Gross Venediger (3674m) – sui ghiacci del Gran Veneziano

settembre 19, 2014 Lascia un commento

La seconda montagna degli Alti Tauri è anche una delle più elevate dell’Austria, circondata quasi interamente da estesi ghiacciai che arrivano fino in vetta ha un aspetto veramente maestoso. Per di più le due vie normali, da Est e da Sud, sono facili e molto frequentate  richiedendo solo  i normali attrezzi di sicurezza sulla neve, ossia corda, piccozza e ramponi. Ci sono anche altre vie più impegnative e con forti pericoli oggettivi percorse più raramente. Su un libro avevo letto di una traversata con la salita da Nord e discesa a Sud, improponibile a meno di disporre di  quattro giorni, tre per la traversata e una per recuperare l’auto, per contro la salita da meridione mi era parsa la più corta e probabilmente anche la più facile  nonchè fattibile in un giorno e mezzo, giusto il tempo che avevo a disposizione. La proposta viene accolta da uno dei soliti personaggi, partiamo da Udine verso le 12, via Monte Croce Carnico, Mauhten,  Gailsberg e giù nella Valle della Drava, la risaliamo fino a Lienz, e da qui verso NO lungo il corso dell’Isel fino a Matrei dove lasciamo a destra la Statale per inoltrarci nell’incantevole Virgental, giuro che ho visto un abitante annaffiare i fiori posti su un ponte senza aspettare il giardiniere comunale. La nostra meta è Hinterbichl, penultimo paese dell’amena vallata, circa 1300 m. Qui sorge un problema, dovremmo salire in macchina la Dorfertal fino alla Johannis Hutte, più di 2000m, ma c’è il divieto, per non fare gli italiani chiamiamo la navetta che si fa aspettare, per passare il tempo ci facciamo un paio di birre. Quando arriviamo al rifugio il parcheggio è pieno di auto, siamo stati turlupinati, ce ne facciamo una ragione e cominciamo a scarpinare, la salita alla Defereggen Haus (2962m) è un comodo sentiero, ci arriviamo in un paio d’ore  sotto un cielo di piombo poco incoraggiante. Forse per le birre e il clima non sto bene e devo andare subito a stendermi, un’ora dopo mi sono rimesso e riesco anche a trangugiare qualcosa lasciando gli avanzi all’amico che digerisce qualsiasi cosa gli venga servita. Il rifugio si trova sopra il ghiacciaio, il sentiero che vi scende è l’unica indicazione che strappiamo al gestore, per il resto rimane restio anche a causa dei problemi linguistici. Partiamo per prim alle settei l’indomani, tutti i presenti se la prendono comoda, nella nebbia più fitta scendiamo al Rainer Kees, il ghiacciaio che dobbiamo risalire, per fortuna la pista è abbastanza evidente e i crepacci, pur presenti, sono piuttosto stretti e non rappresentano un pericolo. Prima un pallido chiarore, poi il luminoso disco del sole appaiono mentre la nebbia si dissolve e ci appare risplendente la grandiosa mole del Venediger, le altre vette rimangono sotto la coltre bianca, verso Est l’unica punta che spunta è il Glockner… Diventiamo più fiduciosi nella riuscita della nostra piccola grande impresa, è un momento magico. Più in alto arriviamo verso destra alla Rainer Torl, fra la cima medesima e la nostra destinazione, siamo già oltre i 3400 m di quota, alla quale ci dirigiamo per pendii più inclinati,  alla fine diventa una stretta cresta (pare che in certi anni questo tratto sia inaccessibile a causa delle cornici) che conduce alla Croce di Vetta incrostata di ghiaccio. 2 ore e mezza. Sotto di noi si approssimano le prime cordate, noi ci siamo goduti in nostro momento magico, ridiscendiamo. Incrociamo anche la rude Guida del rifugio che si porta dietro la cordata millepiedi, d’altronde è il suo lavoro. In basso rientriamo nella caligine, fuori dal ghiaccio ci attende la lunga discesa sul sentiero prima e la strada in seguito con il tempo e il clima sempre più gradevoli, ripassiamo dalla Johannis Hutte e poi sulla strada alla Virgental. A Matrei ritempriamo le forze al Vecchio Mulino riconvertito a Gasthof e storico punto di ritrovo degli alpinisti.

