Castellato (2424 m), uno dei più remoti cantoni degli Spalti

Il gruppo è frastagliato in innumerevoli cime torrioni e campanili che per la maggior parte sono, a parte le poche vette più famose, raramente visitate. A forcella Montanaia è stato posto il limite fra Monfalconi e Spalti di Toro a loro volta suddivisi ulteriormente in rami, la montagna in oggetto fa parte degli Spalti essendo la più elevata del ramo che porta il suo nome, per l’appunto il Castellato. Situato fra le vette del Campanile Toro a NE (forcella Cadin) e la Torre di San Lorenzo a SO (forcella Cadorin) mentre rispettivamente da N sale la valle del Cadin e da S il più selvatico Ciol delle Corde. La montagna stato salita dai pionieri per varie vie con difficoltà alpinistiche prima della scoperta relativamente recente della  via più facile (risale al 1952) da Herberg e Altamura, assidui frequentatori della zona, diventando  la normale, si sviluppa in versante Sud opponendo difficoltà di primo o poco più ai rari salitori. Entrambe le relazioni a disposizione prevedono la partenza dal rifugio Padova in val Talagona salendo da N per la val Cadin alla stessa forcella (si può anche passare dalla limitrofa forcella le Corde e scendendo alquanto da queste arrivare all’attacco che si trova a monte della val Montanaia, quindi a meridione. Dal momento che le forcelle sono accessibili dai due lati e visto che partiamo dal Friuli questo seconda possibilità mi pare più invitante, si evita il lungo giro fino a Domegge e pure la stretta e ripida strada che sale al rifugio dove gli incroci sono difficoltosi con risparmio di carburante e adrenalina. La proposta viene accolta da tre compagni, Mauro Gigi ed Eliana, anche se ormai siamo alle ultime battute della stagione per queste cose, manca poco  alla fine di Ottobre, la domenica seguente è quella giusta. Ci trasferiamo in alta Valcellina, a  Cimolais deviamo a destra sullo sterrato della Val Cimoliana che risaliamo per l’ennesima volta fino al parcheggio del Rifugio Pordenone, circa 1160 m. Cominciamo a salire con il segnavie  353 (quello per il Bivacco Perugini) con la consueta ginnastica fra sassi e ghiaie, prima che la traccia diventi ripida spostandosi sulla destra sul lato opposto si nota l’amabile Ciol delle Corde. C’inoltriamo in questo, sulla carta è segnato un sentiero a puntini rossi, o non li abbiamo trovati o proprio non ci sono, ci alziamo su una costola di dura ghiaia dove scivolare costerebbe una bella grattugiata, poi entriamo in canale a massi più agevole, seguendolo arriviamo sotto le rocce del Castellato. Mal interpretando la relazione proseguiamo per il tetro canale innevato subito a sinistra finendo alla forcella Cadin, ristretta fra le pareti. In questo luogo poco accogliente ci rendiamo conto dell’errore: bisogna ridiscendere. Il Mauro  è poco convinto e si accanisce sulla parete di destra, gli altri tornano all’inizio della gola, traversando qualche metro a sinistra appare il primo degli ometti che ci guideranno per tutta la salita, la via segue una banca ascendente e anche il compagno rientra nei ranghi dopo un’esposta traversata. Ora l’ambiente si fa più aperto e solare, costeggiando le rocce sopra il precipizio ci si alza in gran parte su scaglie con qualche facile passaggio d’arrampicata passando anche sotto dei tetti fino ad arrivare  a un intaglio di cresta con sulla destra un  gendarme a forma di candelabro. Lo si contorna a Sud poi si rimonta un’ulteriore cengia verso destra, qualche lingua di neve non disturba più di tanto, che conduce all’anticima superando ancora qualche tratto sempre sul 1°. Un aereo sentierino consente l’accesso alla vetta. Il colpo d’occhio sulle grandi Dolomiti e su quelle Friulane è veramente eccezionale da questo prezioso pulpito quanto mai solitario e la nitidezza del giorno autunnale aiuta non poco. Assolto il nostro dovere ripieghiamo cautamente sulle nostre tracce.

