Maltempo sulla Terza Piccola (2344m)

dicembre 19, 2014 Lascia un commento

 

Grande, Media e Piccola cui si aggiunge la più rognosa Croda Casara salita da qualche amico che ho mancato non ricordo per quale intoppo sono le cime del gruppo più a ovest delle Pesarine che si affaccia alla Val Frison. La Terza Piccola costituisce un piccolo massiccio isolato fra il Passo della Digola e la valle del Piave, per la nostra gita ci approssimiamo  da Sappada (Granvilla) da dove scendiamo al Piave parcheggiando sulla riva del fiume (1177m). Con una decina di partecipanti, 1/3 le rappresentanti del gentil sesso, è quasi una gita sociale, l’ambiente è natalizio e sta nevicando, dispiace che per un solo giorno la salita non possa ottenere la qualifica di invernale visto che siamo al 20 dicembre. Per prima cosa dobbiamo raggiungere il Passo della Digola 1674m seguendo il segnavia 313 senza difficoltà alcuna, al valico facciamo una sosta sotto una tettoia per decidere il da farsi, la maggioranza decide di proseguire a oltranza. Ci spostiamo verso occidente fino a quando dei segni rossi indirizzano a N, ci alziamo nel bosco sempre più rado fino all’imbocco di un canalone al momento nevoso che esce alla forcella della Terza Piccola (2161m) in parte a mughi, l’arcigna montagna si trova a sinistra (O) parzialmente celata dalle nuvole. Si deve ora far fronte a un ammutinamento, parte della compagnia rifiuta di andare a infrattarsi nell’impervio versante al contrario dei soliti incoscienti o ottimisti. Quelli con più cervello ci aspetteranno alla sella, i rimanenti cominciano traversando verso N fra erbe e mughi in direzione di un canalone che si intuisce poco più in là, è quello giusto, si vede anche qualche segno. Entriamo nel colatoio roccioso (già in forcella abbiamo messo i ramponi) che la neve, pur non essendo molta, rende abbastanza impegnativo. Esce su uno sperone che continua come esile cresta e poi termina su terreno più agevole. Per facili chine in breve arriviamo in vetta, la nebbia ci ha preceduto, la visibilità si riduce a pochi metri. Discendiamo per lo stesso itinerario raddoppiando l’attenzione fino a riabbracciare i dissidenti. Qualcuno però non ne ha avuto abbastanza e propone la discesa verso Nord (Val Eichenkofel) che viene accettata all’unanimità, il sentiero è abbastanza evidente (si tratta di una ex mulattiera), molto bello il passaggio sotto i landri dove al riparo facciamo la pausa pranzo. Verso i 1600 m di quota una traversata nel bosco verso Est ci riporta al sentiero fatto al mattino. Max. 1°, tutte le ore di luce disponibili, l’anno è il 1998.