1 Salendo al Rifugio

2 Genzianelle

3 Nebbie del mattino al rif. Deferegger

3 Sul ghiacciaio

4 Il sole si fa vedere

5 Appare la cima

6 Il Grossvenediger

7 La vetta e il compagno

8 La punta del Glockner spunta dalle nuvole

9 La larga Rainertorl

10 Sulla cresta

11 L'ultimo tratto è piuttosto sottile

12 La Croce di vetta

12 In Cima

13 Mentre scendiamo arrivano le prime cordate

14 La cordata millepiedi

15 Sopra il mare di nuvole

16 Rifugio Johannis

17 Torniamo sulla strada

18 Immagine pastorale

19 La Dorfertal

20 Il torrente

21 Il Vecchio Mulino o Halte Mule storico Gasthof per ritemprare le forze

Settembre 1990, con Bepi

 

Cima Vanscuro ( Pfannspitze 2678 m) – Traversata da Ovest a Est

settembre 15, 2014 Lascia un commento

Siamo all’ennesima ripetizione dell’anno corrente. Ero passato da questa cima, che è la più elevata di scuri scisti cristallini,  facendo la Traversata Carnica nel 2001 e ne avevo solo qualche vaga memoria. Da Sappada scendiamo a Santo Stefano in Comelico, qui  prendiamo a destra per il Passo di M. Croce, al tornante della Sega Digon abbandoniamo la Statale deviando a destra sulla stretta rotabile quasi completamente asfaltata (manca solo un breve tratto, ma considerando i mezzi presenti ai lati ora i lavori dovrebbero essere terminati) salendola fino alla Casera Silvella (1827 m) dove si trova il divieto di transito, scarsa possibilità di parcheggio per poche vetture, con la nostra è praticamente al completo. Proseguiamo pedibus calcantibus lungamente sulla forestale sterrata che finisce poco sotto al Passo Silvella, 2324 m, un’ampia insellatura fra il Col Quaternà e la cresta del Frugnoni con bella vista sulle Dolomiti Sesto nonché luogo frequentatissimo da pedoni e bici da montagna, non mancano alcune moto da trial alla barba dei divieti. Proseguendo sulla mulattiera verso Est (segnavia 402-403 della traversata) ci alziamo sulla dorsale fino alla cima del Frugnoni, 2562 m, scendendo poi alla forcella Pala degli Orti 2459 m con davanti la scura piramide della meta principale spostata N del confine, dallo stesso lato si ammira il lago di Obstans con il piccolo rifugio sulle sue rive sovrastati dalle chiare (e fraide) pareti del Rosskopf, una delle poche cime calcaree della cresta Ovest. Saliamo a un intaglio della Cresta Sud del Vanscuro che oggi deve essere meta di una gita sociale, si vedono numerosi quanto fotogenici escursionisti. Ci accodiamo salendo fra i blocchi con uno spostamento a sinistra su una cengia larga comunque un poco esposta ad evitare un risalto, poi si riprende la cresta e in breve si esce alla grande Croce di legno eretta in cima. Scendiamo per il crinale Est perdendo un centinaio di metri per continuare in seguito per verdi e blocchi nella stessa direzione a saliscendi, un tratto dirupato si evita a Nord,  quindi il terreno diventa calcareo, si passa sotto il Piccolo Cavallino dove la traccia è sul ghiaino arrivando alla Forcella Pian di Sabbia, 2515 m, intanto le promesse nuvole sono arrivate. Dalla sella si potrebbe salire in vetta al Cavallino in una mezz’ora, uno degli amici si rifiuta e tre sono favorevoli, per una volta mi associo al Celestino V, sul Cavallino ci sono già stato due volte e mi lascio scivolare sui ghiaioni sottostanti, arrivati ai prati comincia la pioggia che si trasforma in fine grandine. Cominciamo la traversata a destra fino alla Casera Rigoiedo o delle Manze seguendo uno dei tratturi lasciati dalle vacche, dove ha inizio la carreggiabile che riporta alla strada seguita al mattino. La pioggia è cessata e dopo un po’ rispunta perfino il sole. Al parcheggio siamo accolti da numerosi asinelli, ne aumentiamo il numero, dopo ¾ d’ora arrivano gli altri compagni, il tempo è quanto mai variabile e anche il tragitto automobilistico viene fatto sotto la pioggia, il Sole culinario risplende invece al omonimo alberghetto di Avoltri. A parte la carreggiabile ex-militare per il Passo Silvella la gita è assai gratificante per ambienti e panorami, lunghetta come percorso ma con dislivello non eccessivo, EE.  Sei ore per il giro, 7 settembre 2014.

