Trasferimento dalla Cabane du Grand Mountet 2886m alla Cabane du Tracuit 3256m (quinto giorno)

La mattina del quinto giorno decidiamo di cambiare aria spostandoci dal grand Mountet al rifugio di Tracuit. Dai 2886 m scendiamo il sentiero già fatto in salita fino alla confluenza dell’impetuoso torrente che scende a destra dall’Ar Pitetta perdendo quasi 1000 metri di dislivello (Le Chiesso, 1908 m), non saliamo in questa vallata ma continuiamo in salita verso la successiva in bel paesaggio passando sotto il Roc de la Vache, in effetti ci sono i bovini e pure gli ovini. Alla ormai diruta malga Combautanna, più di 2500 m di quota sotterriamo l’ascia di guerra (ovvero il materiale in sovrapiù) adoperando le pietre dell’edificio, non abbiamo più pretese adrenaliniche e lo zaino pesa sempre di più. Il sentiero è abbastanza frequentato, essendo il rifugio base di partenza per uno dei più facili 4000 delle Alpi anche se partendo da Zinal è una lunga sfacchinata, non è riposante neanche per noi che abbiamo da coprire 400 m di meno, questi valloni sono interminabili. Dopo l’alpeggio la buona traccia si inerpica fra i detriti e il panorama sui ghiacciai e le vette circostanti è una buona scusa per fermarsi ad ammirarlo e a tirare fiato. Solo in ultimo si mette brevemente piede sulla neve. Il rifugio, o capanna come si usa qui, è uno spazioso edificio in pietra edificato presso l’omonimo colle qualche metro più in basso e oltre alla vista sulle Pennine ha una favolosa vista sull’Oberland Bernese, ci abbiamo messo otto ore per arrivarci! Come da previsioni è affollatissimo, ma ci sono abituati e non fanno una piega al nostro arrivo. Il compenso alla faticata è uno spettacolare tramonto in technicolor dopo di che ci ritiriamo al calduccio, il vitto se non brilla in appetibilità non manca certo delle calorie.

1 Discesa dal rifugio del Mountet

2 Questo è un Paese ordinato e le pecore devono essere state dal parrucchiere

3 Cascata al bivio per il Roc de la Vache

4 All'alpeggio Combautanna l'amico fraternizza con una vacca

5 La mia opzione sarebbe diversa

6 Ultimi pascoli di fronte ai ghiacciai

7 Faticosa salita alla Cabane du Tracuit

8 In ultimo appare il Weisshorn con la sua cresta Nord

9 In vista del Rifugio le cime da sin. sono  Bishorn Weisshorn e Tete de Milon

10 Il Rifugio Tracuit

11 Affollamento al rifugio

12 A N bella visuale sulle Alpi Bernesi

13 Tramonto su Zinalrothorn e Obergabelhorn

14 Le ultime luci

15 Verso Est le cime del Mischabel

16 E' ora di ritirarsi

 

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Trifthorn (3728 m) – traversata dal rifugio del Rothorn al Gran Mountet per la cresta S e il versante N, AD