1 Il Campanile dalla val Montanaia

2 In salita nel Ciol delle Corde

3 Avvicinandosi alle pareti

4 Ridiscendendo da Forcella Cadin

5 M. in cerca di rogne

6 Troviamo gli ometti della normale

7 La via comune costeggia le pareti

8 Dalla forcelletta di cresta la Cima dei Preti

9 Torre S. Lorenzo (e altre cime in val Talagona) dall'intaglio di cresta

10 Un aguzzo gendarme sulla cresta

11 Sulla fantastica cresta

12 Siamo alla fine

13 Gli amici al traguardo, il panorama comprende Civetta Pelmo e Antelao

14 In primo piano il Castello di Vedorcia

15 Tutte o quasi le Dolomiti di Sesto

16 Non resta altro che scendere

17 M. e la sua ombra

18 Una specie di candelabro fuori misura

19 Discesa

20 Autunno in Val Montanaia


 

Teston di Monte Rudo (2607m) dalla Val di Landro

Dopo alcuni post dal tempo passato torno all’attualità, la salita data fine settembre del corrente 2014.

Desta ancora stupore e meraviglia come l’esercito dei due popoli allora nemici sia stato in grado di costruire con i mezzi del tempo un’ingente rete di mulattiere, fortini e postazioni che resistono tuttora , dopo un secolo, all’usura implacabile del tempo .  Uno dei baluardi dell’Impero Austroungarico (pace all’anima sua)  era il Teston di Monte Rudo, avancorpo occidentale della cima maggiore nonché oggetto della nostra gita. Provenendo da oriente fra i vari approcci (da Cortina, dalla Val Pusteria) la nostra scelta cade sul terzo, Sappada, Santo Stefano, Auronzo e Misurina da dove scendiamo alla SS 51 e alla Val di Landro. Dopo il lago e l’albergo Tre Cime uno spiazzo da dove si vede sulla destra un forte è il punto di partenza, 1400 m. Contrariamente a quanto appreso da una guida non ci sono segni, si oltrepassa la sbarra che chiude la strada  compiendo una esse, poi dirigendosi a destra fra i mughi si rintracciano fra i mughi i resti della mulattiera militare che salendo diventa più evidente anche se i baranci meriterebbero una potatura. Con innumerevoli tornanti ben tracciati dai muri a secco si esce in terreno aperto a più di 2000 m dove fra le prime fortificazioni arrivava una teleferica. Ora la gita si fa più interessante, la mulattiera finisce ma il panorama spazia su alcuni dei colossi dolomitici, in primis la Croda Rossa. Con alcuni andirivieni ci si alza in ambiente più roccioso dove la traccia è meno evidente, basta lasciarsi guidare dagli ometti fra le ghiaie e qualche saltino fino a deviare a destra alla base di una parete in parte strapiombante che precipita dalla vetta. L’esile sentierino corre alla sua base, non difficile ma occorre passo sicuro, un tratto assai bello passa in un landro sotto rocce giallastre e alla fine arriva a una selletta. Sulla destra una spalla che conserva molti resti militari (merita fare la breve deviazione), sul versante opposto il Teston con la rampa detritico-erbosa che ne consente l’accesso.  M. seguito incautamente dai due amici li trascina su per un canalino a scaglie di friabili rocce giallastre, non mi lascio incantare dalle sirene, proseguo camminando sulla via comune, il mio ritardo assomma a ben due minuti. Tre ore per i 1200 m di dislivello, anche oggi abbiamo fatto le corse (tempo-guida 3.45) anche se c’è poco da gloriarsi. Il panorama sui gruppi dolomitici è proprio eccelso dai tre pali di legno che distinguono la vetta, anche le Aurine fanno la loro parte, d’altronde la giornata di sole aiuta non poco. Scendiamo poi di nuovo alla selletta dove il solito personaggio, farneticando di squadra A e squadra B, vorrebbe scendere per la forcella dei Rondoi, previste più ore che per la salita, la discesa per le erte ghiaie non mi intimorisce, è la risalita successiva che mi suscita tetri pensieri. Uno neutrale, uno a favore, due contrari, ridiscendiamo per la già soddisfacente anche se conosciuta strada già fatta.