1 Passo della Digola

2 Il canalone che porta alla forcella

3 Forcella della Terza P.

4 In forcella

5 La terza P. dalla sella

6 L'attacco

7 A seguire un canalino

8 Si esce su uno sperone

9 Si continua su un'amabile crestina

10 Ambiente da grande N

11 Il plateau sommitale

12 Alcuni partecipanti in vetta

13 Comincia la discesa

14 All'imbocco del canale

15 Scendendo con le dovute cautele

16 In vista dellaforcella, è fatta

17 Sosta sotto gli strapiombi

18 Tutti contenti malgrado il maltempo

La Busate in val Pontebbana, un’escursione inconsueta

dicembre 15, 2014 Lascia un commento

Il consuntivo del 2014 non è certo eclatante a causa di una certa stanchezza dovuta all’anagrafe e il clima piovoso non ha certo invitato alle grandi imprese, in tutto una quarantina di gite e altrettante le cime toccate, neanche una la settimana, nei  mesi peggiori di febbraio e marzo riposo assoluto. Circa per la metà  ripetizioni magari da altri versanti o itinerari, le altre nuove mete mai visitate che nell’ambito regionale sono piuttosto scarse. La scorsa domenica con due giovani amici è in programma il Cullar o Cjaf dal Omp (1764 m) sullo spartiacque fra il Chiarzò e l’Aupa ovvero fra Paularo e Moggio, già salito in passato in una gloriosa invernale facendone la traversata da E a O. Per l’approccio odierno optiamo per la Val d’Incaroio, da Tolmezzo risaliamo la Valle del But fino al bivio a destra per Paularo e ancora più in alto e sempre dallo stesso lato fino a Dierico da dove l’autista mette in mostra le sue doti di guida portandoci per stretti viottoli saliamo agli Stavoli Faul (778m) per scendere poi  al guado  con il Riu Sec poco sotto dove lasciamo il nostro mezzo. Un giorno come questo fa rimpiangere il caldo letto coniugale ma a questo punto andiamo avanti sulla sgradevole forestale cementata fino al suo termine alla casera Cjaneipade 1248m, ottimo ricovero. Già da un pezzo calpestiamo la neve, aumenta ancora sui tornanti della mulattiera che segue, al menu si aggiunge anche il nebbione poi arriviamo al pianoro della casera Turriee 1555m, se non avessimo saputo dove era non l’avremmo mai rintracciata. Qui tentiamo invano di accendere il fuoco con il solo risultato di rischiare un congelamento poi ripieghiamo in disordine sulla valle che avevamo salito tanto baldanzosamente (cfr il bollettino della vittoria del 1918). 7 Dicembre 2014.

1 La forestale

2 Casera Cianeipade

3 Neve sulla strada

4 La mulattiera è stata messa in sicurezza

5 Immagine sacra sulla roccia

6 Fra i mughi

7 Sotto un larice

8 Casera Turriee

9 Ingresso alla casera

10 Al gelido interno

11 Tabelle

Ci riprovo questa volta con due pensionati il venerdì seguente (12 Dicembre)  che è fra l’altro una bella giornata, si poteva profittare delle tracce lasciate a Ovest ma con stoicismo ci appropinquiamo dalla da N lungo la strada che da Pontebba passa da Studena Bassa  diretta al passo del Cason di Lanza, sempre  con la vetusta Citroen del dottore con sulle spalle mezzo milione di km facendo gli scongiuri (un paio di anni prima si era piantata su un lastrone di ghiaccio). Stavolta ci fermiamo prima, in località Carbonarie troviamo un parcheggio presso gli stavoli più alti, circa 950 m di altitudine. Ridiscendiamo un poco fino a dove una carrareccia invita al letto del torrente dove cerchiamo invano un guado, bisognerebbe saltare ma i massi sono vetrati, levare gli scarponi è poco igienico data la stagione (già d’estate un paio di conoscenti erano andati a bagno con legnate varie), dopo quasi un’ora torniamo alla vettura. Verso Nord, a destra della Creta di Riosecco notiamo parecchi cimotti e spuntoni rocciosi in parte ricoperti di mughi. Consultiamo la carta, un sentiero in nero sale verso di essi fino alla quota 1715 nominata “Le Busate”, peggiorativo in friulano di Buca, sempre meglio che subire l’onta della rinuncia. Dagli stavoli una traccia sale a destra a un rudere da questo ci alziamo nel bosco fino a un ulteriore rustico, subito sopra incrociamo una strada forestale che porta all’incrocio con un’altra, qualche ignoto predecessore ci è passato con un fuoristrada. E’ un dedalo di stradine, andiamo avanti pedinando facilmente la larghe impronte delle ruote, il predecessore monta in seguito le catene arrestandosi solo al termine piuttosto ripido della carrabile da dove è poi sceso in retromarcia, i miei complimenti, non ci verrei neanche a pagamento. Con somma sorpresa ci rendiamo conto che è proseguito a piedi, il sentiero è addirittura segnato con bolli rossi vetusti ma ben visibili e siamo invasi da una ventata di ottimismo circa la riuscita della gita. Rimontiamo agevolmente la dorsale boschiva fra due canali a mughi e detriti. Quindi la traccia traversa a destra a saliscendi superando due successivi canaloni per salire poi a una selletta che in  discesa esce alla radura cosparsa di massi detta appunto la Busate dove c’era addirittura una casera. Costeggiando il pianoro sulla destra si sale fra i mughi alla q. 1715 che sarebbe poi la nostra meta, che pur assediata dai molti selvaggi risalti si rivela un buon punto panoramico. Un paio d’ore per la salita. La discesa è più veloce, su un masso sui prati sopra Carbonarie notiamo pure una freccia  indicante se non il sentiero almeno la direzione.