Siamo al quarto giorno di permanenza fra le cime della Couronne de Zinal (come dagli articoli precedenti) e il risveglio alla Cabane du Rothorn sopra la Mattertal (3178 m) è piacevole, già la veduta che si gode dalla finestra del rifugio è molto bella e all’esterno non può che migliorare al caldo sole del mattino. Oggi dobbiamo ritornare alla Cabane du Mountet dove abbiamo lasciato in uno dei cestini a disposizione dei clienti, una delle tradizioni di questi ricoveri, parte del contenuto dei nostri sacchi. Il percorso migliore e anche più sicuro rimane quello della traversata del Trifthorn, fra lo Zinalrothorn e l’Obergabelhorn, una cima che posta in un altro contesto avrebbe una più alta considerazione mentre qui fa la figura di un nano fra i giganti. Partiamo comodamente alle otto e un quarto rimontando il piccolo Triftgletcher fatto in discesa il giorno prima mirando alla rocciosa sella Triftjoch, la forcella a O della cima, circa 3500 m di quota. Qui ha inizio la cresta S, 200 m di solido Gneiss (via trovata dall’inglese Douglas con le guide locali Taugwalder e Inhabnit nel 1865, AD) che si svolge anche affilata fra placche e pittoreschi gendarmi con entusiasmanti scorci e panorami su cime e ghiacciai vicini e lontani. Arriviamo alla modesta croce di vetta in legno prima di mezzogiorno. La discesa è interamente sulla neve con percorso tortuoso, non vorrei farla con la nebbia, ma oggi anche se il cielo ora è velato, come nei giorni precedenti e nelle ore centrali, la visibilità è sempre buona. Percorriamo una cresta verso N e una ulteriore a Ovest scende al ghiacciaio del Mountet, superando senza problemi la crepaccia terminale. Da qui seguiamo la pista già tracciata,  compie un lungo giro ad evitare crepacci e seraccate in un ambiente glaciale di rara bellezza e ci evita comunque altri pensieri. In meno di due ore varchiamo la soglia del rifugio del Mountet con tutto il pomeriggio a disposizione.

1 Dalla finestra del rifugio verso Ovest

2 La Rothorn Hutte e la Wellenkuppe da dove siamo giunti il giorno prima

3 Inusuale immagine del Cervino

4 E' ora di partire

5 Salita al Triftjoch in alto la cresta del Trifthorn

6 Sulla cresta Sud

7 Il grandioso ambiente dell'alta montagna

8 Un passaggio della salita

9 La maestosa Dent Blanche e il Grand Cornier

10 La discesa è tutta su neve

11 Il Trifthorn dal ghiacciaio del Mountet

12 Discesa labirintica in magnifico ambiente glaciale

13 La zona dove si staccano i seracchi

14 Selvaggio mondo glaciale

15 Torniamo sulla terraferma

16 I ragazzi giocano sulle placche dietro al rifugio

17 La Dent Blanche da N ci arriverò l'anno dopo con lo stesso compagno

18 Il Trifthorn dalla Cabane du Grand Mountet

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Ober Gabelhorn (4063 m) una delle più belle cime delle Alpi

Cresta del Cuore, F. Douglas con P. Taugwalder e J. Vianin, Luglio 1865, AD

Cresta Est, A.W. Moore e H. Walker con J. Anderegg, Luglio 1865, AD