1 Il forte vicino al parcheggio

2 La cima si confonde con le retrostanti più elevate

3 La ex mulattiera

4 All'arrivo della diruta teleferica

5 Vista sulla Croda Rossa

6 Solo tracce e ometti più in alto

7 Traversata sotto le pareti

9 Sotto gli strapiombi

10 Il Teston in technicolor

11 La selletta fra la spalla e il Teston

8 Il lago di Landro

12 Postazioni sulla spalla

13 La cima con a sin. la rampa d'accesso

14 Dall'ultimo tratto vista sulle Tre Cime

15 Rondoi-Baranci dalla cima

16 Dal trespolo in vetta verso Misurina, in alto Antelao Sorapis e Pelmo

17 Monte Piana e Cristallo dall'inizio della discesa

18 Dai landri la Croda Rossa

19 Alla ex teleferica riprendiamo la mulattiera

20 La val di Landro

21 Sul Versante opposto il Picco di Vallandro

Dal passo di Monte Croce Carnico a Collina passando per il rifugio Marinelli

Fine ottobre, la traversata è una delle ultime escursioni in corriera  programmate dall’Uoei per l’anno in questione, vi aderisco con Flavio e Amorino con la malcelata idea di aggiungere alla gita la Cima di Mezzo del Coglians e ne faccio cenno anche Diego, mio primo mentore delle cose di montagna che si dice d’accordo. Da Tolmezzo il pullman risale la valle del But, la sosta per il caffè è a Cleulis, la sorpresa sono le cime innevate che si stagliano contro il cielo che più blu non si può, il mezzo poi prosegue passando da Timau fino al Passo di Monte Croce Carnico (1360m) dove scarica i gitanti e riparte verso il punto d’arrivo. Al limite sud del valico una sassosa sterrata si dirige verso Ovest e su questa si incamminano i numerosi partecipanti incantati dal paesaggio, la neve della notte precedente ammanta ancora la vegetazione, poi seguendo il segnavia 146 si arriva a un antro, è il fotogenico  passaggio della Scaletta che permette  di superare una bastionata calcarea, la discesa è dotata di un cavo di assicurazione e viene fatto senza problemi . Poco dopo, mentre la maggioranza si dirige alla ex casera Monumenz e al laghetto di Plotta per salire al rifugio con qualche traverso, i più arditi che saremmo poi noi salgono costeggiando le pareti più o meno con il sentiero 149 fino allo sbocco del vallone della Cjanevate pestando sempre più neve. Poi le cime scompaiono nella nebbia, inoltrarsi oltre con questa visibilità diventa problematico e scornati rinunciamo. Traversando senza grossi dislivelli sul ancora visibile, nonostante l’innevamento, sentiero (che  costituisce l’approccio dal Marinelli alla Cima di Mezzo) e passando a O dello scistoso Pic Cjadin mettiamo i nostri fradici piedi sul piazzale del rifugio a forcella Moraret 2112 m, chiuso data la stagione, per non perdere completamente la faccia arrivando in ritardo all’autobus dobbiamo fare le corse.  Poco prima del Rifugio Tolazzi (1370 m) e del suo parcheggio avvistiamo trafelati la coda del gruppo, rientriamo nei ranghi  con apparente noncuranza .

1 Spiz e Creta di Timau da Cleulis

2 Casera Collinetta

3 La strada all'inizio della traversata

4 La Creta di Collina

4 Un ruscello

5 Vista a SE

6 Ontani innevati

7 Con due amici

8 Il passaggio della Scaletta

9 All'uscita dall'antro

10 Le placche della Cjanevate

11 Il vallone della Cjanevate

12 Il punto più alto

13 Quando il sole scompare tocca desistere

14 La Catena del Crostis e a sin. la traccia per il rifugio

15 Il laghetto Plotta

16 Campanula sorpresa dalla neve

17 Retrospettiva sulla valle del But

18 Il vecchio rifugio Marinelli

 

19 Il quartetto al rifugio

20 Scendendo a Collina ritroviamo gli altri gitanti

21 Il Coglians dai pressi del rif. Tolazzi

Ricordo questa gita, che costeggia alla base il grandioso massiccio calcareo del Coglians,il più elevato delle Alpi Carniche tutta su sentieri segnalati e senza alcuna difficoltà e collega la valle del But alla più alta frazione di Forni Avoltri nella valle del Degano,  come una delle più belle che abbia mai fatto, anche se rimane una delle poche senza nessuna grande o piccola cima raggiunta, era l’anno 1990. La fitta rete di sentieri poi consente il percorso anche in auto pur limitandosi al al rifugio Marinelli.

