Monte Vettore in tre giorni

Trasferimento a Gualdo con visita a Tolentino

Bisogna essere fuori di testa a traversare mezza Italia per una gita di novecento metri di dislivello il tutto in tre giorni, mi ero innamorato dei Sibillini (A cavallo fra Marche e Umbria, uno dei più vasti gruppi della dorsale appenninica e parco nazionale)  passando da Visso al ritorno di una breve vacanza culturale in Umbria un bel po’ di tempo addietro ma nessuno dei pensionati troppo oberati dagli impegni raccoglie l’invito, così parto con i giovani, nella fattispecie due giovani morosi che però vi possono dedicare solo tre giorni nel ponte del 25 Aprile, l’anno è il 2008. Udine-Mestre-Adriatica ovvero Friuli, Veneto, Emilia-Romagna e Marche tutto in autostrada fino all’uscita per Macerata e poi verso Sud percorrendo varie Statali fino a Tolentino dove facciamo una pausa per il pranzo al sacco e una breve visita alla città ricca di attrattive artistiche, la più preziosa è la Basilica di San Nicola da Tolentino con i suoi affreschi trecenteschi. Ritemprati stomaco e spirito ripartiamo, a Visso ci dirigiamo verso Castelsantangelo sul Nera e Gualdo dove divideremo una camera in tre, mi toccherà fare da chaperon ai miei due compagni, si consoleranno, dopo aver cenato alla referenziata trattoria dell’Erborista con il ricco assortimento di grappe, una trattoria (l’unica?) del paese che quota quasi 1000 m.

 Tolentino

 La facciata della basilica di San Nicola

 Affreschi del trecento a San Nicola

 Il Chiostro della Basilica

 Invece che nella frasca i pensionati se la raccontano sulle panchine

 La Torre dei tre orologi

 Castelsantangelo sul Nera

 

La via normale del Monte Vettore 2476 m

Il mattino dopo ci avviamo baldanzosi, cielo azzurro con qualche nuvola, vento e piuttosto fresco, tutti indizi nella zona natia di bel tempo. Saliamo  alla Forca di Gualdo (1496 m) passando dalle Marche all’Umbria. Si costeggia il Piano Perduto e il Piano Grande due anfiteatri carsici rinomati per le fioriture e le lenticchie (troppo presto per ambedue le cose) divisi dal dorso del fotogenico paese di Castelluccio, al momento non abbiamo tempo per ammirare il tutto. Alla fine dei due pianori la Forca di Presta 1574 m, rifugio gestito dagli Alpini, parcheggio e attacco della salita al Vettore da Sud. Qui c’è sole ma i dorsi delle cime spariscono nelle nuvolei, all’inizio la salita percorre un battutissimo tratturo e non ci facciamo certo intimorire. Dopo il primo tratto il fondo diventa nevoso poi entriamo nella caligine battuti da raffiche di vento gelido che si portano via i nostri più ambiziosi programmi (tipo la cresta del Redentore, il Lago di Pilato ecc.). Arriviamo in seguito al rifugio Zilioli, che è poi un ricovero in pietra non gestito già a quota 2233, al momento è strapieno di malcapitati con vari tipi di abbigliamento, dal balneare all’alpinismo sui 4000. La compagna del mio giovane amico si rifiuta a ragione di proseguire, noi due decidiamo per un tentativo, per la miseria ci tocca anche mettere i ramponi, stando attenti alle tracce e con visibilità zero arriviamo più per culo che per capacità alla croce di vetta sotto la tormenta, a farci compagnia arriva una anziana indigena e un malcapitato con gli sci. Ci fermiamo una mezz’ora in attesa di un miglioramento, niente da fare e ridiscendiamo al Zilioli che risulta ancora più affollato di prima e decidiamo di ripartire subito sempre con i ferri ai piedi. Passiamo scendendo dalla poco accennata cima del Vettoretto da dove avvistiamo l’auto e il passo, laggiù risplende il sole. La giornata è ancora lunga, scendiamo a Norcia, come dice il nome patria dei salumi, la città è assai graziosa per risalire poi a Castelluccio, tanto bello da lontano ma un po’ deludente da vicino, anche questo paese soffre lo spopolamento con molte case in abbandono e altre in ristrutturazione di gusto dubbio. E’ ora di tornare dall’Erborista a scoprire quali manicaretti ci prepara di cena.