Pur essendo un “piccolo” quattromila rispetto ai giganti che la circondano è ritenuta una delle più belle vette delle Alpi, la vista dal rifugio del Mountet è veramente eccezionale, a sinistra la cresta Est della via normale, dalla cupola bianca della Wellenkuppe una cresta nevosa arriva al Gran Gendarme e continua sempre più ripida fino in cima, da Ovest sale la rocciosa Arbengrat, alla capanna rivolge la ripida parete N, una via di ghiaccio classificata D con a sinistra l’elegante cresta di misto della Via del Cuore, così nominata per un affioramento roccioso fra i ghiacci di tale forma. Dopo la riuscita dell’anello del giorno prima sul Zinalrothorn (post precedente) l’amico è attirato dalla parete ma alla fine prevale la mia opinione di salirci (o tentare) la cresta N che è pur sempre AD e mi pare già abbastanza rognosa. Dichiariamo le nostre intenzioni al gestore che si mette le mani nei capelli ma vista la nostra testardaggine alla fine ci dà qualche informazione, d’altronde fa la Guida Alpina e noi siamo due possibili clienti. Preferiamo come sempre arrangiarci da soli e il mattino dopo c’incamminiamo in discesa alle 5.30. Dopo un centinaio di metri mettiamo i piedi sul Glacier Durand che attraversiamo in assoluta mancanza di tracce in direzione delle rocce, qui saliamo dei canali rocciosi tendendo a sinistra, il posto è piuttosto tetro e anche esposto alle scariche di pietre e quando arriviamo al plateau che porta alla parete, finalmente al sole, tiriamo un sospiro di sollievo. In alto sulla cresta Est notiamo dei puntini neri, sono i cinque alpinisti che stanno facendo la via comune, noi invece ci alziamo verso la nostra cresta scalando su sfasciumi e rocce poco solide. Arrivati sulla neve possiamo vedere la prosecuzione della salita, la cresta sembra abbastanza potabile peccato che il cielo ora è nuvoloso. Non si vede nessun altro sulla via, la neve non è in buone condizioni, la giornata è calda e afosa e faticosamente avanziamo di conserva fino all’enorme cornice della vetta, i cinque altri clienti della cresta Est sono già sulla via del ritorno, purtroppo non c’è tempo per godersi la meta raggiunta (in sette ore). Cominciamo anche noi la discesa per la normale dai versanti asimmetrici, a N lo scivolo ghiacciato e a S sotto le  cornici è di roccia, stiamo sul filo di solidissimo gneiss profittando delle soste attrezzate per le corde doppie, su una di queste arriva puntualmente il temporale dandoci un assaggio della carne dell’orso (Primo Levi, il Sistema Periodico) al compagno che mi chiede se fermarsi per mettere la giacca a vento rispondo che ora l’importante è perdere quota il più rapidamente possibile. Per fortuna la perturbazione ha breve durata e si trasferisce velocemente al Monte Rosa, e ritorna il bel tempo, il percorso continua sulla neve in direzione del Gran Gendarme, lo si attraversa in versante N con l’aiuto di una corda metallica, la cresta si allarga e permette di salire senza problemi in cima alla Wellenkuppe, 3903 m.  Questa si discende ancora verso Est, roccia piuttosto friabile, facciamo ancora una calata con la corda arrivando a un piccolo ghiacciaio che seguito in discesa arriva al sentiero che porta, ed era ora, al Rothornhutte 3200, nel versante della Mattertal (quella di Zermatt) accogliente e spazioso dove passeremo la notte, sono le 6 e ¼ del pomeriggio.