1 La sterrata per il passo Silvella

2 La dorsale del Frugnoni

3 Col Quaternà dal passo Silvella

4 Vista sui Tre Scarperi

5 Dal Frugnoni le Dolomiti di Sesto

6 Il Rifugio e il lago Obstans

7 Monte Vanscuro con a destra la dorsale della salita

8 Alpinisti sul crinale

9 Sulla normale

10 Traverso in versante O

11 Affollamento in cima

12 L'artistica Croce di legno

13 Panorama a E in risalto il Cavallino

14 Traversata a Est

15 Sotto le ghiaie del Piccolo Cavallino

16 Monte Cavallino

17 Papaveri sui ghiaioni di discesa

18 Il Cavallino dopo la pioggia

19 Dalla Malga delle Manze la stradina riporta alla via di salita

20 Al sole mentre il maltempo si sposta sui Longerin

21 Asini a Malga Silvella

 

Jof di Montasio 2753 m, la Via di Dogna

settembre 11, 2014 Lascia un commento

Sul Jof di Montasio in 35 anni di carriera ci sarò stato una decina di volte cercando di variare via e stagione, con il Cuar, teatro delle mie prime imprese, e la Creta Grauzaria sono le tre vette che ho più ripetuto anche pur non arrivando, e sarebbe stato facile, a visitarle tutti gli anni preferendo svariare nell’ignoto. Salendo la Val Dogna il Montasio offre la magnifica vista del regale versante Ovest, è senza dubbio la più bella montagna delle Giulie Occidentali, la via di Dogna fu percorsa la prima volta nel settembre 1882 da G. e P. Di Brazzà, A. e D. Pecile con i suppongo locali F. Marcon, P. Pittini e A. Siega, le difficoltà sono discontinue sul II grado ma il dislivello è di 1900 metri, conta più che altro resistenza e passo continuo oltre a una certa capacità di orientamento, garantito solo nel primo tratto dai segni.

1 Val Dogna e Montasio in veste autunnale

2 Il versante della via a Dicembre

Da Dogna si sale la vallata omonima fino al monumento dedicato al Col. Zacchi, circa 1000 m, dove ci si avvia in discesa verso destra. Un primo tentativo in Agosto va a vuoto anche se uno dei compagni l’aveva già percorsa, ci alziamo a sinistra seguendo una traccia che ci porta a un canale erboso-roccioso, in due ore di ripida salita arriviamo in un anfiteatro circondato da pareti, ancora oggi mi chiedo dove siamo andati a finire, anche il tempo non è dalla nostra parte, le creste sono celate dalle nubi e battiamo la ritirata, come premio di consolazione saliamo poi sul Piper, ci riproviamo dopo un mese. Più numeroso il gruppo, siamo in sei,  abbiamo anche degli accordi con amici, ci aspetteranno al Bivacco Suringar per poi andare a riprendere le auto. Più attenti proseguiamo sulla stradina e poi seguendo i provvidenziali segni usciamo dal bosco, si prosegue in traversata fra i mughi su una cengia attraversando anche dei colatoi di roccia levigata, ci sono anche due tratti con un cavo metallico, fino a una larga svasatura che si deve risalire (fino a qui la salita non è intuitiva e bisogna seguire attentamente i bolli rossi). Il canale sale ripido passando alla sinistra della parete “rossa” per arrivare poi alla grotta del Bivacco Muschi, 1955 m, spartano ricovero dove non mi piacerebbe passare la notte. La giornata è sul bello stabile e non fa freddo nonostante la stagione avanzata, personalmente sono in pantaloni corti e maglietta e tale rimarrò, un partecipante oltre a indossare i pesanti calzoni di lana riservati agli alpinisti si è messo anche i mutandoni, anin benon! Una breve fermata e ripartiamo. Sopra al bivacco una parete di roccia non sicurissima, è la difficoltà maggiore della salita e usiamo la corda per assicurare uno dei compagni, ora arriviamo alla rampa grigia che fa una specie di diedro con la sovrastante parete rossa, qui si arrampica sul solido e procediamo più spediti, lasciamo sulla sinistra la Sfinge, altre paretine che un poco alla volta diventano meno ripide fino ad arrivare sulla Grande Cengia Superiore dove troviamo la traccia della Via dei Cacciatori Italiani o Amalia che traversando a destra ci porta al Suringar, la missione è compiuta, sono i presenti gli amici-tassisti. Ora per una Via di questo genere è complicato dare una relazione accurata visto che molti passaggi non sono obbligati, inoltre sono trascorsi molti anni, l’importante è non compiere errori madornali, la più rispondente a mio parere è quella del vecchio libro di D. Marini e M. Galli, Alpi Giulie Occidentali. Tre degli amici scendono ai Piani, ma manca la Vetta, con i due restanti ci saliamo per la conosciuta Via Findenegg che percorre un canale e quindi una cresta fino in vetta, scendiamo verso Est sulla cresta della normale e poi per la scala Pipan.