Alba a Gualdo

La Forca di Presta

 Vista a O verso il Piano Grande e le propaggini dei Sibillini

 L'inizio è accattivante

 Il Rifugio Zilioli

 Salita al Vettore

 In Cima

 Discesa alla Forca di Presta

 Il Vettore rimane sempre nascosto dalle nubi

Un prosecchino per festeggiare l'impresa

 Norcia, San Benedetto

Cognome adeguato al negozio

Norcia, Porta Romana

 Piano Grande e Castelluccio

 Castelluccio di Norcia

 

Rinuncia al Monte Porche, ritorno con un giro per Visso, pranzo al sacco nelle gole della Rossa e degustazioni alla casa del Verdicchio di Jesi

Oggi è il giorno del rientro, prima dalla Forca di Gualdo andiamo fino all’albergo la Baita con un ampio parcheggio dove parcheggiamo, si potrebbe proseguire ma la strada è innevata. Purtroppo il clima è la fotocopia del giorno precedente, non possiamo lasciare qui la morosa dell’amico da sola e diamo forfait. Ci facciamo invece un giro per le pittoresche stradine di Visso prima di intraprendere il ritorno al nord. I viveri rimasti vengono consumati nelle gole della Rossa racchiusa fra pareti calcaree nei pressi delle più famose  grotte di Frasassi. Con un’ultima sosta alla graziosa città murata di Jesi, deserta in questa domenica primaverile, patria del musicista Pergolesi nonché del Verdicchio (alla Casa di quest’ultimo ci facciamo degli assaggi  piuttosto salati) si conclude la nostra tre giorni.

 Il piazzale del parcheggio

 Panorama sui piani di Castelluccio

 Toccata e fuga al monte Porche

 Il centro di Visso

 Un angolo caratteristico

 Picnic nelle gole della Rossa

 Gole della Rossa

 Scorcio di Jesi

 Monumento a Pergolesi

 Traballanti dopo la visita alla casa del Verdicchio

 

P.S. non mi metto certo a descrivere le attrattive artistico-culturali dei luoghi citati che non siano le montagne che se sono troppe, all’uopo ci eravamo portati la guida rapida del TCI delle regioni interessate.          

Categorie: Appennini, Sibillini Tag:,

Prsivec 1761m – Anello con vista lago (di Bohinj)

Per arrivare alle rive del lago di Bohini da Udine il percorso più sbrigativo è quello che attraversa il valico di Fusine per poi scendere in direzione di Lubiana fino al bivio per Bled da dove la strada sale costeggiando la Sava, l’altro itinerario passa da Caporetto e  Tolmino permette di risparmiare qualche chilometro ma la strada stretta e tortuosissima attraverso la sella di Bohini non fa guadagnare tempo, anzi, in entrambi i casi ci vogliono tre ore che con il ritorno diventano sei, compensati in parte dalle bellezze  paesaggistiche dei luoghi. In alta stagione uscendo da Bled e fino alla statale si formano la domenica delle code dovute ai numerosi turisti lubianesi, allora conviene una scorciatoia che esce qualche km a valle di Jesenice passando sopra l’abitato e poco dopo dalla Gostilna Fortuna, sperimentata più volte, che offre i tradizionali piatti della succulenta e abbondante cucina slovena. Dai due laghi si ha l’accesso al vasto mondo del versante Sud del Tricorno con illimitate possibilità escursionistiche ma piuttosto disertate dall’italica gente.

