Marinelli

Fine ottobre, la traversata è una delle ultime escursioni in corriera  programmate dall’Uoei per l’anno in questione, vi aderisco con Flavio e Amorino con la malcelata idea di aggiungere alla gita la Cima di Mezzo del Coglians e ne faccio cenno anche Diego, mio primo mentore delle cose di montagna che si dice d’accordo. Da Tolmezzo il pullman risale la valle del But, la sosta per il caffè è a Cleulis, la sorpresa sono le cime innevate che si stagliano contro il cielo che più blu non si può, il mezzo poi prosegue passando da Timau fino al Passo di Monte Croce Carnico (1360m) dove scarica i gitanti e riparte verso il punto d’arrivo. Al limite sud del valico una sassosa sterrata si dirige verso Ovest e su questa si incamminano i numerosi partecipanti incantati dal paesaggio, la neve della notte precedente ammanta ancora la vegetazione, poi seguendo il segnavia 146 si arriva a un antro, è il fotogenico  passaggio della Scaletta che permette  di superare una bastionata calcarea, la discesa è dotata di un cavo di assicurazione e viene fatto senza problemi . Poco dopo, mentre la maggioranza si dirige alla ex casera Monumenz e al laghetto di Plotta per salire al rifugio con qualche traverso, i più arditi che saremmo poi noi salgono costeggiando le pareti più o meno con il sentiero 149 fino allo sbocco del vallone della Cjanevate pestando sempre più neve. Poi le cime scompaiono nella nebbia, inoltrarsi oltre con questa visibilità diventa problematico e scornati rinunciamo. Traversando senza grossi dislivelli sul ancora visibile, nonostante l’innevamento, sentiero (che  costituisce l’approccio dal Marinelli alla Cima di Mezzo) e passando a O dello scistoso Pic Cjadin mettiamo i nostri fradici piedi sul piazzale del rifugio a forcella Moraret 2112 m, chiuso data la stagione, per non perdere completamente la faccia arrivando in ritardo all’autobus dobbiamo fare le corse.  Poco prima del Rifugio Tolazzi (1370 m) e del suo parcheggio avvistiamo trafelati la coda del gruppo, rientriamo nei ranghi  con apparente noncuranza .

1 Spiz e Creta di Timau da Cleulis

2 Casera Collinetta

3 La strada all'inizio della traversata

4 La Creta di Collina

4 Un ruscello

5 Vista a SE

6 Ontani innevati

7 Con due amici

8 Il passaggio della Scaletta

9 All'uscita dall'antro

10 Le placche della Cjanevate

11 Il vallone della Cjanevate

12 Il punto più alto

13 Quando il sole scompare tocca desistere

14 La Catena del Crostis e a sin. la traccia per il rifugio

15 Il laghetto Plotta

16 Campanula sorpresa dalla neve

17 Retrospettiva sulla valle del But

18 Il vecchio rifugio Marinelli

 

19 Il quartetto al rifugio

20 Scendendo a Collina ritroviamo gli altri gitanti

21 Il Coglians dai pressi del rif. Tolazzi

Ricordo questa gita, che costeggia alla base il grandioso massiccio calcareo del Coglians,il più elevato delle Alpi Carniche tutta su sentieri segnalati e senza alcuna difficoltà e collega la valle del But alla più alta frazione di Forni Avoltri nella valle del Degano,  come una delle più belle che abbia mai fatto, anche se rimane una delle poche senza nessuna grande o piccola cima raggiunta, era l’anno 1990. La fitta rete di sentieri poi consente il percorso anche in auto pur limitandosi al al rifugio Marinelli.

