Tempo incerto sulla Cima di Ombladet 2255m

Il sabato di piogge si chiude con l’arcobaleno, per il giorno festivo è previsto miglioramento con probabili precipitazioni sui rilievi, il che non invita a grandi imprese quindi toccherà fare l’ennesima ripetizione. Propongo alla sparuta compagine la cima di Ombladet o Ombladèet, 2255m già salita qualche anno fa   nella stagione fredda ma ancora vergine per gli amici, nel gruppo dei Monti di Volaia, l’arcuata cresta calcarea di confine con l’Austria fra il passo di Giramondo e appunto il passo Volaia. Dalla cresta con le vette più elevate e in corrispondenza della massima curvatura si stacca in direzione SO dopo la forcella di Ombladet una dorsale di scistose rocce cristalline che culmina con la nostra meta che ancora più a occidente e dopo il passo di Pizforchia presenta un’ultima vetta, il monte Vas. Comincio a perdere colpi, metto la sveglia all’orario di partenza, mi sono appena alzato quando sento arrivare l’auto dell’amico, noto per la sua scarsa puntualità, per una volta deve aspettare poi passiamo a recuperare l’altro partecipante cui viene delegato l’onere della guida. Grazie alla numerosa cavalleria a disposizione via Tolmezzo, Villa con pit stop  per il caffè, val Degano e Forni Avoltri dove deviamo a destra arriviamo a Collina in un tempo da qualifica recuperando quasi tutto l’handicap dovuto alla partenza ritardata. Il sentiero con il n. 141 parte dalla piazza (1243 m) dove un viottolo tra le case sale a una trattorabile che fa un traverso a sinistra in piano prima di salire ripidamente nel bosco di conifere, in seguito si riduce a sentiero invaso dalle erbe dove la segnaletica è piuttosto scarsa, un tratto fra i verdi esce alla radura della diruta casera Chiampei da dove si avvista la Forcella d’Ombladet. Ora il sentiero diventa più evidente, saliamo fino alla base delle placche del Sasso Nero e verso sin. ci infiliamo nella vallecola che scende dalla sella, il sentiero è rovinato  dalle slavine dell’inverno, passiamo sopra la conoide nevosa rimasta e le ramaglie degli ontani divelti prima di guadagnarci la sella, 2061 m. Contemporaneamente arrivano anche le nuvole che già al mattino avvolgevano le vette più alte, il segnavia finora seguito prosegue verso la val Bordaglia, sulla destra si dirama la traccia per la Tacca del Sasso Nero e il monte Volaia, prendiamo sul lato opposto quello con il n.169 che si alza nella caligine alla dorsale fra resti militari scavalcando una quota secondaria, poi scende a una sella prima di traversare sottocresta. Qui la vecchia mulattiera militare è a tratti abbastanza malmessa a causa delle intemperie e bisogna prestare un minimo di attenzione (sei mesi di vita in meno a detta di un compagno), indi più facilmente porta a una spalla a SO della cima, qui comincia a piovere, ma mancano solo 10 minuti, ci copriamo prima di partire e per la facile cresta erbosa ci arriviamo, tre ore dalla partenza, una schiarita ci permette di ammirare la bella cima del Volaia, due foto e ripartiamo. Alla spalla smette già di piovere, divalliamo sul buon sentiero che scende nel versante opposto al ricovero della ex casera Monte dei Buoi, 1723 m e in breve rispunta di nuovo il sole. Il pianoro della casera è animato da pecore e bovini al pascolo, la casera ahimè è stata scoperchiata da una valanga, poco sotto imbocchiamo la forestale che porta all’asfalto poco a monte di Sigilletto. Un centinaio di metri di risalita e torniamo al punto di partenza, sei ore in tutto le brevi soste comprese, il terzo tempo ce lo giochiamo allo Staipo da Canobio poco a monte. Agosto 2014.