1 Le sorgenti della Sava di Bohinj

 Il monte Prsivec dal lago di Bohinj

 La chiesa di Sveti Janez (S. Giovanni)

La cima dal lago presenta un poco appetibile versante boscoso e dirupato alto un milleduecento metri che non è certo quella della nostra gita, sei partecipanti in tutto in una giornata tipica primaverile velata dalle foschie, per contro le masse non sono ancora arrivate. Passiamo il ponte in pietra sull’emissario con appena al di là la bella chiesa di Sveti Janez (S. Giovanni) arrivando a Stara Fuzina, vecchia Fucina in ricordo di un’antica attività fabbrile, dall’abitato svoltiamo a sinistra verso la Valle del Voje, al parcheggio contrariamente alle nostre speranze è già in vigore il pedaggio in rincaro esponenziale, dai tre euro siamo ormai arrivati a 10 per fare 500 m di dislivello, si potrebbe partire anche da qui a piedi aumentando le fatiche e preferiamo versare l’obolo. Dopo un tratto sul fondovalle lo sterrato sale ancora a sinistra e all’unico bivio nella stessa direzione a uno spiazzo adibito a parcheggio lasciamo le auto, potremmo anche partire subito lungo la forestale di destra, ma perdiamo i cinque minuti sufficienti per spostarci fino al  Vogar,1054 m, una spalla con malga, graziosi rustici e un rifugio già aperto, non ci mettiamo piede, è un po’ presto per le Lasko, assolti i nostri debiti culturali imbocchiamo una sassosa mulattiera che ci riporta alla forestale di cui sopra che abbandoniamo al rinvenimento dei segni rossi che ci fanno spostare a Sud con un tratto poco piacevole nel bosco ancora spoglio ma con qualche lingua di neve, in seguito la via si fa più interessante, ci alziamo per neve alla base di un salto, quindi  costeggiamo sulla destra un risalto roccioso affacciandoci da una spaccatura al lago fino ad uscire sulla dorsale e in terreno più aperto, fra radi mughi  e larici e da dove la vista si amplia, oltre al lago e la valle appare la catena dei Monti di Bohinj fra la valle stessa e quella della Baca, la nostra solitudine viene interrotta dal sorpasso che ci viene imposto da una coppia che guarda caso è anch’essa italiana, trattasi del Forgiarini, figlio del mitico Tarcisio della baita di Sella Nevea e della sua compagna, unico incontro in tutto il giro. Quando la cresta si impenna bisogna prestare attenzione anche se difficoltà vere e proprie non ci sono, si arrampica facilmente sul chiaro calcare delle Giulie, in seguito si allarga a dorsale carsica mista a vegetazione di eriche, i soliti mughi e gli ultimi larici  che resistono ancora fino al grosso ometto che segnala la vetta, tre ore. Il Tricorno si cela fra le nubi lasciandoci vedere solo le cime che gli fanno da sentinella, ma anche così la vista resta rimarchevole. Ritroviamo i compatrioti, anche loro sono interessati alla traversata verso Nord che ha ancora un cospicuo innevamento e ripartono quasi subito, ci attardiamo un po’ prima di seguirli fidando nelle loro tracce. Scendiamo in una specie di dolina per risalire nel versante opposto entrando così nel bosco di abete rosso, la neve al riparo dal sole rimane dura, molto bene ma male per le impronte che non ci sono, la segnaletica è scarsa, con qualche patema usciamo all’incantevole radura presso una selletta dove si trova la malga Visevnik 1625 m al crocevia di parecchi sentieri. Valicata la sella scendendo avvistiamo la nostra prossima tappa, il rifugio Planina pri Jezeru che come dice il nome gode della vicinanza di un piccolo laghetto al momento ancora ghiacciato, 1453 m, ma luogo già conosciuto. Ci caliamo da qui per il ripido tratturo dell’accesso principale che scende alla malga Blato, lo tralasciamo per un sentiero che verso destra ci riporta al parcheggio, il lieto fine viene festeggiato parcamente con una bottiglia di prosecco, in sei c’è poco da scialare, toccherà fare una sosta alla trattoria Fortuna.