Categorie: Alpi Carniche Tag:

Klein Hafner, dalla splendida Val Polla

Il gruppo più orientale degli Alti Tauri prende il nome dalla vetta più alta, l’Hafner (3076m) che fa parte della collezione delle 60 cime dell’amicizia, l’ avevo visitato in due occasioni nel passato remoto partendo da Ovest (la diga della valle Malta) e in entrambe non ero stato favorito dalle condizioni meteo. Dopo più di vent’anni una ripetizione ci può anche stare  specie se si decide di accostarsi dalla Pollatal, la vallata a E, anche se in mancanza di notizie o relazioni sulla salita. Il punto di partenza è Rennveg, ultimo centro abitato prima del tunnel sull’autostrada per Salisburgo che resta la via più veloce e dispendiosa, oltre al pedaggio per Tarvisio tocca acquistare la vignetta (fatti i debiti confronti costa meno che A/R Udine-Confine,  dieci Euro per dieci giorni, dividendo per quattro fanno 2.50), l’alternativa è la statale via Villach-Spittal-Gmund abbastanza scorrevole ma bisogna rispettare religiosamente i limiti di velocità, le sanzioni, e parlo per esperienza, fanno meno danni al portafoglio se confrontate con le nostrane. Forse perché i nostri vicini hanno un unico corpo di polizia.

Dopo questa noiosa premessa passiamo alla nostra gita. Da Rennveg ci trasferiamo a Gries, ameno paesello all’inizio della valle, si può proseguire ancora su asfalto fino a circa 1400m di quota (stimati), oltre vige il divieto. Sei sono i baldanzosi partecipanti che lasciati i mezzi si avviano sulla stradina in questa nitida giornata autunnale fra casette in legno con balconi fioriti, mucche al pascolo, manca solo, per essere in un film, una fraulein con il tradizionale abito scollato. Con la classica forma a U che rivela l’origine glaciale la vallata percorsa dal torrente Lieser è anche piuttosto lunga, la risaliamo sulla destra (or.) per passare poi sul altro lato,la carrozzabile termina al nuovissimo rifugio Polla (la O con la dieresi, non mi viene al PC, quota ignota), tipo elegante chalet in legno. Si continua agevolmente costeggiando il torrente su una mulattiera fino alle cascate (Lieserfall) che meritano da sole la gita, sarebbe bello una volta tanto sbattersi della cima e fermarsi a cazzeggiare, purtroppo non rientra nel nostro DNA. Continuando nel nostro peregrinare arriviamo all’incantevole piano dove il ritiro del ghiacciaio ha creato tre piccoli laghi (Lanischseen),nelle limpidissime acque si rispecchiano i monti circostanti, qui incontriamo due fotografi saliti quassù con tutta l’attrezzatura, sono le uniche persone che incontreremo in tutto il giorno . Ci alziamo ora fra i massi in direzione della sovrastante forcella di Lanisch, poco più in alto incontriamo la neve e il percorso si fa delicato, in una mia scivolata vengo placcato dal Mauro che mi tallona da vicino, per di più entriamo nella nebbia e tre amici si fermano qui. Con i due rimanenti arrivo alla larga sella, ci dirigiamo verso destra alla base delle rocce, un primo tratto di cresta più arcigno si evita sulle placche a Ovest, qui troviamo un tratto di corda lasciato da predecessori, è il tratto più impegnativo poi si riprende la cresta e come fantasmi nella nebbia arriviamo alla Croce del Klein Hafner, 3016 m. Il Gross è più a N, da esso ci divide un amabile percorso piuttosto sottile ed esposto. Decidiamo che la giornata ce la siamo guadagnata e riprendiamo la via conosciuta, arriviamo al parcheggio nella penombra della sera.

Più di nove ore, 25 Settembre 2005, alla vetta con Alessio e Mauro.