1 L'arcobaleno del sabato sera

2 La piazza di Collina

3 Forcella d'Ombladet dai ruderi della casera

4 Sotto le placche del Sasso Nero

5 La valanga caduta dalla forcella

6 I danni dell'inverno

7 Forcella di Ombladet

8 Vegetazione rigogliosa a lato del sentiero

9 Un tratto in cresta della traversata

10 Anche belle fioriture

11 Da una schiarita appare il Monte Volaia

12 Affioramento calcareo fra gli scisti della cima

13 La Cima di Ombladet dalla spalla del cambio di versante

14 La breve dorsale che porta in cima

15 Alla Croce di vetta con la pioggia

16 Discesa a Monte dei Buoi

17 Poi sulla Cima ritorna il sole

18 I pascoli della casera

19 Bestiame al pascolo

20 La slavina non ha risparmiato il ricovero della casera

21 Verso la forestale che porta a Sigilletto

Laska Planja – la via comune da Plezzo

agosto 22, 2014 2 commenti

Finora l’estate del 2014 è stata abbastanza avara per noi camminatori che abbiamo dovuto approfittare delle poche finestre di bel tempo per combinare qualcosa, la scorsa domenica è stata una di queste rare occasioni. Decidiamo per la Slovenia senza programmi ben definiti, la proposta vincente è quella dell’amico Gianni che estrae dal cappello il Laska Planja (o Lasca Plagna 2448 m), toponimo che la guida di Galli e Marini traduce come alto pascolo italiano, una cima sulla cresta Sud del Canin. Ci spostiamo quindi a Plezzo o Bovec che dir si voglia da dove inizia il sentiero che con più di 2000 m di dislivello conduce in vetta, non fa al nostro caso, preferiamo dalla piazza svoltare a sinistra passando accanto alla chiesa e salire sull’asfaltata che mena a Plusina. La lasciamo per la sterrata malconcia per le piogge che sale fino alla stazione intermedia della funivia che saliva quasi in Prevala, attualmente in rovina, la lasciamo sulla destra continuando pressoché in piano fino all’intersezione con il sentiero di cui sopra con possibilità di parcheggio a lato della strada  dove una tabella resa poco visibile dalle frasche ci indirizza alla nostra meta e al Canin, circa 1100 m di quota. Sale subito ripido, costeggiando delle pareti e in seguito nel bosco fino ai resti della casera Godzec, poco oltre esce in terreno aperto, e si passa vicino all’unica sorgente perenne. Dopo un breve tratto detritico il percorso prosegue sulla ex mulattiera militare che si dirige a NO fra la rigogliosa flora e il fantastico mondo minerale dell’vastissimo acrocoro a Sud del Canin (quasi 40 kmq). Su un dosso a 1800 m si trovano i ruderi del Rifugio Timeus-Fauro (Caninhutte prima della grande guerra) da molti anni in stato di abbandono, qui facciamo una breve sosta, la cima appare ancora molto lontana. Proseguiamo in modo labirintico fra risalti, fiorite conche verdi e qualche abisso dove se non ci fossero i segni sarebbe arduo trovare la via, e anche con questi in caso di nebbia ci sarebbero dei problemi, lasciamo a sinistra l’ometto da dove si diparte la via per il Veliki Babanski Skedeni segnata solo da rari ometti e dov’ero stato l’anno scorso (chi vuole può andare a vedere il post), ora un con un’ulteriore perdita di quota arriviamo alle tabelle dove lasciamo sulla destra l’itinerario per il Canin. Si attraversa qualche campo di neve residuo, ci sono anche dei rilievi da superare con brevi passaggi in facile arrampicata su placche e scanalature prima di chiarirci la salita finale, costeggiando sulla sinistra le pareti di un ultimo dosso arriviamo a una selletta dove incomincia la cresta che scende dalla vetta verso oriente. Più verde all’inizio poi rocciosa, non difficile ma dove occorre attenzione, permette di accedere (faticosamente) alla vasta sommità. E’ già popolata da ben sei sloveni che con il nostro gruppo fanno salire il totale a undici mentre sulla più ambita vetta del Canin ne osserviamo molti di più. Sull’ottimistica indicazione erano previste tre ore e mezza, il nostro tempo è stato di quattro pur non passeggiando. Inconsueta ma esaltante la vista a giro d’orizzonte anche se ci sono nuvole alte che la precludono parzialmente, comunque ci facciamo una sosta di quasi un’ora, ora rimane la discesa.  Non è che si risparmi granchè con le risalite dove sputo i proverbiali pallini, perdendo quota mi difendo meglio anche rispetto agli amici che come al solito sono tutti meno carichi di anni.  Facendo il conto risparmiamo solo ¼ d’ora per arrivare alla strada, come dislivello siamo a circa 1500 m. A fondo valle Plezzo è vivace ed offre parecchie alternative agli amanti dell’aria aperta, a noi resta solo l’imbarazzo della scelta fra le numerose trattorie con cucina continuata per reintegrare le calorie consumate.