12 Carbonarie

13 La Creta di Riosecco

13 L'inizio della gita

14 Taglio di mughi sul sentiero

15 Una sosta, fra i larici il Salincjet

16 Fra Plauris e San Simeone si vede la pianura

17 Sul traverso

18 La Creta di Riosecco dal pianoro della Busate

19 L'arrivo in cima

20 In cima

21 Gruppo dello Zuc del Boor

22 Da sin. Coglians, Zermula e Cuestalta

23 Scendendo vista sulla Busate

24 Il risalto della cima

25 Uno stavolo ben conservato

26 Nel faggeto

27 La freccia nella roccia

28 Alcuni torrazzi (ma non la cima) dal parcheggio

P.S. Mi sembrava strano che l’enciclopedico Gaberscik non ne avesse parlato nella sua Guida delle Alpi Carniche, difatti descrive l’itinerario come avvicinamento da S alla Creta di Riosecco.

Val di Rua-Val di Suola, l’anello

dicembre 10, 2014 Lascia un commento

Ero al corrente di varie disavventure accadute a gruppi di escursionisti sul sentiero 368 in val di Rua sia in salita che in discesa e questi fatti mi avevano incuriosito. Verso la fine di Novembre propongo la gita a due dei soliti accoliti ai quali, per ingentilire la compagnia, si aggiunge pure una signorina. Decidiamo di farla in salita, in caso di un’eventuale ritirata saremo pur capaci di ridiscendere, il punto di partenza è obbligatoriamente Andrazza 885m, la frazione di Forni di Sopra immediatamente a valle. Dal paese scendiamo al Tagliamento, il parcheggio rimane al ponte da dove si dirama il sentiero 363 per il plurivisitato rifugio Flaiban-Pacherini che il programma prevede in discesa. Noi proseguiamo costeggiando il corso d’acqua a sinistra fino a quello che segue, al di là una carreggiabile porta alla fiumana di ghiaia e detriti del torrente Ruadia limitato a destra da repulsive rocce che costeggiamo lungamente. In effetti di segni od ometti non ne vediamo, a circa 1100 una traccia abbastanza evidente si inoltra nel bosco e riusciamo a non perderla (ci sarebbe da fare per la Commissione Giulio Carnica), sempre facile salvo un passaggio sopra un colatoio abbastanza esposto che con qualche metro di cavo si potrebbe risolvere. Quasi al termine della vegetazione di alto fusto  il sentiero costeggia un romantico orrido con una bella cascata che è poi la sorgente del corso d’acqua, la quota può essere sui 1800 m, qui dovrebbero esserci i ruderi della casera Rua che non rintracciamo, la neve presente nasconde tracce e segni (se ci sono) ma siamo in terreno aperto e con ottima visibilità. La prosecuzione fra mughi e roccioni affioranti a parte la fatica non crea ulteriori complicazioni e il passo di Suola si indovina in alto a sinistra, preferiamo andare avanti  nel mezzo (il gruppo si è sgranato, alle spalle dei due di testa l’altro amico con più staccato l’esemplare del gentil sesso forse non usa ad affrontare le tante incognite. Non arriviamo al Passo ma su una forcella della dorsale che da Forni arriva al passo dopo le Crete del Mezzodì, Punta Dria e Cima di Suola. Ci troviamo ora a N della quota più alta, 2100m, che è stata dall’amico gestore eletta a Cima del Rifugio. Ora il Mauro si rifiuta di proseguire, una breve crestina ci separa dal culmine, estrae dal sacco il solito mezzo di rosso e un panino di dimensioni mostruose e si ferma lì. Gli affido la macchina per le foto e salgo sul filo in cima, ben documentato dall’amico. Poi torno indietro prima che esaurisca il prezioso liquido. Intanto arrivano i due ritardatari, con loro traversiamo sotto la vetta (versante Ovest) e per cresta arriviamo sopra un largo canale ben innevato che si affaccia alla Val di Suola, lo affrontiamo in discesa con qualche perplessità anche se l’avevamo già fatto tempo addietro. Sortiamo poco sopra al rifugio, il posto è un vero e proprio frigorifero in autunno e inverno. Dal rifugio e con neve decrescente torniamo al parcheggio.