1 Calde luci della sera sull'Obergabelhorn

2 La comba nevosa sotto le pareti N

3 Salita alla cresta

4 La cresta del Cuore

5 Sulla cresta

6 Un seracco

7 Un'altra immagine della cresta

8 Il Gran Gendarme della cresta E

9 La Cima

10 Dalla cima lo Zinalrothorn

11 Sulla cresta Est

12 Il maltempo si è spostato al Monte Rosa

13 Sopra il Gran Gendarme la cupola della Wellenkuppe

14 Il Cervino

15 L'Obergabelhorn da Est con il profilo della Cresta del Cuore

16 Discesa dalla Wellenkuppe

17 La corda doppia finale

18 Sul ghiacciaio, in alto lo Zinalrothorn

19 Nevai facili prima del Rifugio

20 Rothornhutte, 3200 m

Zinalrothorn (4221 m) – Traversata cresta SO – cresta N (AD+)

Primo giorno, trasferimento dal Friuli alla Cabane du Mountet

Nell’Agosto del lontano 1993 torno per la seconda volta nei monti del Vallese a ranghi ridotti, l’unico ma fidato compagno è l’amico Nevio e il tempo a disposizione si limita (come sempre) a una settimana con destinazione la Val d’Anniviers nella zona francofona del Cantone. Partenza alle 4 del mattino, qualche caffè lungo la strada e una breve sosta al Passo del Sempione prima di scendere a Brig (Briga) e proseguire verso Ovest seguendo il corso del Rodano fino a Sierre dove svoltiamo a sinistra (Sud) risalendo la vallata fino all’ultimo e paese, Zinal, dalle belle case in Blockhaus, a 1670 m di quota nonché fine della strada e parcheggio stranamente gratuito e sono le 13.15. La tabella mette 4 ore e mezza per la Cabane du Mountet 2886m dove intendiamo pernottare, dev’essere piuttosto lontano. Ora si deve preparare lo zaino, una corda da 9mm, qualche cordino e moschettone, qualche vite da ghiaccio e due piccozze ci sembrano sufficienti per le nostre esigenze, il vestiario comprende inoltre due pile e una giacca leggera in goretex più un cambio di biancheria. In dotazione abbiamo anche la cartina (acquistata in loco) e la fotocopia delle relazioni tratta dal libro “Le Alpi Pennine le 100 più belle ecc.” di Michel Vaucher ed. Zanichelli ora introvabile, bussola e altimetro non li abbiamo (GPS e telefonini all’epoca non esistevano) e anche il casco viene lasciato nell’auto. Saliamo lungamente prima nel bosco, un tratto si costeggia l’impetuoso torrente poi per morene in terreno aperto dove appaiono fra le nubi i giganti della Corona Imperiale fino a uscire sul terrazzo in posizione incantevole dove si trova il rifugio, sono le cinque e mezza del pomeriggio. La guida che lo gestisce non si dimostra felice dell’arrivo dei due nuovi clienti, come sempre non abbiamo prenotato, ma tutto sommato un posto ce lo trova.