Il rif. al Vogar nei pressi del parcheggio (1054m)

 Ellebori

 Caratteristica spaccatura verso il lago

7 Lingue di neve accostandosi alla cresta

 Dalla cresta si vede il lago

La cresta

La dorsale verso la cima

 In vetta

 Verso Nord

 Vista sul lago

I monti di Bohinj

 La neve resiste nel versante N

 Planina Visevnik

 La malga è un importante crocevia

 Il rifugio del lago (Planina pri Jezeru)

 Lo specchio del lago ancora ghiacciato

 Il gruppo in riposo al rifugio

 Il tratturo della discesa

Farfaraccio

 Fior di Stecco

 Prosecco al posteggio

Si conclude in questa trattoria con menu tradizionale

17-04-2011, la guida usata (in italiano): Alpi Giulie di Tine Mihelic  ed. Sidarta, la cartina è Triglav al 25.000 del PZS.

Monte Guarda, da Uccea per casera Caal e la cresta Ovest

L’estremo rilievo della lunga cresta S del Canin è il Monte Guarda 1720m, alla testata della Val Resia quindi al confine con la valle dell’Isonzo in Slovenia all’altezza di Saga (Zaga). Dalla cima  una dorsale continua in direzione Ovest a spartiacque fra i torrenti  Uccea e Resia con altri rilievi a carattere prealpino meno significativi  fino a Sella Carnizza, limite fra il gruppo del Canin e le Prealpi Giulie con la cresta dei Musi. Accessibile da più versanti, si può partire faticosamente dalla Slovenia oppure più brevemente dalla Val Resia o da sella Carnizza, per la nostra gita all’inizio della primavera (è il due di Aprile) scegliamo l’approccio da Uccea, ultimo abitato prima del confine sulla strada che collega Tarcento con la Valle dell’Isonzo, 630m. Il paese è poco popolato e fa parte amministrativamente ancora della val di Resia pur essendone fuori, i collegamenti sono interrotti d’inverno quando la stretta carrozzabile che sale a sella Carnizza non viene pulita. L’amico è uno dei soliti, si tratta di Sandro (detto Sandrin per la sua non certo esile mole) e il tempo non ci tradisce. Il segnavia CAI 733 passa accanto alla Chiesa, punto di riferimento se non se ne trova l’inizio, segue il percorso di una antica mulattiera che dopo gli orti del paesello si alza nella faggeta fino al ripiano dell’ex casera Caal 1258m dove incontriamo la prima neve dove tiriamo fiato. Da qui la salita continua per erti nevai induriti dal gelo notturno che non ci ostacola ma al contrario rende la progressione più agevole anche se perdiamo i segni nascosti dal bianco manto. La vegetazione intanto si dirada consentendo di ammirare il panorama, per ora limitato alle prealpi, la valle dell’Isonzo e il Monte Nero. L’uscita in cresta poco prima del Monte Plagna ci entusiasma, ci appare il gruppo del Canin in tutta la maestosità del suo versante meridionale. Qui dovremmo raccordarci con il sentiero 731 che rimane come prima sepolto,  comunque problemi di orientamento non ce ne sono, basta stare sul filo a rispettosa distanza delle cornici che sporgono sul versante resiano. La cresta a tratti sinuosa ma mai troppo stretta o esposta ci porta dapprima al Plagna 1663m e infine alla cima principale, distante un magnifico km in linea d’aria, 4 ore secondo la guida in tutto, da dove appaiono le Giulie Orientali. Dopo la piacevole sosta ci attende il ritorno, la neve mantiene ancora una certa consistenza e allora dopo essere ripassati dal Monte Plagna ci spiace abbandonare l’arioso dorso e andiamo avanti fino all’ulteriore rilievo del Banera (1615m), continuare diventerebbe troppo lungo e scendiamo, ora faticando nella neve molle, con libero percorso alla Casera Caal dove ritroviamo la mulattiera già fatta al mattino.