2009, sette ore.

1 L'orrido con cascata alla fine del bosco

2 Il Monte Rua

3 Nebbie sulla valle, in alto il Tinisa

4 Bivera e Clap Savon

5 Salendo al passo di Suola

6 Compaiono alcune vette del gruppo

7 Verso la dorsale fra le due valli

8 Giochi di nuvole

9 La Cima del Rifugio è quella al centro

10 Dalla vetta la Cima di Suola

11 Mare di nuvole verso le Giulie

12 M. attende sotto l'ultimo risalto

13 Monte Rua e Cjarescons

14 Sotto la Cima del Rifugio

15 Le Fantoline dalla sella

16 Il canale di discesa

17 Sui pendii innevati

18 Nubi a pecorelle

19 Passando dal Pacherini

Crep Nudo dall’Alpago

dicembre 10, 2014 Lascia un commento

 

Il Crep Nudo da Barcis

Il Crep Nudo dal Provagna

Il Crep Nudo (2207m) nella parte centrale della cresta fra il Col Nudo e il Cavallo visto dalla valle del Cellina si presenta come un elegante corno roccioso di difficile accesso e con dislivello importante, l’approccio alla via normale è dal opposto versante O dell’Alpago in provincia di Belluno, un altopiano a monte del Lago di S. Croce con numerosi borghi abbastanza popolati. Una decina sono i partecipanti alla salita, in pratica una gita sociale, la prima nel Venàl di Funès (le Rocce Bianche e il Capèl Grande, oggetto di altri articoli sono posteriori). Bisogna prima di tutto destreggiarsi fra le molte stradine per raggiungere il paesello di Funès da dove una  stretta rotabile conduce nella legalità fino al casone Crosetta (1156m), località dove si parcheggia comodamente. Una mulattiera con alcuni tornanti consente l’accesso al circo glaciale del Venàl, limitato a destra dal Teverone e dall’altro versante dal Capèl Grande trascurando il sentiero che s’inoltra a sinistra nel Vallon mantenendosi invece nel solco principale. Superata la Casera si prosegue nel sottobosco poi per erbe e ghiaie si continua in salita sulle facili cenge (innevate in questo momento) fra le barre rocciose mirando alla forcella senza nome a Sud della vetta. Da questa spalla, 2070m, ci si alza sul ripido dorso verso N  fino alla massima quota. La giornata non è eccezionale ma la visibilità rimane buona, si offrono alla vista le Dolomiti Orientali e tutto il gruppo Cavallo-Col Nudo. C’è ancora del tempo a disposizione e con altri tre collezionisti si decide di visitare anche il vicino Crepòn di 2107 metri che si trova poco più a N, quindi ridiscendiamo fino a dove una cengia consente di attraversare sotto le rocce per risalire poi sulla dorsale. La cresta S offre anche un tratto di roccette esposto ma attrezzato con un cavo e aggiungiamo anche questo al nostro attivo. La discesa è per la via già percorsa.

Sette ore in tutto, 5 Dicembre del ‘93

1 Venal di Funès

2 Venal di Funès

3 Sullo sfondo il Crep Nudo

4 Sui pendii nevosi

5 In salita...

6 ...destreggiandosi fra le barre di roccia

7 Facili roccette alla fine

8 Sul Crep Nudo

9 Il Borgà e il Bosconero con in secondo piano Pelmo e Tofane

10 Il gruppo del Cavallo

11 Traversata al Crepòn

12 Il Crepòn

13 Sulla cresta

14 Primo piano di un protagonista sul tratto attezzato

15 Alpago e lago di S. Croce

16 Il Col Nudo

17 La cima del Crepon

18 Quelli che fecero l'impresa

 

 

 

 