1 Vista sulla vallata

2 Immagine bucolica

3 I primi passi su un'accattivante stradina

4 La casetta dei sette nani

5 Pollatal, l'Hafner e il rifugio

6 Un guado

7 Il grazioso rifugio in legno

8 Le cascate

9 Una parte dei soci alle cascate

10 Le cascate

11 Le trasparenti acque dei laghetti

12 Riflessi

13 Poi finisce la ricreazione

14 Alla Lanischscharte

15 Klein Hafner dalla forcella

16 Sulla via di salita

17 La cresta

18 La Croce di vetta

19 Dal Klein il Grosser Hafner

20 Sole d'appertutto fuorchè su dove ci troviamo

21 In discesa

22 Due dei tre specchi d'acqua

 

Categorie: Alti Tauri Tag:,

Traversata delle Cime del Ciadin

Il gruppo dei Brentoni fa parte delle Alpi Carniche ma è interamente in terra cadorina limitato dalle valli del Piave, Frison e Piova, le cime maggiori sono grossolanamente allineate da Est a Ovest,  le vie normali si svolgono per la maggior parte a meridione, quindi adatte alla stagione autunnale. Fra le più alte  Crissin e  Pupera Valgrande e le corrispondenti forcelle Ciadin Alto Ovest e Est la cresta si frastaglia in varie sommità minori a nome Cime del Ciadin che sono l’obiettivo di questa gita. I partecipanti sono due storici compagni delle mie peripezie più una donzella che al tempo fraternizzava con uno di essi (mi si perdoni l’eufemismo). Dalle nebbiose praterie della bassa friulana e passando da Tolmezzo occorre risalire il canal di Gorto, oltre Ovaro si svolta a sinistra in Val Pesarina con destinazione l’altopiano di Razzo, lo si attraversa per calare sulla Val Piova nelle amate terre cadorine. La si discende fino a 1180 m, facendo attenzione si nota una tabella che indirizza a destra al  bivacco Spagnolli, si riesce a parcheggiare a lato della strada. Dopo un tratto su una forestale con varii tabià e deviazioni ci si immette su una mulattiera che con innumerevoli svolte prima nel bosco e poi fra i mughi conduce al ricovero, una bella costruzione in muratura e legno dedicata al sen. Giovanni Spagnolli, già presidente  della SAT e del CAI ormai scomparso da molti anni. Il posto offre già un bel panorama, purtroppo non si trova acqua nei dintorni, la frequentazione è per lo più dei locali cui si aggiunge saltuario qualche pretendente alle rognose cime circostanti che nella giornata odierna si limita al nostro quartetto. Che si dirige verso Ovest praticamente in piano fino a dove la traccia sale in cresta alla forcella Ciadin Alto Ovest (2285m, incombe un repulsivo gendarme, non si può sbagliare). I segni promessi sono spariti e bisogna continuare con la normale logica alpinistica con l’aiuto di qualche solitario ometto. La cresta, frastagliata in innumerevoli spuntoni e torrette a cavallo fra i due versanti è molto interessante. Per non subire l’accusa di averne trascurato qualcuno cerchiamo di salirli tutti, giuro che siamo arrivati sulle due maggiori quote ( 2326 e 2321m, le difficoltà massime si limitano a un primo grado forse superiore con roccia discreta). Arriviamo così  alla forcella Est (2222m) e in vista del bivacco al quale ci caliamo liberamente per zolle erbose e ghiaie. Dopo una breve sosta torniamo a valle nelle calde luci del tramonto.

7 ore e mezza soste comprese, il primo novembre del 2009.

1 Mughi sotto al bivacco

 Il bivacco Spagnolli

 Sosta al bivacco

 Il sentiero sottocresta

 Forcella Cadin Alto Ovest

 L'inizio della cresta

 Sulla cresta

 Una delle prime quote salite

 Dalla cresta verso il Bivera

 Il Tiarfin

 Continuando la traversata, la montagna è il Pupera Valgrande

Una ulteriore cimetta

 Ombre cinesi

 S. Stefano e il Comelico

 A Est il Pupera Valgrande

 Discesa a Forcella C.A. Est

 E infine al Bivacco Spagnolli

 Dal Bivacco la valle del Piave e le Dolomiti

 Controluce sul Cridola

 Sulla via del ritorno

 Larici autunnali

Categorie: Alpi Carniche Tag:

Monte Robòn, pulpito di calcare sopra Sella Nevea

La proposta di salire alla Cima Confine dal versante settentrionale è abbastanza appetitosa, contro di essa cospirano la stagione ormai avanzata, il tardo orario di partenza e la compagnia troppo nutrita, ci portiamo comunque uno spezzone di corda e qualche cianfrusaglia per l’eventuale assicurazione, di riserva possiamo sempre giocare la carta del Robon (1980 m), il più orientale dei pulpiti del tormentato altopiano a Nord del lunghissimo crestone del Canin e che alla fine risulterà quella vincente. Ci trasferiamo a Sella Nevea (1162 m, per i non friulani si trova fra Chiusaforte nel Canale del Ferro e Cave del Predil nella Val Rio del Lago), lasciando la vettura nel parcheggio della cara funivia (non nel senso di amata, qui la munifica regione ha investito qualche decina di milioni per rifarla). Ci avviamo sulla destra della pista di discesa e poco più in alto ci immettiamo nella mulattiera militare del Poviz con segnavia  366 che sale all’altopiano con innumerevoli tornanti prima nel bosco e poi in terreno più arioso fra macchie di mughi che spuntano dal calcare incarsito. La mulattiera è ancora ben conservata, devo dire che qui dopo i disastri dell’inverno l’ente citato si è dato parecchio da fare nel recupero dei sentieri che se non fossero stati ripuliti dagli alberi caduti sarebbero impercorribili. Si sale fino alla larga sella di q. 1870 fra lo sperone del Poviz e la cresta maggiore, bellissimo il panorama su Montasio,  Jof Fuart e Canin con sullo sfondo le Giulie Orientali per calare a tornanti in una vasto avvallamento dove resiste ancora un campo nevoso e con un’ultima risalita si guadagna la Sella Robòn (1865m) che conserva ancora molti resti bellici. Poco a N si trova il Bivacco speleologico Modonutti-Savoia che anche se dichiarato inagibile può ancora offrire riparo in caso di necessità, verso meridione le ombrose pareti della Cima Confine che per stavolta lasciamo perdere. Dopo il ricovero ci si inoltra in un meraviglioso ambiente di rocce lavorate dalle intemperie fra guglie scanalate, abissi e inghiottitoi che con percorso tormentato e intelligentemente guidati dagli ometti arriva fino alla vetta, 1980 m, in un solo punto le assi in legno di un ponticello costringono a un passo un poco esposto, tre ore e mezza. Mentre ci rifocilliamo noto poco più a Ovest un’ulteriore quota che sembra più alta della presente, dai mughi spunta anche il consueto mucchio di pietre, ridiscendendo la propongo ai miei sodali che nicchiano e ci vado da solo. All’inizio ci sono alcuni ometti che poi svaniscono, alcuni passaggi non sono proprio elementari e la via è alquanto labirintica, con tutte queste lame non vorrei finire affettato,negli ultimi metri mi faccio largo nella vegetazione e arrivo a questa che è la vera cima. Giusto il tempo per un autoscatto poi torno indietro finendo sopra un salto poco igienico e mi tocca risalire, al secondo tentativo imbrocco la strada giusta. Dalla sella torniamo alla dolina con la neve e invece di risalire deviamo a destra sul sentiero delle Lope (n. 637) che costeggia le lisce pareti del Robòn fra massi e placche scanalate prima di inoltrarsi fra i mughi e poi nel bosco. Qui le slavine hanno fatto ancora più danni che nel sentiero della salita, non resta altro che ringraziare mamma Promotur per il lavoro fatto, nonostante questo il tratto fra gli alberi è abbastanza scivoloso e richiede piede sicuro, ne usciamo indenni su una forestale che ci riporta all’asfalto proprio sulla Sella di Nevea, manca all’appello il 50% dei partecipanti, ossia due, il più importante è l’autista. I ¾ d’ora d’attesa nel gelido venticello e con gli abiti umidi mi costano tosse e raffreddore a conferma che non ho più vent’anni.