3 Sulle cenge iniziali

4 Le pareti N del Cimone

6 Placche levigate dall'acqua

7 Sosta al bivacco Suringar

8 Jof di Miez e Cimone

9 Sulla rampa sotto la parete

10 La cengia verde all'uscita dalla rampa

11 Vista sulla Val Dogna e lo Zuc dal Boor

13 L'autore in abbigliamento balneare

14 Controluce con la Sfinge

15 La Sfinge

16 Panorama dalla cengia

17 Rendez-vous al Bivacco Suringar

18 Alla vetta per la via Findenegg

19 La cima dalla Findenegg

20 Sul Montasio con Diego, Carlo e un gracchio

21 La Torre Nord e i Monti di Malborghetto

22 La Campana in vetta

23 In basso la normale mentre le nubi celano lo Jof Fuart

24 La discesa più veloce rimane la scala Pipan

1987, 20 Settembre

Sauleck (3085 m), per la facile via normale da Ovest

settembre 10, 2014 2 commenti

Nel Settembre del 1983 dopo aver superato a Luglio lo scoglio del Grossglockner rivolgiamo la nostra attenzione agli altri “tremila” degli Alti Tauri inseriti nell’elenco delle Trenta Cime dell’Amicizia, il luogo deputato era a quei tempi la sede dell’UOEI in via Grazzano con succursale alla dirimpettaia Allegria. Mentre stiamo decidendo la prossima meta ci si avvicina un siorut con baffi ben messo, soprabito blu con sotto giacca e cravatta che pronunciando la erre alla francese ci informa anche lui sta facendo la stessa collezione e sta cercando compagni. Viene subito accolto (con la segreta mira di farlo morire lungo il percorso), ci accordiamo per la Cima del Sauleck, 3085 m nel gruppo dell’Ankogel.  Il tragitto automobilistico rimane piuttosto lungo se fatto (come nel nostro caso) in giornata,  dal passo di Monte Croce Carnico oppure passando da Villaco risalire la valle della Moll passando da Spittal e Obervellach da dove si svolta a destra in direzione Mallnitz, forse il paese più settentrionale della Carinzia che è poi la soluzione da noi scelta perché abbastanza sbrigativa ma che richiede comunque una partenza antelucana se fatto in giornata. Fra Lassach e Mallnitz s’inoltra a destra la vallata Dosener,  che è liberamente percorribile in auto fino alla Eggeralm  a 1493 m, ne restano da fare ancora 1600. L’amena vallata è anche piuttosto lunga, si passa prima dalla Konradhutte, poi si sale costeggiando il torrente al un terrazzo con una ulteriore malga poi con un altro strappo si arriva allo specchio d’acqua sulle cui rive si trova il rifugio Arthur v. Schmid Haus (2272 m). Il nuovo compagno nonostante la nostra buona volontà non cede rimanendoci sempre attaccato, è un osso duro (in seguito diventerà anche un buon amico e una presenza fissa nei nostri giri). Dal rifugio sempre verso Ovest ci sono due possibilità, una raggiunge la cresta della Cima piuttosto in alto, l’altra passa dalla Mallnitz Scharte (forcella con la val Malta) a 2676 m, scegliamo la seconda. Ci troviamo già dal rifugio in un bell’ambiente minerale di granito grigio chiaro, difficoltà vere e proprie non ci sono, il sentiero ha abbondanza di segni, attraversando anche qualche lingua residua di neve e fra i blocchi usciamo alla sella. Dall’intaglio, che ha già una bella vista, si svolta a sinistra proseguendo verso Nord sulla cresta con qualche spostamento nel versante Est (piccozza utile se non necessaria all’inizio di stagione) si raggiunge la vetta, il panorama a 360° è strepitoso, solo a Est limitato in parte dalla bella piramide dell’Hochalmspitze. La stessa via si ripercorre in discesa. Quattro ore e mezza per la salita.