 La Valle di Uccea e il Monte Nero

Uccea

Stavoli sopra l'abitato

 Il sentiero nel bosco

 

 Radure a Casera Caal

 Cornici sulla cresta

 La Baba Grande

 A O le Prealpi Giulie

Il Monte Guarda

 Canin, vista sulla cresta Sud

 Prealpi Giulie, Cavallo PN, Val Resia e Carniche

 L'ultimo tratto di cresta

 Uscita in cima

Tutta la dorsale dalla cima

Vista sulla Valle dell'Isonzo e le Giulie Orientali

 Le faggete del Gran Monte

 Discesa fra i faggi

 La mulattiera

Categorie: Giulie Occidentali Tag:

Croda del Sion (2410m) e Pramaggiore (2478m) in concatenamento dalla Val Cimoliana

Il più vasto gruppo delle Dolomiti Friulane è quello del Pramaggiore fra le valli Settimana e Cimoliana, a Est si affaccia all’alta valle del Tagliamento nel tratto compreso fra Forni di Sopra e di sotto mentre a Ovest scende fino alle ghiaie di Pinedo in Valcellina. Confina con gli Spalti e Monfalconi al passo del Lavinal e al gruppo Caserine Cornaget  con forcella Lareseit, le sue molte cime sono per lo più disertate dal viandante, due sono le più frequentate, la Torre Comici per l’unica via ferrata delle intere Dolomiti d’Oltre Piave per la quale non mi scandalizzo, è molto bella e su roccia ottima, l’ho fatta con un mio amico che ci teneva e anche se non sono un appassionato del genere mi sono divertito, l’altra è quella che ha dato il nome al gruppo, ovvero il Monte Pramaggiore che è anche la più alta, raggiungibile per itinerari segnati  ma sempre faticosi sia dalla Val di Suola che dalle Settimana e Cimoliana secondo i gusti.

L’otto aprile di parecchi anni orsono, previa informazione sull’apertura della strada ci avviciniamo dalla Val Cimoliana salendo al consueto parcheggio di Pian Meluzzo, 1160 m. Due i mezzi meccanici, uno di giovani sci alpinisti che ottimisticamente si prefigge di scivolare lungo la val di Brica anche se di neve non se ne vede molta, il programma mio e del Maurin è di andare sulla Croda del Siòn, la cima più elevata della cresta che come dice il toponimo non poteva essere che a denti di sega  fra forcella la Sidon e il Passo del Mus che dall’opposto versante si affaccia alla Val di Suola e all’amato Pacherini. Zaini ben carichi, picca e ramponi e per il non si sa mai anche uno spezzone di corda, dopo il primo pezzo fatto in compagnia ci troviamo quindi soli a salire a destra in Val Postegae, sentiero segnato e non ci sono problemi fino a quando non abbandoniamo al ruscello la strada principale per quella che a sinistra si inoltra nella poco augurante Valle dell’Inferno, a un’ulteriore biforcazione (1800 m circa) lasciamo a manca il vallone di Guerra. Siamo ora sovrastati dalle poco accattivanti pareti della nostra cima e cominciamo a cercare un possibile attacco, il compagno scalpita e vede possibilità ovunque, ci sono ma non del primo grado promesso, intanto il tempo passa mentre ci sollazziamo fra i nevai che ora hanno sostituito ghiaie e detriti. Solo molto più avanti si manifesta la simpatica cengia iniziale, una breve sosta per prendere fiato prima di ripartire, all’unanimità (difficile trovare una maggioranza diversa in due), decidiamo di lasciare qui le nostre masserizie, ci portiamo solo la corda, un paio di cordini e moschettoni più la piccozza. La cengia rocciosa si inoltra a sinistra sotto gli strapiombi del Cjastiel, rinveniamo anche qualche gradito ometto, solo quando è rivestita di neve dura ci fa sudare, poi usciamo su un pendio di rocce rotte e detriti che ci fa arrivare all’ometto della vetta. Con somma delusione ci rendiamo conto che è solo l’anticima, non siamo usi a barare e ci tocca andare avanti, scendiamo delicatamente per neve e roccette all’intaglio e con ultimo sforzo la meta è raggiunta. Il meteo è dalla nostra parte, panorama smisurato non ci resta che rifare lo stesso percorso per tornare agli zaini. I giorni d’aprile sono lunghi e le gambe ancora buone, senza tanti discorsi ci intendiamo e ripartiamo verso la forcella Pramaggiore e da questa per la normale da NE rocciosa e segnata ma senza  troppe difficoltà, in ultimo per l’entusiasmante cresta ci meritiamo anche la seconda cima della gloriosa avventura, vista ancora migliore che dalla precedente vetta, consci del dovere compiuto possiamo ora divallare tranquillamente sulle tracce lasciate salendo. Nove ore e mezzo AR.