3 Ottobre 2014

 Dalla mulattiera del Poviz verso il gruppo del Montasio

 Sulla mulattiera

 Fiori d'autunno

 Colori d'ottobre

 Campi nevosi sotto  forcella Robon

 Monte Robon dalla forcella

 Postazioni alla sella

 Il Bivacco Modonutti-Savoia pur inagibile offre ancora riparo

 La traccia per la cima

Carsismo

Voragine

12 L'unico passaggio esposto

 Salita alla cima Est

 La tradizionale cima Est

 La più selvatica cima Ovest

 Sulla quota più elevata

 Scendendo a sella Robon

 Cima Confine dal sentiero del Pian delle Lope

 Il Monte Robon dal Pian delle Lope

 Vista sullol Jof Fuart

 In discesa

Paesaggio autunnale

23 Da Nevea verso il Montasio

Categorie: Giulie Occidentali Tag:

Torre alta dell’Arco, 2111m – due novizi sullo spigolo SE

L’ottantasei è stato l’anno del debutto e avevo già fatto qualche arrampicata, in gran parte con compagni più esperti e magari in più cordate, ma partire con un pari grado vuol dire accertarsi se si può camminare da soli, il compagno d’avventura odierno è il medesimo dello spigolo al Cimon della Pala di Agosto, quindi niente prime donne.

Anche se è stato oggetto di alcune discutibili iniziative di “valorizzazione” e “messa in sicurezza” a cura del gestore del Rifugio de Gasperi, storico punto d’appoggio nel versante carnico, sulle ardite Cime dei Clap fra Sappada e la Val Pesarina non si trova  molta concorrenza. L’unica altra struttura fissa è il bivacco Damiana al Cadin di Dentro nel versante Nord e nessuno dei due  interessa la nostra salita che si deve e si può fare obbligatoriamente in giornata. Dalla Cima Alta di Riobianco sulla cresta principale si stacca verso Nord una breve ma ardita cresta che scende al passo dell’Arco fra  il Cadin delle Vette Nere  e il Cadin di Fuori con le tre elevazioni del Creton, Torre Alta (l’oggetto della salita) e Bassa. Da Sappada (Borgata Bach) si scende al Piave in auto e qui si parcheggia, varcato il ponte inizia il sentiero 316 diretto al Passo Siera, lo si segue fino al primo bivio dove si svolta a destra in direzione del passo dell’Arco e poco prima si attraversa sotto le pareti fino ad entrare nel Cadin delle Vette Nere, un circo detritico racchiuso fra le pareti. La esemplare giornata autunnale ha rivestito il bosco di caldi colori e non fa neanche freddo, in giro non si vede nessuno, anche l’amico condivide l’inesperienza e dovremo cavarcela da soli, intanto la vetta dove dobbiamo andare l’abbiamo già adocchiata. Traversiamo alla base delle pareti fino al canale che la separa dal Creton dell’Arco dove si trova l’attacco. Cominciamo slegati e a casaccio traversando per cenge e salti a dritta fino a quando le rocce diventano troppo ripide. La parte centrale non ha un percorso evidente né obbligato e la qualità della roccia lascia qualche dubbio, la scaliamo seguendo la ferrea logica alpinistica per due tiri di corda mirando allo spigolo dove il calcare diventa eccellente e la via da seguire più logica, altre due filate e sortiamo in vetta. La discesa per la via comune prevede un camino di II solido dopodiché per balze erbose rocciose e mughi guadagniamo il Passo dell’Arco e il sentiero segnato.

 I prati di Sappada

 Cadin delle vette Nere e Creton dell'Arco

 I colori autunnali

4 Sopra i faggi la Torre dell'Arco

 Il sentiero dell'avvicinamento

6 Il facile inizio si fa slegati

7 Una traversata

8 Roccia eccellente più in alto

9 Una sosta

10 All'uscita

11 In Cima incombe il Creton dell'Arco

12 Torre e Creton dell'Arco dalla via di discesa

13 Al passo dell'Arco

Due ore e mezza per l’attacco e altrettante per la via, difficoltà di III e IV con un passo di IV sup. 250m, primi salitori i Sappadini Emilio e Luigi Pachner con Carlo Gera,  relazione sulle Alpi Carniche 2 di Attilio de Rovere e Mario di Gallo, CAI-TCI (Al tempo non edita). Il 4-10-1986, Rino e Rino.

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