1 La sterrata d'inizio

2 IL terrazzo della malga

3 Il Rifugio

4 Il piccolo lago e il rifugio

5 Salendo alla forcella

6 A Sud il gruppo del Kreuzeck e la Alpi Carniche

7 Dalla Mallnitz Scharte verso l'Ochalmspitze

8 La forcella

9 Sulla cresta

10 Il Saluleck dalla cresta

11 Un pessimo autoscatto dalla vetta verso il Glockner

12 In discesa

13 Fra i blocchi di granito

14 L'incantevolle conca del Rifugio

15 Arthur v. Schmid Haus

16 In quota è già arrivato l'autunno

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Punta Grohmann (Grohmann Spitze, 3126 m) – In corsa contro il maltempo

settembre 6, 2014 Lascia un commento

La vista dal passo Sella verso le Cime di Sassolungo, Cinque Dita e Punta Grohmann è una delle più celebrate delle Dolomiti e grazie all’esposizione offre delle spettacolari enrosadire all’alba e al tramonto immortalate in libri e cartoline mentre la loro salita, purtroppo o per fortuna, è riservata agli alpinisti al contrario di altre vette che soffrono di eccessiva frequentazione. Negli ultimi anni dell’arrampicata mi accompagnavo spesso a Sandro, detto Sandron per la legge del contrappasso a causa della la sua esile corporatura, valido scalatore in roccia e ghiaccio che purtroppo da parecchi anni si è ritirato dall’Alpe ma ai tempi assiduo. La più occidentale delle cime citate è stata giustamente dedicata a Paul Grohmann, viennese che nell’ottocento salì moltissime vette delle Dolomiti di cui molte in prima assoluta ed è a essa che rivolgiamo la nostra attenzione, non ha vie facili e la nostra idea è di salire per la classica via Dimai della parete S (550 m, IV) e scendere sulla via normale della cresta ENE (350m, fino al IV inf.) compiendone così la traversata. Ci trasferiamo il sabato pomeriggio al passo dove passiamo la notte nel vecchio rifugio Valentini, 2180m. Il mattino seguente ci incamminiamo verso Ovest fra i pascoli sotto un pallido sole e non si vede un’anima in giro, mi sa che oggi non faremo la coda. Il panorama nonostante i colori siano sbiaditi è molto bello, in salita ci portiamo all’attacco in circa un’ora, alla base dello spigolo SE, dove si vede lo zoccolo che superiamo slegati fino ad arrivare a un terrazzo, quasi 200 m, I e II dove si apre un anfiteatro di placche con a destra una parete nera che in alto si restringe, lo risaliamo su roccia eccellente fino al passaggio chiave detto Mennschenfallen (caduta degli uomini), un obliquo a sinistra su una esile lista, si era abbastanza allenati e la superiamo senza grossi problemi. Dopo di che ci infiliamo in un camino (probabilmente abbiamo fatto la variante), che  riserva meno problemi di orientamento, con difficoltà sempre minori, dove si allarga lo troviamo  parzialmente innevato poi dopo un ultimo tratto facile arriviamo al vasto ripiano detritico della vetta. Siamo stati abbastanza veloci, meno di cinque ore dal rifugio, ma non più delle nuvole che si addensano minacciose, dopo una breve sosta ristoratrice affrontiamo la discesa ripartendo nella direzione opposta. La discesa per la Cresta ENE della via normale sarebbe molto fotogenica con le sue quattro ardite torri e la roccia salda, profittiamo degli anelli presenti per fare le calate in corda doppia che si alternano ai passaggi d’arrampicata, anche sulle dirimpettaie creste delle Cinque Dita ci sono due cordate in discesa, una di tre persone piuttosto in alto, vediamo quella di due più in basso arrivare all’ultima doppia prima che scenda la nebbia, poi comincia a nevicare e tutto diventa più complicato (abbiamo le scarpette di ginnastica ai piedi) e non ci divertiamo molto sulle roccette innevate anche se le difficoltà sono modeste, primo e secondo grado. Quando posiamo i piedi sull’alta forcella delle Cinque Dita (2785 m) respiriamo ma per poco, il canale è di neve dura ma con qualche acrobazia arriviamo ai detriti e poi ai prati. Ancora nebbia piovigginosa ma oramai siamo tranquilli, passiamo vicino a una stazione di risalita e l’addetto ci chiede se siamo quelli delle Cinque Dita, al nostro diniego si mostra preoccupato, comunque nei giorni seguenti non ho trovato sulla stampa notizie di incidenti, come per noi tutto è bene quel che finisce bene. Più di tre ore per la discesa, non resta altro che il lungo ritorno. Settembre del ’96.