Monte Rodolino (1700m) in traversata da Forcella Racli alla Salincheit

Lo scorso anno in Dicembre ho ripetuto dopo una ventina di anni il solitario anello del Rodolino (nel ramo Est del gruppo che termina con quote decrescenti sulla Val Tramontina) con altri tre pensionati e il Mauro in una bella giornata senza neve, frugando fra le vecchie Dia ho ritrovato quelle della  gita precedente fatta con tre desaparecidos, fra i quali una signora più l’immancabile, anche a quei tempi Maurino . Meglio la prima! Oltre al piacere di avventurarsi in luoghi fino ad allora sconosciuti la cresta era ben innevata aggiungendo un pizzico di condimento al percorso, in entrambe le occasioni il giro è stato compiuto in senso orario.

1 Poffabro

2 Poffabro

3 Poffabro

4 Poffabro

5 Poffabro

 

Alla periferia Est di Maniago una strada sale a destra e dopo alcune svolte entra nel tunnel che consente l’accesso alla Val Colvera, si prosegue fino a Poffabro (che come il vicino paese di Frisanco merita una visita per le caratteristiche case di pietra e legno girovagando lungo le strette calli), per continuare sulla strada a destra in direzione di Pala Barzana fino al primo bivio dove si svolta ancora a destra e in breve si arriva a villa S. Maria dove si parcheggia comodamente vista la scarsa concorrenza, poco più di 500m di quota. Alla fine dell’asfalto si trova l’inizio del sentiero 968 per forcella Racli (in friulano bastone). La traccia prosegue nel magro bosco sulla sinistra di un canalazzo e passa accanto a uno squallido ricovero in cemento prima di uscire in terreno aperto con vari tornanti e con maggiore pendenza sale fra le erbe fino ad infilarsi con un traverso a destra sotto le rocce nella gola che scende dalla sella. L’ultimo tratto è piuttosto ripido e tocca adoperare anche le mani per  guadagnare la stretta insellatura di forcella Racli fra l’Ortat e il Rodolino, 1590m. Si tralascia il segnavia (che scende verso N alla casera Valina in Val Silisia) per alzarsi a destra sul crinale che all’inizio è piuttosto sottile e anche esposto, poi diventa più comodo. Porta a un’anticima e in contropendenza alla quota più alta che offre un vasto panorama. Decidiamo di proseguire verso oriente fino alla forcella Salincheit(1459m) seguendo fedelmente il crinale con la solita logica alpinistica, da questa ci abbassiamo per pale nevose tendendo a SO, al termine dei nevai rintracciamo il sentiero n. 973 che attraversa le pareti percorrendo delle cenge verso destra che riportano prima ai prati e poi al bosco. L’ultimo tratto, ripido e sassoso porta alla periferia Est di Poffabro  presso le vasche di un allevamento di trote, si attraversa il semideserto abitato e poi si risale stancamente l’asfalto fino al posteggio.

3 ore e 45’ per la salita, 6.30 in totale. Dicembre 1991 e 2013.

 