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Klein Hafner, dalla splendida Val Polla

Il gruppo più orientale degli Alti Tauri prende il nome dalla vetta più alta, l’Hafner (3076m) che fa parte della collezione delle 60 cime dell’amicizia, l’ avevo visitato in due occasioni nel passato remoto partendo da Ovest (la diga della valle Malta) e in entrambe non ero stato favorito dalle condizioni meteo. Dopo più di vent’anni una ripetizione ci può anche stare  specie se si decide di accostarsi dalla Pollatal, la vallata a E, anche se in mancanza di notizie o relazioni sulla salita. Il punto di partenza è Rennveg, ultimo centro abitato prima del tunnel sull’autostrada per Salisburgo che resta la via più veloce e dispendiosa, oltre al pedaggio per Tarvisio tocca acquistare la vignetta (fatti i debiti confronti costa meno che A/R Udine-Confine,  dieci Euro per dieci giorni, dividendo per quattro fanno 2.50), l’alternativa è la statale via Villach-Spittal-Gmund abbastanza scorrevole ma bisogna rispettare religiosamente i limiti di velocità, le sanzioni, e parlo per esperienza, fanno meno danni al portafoglio se confrontate con le nostrane. Forse perché i nostri vicini hanno un unico corpo di polizia.

Dopo questa noiosa premessa passiamo alla nostra gita. Da Rennveg ci trasferiamo a Gries, ameno paesello all’inizio della valle, si può proseguire ancora su asfalto fino a circa 1400m di quota (stimati), oltre vige il divieto. Sei sono i baldanzosi partecipanti che lasciati i mezzi si avviano sulla stradina in questa nitida giornata autunnale fra casette in legno con balconi fioriti, mucche al pascolo, manca solo, per essere in un film, una fraulein con il tradizionale abito scollato. Con la classica forma a U che rivela l’origine glaciale la vallata percorsa dal torrente Lieser è anche piuttosto lunga, la risaliamo sulla destra (or.) per passare poi sul altro lato,la carrozzabile termina al nuovissimo rifugio Polla (la O con la dieresi, non mi viene al PC, quota ignota), tipo elegante chalet in legno. Si continua agevolmente costeggiando il torrente su una mulattiera fino alle cascate (Lieserfall) che meritano da sole la gita, sarebbe bello una volta tanto sbattersi della cima e fermarsi a cazzeggiare, purtroppo non rientra nel nostro DNA. Continuando nel nostro peregrinare arriviamo all’incantevole piano dove il ritiro del ghiacciaio ha creato tre piccoli laghi (Lanischseen),nelle limpidissime acque si rispecchiano i monti circostanti, qui incontriamo due fotografi saliti quassù con tutta l’attrezzatura, sono le uniche persone che incontreremo in tutto il giorno . Ci alziamo ora fra i massi in direzione della sovrastante forcella di Lanisch, poco più in alto incontriamo la neve e il percorso si fa delicato, in una mia scivolata vengo placcato dal Mauro che mi tallona da vicino, per di più entriamo nella nebbia e tre amici si fermano qui. Con i due rimanenti arrivo alla larga sella, ci dirigiamo verso destra alla base delle rocce, un primo tratto di cresta più arcigno si evita sulle placche a Ovest, qui troviamo un tratto di corda lasciato da predecessori, è il tratto più impegnativo poi si riprende la cresta e come fantasmi nella nebbia arriviamo alla Croce del Klein Hafner, 3016 m. Il Gross è più a N, da esso ci divide un amabile percorso piuttosto sottile ed esposto. Decidiamo che la giornata ce la siamo guadagnata e riprendiamo la via conosciuta, arriviamo al parcheggio nella penombra della sera.

Più di nove ore, 25 Settembre 2005, alla vetta con Alessio e Mauro.