1 Risalendo la Val d'Anniviers

2 Fienile con i tipici dischi in pietra anti pantegane

3 Mulino ad acqua

4 Fioriera al posteggio

5 Cosa mettiamo nello zaino

6 Indicazioni alla partenza

7 Acqua di ghiacciaio

8 Sentiero sulla morena

9 La vallata

10 Stambecco sulla cresta, la cima è il Besso

11 L'amico assorto nei pensieri al rifugio Mountet

12 Plenilunio sulla Dent Blanche

 

Secondo giorno: Zinalrothorn (Corno Rosso di Zinal), salita per la Rothorngrat (cresta SO, Gross-Taugwalder, AD+ max. IV) e discesa per la cresta del Blanc (N, AD)

La traversata che abbiamo in programma è una delle grandi classiche delle Alpi Pennine, molto varia, l’avvicinamento e la fine della discesa sono di neve, per contro le creste sono di roccia molto affidabile.  Il rude gestore mostra scarsa stima nelle nostre possibilità quando la sera chiediamo delle informazioni, d’altronde il mio francese in più di trent’anni dalla fine della scuola è del tutto arrugginito il che non ci impedisce, previo ulteriore alleggerimento dello zaino di partire alle 4.30 quando per tracce scendiamo al ghiacciaio del Mountet. La neve indurita dal gelo notturno permette un’agevole salita, lasciando a sinistra una seraccata montiamo alla cresta per un pendio più ripido poco più in alto dell’Oberothornjoch, forcella con la punta di Mountet, fino qui più di 900 m di dislivello. La cresta a torri e gendarmi di un solidissimo gneiss rossastro è molto fotogenica, si deve percorrere stando costantemente sul filo che non ha neve (quindi niente problemi di orientamento). Ai tempi si arrampicava e anche il passaggio sulla placca (IV) viene superata senza problemi, fino a una breve discesa dove ci raccordiamo alla via normale che arriva dall’opposto versante della Mattertal, qui incontriamo un certo traffico (qualche cordata, non le folle) ma anche dei passaggi con neve dura che richiedono cautela (o ramponi) e arriviamo alla croce di vetta ed è mezzogiorno. La vista dovrebbe essere maestosa sugli innumerevoli quattromila ma ci viene in parte negata dalle nuvole che sono comparse, non indugiamo troppo anche perché sofferenti per la quota. Continuiamo la traversata scendendo verso Nord per abbastanza facili fino alla Bosse, da questa il percorso diventa esposto e impegnativo (doppia possibile), alla sua base ricompare il sole, ora si deve continuare lunga la cresta attraversando le tre punte  nominate Bourrique (Schiena d’asino), Sphinx (Sfinge) e Rasoir (Rasoio) con aerei ed eleganti passaggi. Superati questi ostacoli si prosegue trovando rocce rotte e sfasciumi  più facili  che portano alla cima del Blanc, un ulteriore rilievo poco significativo. Da questo si mette nuovamente piede sulla neve, perdendo quota rapidamente arriviamo al ghiacciaio del Mountet, il tutto arrancando nella neve molla del pomeriggio, se ne esce risalendo alla morena dove una traccia sentiero riporta alla visibile Capanna.  Sono le 5 ½ del pomeriggio.