 Uno sguardo alla Val Montanaia da Pian Meluzzo

 Ruscello in val Postegae

 Alla ricerca del fantomatico attacco

 Risalendo i nevai della val d'Inferno

 Val d'Inferno

La cengia d'attacco

 Sulle rocce alla fine della cengia

 Sotto il Cjastiel del Sion

 Dall'anticima si spazia sulle Dolomiti

 Discesa all'intaglio fra vetta e anticima

 La solitaria cima della Croda

 Sulla Croda del Sion

 Il Pramaggiore

 A ONO panorama fino alle Dolomiti di Sesto, Alti Tauri e Aurine

 Dall'anticima verso Est Carniche e Giulie fra il Tinisa e il Ciastiel

 Risalita del Cadin dell'Inferno

 Forcella e cima del Pramaggiore

 Salendo in cima

 Sulla via normale del Pramaggiore

 La Croce dall'ultimo tratto di cresta

 La cima

 L'onore della firma spetta al compagno, la vista è verso Caserine, Resettum e Cavallo-Col Nudo

 Scendendo al cospetto della  Croda del Sion

 Al ritorno a valle abbiamo di fronte le guglie degli Spalti

 Il Pramaggiore dalla Val Meluzzo

 

 

Monte Nevoso/Velikj Snezik 1796 m – condizioni invernali a fine marzo

“macongranpenalerecagiù”, già dalle elementari si imparava questa locuzione che in breve elencava i gruppi dell’arco alpino e fino qualche anno fa questo era il frazionamento poi un gruppo di geniali studiosi ha ritenuta più corretta un’altra suddivisione (SOIUSA) mettendo in confusione, come se ce ne fosse ancora bisogno, il ravanatore spostando a nord il limite delle Giulie in precedenza fissato al passo Vrata, circa la latitudine di Fiume. Attualmente il Monte Nevoso dovrebbe fare parte del sistema dinarico (condizionale obbligatorio), comunque sia è pur sempre la vetta più elevata fra le propaggini delle Prealpi Giulie a settentrione e la catena del Velebit in Dalmazia. Per la nostra gita l’avvicinamento stradale è piuttosto lungo, da Gorizia raggiungiamo Postumia con la strada statale piacevole e poco trafficata (più sbrigativa e onerosa l’autostrada) da dove ci dirigiamo a Sud verso Ilirska Bistrica (la Villa del Nevoso di d’annunziane memorie) traversando una zona che offre tutti i fenomeni del carsismo oltre alla vista di sperduti paeselli. Alla cittadina si tralascia la strada principale per quella secondaria che arriva dopo 20 km a Sviscaki, 1242m, piccola località turistica con rifugio nonché parcheggio per la nostra escursione. Ero fra l’altro ansioso di sperimentare la trazione integrale della mia nuova Rav 4 sul fondo innevato e negli ultimi km vengo accontentato anche se non mi diverto molto, o sono invecchiato oppure gli sloveni sono più abituati a questo genere di terreno. Fa piuttosto freddo ma il sole splende, l’inizio è su una carrareccia innevata che si allunga nel bosco in direzione NO, poco dopo il clima cambia in peggio, subentra la nebbia e la galaverna ricopre gli alti faggi. A un bivio teniamo a destra seguendo la battutissima traccia che asseconda un modesto avallamento, ora siamo usciti dal bosco d’alto fusto, al suo posto mughi arbusti e piccoli abeti ricoperti dal ghiaccio. All’uscita avvistiamo il cono bianco della vetta con la sagoma scura del rifugio appena sotto. Facili pendii ci conducono all’edificio e poco più alto alla spaziosa vetta, allietati da qualche raffica di bora, qui di casa, che spazza via la nebbia, purtroppo restano ancora delle nuvole che ci privano in gran parte del rinomato panorama specie sul golfo del Quarnaro e le sue isole, aspettiamo un discreto lasso di tempo ma nulla da fare… mentre ridiscendiamo il cielo si vela di nuovo. Poco più di 500 m il dislivello, 4 ore in tutto, facile anche se d’inverno le condizioni atmosferiche sono piuttosto severe, nonostante questo la cima è molto frequentata in tutte le stagioni. Per tornare a Postumia avevamo pensato di passare per Masun ma la vista della stato della strada che scende verso Nord ci fa immediatamente cambiare idea.