6 Salendo a forcella Racli

7 Prealpi Carniche e Alpi Giulie

8 Il canale di Forcella Racli

9 Forcella Racli

10 La cresta Ovest

11 La cresta

12 Verso un'anticima

13 I capi tecnici dell'epoca erano pantaloni di velluto e camicia di flanella

14 Il Raut

15 In Cima

16 A Est il panorama spazia fino alle Giulie

17 Duranno e Cima dei Preti

18 Partenza per forcella Salincheit o Salinciet

19 In traversata

20 Sulla cresta

21 Discesa a forcella Salincheit

22 Panorama su Poffabro

Veliki Vrh, disertato belvedere sull’Isonzo

novembre 28, 2014 Lascia un commento

La dorsale del Polovnik si protende per una decina di km da E a O dall’altopiano di Dreznica  alla stretta di Zaga sul corso dell’Isonzo mentre a Nord la sella Mali Homes la separa dalla cresta Vrsic-Vrata. La più alta e più visitata è la Cima Crassi ( Krashji Vrh), la prima a oriente, oggetto di uno dei miei scadenti articoli. Proseguendo ad Ovest si trova il Veliki Vrh (1764 m, una delle molte cime grandi della Slovenia), in seguito dopo una sella si trovano altre cime con quote decrescenti e boscose meno interessanti. Per la nostra gita attraversiamo  Caporetto fino ad uscire sulla statale per Plezzo o Bovec che dir si voglia, poche decine di metri ancora e si trova il bivio a destra che traversa l’Isonzo con il ponte detto di Napoleone. Oltre il ponte si sale a sinistra, indicazioni per Dreznica e prima di raggiungere l’amena località si scende ancora a manca al paesello nomato Magozd, 457m, lo si attraversa proseguendo su una strada a fondo naturale e in piano fino a uno spiazzo dove si parcheggia comodamente, qui comincia la nostra escursione. Non ci sono segni o tabelle, seguiamo ancora la strada fino a quando notiamo una larga mulattiera che si alza sulla destra nella faggeta, a naso la imbocchiamo, per fortuna o capacità siamo nel giusto. Piano piano il bosco si dirada, la vecchia mulattiera militare è ancora ben conservata, i genieri di un secolo fa sapevano fare il loro mestiere, e ci porta fra i dirupi del versante Sud del Polovnik. Andando avanti passiamo da una capanna in legno (dei cacciatori, rigorosamente chiusa a chiave) e con una lunga traversata ascendente in terreno aperto con bellissimo il colpo d’occhio sull’Isonzo e la piana di Caporetto arriviamo a una svasatura che sale verso la cresta. La risaliamo facilmente,  la neve che incontriamo non ostacola più di tanto, fino a una sella, la radura in versante N ospita o ospitava la Planina Dolec. Alla forcella invertiamo il senso di marcia, in direzione Est saliamo i larghi dossi erbosi fino all’ometto della meta prefissa. Giornata eccezionale per limpidezza, il panorama spazia dal mare a tutte le colline e le catene delle  Prealpi, poi il Canin in prima fila e tutte le Giulie Orientali e il vicino Monte Nero, i tre coriacei pensionati  quasi si commuovono.  Purtroppo scendendo tocca fare lo stesso percorso.

Dicembre 2007, 1300 m il dislivello, 6 ore e mezza soste comprese.

1 Ultime foschie sulla piana di Caporetto

2 L'Isonzo, Dresenza e Caporetto

3 La capanna dei cacciatori

4 Muro di sostegno sulla ex mulattiera

5 Fra i dirupi

6 Salendo in sella vista sul Canin

7 Oltre le colline l'Adriatico

8 Il Tricorno

9 I due compagni con a sin. il Mataiur

10 Verso il Bavski Grintavec

11 Il superbo Jalovec

12 Monte Nero e cresta del Vrata

13 Verso O le Dolomiti

14 Veliki Vrh dalla mulattiera

15 Il Monte Nero dal parcheggio

 

Due salite d’annata al Due Pizzi

novembre 21, 2014 Lascia un commento

 

Prima del conflitto 15-18 sulla cresta del Gruppo dello Jof di Miezegnot , lunga più di 10 km e orientata da E a O,  passava il confine fra l’Impero Austro-Ungarico e l’Italia. Per motivi strategici il versante Sud (della Val Dogna) fu oggetto di imponenti lavori di fortificazioni e casermette collegati da un rete di mulattiere e camminamenti che dopo un secolo sono più o meno ben conservati e dove si sviluppano ancora le vie d’accesso alle cime. Il versante della Val Canale percorso dal Fella è in gran parte boschivo e meno interessante, a meridione l’ambiente è più roccioso e frastagliato (e con minore dislivello!) anche se poco adatto per la friabilità all’arrampicata ma consente delle belle escursioni in ambiente tranquillo e poco frequentato (a parte la citata maggiore elevazione). La quota si aggira sui 2000 m, le stagioni migliori sono la Primavera per le fioriture e l’Autunno con i colori del bosco.