13 Salendo all'attacco

14 Sotto la cresta

15 La Rothorngrat

16 In azione sulla cresta con vista su Cervino e Obergabelhor, la punta nevosa in basso è il Trifthorn

17 La sosta prima del passo di IV

18 Altra torretta

19 Il grandioso ambiente della via con una cordata

20 Su una delle torri

21 L'incrocio con la normale, a sin. la croce di vetta

22 Dalla Croce vista sul Weisshorn

23 In cima

24 Discesa dalla Bosse

25 L'Asino in passato si percorreva a cavalcioni

26 Le Rasoir

27 La vetta e le torri della cresta N

28 Sfasciumi cui seguirà un tratto su neve

29 La traversata si è svolta da dx a sx

30 La Cabane de Mountet    

Scuse ai lettori che mi hanno scritto sulla posta…

Ahimè, devo confessare che da più di un anno non la leggo, è una vergogna ma cercherò  di ravvedermi per il futuro, il ravanatore.

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Cime Piccole di Riobianco dal sentiero del Centenario

Molte volte nei tempi andati ho risalito il vallone di Riobianco visitandone pressoché tutte le cime per varie vie per diletto personale o per assolvere ai doveri di istruttore dei corsi di alpinismo così che ultimamente le gite in loco si sono fatte sempre più rare. Mancavano ancora all’appello le Cime Piccole, fra l’Alto Vallone di Riobianco e la Valle Rio del Lago. Qui il CAI di Gorizia ha attrezzato e segnato nel 1983 un percorso dedicato al Centenario della sua fondazione con inizio e fine indifferentemente alla Forcella Alta e a quella del Vallone. La scorsa domenica la lacuna è stata finalmente colmata grazie a due amici che l’avevano già fatto e al sempre inossidabile M. Da Chiusaforte nel Canal del Ferro saliamo a Sella Nevea con una breve digressione a Pontebba per recuperare una pila, dalla Sella caliamo verso Cave del Predil, l’auto viene parcheggiata al ponte sul Riobianco 987m, all’inizio del sentiero 625 che sale costeggiando il torrente sulla destra con belle pozze e cascatelle in ultimo lo attraversa e con un paio di svolte nella faggeta arriva al Rifugio Brunner (ristrutturato ma chiuso e praticamente inutile dato che per le chiavi tocca seguire una trafila burocratica), poi la traccia sale più ripidamente prima nel bosco e poi in terreno più aperto fino al Bivacco Gorizia, 1850m, in bella posizione al centro del vallone e circondato dalle chiare pareti delle circostanti vette. Il Bivacco è avvolto nella nebbia, si intravede una cordata all’inizio dello spigolo della Cima Alta ma anche la tanta neve presente nel canale che scende dalla Forcella Alta di Riobianco da dove si diparte il nostro itinerario, rimpiangiamo la piccozza che riposa a casa. Cominciamo a salire, la neve è dura ma si riesce comunque a fare le tacche con lo scarpone, si accodano a noi due alpinisti che hanno in programma la vetta più alta, uno con le lisce e l’altro con le scarpe ginniche, il tratto non è lungo e torniamo sulla roccia, alla forcella torna il sole e con lui l’ottimismo, a destra notiamo i segni che ci guideranno, ci alziamo arrampicando facilmente per solide roccette, nei brevi tratti più verticali con l’aiuto di qualche cavo fino a un terrazzo. Con una breve deviazione a destra saliamo subito alla quota più alta 2209 m (Cima Piero Plazzotta), un’aguzza puntina rocciosa, in vena di esibizioni il Mauro prende di petto la corta paretina finale mentre noialtri l’aggiriamo sulla sinistra, forse primo grado, con vista interessante verso Canin e Riobianco. Ridiscesi ai segni continuiamo la traversata che sta costantemente nei pressi della cresta, i cavi sono abbastanza saltuari, il passo più impegnativo è la discesa in una spaccatura (cavo), la si attraversa con una scala in orizzontale, al di là si risale con l’aiuto di un’altra scaletta, gli attrezzi di ferrata (imbrago, dissipatore ecc.) mi paiono eccessivi, forse il casco se la compagnia è numerosa, noi non possediamo niente di tutto ciò. Continuando si passa due metri sotto la quota più alta, 2239 m, Cima delle Forcelle, che merita di essere visitata. In discesa si arriva all’entrata della galleria, dei gradini in legno portano al tratto più buio dove necessita una pila, il fondo dove si cammina è tutto sgretolato e appoggiare il posteriore non deve essere molto piacevole, si esce a una cengia da dove ci si cala facilmente alla forcella del Vallone 2180 m., pausa per un frugale spuntino. L’opzione più veloce per il ritorno è quella lungo il Vallone di Riobianco, decidiamo invece per il Rifugio Corsi, nell’opposto versante Ovest. All’inizio troviamo detriti e campi nevosi quindi un agevole sentiero fra i prati portano allo storico edificio, affollatissimo, ci sono perfino degli sciatori che vanno su e giù per il nevaio sovrastante, il posto non ci aggrada e proseguiamo. Il sentiero del Re di Sassonia si cala ripido e esposto superando una zona rocciosa con sorgenti in un ambiente molto bello fino a un bivio, qui prendendo a sinistra si arriverebbe a una ulteriore biforcazione che seguita sulla destra (mulattiera di Cima Pesce) esce alla strada a pochi metri dal posteggio, i compagni nicchiano e allora traversiamo alla Malga Grant’Agar, l’unico fatto positivo è l’incontro con un giovane camoscio piuttosto confidente. Poi ci aspetta la massacrante strada cementata dell’ex polveriera e l’asfalto della provinciale. Con le soste sette ore e mezza.