 Chalet a Sviscaki

 La strada dove comincia la gita

 Galaverna nel faggeto

 Nebbia in dissolvimento sul Nevoso

 L'ambiente glaciale della gita

 Abeti pietrificati dal gelo

 Verso i pendii finali

 Il rifugio

 Particolare del rifugio

 Dalla cima

 I due amici in cima

 Nuvole vaganti limitano il panorama

 Al ritorno tempo in temporaneo miglioramento

 Un'altra immagine del Monte Nevoso

 Ricami sugli arbusti

 Tornando indietro

28 marzo

Categorie: Alpi Dinariche Tag:

Dobratsch (2166m), una gita di mezza giornata sopra Villach

marzo 25, 2014 2 commenti

Il Dobrastch è stata la prima cima raggiunta da Kugy con più fatiche ed emozioni che ai giorni nostri ed è la più orientale della catena delle  Alpi del Gail che scorre a meridione mentre a Nord il limite è la valle della Drava, verso O una larga sella la separa dalle altre vette e a Est dà sulla piana di Villaco. La montagna è ben riconoscibile con la sua gigantesca antenna alta più di 150 m dalle Carniche, Giulie e Caravanche.

La via più corta parte dal parcheggio alla fine della Villacher Alpen Strasse deviando a sinistra dalla tangenziale Ovest di Villaco, 1743m da dove ci sono ancora ben 400 da superare, è proprio una gita da sfaticati, ci viene anche abbuonato l’oneroso  pedaggio perchè il casello rimane ancora chiuso anche se l’asfalto è perfettamente ripulito dalla neve. Per la sua posizione isolata la montagna è una privilegiata meta panoramica se il meteo lo consente come in questo caso. Ci portiamo anche le cjaspe ma la pista è già abbondantemente battuta e le teniamo sullo zaino, ci sono anche delle paline rosse a indicare il percorso sarebbero più che necessarie in caso di nebbia. Il terreno non è ripido ma arioso con stupende viste sulle dolci vallate della Carinzia e innumerevoli montagne di Slovenia Italia e Austria e ci sono parecchi concorrenti con gli sci, le racchette e senza nulla. Purtroppo la zona sommitale è pittosto devastata: oltre alla mastodontica antenna vi si trova un rifugio (chiuso), i resti degli impianti di risalita dismessi e due graziose cappelle sugli opposti versanti, fra le due si trova la croce della massima quota. Arrivati sulla cresta  ne siamo separati da una corta ma esposta crestina, i due compagni forse a ragione nicchiano e ci vado da solo, non c’è posto per l’autoscatto e dovete credermi sulla parola, ci sono veramente arrivato. Messa in pace la coscienza ci trasferiamo sopra la prima chiesuola alla tradizionale cima invernale qualche metro più in basso della precedente, sotto l’edificio ci fermiamo a consumare i viveri assisi su delle rocce asciutte assediati da una moltitudine di gracchi. In discesa optiamo per la dorsale che all’inizio costeggia i dirupi meridionali, ci sono le tracce ma siamo costretti a mettere le racchette da neve che ora tornano utili. Si passa da un paio di anticime e da un ulteriore rifugetto e solo verso la fine ci ricolleghiamo al percorso della salita. 8 aprile 2010.

 Il Dobratsch dal parcheggio

 Il percorso è segnalato con paline

 Abbondanti tabelle

 Oltre la dorsale spuntano le Giulie occidentali

 I dolci pendii della salita

 La zona sommitale, antenne, una chiesetta, impianti (dismessi) di risalita...