1 La classica immagine dal passo, da sin. Punta Grohmann, Cinque Dita e Sassolungo

2 Punta Grohamann e Cinque Dita dal Rifugio

3 Verso la Marmolada

4 Il comodo avvicinamento

5 Le Pale di S. Martino

6 Salendo lo zoccolo

7 I primi tiri di corda

8 Roccia solida con reperibilità incerta

9 Un passaggio di IV

10 Sul traverso della Menschenfallen

11 Dolomia lavorata dall'acqua

12 Un po' di neve nel colatoio finale

13 Il gruppo del Sella

14 Alla fine della salita

15 La Cima è un vasto pianoro detritico

16 In Cima

17 Le Cinque Dita dalla via di discesa

18 Nuvole in arrivo da S

19 In discesa

20 Alpinista all'ultima calata dalle Cinque Dita sulla nevosa omoninima forcella

 

Bibl. Sassolungo di Ivo Rabanser, ed. CAI-TCI, al tempo non ancora pubblicato.

Monte Lavara (1906 m) – nel 25° della scomparsa di Emanuela Vidussi

settembre 2, 2014 Lascia un commento

1 Con Emanuela

Dopo i primi passi da autodidatta (ai primi anni dell’ottanta)  ripiegai sull’escursionismo organizzato e all’Uoei mi feci subito delle amicizie, fra queste le più assidue furono Diego, di dieci anni maggiore e Emanuela molto più giovane che forse riconosceva in noi la figura paterna, assente nella sua famiglia, con loro trovai subito un’identità di vedute e molte sono le gite fatte assieme. Dopo il corso di Alpinismo fui preso dal morbo dell’arrampicata e ci si frequentava di meno, poi la triste notizia dell’incidente stradale che mise fine alla sua breve esistenza a poco più di trent’anni, era la settimana prima di Pasqua dell’89. La sua vita non era stata sempre facile ma il suo carattere solare le aveva dato molte amicizie e per ricordarla si decise di dedicarle un sentiero sul Monte Lavara, l’ultima vetta su cui era stata. Dopo l’assenso della Commissione Giulio Carnica Sentieri ci apprestammo all’opera, c’erano già delle tracce da ripristinare, qualche taglio di mughi e segnare con ometti il percorso, insomma interventi poco invasivi su una montagna che non soffre certo di sovra frequentazione, all’uopo ci era comodo salire alla casera del Confin con un piccolo fuoristrada. Era da poco stato istituito il Parco delle Prealpi Giulie e la nostra attività era stata notata da qualcuno e si scatenò il finimondo, forse per beghe politiche, eravamo già stati a portare in cima una piccola croce di legno con una targa (opere dell’amico Diego), mancava l’inaugurazione, gli Alpini di Venzone avrebbero provveduto al rinfresco e non c’era il permesso di transito per portare attrezzature e vettovaglie alla casera. Il sabato mi capita in casa l’amico Bepi visibilmente alterato (per l’ira o i taglietti) e in un’ora buona al telefono riesce a ottenere l’approvazione del principale e unico oppositore. La domenica siamo in molti a salire, naturalmente camminando, alla casera, c’è la gita sociale, parecchi venzonesi e come autorità partecipa l’allora presidente del CAI di Udine Giuseppe Perotti, anche lui scomparso da qualche anno. La Messa, celebrata da un compagno di scuola di Emanuela in questo ambiente che tanto amava è un momento di riflessione e raccoglimento, seguono i canti della montagna fatti tante volte assieme. Poi la situazione peggiora, gli Alpini hanno portata una damigiana di vino, si aggiungono le ulteriori risorse conservate negli zaini e sono pochi quelli che vanno a inaugurare il nuovo sentiero. Alla fine tutti rotolano più o meno bene a valle, nessun ferito o disperso, penso proprio che la povera Emanuela, se ci osserva da qualche luogo, approvi tutto l’accaduto.