1 Rifugio Brunner

2 Salita al Bivacco

3 Il bivacco Gorizia

4 Stambecco sul pilastro presso il bivacco

5 Salita alla Forcella Alta di Riobianco

7 Prime attrezzature

6 Cima Piccola di Riobianco

8 M. sulla cima 2206 m

9 Eccolo in vetta

10 Il passo più impegnativo

11 Sulla cresta

12 Uno spuntone bizzarro

13 La Cima delle Forcelle

14 Scala d'ingresso alla galleria

15 L'uscita dal tunnel

16 Forcella del Vallone

17 Una varietà di Primula

18 Madri dei Camosci, Innominata e Cima di Riofreddo

19 Rifugio Corsi con il Campanile di Villaco

20 Sotto il rifugio

21 Camoscio confidente

22 L'ungulato si allontana senza fretta

23 Ruscello prima della casera Grant'Agar

 

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Cima Spe (2314m) dalla Val Talagona

La cima è l’estrema propaggine isolata ad occidente degli Spalti di Toro al confine fra Friuli e Cadore fra la Forcella Spe e la forcella di Val Misera all’origine del gruppo Duranno-Cima dei Preti. Una precedente lontana visita non era stata favorita dal bel tempo, eravamo incappati in una giornata uggiosa anche se senza pioggia. L’accesso è possibile ma meno accattivante anche dalla Val Cimoliana, con partenza dal Pian Fontana passando dal Bivacco Gervasutti, per le nostre due gite ci accostiamo invece dalla valle del Piave, più lungo l’avvicinamento automobilistico ma più breve e in ambiente meno monotono la salita. Partendo da Udine la via più sbrigativa attraversa il Passo della Mauria, scende alla statale che percorre la Valle del Piave, da questa verso sud fino a Domegge. Una strada si cala al lago che si attraversa su un ponte, dopo questo si prosegue a sinistra, poco oltre si trovano le indicazioni che indirizzano a destra a varie mete, la principale è il Rifugio Padova. La strada, stretta e ripida, è attualmente a senso unico alternato (al mattino si sale, il pomeriggio si scende) non molto rispettato e gli incroci sono problematici, il primo tratto più ripido è asfaltato poi a fondo naturale, la si segue fino a Antarigole (1105 m), dove si trova uno spiazzo per parcheggiare. Dopo questa lunga e noiosa ma necessaria premessa per chi non conosce i luoghi finalmente inizia la nostra gita. Il sentiero 352 scende a un ponte in legno che attraversa il torrente Talagona che poi si costeggia sulla sin. orografica allietati dalle sue innumerevoli rapide e cascatelle, l’acqua scende anche da qualche sorgente sulla destra attraversando il sentiero, è il tratto più pastorale della salita anche per le fioriture al massimo rigoglio. Più in alto il torrente è secco e si continua nell’ alveo (qui la valle assume il nome di Fosso degli Elmi) o nei pressi  evitando la vegetazione fino al ventaglio di ghiaie che scende dalla  visibile forcella Spe, 2049 m, fra la Cresta di S.Maria e la cima, il sentiero non è più molto evidente, poi ricompare e esce alla sella con qualche traverso, comunque il terreno permette anche una salita libera. Per accedere al bivacco Gervasutti bisogna traversare il canale che scende nel versante Cimoliano dove il sentiero qui è franato, la cresta NO della nostra destinazione si trova invece sul lato opposto. Uno degli amici si ferma qui, proseguo assieme ai due baldi giovani rimanenti. La dorsale è all’inizio di fine e dura ghiaia e si percorre sul filo poi diventa più rocciosa, alcuni risalti che la interrompono evitano per cenge anche esposte sulla sinistra fino a quando si riesce a entrare in un orrido canale detritico che si risale tutto e faticosamente su ghiaie instabili. Un facile largo pendio di rocce rotte e detriti conduce in vetta. La roccia, pur essendo qualità piuttosto dubbia, seguendo con attenzione le tracce permette una salita abbastanza sicura, primo grado. 3 ore e 15’ dal posteggio. La cima ha abbastanza spazio per una sosta tranquilla ed ammirare il rinomato panorama, il sole splende e anche se l’atmosfera non è nitidissima ce lo godiamo. Al momento di partire gli amici vogliono traversare la Costa Vedorcia che termina al Rifugio Tita Barba, un’occhiata mi conferma che è ricoperta da un mare di mughi, sono troppo vecchio per farmi incantare da queste sirene. Li lascio al loro destino e scendo da dove sono venuto, alla forcella recupero il quarto uomo, dopo quasi 200 m di calata lungo il percorso fatto all’andata si arriva  a un bivio dove svoltiamo a sinistra, il sentiero ora è il 350 che prosegue amabilmente nel  bosco con poco dislivello fino a una ulteriore biforcazione, la tabella ci indirizza ancora a manca alla radura del Rifugio Tita Barba 1821 m, privato, dove rientriamo nell’escursionismo di massa, d’altronde il posto lo merita. Dopo una birra arrivano i due trafelati giovinastri che hanno dovuto, rinunciando all’impresa, rientrare nei ranghi, ci ristoriamo con il solito menù macrobiotico (salsiccia e formaggio fuso con polenta annaffiati da qualche ombra di rosso). Dispiace abbandonare un luogo sì ameno ma purtroppo è l’ora che volge al desio, scendiamo fra graziosi tabià alla malga Vedorcia(la più bella delle Dolomiti?), qui riprendiamo il segnavia 350 che ci riporta prima al rio Talagona e per la via fatta al mattino ad Antarigole. Ripresa la vettura ci mettiamo in colonna per scendere al lago, un’auto in salita e nel punto più stretto vuole la precedenza, poi si arrende alla forza di una maggioranza bulgara e retrocede.

1 Il Rio Talagona

2 Risalendo il Fosso degli Elmi

3 Cima Spe

4 Ultimi metri prima di Forcella Spe

5 L'inizio della cresta, alle spalle il Cadin degli Elmi

6 Le prime difficoltà

7 Cengia fotogenica

8 L'intaglio d'accesso al canale

9 All'uscita del canale detritico

10 In vetta

11 Verso il Cridola

12 La Cima dei Preti

13 Fioritura suille ghiaie

14 I Cadini dal sentiero per il Tita Barba

15 Ingresso al Tita Barba

16 Al rifugio

17 I nani ci sono ma purtroppo mancano le ballerine

18 Tabià fiorito

19 Balconi

20 Casera Vedorcia, bella fra le belle

21 Non mancano nemmeno le Orchidee

22 Un affluente del Talagona

23 Il ponte all'inizio e alla fine del giro

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