 Verso gli Alti Tauri

 L'esposta ma breve crestina che porta alla Croce di Vetta

 La chiesetta sotto la Croce in versante S

 La meta invernale è a monte della cappella

 I tre baldi pensionati

 Le rocce affioranti consentono una comoda sosta

 Gracchi quasi domestici

 Il volatile non sa che la gola uccide più che la spada

 Discesa lungo la dorsale

 Dalla dorsale le Giulie Orientali

 Un'anticima

 Il lago di Ossiach

Categorie: Alpi del Gail Tag:

Monte Frugna 1839m, nella natura selvaggia delle Clautane

Per una volta mi defilo dall’improba fatica di stilare l’aulica relazione della gita delegando a ciò l’amico Claudio, le pessime foto invece sono le mie. Nella guida del Berti la gita è quotata ottimisticamente come turistica.

13-03-2007

Domenica, all’insegna del consueto “Rino ha già fatto tutte le cime almeno due volte” abbiamo proprio raschiato il fondo del barile, andando a recuperare l’ultima grande cima ancora vergine delle pre-pre-Alpi Clautane, il leggendario monte Frugna, agognato ormai da mesi e temutissimo. Che consente peraltro ad alcuni anziani ravanatori di completare in un unico inverno il grande trittico della val Cellina (Zerten-Cornetto-Frugna, altrochè Tomo Cesen sulle tre Nord!)

Il primo grande ostacolo è ovviamente l’accesso  automobilistico alla val Cjaledina, per evitare di dover partire a piedi direttamente dal pur simpatico benzinaio di Cellino. Tra l’altro i migliori di voi ricorderanno una remota epica risalita della valle di 15 anni fa con l’Ansoldi e la 127 di Alessio che raggiungeva la meta ma anche la fine della coppa dell’olio, poi tosto riparata dal meccanico di Claut.

Ma ormai i tempi sono cambiati e l’amena valle si presenta addirittura parzialmente asfaltata, consentendoci di arrivare fino quasi alla testata, dove solo qualche placca di ghiaccio e qualche virtuosismo con le gomme lisce della Corsa ci induce ad abbandonare i mezzi.

E allora inizia l’avventura, perché  dalla forcella Frugna fino in cima, discesa compresa, è uno spettacolare susseguirsi di intenso ravano mugoso alternato ad audaci superamenti di balzi prativi strapiombanti. Perché in una gita può capitare di trovare una fascia di mughi che sbarra la strada, ma qui i mughi continuavano per tutta la salita, senza sosta. Mughi marci e mughi buoni, mughi verticali, mughi bassi, mughi fitti, mughi bastardi, mughi e ancora mughi.

I nostri eroi raggiungono l’intonsa cima pieni di escoriazioni e lividi per l’impavida lotta con l’Alpe mugosa, ed è ancora niente, perché pensano di scendere direttissimamente a valle per i simpatici pendii sudorientali, mai calpestati dai tempi del bisnonno di Corona e pieni di insidie e trappole. Basti solo citare che abbiamo rischiato di smarrire definitivamente l’audace Giorgio quando si è avventurato scomparendo per l’inghiottitoio di un torrente senza fine.

Ovviamente cima selvaggissima in un ambiente sontuoso sotto le grandi pareti del Col Nudo-Teverone-Crep Nudo, esattamente di fronte al Campanile e ai rudinacci vari. Di quelle gite che non si mettono nel database, comunque.

1 Nevai all'ombra del Col Nudo

2 Forcella Frugna e Col Nudo

3  Col Nudo

4 Un tratto in cresta

5 Sullo spartiacque Cjaledina-Vajont

6 Nevai a N della dorsale

7 Mughi verticali a Sud

8 Finalmente si avvista quella che sembra (ma non è ancora) la vetta

9 La cresta sommitale

10 Il filo è alquanto sinuoso

11 Vista su Cima dei Preti e Duranno

12 Vista a NE

13 In cima

14 La cresta del Crep Nudo

15 Il Col Nudo dalla vetta

16 Il bivacco nella radura dell'ex casera Frugna

17 Sopra la val Vajont le ancora più selvatiche Cime di Pino

18 G. in discesa nel letto del torrente

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