2 Casera Confin e il Lavara

3 Posa dell'indicazione

4 Portando la Croce

5 Foto ricordo dopo la posa della Croce

6 Vista sul Plauris

7 Mazza e punta per fare un appiglio sulla via di discesai

8 Discesa sulla Via Comune

9 La Santa Messa

10 Due Bepi, Perotti e Candoni

31 Agosto 2014, sono in tutto sei i partecipanti fra i quali un minorenne e un’esponente del cosiddetto sesso debole che risalgono legalmente in auto l’impegnativa strada sulla destra idrografica della Val Venzonassa che porta alla malga Confin (1300 m circa), monticata dopo la ristrutturazione e adibita ad agriturismo dove parcheggiamo. La tabella che avevamo posto non c’è più, in compenso fra le varie indicazioni c’è anche quella che porta la scritta “Anello del Lavara”, ci incamminiamo seguendo il segnavia 726 che verso Ovest va alla Forca Campidello e in Val Resia. Lo tralasciamo alzandoci a sinistra al primo bivio, senza numero ma con i bolli bianco-rossi del Cai e alla successiva biforcazione lasciamo a manca quello della via normale per proseguire in traversata fra mughi e ghiaioni verso “le plagnotis”, le dorsali a mughi e bassa vegetazione che scendono dalla nostra meta, la traccia è ancora ben visibile, quindi qualcuno ci va ancora. Rimontiamo la seconda poi con un traverso ci trasferiamo in un canalone detritico/erboso che si risale ripidamente fino alla sella fra la vetta e l’anticima Est dove inizia il tratto più impegnativo. Si traversa sul filo verso occidente fino alle rocce, la novità è che ci sono dei cavi metallici (il primo danneggiato da un masso che all’epoca non avevamo messi) che praticamente azzerano le difficoltà, il tratto è comunque abbastanza esposto e in breve arriviamo sulla bella vetta. I resti della Croce in legno resistono ancora, l’avevamo cementata bene, ne è stata posta un’altra in ferro. Federico ha lucidato la targa in ottone che viene fissata sotto questa con dei tasselli, la missione è compiuta nonostante le previsioni che promettevano pioggia a catinelle la giornata è abbastanza buona e possiamo sostare in tutta tranquillità. La discesa sulla normale della cresta Ovest, rocciosa ma facile, non riserva sorprese essendo ben segnalata. A parte un gruppo di camosci che traversano elegantemente sotto di noi in versante Sud e una grossa biscia o vipera che sguscia sotto i piedi di Ermanno che lancia un urlo lacerante balzando indietro. Arrivati al sommo del canalone Sud il percorso richiede un poca di prudenza, il saltino roccioso che in passato costituiva il passaggio più difficile della salita attualmente risulta anch’esso facilitato da un cavo, mettendo così “in sicurezza” anche la discesa (ma se ne sentiva poi il bisogno?).  Si arriva ai ghiaioni che con amabile scivolata portano al sentiero che si inoltra nella mugheta e al bivio da dove si diramano i due percorsi. Prima di rifocillarci alla malga notiamo una persona che scende dal Plauris in gran velocità, chi può essere se non un certo Emanuele, uno dei pochi allievi dei tempi dei corsi che condivideva la mia idea dell’alpinismo (poca palestra e tanta montagna), è salito in bici da Venzone, complimenti. Per il nostro anello ci vogliono, senza correre, più o meno quattro ore.

11 Malga Confin

12 Indicazioni alla Malga

13 Dai ghiaioni le Plagnotis

14 Rimontando la dorsale

15 Nel canale detritico

16 Stelle Alpine

17 Fiori dalle ghiaie

18 La cima velata dalla nebbia

19 L'anticima Est e la verde selletta

20 Sul tratto con i cavi

21 Un traverso

22 La distrutta Croce di legno e la più recente in ferro

23 Installazione della targa

24 La targa in memoria

25 Discesa per la cresta O

26 Campanule

27 Cresta Ovest

28 Attrezzature nel canale Sud

29 Gli amici al termine del canale

30 Il Canalone Sud dai ghiaioni

31 Il Monte Lavara

32 La dirimpettaia verde Cima di Campo

 

 

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Tempo incerto sulla Cima di Ombladet 2255m