1 Già bell'ambiente alla fine del bosco

2 La ex mulattiera militare è ormai invasa dalla vegetazione

3 Pare che questa sia l'Achillea

4 Il diruto rifugio Timeus-Fauro

6 A Est il Rombon, sulla sin. il tetto dello Jalovec

5 Fioriture sui muri del rifugio

 

7 Avvallamento fiorito

8 L'affascinante mondo pietrificato dell'acrocoro

9 A sin. il Laska Planja ancora lontano

10 Il bivio da non mancare

11 Salita a un dosso

12 Alti sulla valle dell'Isonzo

13 Chi si vede, il Veliki Babanski Skedenj

14 Lentamente ci avviciniamo

15 Fra campi di neve

16 un ultiore risalto

17 Laska Planja

18 La verde forcelletta d'attacco alla cresta

19 Sulla cresta

20 Gli ultimi metri

21 La cima

22 In discesa

23 Vista sul Mataiur

24 Il gruppo del Monte Nero

25 Calcari carsificati

Rother Turm (Torre Rossa, 2702 m) – sul migliore calcare delle Lienzer

L’accesso da N alle Dolomiti di Lienz ovvero dalla valle della Drava comporta lo scavalcamento del Passo di M. Croce Carnico e, attraversata Mauthen-Kotschach, l’ulteriore Gailberg Sattel dal quale si scende a Oberdrauburg. Dalla cittadina si risale verso Ovest e poco prima di Lienz si svolta a sinistra verso l’abitato di Lavant, da dove si arriva in breve alla  stradina a pedaggio che conduce al posteggio a 1584 m nei pressi del rifugio Dolomiten Hutte. Solitamente il percorso anche se lunghetto è abbastanza sbrigativo. In cinque minuti con la strada, che ora è sterrata, si arriva al citato rifugio poco oltre alle tabelle indicatrici, i percorsi per salire al rifugio Karlsbader 2250 m sono contrassegnati come le piste di sci, in blu la strada, in rosso il sentiero e in nero il più difficile che sarebbe poi quello per il quale optiamo, il Franz Keil weg che si alza sulla sinistra arrivando a un bucolico altopiano prativo che attraversiamo fino alla base delle pareti della Lazerswand, qui a una forcella scendiamo verso destra costeggiando le rocce su una cengia detritica non difficile, l’unico tratto esposto è assicurato da un cavo e ci porta diritti all’attacco della Bugeleisen Kante che tradotto nella lingua di Dante sarebbe poi lo Spigolo del Ferro da Stiro, ben riconoscibile a destra di un orrido canalone. Questo è attrezzata, come altre salite facili in loco, con gli speciali chiodi Tenius che in teoria non richiedono l’uso di rinvii per l’assicurazione. Anche se siamo in Agosto all’ombra e a questa quota fa freschetto e ci sbrighiamo a partire, a me tocca l’onore di condurre il primo tiro. Il passaggio più impegnativo è proprio all’inizio, un terzo grado piuttosto liscio traversa a sinistra evitando uno strapiombo, la qualità della roccia è eccezionale, i chiodi indicano la strada anche se sono possibili varianti ovunque. Le difficoltà si mantengono sul 2° e il divertimento è assicurato, si esce infine sull’ampia cima della Kleine Laserzwand, 2614 m (qui giunge anche una traccia segnalata dal rifugio Karlsbader, vi avevo fatto in passato una gita con gli Alpini e con pochi altri ci ero stato sotto la pioggia con l’ombrello). La Torre Rossa è lì di fronte e in breve arriviamo alla sua base  camminando, la Via Comune dopo rocce facili arriva a a un camino che si scala all’ombra del versante N, anche questo attrezzato con i chiodoni già nominati,  con un altro tiro di corda più o meno dello stesso impegno precedente ci portiamo al terrazzo finale, poco più in alto la bella Croce di Ferro della Vetta, a N il verde Ostirol e i Tauri, sotto di Noi il circo del Laserz con il Rifugio e i due laghetti attorniati dalle più alte cime del Gruppo, più lontane le Alpi Carniche… dopo la sosta decidiamo anche se in mancanza di adeguata documentazione di proseguire in discesa, incoraggiati dalla vista qualche segno rosso e dal primo chiodo, nell’opposto versante SE. Sempre arrampicando ci caliamo a una forcella e nel canale sottostante, ne usciamo a sinistra per scendere poi a un terrazzo (il tutto sul migliore calcare possibile) dove le difficoltà scemano e facilmente approdiamo ai detriti e ai prati che con piacevole camminata ci conducono al rifugio. La gestrice, rigorosamente in abito tradizionale, ci fa un’ottima accoglienza anche grazie all’amico Ermanno che mastica un po’ di tedesco, dopo esserci rifocillati riprendiamo la via di casa (sentiero blu/rosso) al sole calante. Che dire del giro, oltre al viaggiare sicuri sull’ottimo calcare non si fa la coda, non abbiamo incontrato nessuno, la via è segnata oltre che dai chiodi anche da qualche bollino e le difficoltà, a parte il primo passaggio sono fra il secondo e il terzo ma inspiegabilmente di italiani non se ne vedono.