La Cima Alta (2046 m) da solo in dicembre

Come indica il toponimo ci sono due cime, la orientale o Cima Vildiver 2008m e quella in oggetto divise da un intaglio. Gli amici di allora, l’anno è il 1983, erano già alle prese con gli attrezzi del fondo e l’assortimento delle scioline ma parto ugualmente e con la statale Pontebbana mi trasferisco  a Dogna, dove prendo la strada, a quel tempo sterrata, che risale l’omonima valle ristretta fra il Cimone e Montasio a Sud e la costiera dello Jof di Miezegnot fino alla sella Somdogna. Lascio l’auto a 1268 m, sulla sinistra una stele segna l’inizio del sentiero Ziffer, dedicato a un volontario della grande guerra e presidente della Società Alpina delle Giulie, contrassegnato con il n. 468. L’impatto con l’esterno è poco piacevole, il cielo rimane velato e spirano delle gelide folate di vento che mi fanno rimpiangere i tepori del letto coniugale. La traccia sale ripidamente prima nel bosco e poi tra i mughi, a un bivio lascia sulla destra la via per il monte Piper ed esce infine alla Forca di Cjanalot, 1830 m. In traversata verso occidente arrivo al ricovero Bernardinis, costruzione bellica riattata a bivacco sotto la vetta orientale. Il clima unito alla poca neve presente sconsiglierebbero di proseguire, decido comunque di andare a vedere. Trovo il tratto più impegnativo nella discesa sul ghiaino innevato in versante N fino alla sella fra le due sommità e prima dell’imbocco della galleria, non ho la pila ma la luce arriva da un finestrone. Segue la temuta cengia artefatta, ma il cavo presente ne annulla le difficoltà. Porta a SO della vetta, cui si arriva senza troppi problemi e liberamente seguendo quel che rimane dei sentieri militari. Torno a valle per la stessa strada. Quattro ore in tutto, al posteggio per la legge del contrapasso risplende il sole.

1 Sole pallido sulle creste

2 Il Cimone del Montasio

3 Il bivacco Bernardinis

4 Dall'ingresso della galleria verso la Valcanale

5 La galleria

6 Sulla cengia artificiale

7 La Cima Vildiver

8 Dalla Cima Alta verso lo Jof Fuart

9 Piper e Jof di Miezegnot

10 Nuovole sul Montasio

11 Da Chiout lo Zuc dal Boor

 

Le due cime con gli Alpini per la posa della Croce sulla Cima Alta, giugno 1994

Due Gruppi Alpini si mettono d’accordo per portare una Croce auto costruita sulla Cima Alta, i volontari partono il sabato mattina da Bagni di Lusnizza in Valcanale seguendo la forestale  di Malga Granuda, da qui il sentiero arriva alla spalla SO(segn.604), che non è l’itinerario più breve ma il più comodo . Come artigiano la settimana corta era per me un’utopia (a detta degli amici dipendenti potevo fare festa a volontà, praticamente mai a mio parere). Parto il pomeriggio rifacendo il percorso della gita precedente, il ricovero Bernardinis appare deserto e vi entro, sono parecchie le masserizie sparse in giro, i commilitoni provati dalle fatiche (e forse da qualche tajut di troppo) sono tutti nelle brande ma si rianimano alla vista delle scorte che ho portato. Hanno già eseguito la messa in opera della Croce e non resta altro che preparare il rancio, la solita pasta più varie prelibatezze macrobiotiche che sbucano dagli zaini. Dopo il ristoro tutti a nanna. Il mattino seguente una fitta nebbia grava sul rifugio, ci alziamo per zolle erbose e detriti facilmente al pizzo orientale (Cima Vildiver 2008m) dove risplende il sole sopra un mare di nebbia in dissolvimento. Quando scendiamo è arrivato anche al rifugio, prima di scendere andiamo anche sulla Cima Alta, i lavori sono sta eseguiti a regola d’arte. L’appuntamento per il pranzo è a San Leopoldo, la giornata si conclude con un pediluvio nelle chiare fresche e dolci acque del Fella.   

 

12 Alba al Bivacco

13 Nebbie in dissolvimento

14 Primo sole sul Montasio

15 La Cima Vildiver

16 I superstiti sulla Vildiver

17 Brilla al sole la nuova Croce

18 Discesa dalla cima Est

19 Penne nere nel tunnel

20 Sulla cengia

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