1 Vista sulla vallata

2 Immagine bucolica

3 I primi passi su un'accattivante stradina

4 La casetta dei sette nani

5 Pollatal, l'Hafner e il rifugio

6 Un guado

7 Il grazioso rifugio in legno

8 Le cascate

9 Una parte dei soci alle cascate

10 Le cascate

11 Le trasparenti acque dei laghetti

12 Riflessi

13 Poi finisce la ricreazione

14 Alla Lanischscharte

15 Klein Hafner dalla forcella

16 Sulla via di salita

17 La cresta

18 La Croce di vetta

19 Dal Klein il Grosser Hafner

20 Sole d'appertutto fuorchè su dove ci troviamo

21 In discesa

22 Due dei tre specchi d'acqua

 

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Traversata delle Cime del Ciadin

Il gruppo dei Brentoni fa parte delle Alpi Carniche ma è interamente in terra cadorina limitato dalle valli del Piave, Frison e Piova, le cime maggiori sono grossolanamente allineate da Est a Ovest,  le vie normali si svolgono per la maggior parte a meridione, quindi adatte alla stagione autunnale. Fra le più alte  Crissin e  Pupera Valgrande e le corrispondenti forcelle Ciadin Alto Ovest e Est la cresta si frastaglia in varie sommità minori a nome Cime del Ciadin che sono l’obiettivo di questa gita. I partecipanti sono due storici compagni delle mie peripezie più una donzella che al tempo fraternizzava con uno di essi (mi si perdoni l’eufemismo). Dalle nebbiose praterie della bassa friulana e passando da Tolmezzo occorre risalire il canal di Gorto, oltre Ovaro si svolta a sinistra in Val Pesarina con destinazione l’altopiano di Razzo, lo si attraversa per calare sulla Val Piova nelle amate terre cadorine. La si discende fino a 1180 m, facendo attenzione si nota una tabella che indirizza a destra al  bivacco Spagnolli, si riesce a parcheggiare a lato della strada. Dopo un tratto su una forestale con varii tabià e deviazioni ci si immette su una mulattiera che con innumerevoli svolte prima nel bosco e poi fra i mughi conduce al ricovero, una bella costruzione in muratura e legno dedicata al sen. Giovanni Spagnolli, già presidente  della SAT e del CAI ormai scomparso da molti anni. Il posto offre già un bel panorama, purtroppo non si trova acqua nei dintorni, la frequentazione è per lo più dei locali cui si aggiunge saltuario qualche pretendente alle rognose cime circostanti che nella giornata odierna si limita al nostro quartetto. Che si dirige verso Ovest praticamente in piano fino a dove la traccia sale in cresta alla forcella Ciadin Alto Ovest (2285m, incombe un repulsivo gendarme, non si può sbagliare). I segni promessi sono spariti e bisogna continuare con la normale logica alpinistica con l’aiuto di qualche solitario ometto. La cresta, frastagliata in innumerevoli spuntoni e torrette a cavallo fra i due versanti è molto interessante. Per non subire l’accusa di averne trascurato qualcuno cerchiamo di salirli tutti, giuro che siamo arrivati sulle due maggiori quote ( 2326 e 2321m, le difficoltà massime si limitano a un primo grado forse superiore con roccia discreta). Arriviamo così  alla forcella Est (2222m) e in vista del bivacco al quale ci caliamo liberamente per zolle erbose e ghiaie. Dopo una breve sosta torniamo a valle nelle calde luci del tramonto.

7 ore e mezza soste comprese, il primo novembre del 2009.

1 Mughi sotto al bivacco

 Il bivacco Spagnolli

 Sosta al bivacco

 Il sentiero sottocresta

 Forcella Cadin Alto Ovest

 L'inizio della cresta

 Sulla cresta

 Una delle prime quote salite

 Dalla cresta verso il Bivera

 Il Tiarfin

 Continuando la traversata, la montagna è il Pupera Valgrande

Una ulteriore cimetta

 Ombre cinesi

 S. Stefano e il Comelico

 A Est il Pupera Valgrande

 Discesa a Forcella C.A. Est

 E infine al Bivacco Spagnolli

 Dal Bivacco la valle del Piave e le Dolomiti

 Controluce sul Cridola

 Sulla via del ritorno

 Larici autunnali

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