Il sabato di piogge si chiude con l’arcobaleno, per il giorno festivo è previsto miglioramento con probabili precipitazioni sui rilievi, il che non invita a grandi imprese quindi toccherà fare l’ennesima ripetizione. Propongo alla sparuta compagine la cima di Ombladet o Ombladèet, 2255m già salita qualche anno fa   nella stagione fredda ma ancora vergine per gli amici, nel gruppo dei Monti di Volaia, l’arcuata cresta calcarea di confine con l’Austria fra il passo di Giramondo e appunto il passo Volaia. Dalla cresta con le vette più elevate e in corrispondenza della massima curvatura si stacca in direzione SO dopo la forcella di Ombladet una dorsale di scistose rocce cristalline che culmina con la nostra meta che ancora più a occidente e dopo il passo di Pizforchia presenta un’ultima vetta, il monte Vas. Comincio a perdere colpi, metto la sveglia all’orario di partenza, mi sono appena alzato quando sento arrivare l’auto dell’amico, noto per la sua scarsa puntualità, per una volta deve aspettare poi passiamo a recuperare l’altro partecipante cui viene delegato l’onere della guida. Grazie alla numerosa cavalleria a disposizione via Tolmezzo, Villa con pit stop  per il caffè, val Degano e Forni Avoltri dove deviamo a destra arriviamo a Collina in un tempo da qualifica recuperando quasi tutto l’handicap dovuto alla partenza ritardata. Il sentiero con il n. 141 parte dalla piazza (1243 m) dove un viottolo tra le case sale a una trattorabile che fa un traverso a sinistra in piano prima di salire ripidamente nel bosco di conifere, in seguito si riduce a sentiero invaso dalle erbe dove la segnaletica è piuttosto scarsa, un tratto fra i verdi esce alla radura della diruta casera Chiampei da dove si avvista la Forcella d’Ombladet. Ora il sentiero diventa più evidente, saliamo fino alla base delle placche del Sasso Nero e verso sin. ci infiliamo nella vallecola che scende dalla sella, il sentiero è rovinato  dalle slavine dell’inverno, passiamo sopra la conoide nevosa rimasta e le ramaglie degli ontani divelti prima di guadagnarci la sella, 2061 m. Contemporaneamente arrivano anche le nuvole che già al mattino avvolgevano le vette più alte, il segnavia finora seguito prosegue verso la val Bordaglia, sulla destra si dirama la traccia per la Tacca del Sasso Nero e il monte Volaia, prendiamo sul lato opposto quello con il n.169 che si alza nella caligine alla dorsale fra resti militari scavalcando una quota secondaria, poi scende a una sella prima di traversare sottocresta. Qui la vecchia mulattiera militare è a tratti abbastanza malmessa a causa delle intemperie e bisogna prestare un minimo di attenzione (sei mesi di vita in meno a detta di un compagno), indi più facilmente porta a una spalla a SO della cima, qui comincia a piovere, ma mancano solo 10 minuti, ci copriamo prima di partire e per la facile cresta erbosa ci arriviamo, tre ore dalla partenza, una schiarita ci permette di ammirare la bella cima del Volaia, due foto e ripartiamo. Alla spalla smette già di piovere, divalliamo sul buon sentiero che scende nel versante opposto al ricovero della ex casera Monte dei Buoi, 1723 m e in breve rispunta di nuovo il sole. Il pianoro della casera è animato da pecore e bovini al pascolo, la casera ahimè è stata scoperchiata da una valanga, poco sotto imbocchiamo la forestale che porta all’asfalto poco a monte di Sigilletto. Un centinaio di metri di risalita e torniamo al punto di partenza, sei ore in tutto le brevi soste comprese, il terzo tempo ce lo giochiamo allo Staipo da Canobio poco a monte. Agosto 2014.

1 L'arcobaleno del sabato sera

2 La piazza di Collina

3 Forcella d'Ombladet dai ruderi della casera

4 Sotto le placche del Sasso Nero

5 La valanga caduta dalla forcella

6 I danni dell'inverno

7 Forcella di Ombladet

8 Vegetazione rigogliosa a lato del sentiero

9 Un tratto in cresta della traversata

10 Anche belle fioriture

11 Da una schiarita appare il Monte Volaia

12 Affioramento calcareo fra gli scisti della cima

13 La Cima di Ombladet dalla spalla del cambio di versante

14 La breve dorsale che porta in cima

15 Alla Croce di vetta con la pioggia

16 Discesa a Monte dei Buoi

17 Poi sulla Cima ritorna il sole

18 I pascoli della casera

19 Bestiame al pascolo

20 La slavina non ha risparmiato il ricovero della casera

21 Verso la forestale che porta a Sigilletto

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