1 La graziosa Dolomitenhutte presso il parcheggio

2 Baite a monte del Rifugio

3 Ambiente bucolico nell'avvicinamento

4 Lo spigolo del ferro da stiro

5 Subito il passaggio più difficile

6 Sullo spigolo

7 Un'altra immagine del Bugeleisen Kante

8 Dall'uscita lo Spitzkofel

9 Rohter Turm, in ombra il camino di salita

10 Nel camino

11 Ambiente molto bello, qui le vicine Galitzen Spitze

12 Sulla Rohter Turm

13 L'artistica Croce di ferro

14 In primo piano la Grosse Sandspitze, in basso i laghetti del rifugio Karlsbader

15 In discesa nel versante Sud

16 Un traverso

17 Alla fine delle difficoltà

18 La Karlsbader Hutte

19 La Rohter Turm dal rifugio

20 Con la Frau che gestisce il Rifugio

21 Ritorno a valle

22 La Laserzwand, in basso lo Spigolo del Ferro da Stiro

23 In controluce lo Spitzkofel

Con Alessio e Ermanno, l’agosto di qualche anno fa.

 

Categorie: Lienzer Dolomiten Tag:

Begunjski Vrh, Cmir – ferragosto in val Vrata

Il consueto trasferimento prevede il passaggio da Tarvisio e in Slovenia, poi la discesa in direzione Lubiana fino a Mojstrana dove si svolta a destra sulla strada senza asfalto che risale la val Vrata fino al frequentatissimo rifugio Aljazev, 1018 m, la novità sta nel parcheggio che attualmente è a pagamento. Versato il dovuto ci incamminiamo sulla carrabile di fondo valle, al monumento del moschettone dedicato agli alpinisti partigiani in pratica comincia la nostra gita, al sottoscritto fanno compagnia due giovani miei paesani e un amico storico. Qui infatti si dirama a sinistra la classica attrezzata Tominsek che dopo un primo tratto nel bosco si alza nella parete Ovest dello Cmir, non è una ferrata difficile visto che non oppone passaggi atletici e nel passato l’ho fatta anche in discesa, gli amici si sono portati il casco, personalmente non lo ho e non ne sento la mancanza nonostante la via sia piuttosto frequentata. Alla fine delle attrezzature e dove la pendenza si attenua al bivio lasciamo a destra la traccia più battuta che si dirige verso il Triglavski Dom e l’ambito Tricorno, la nostra esigua compagine dirigendosi al lato opposto arriva, non posso dire in breve, al rifugio dedicato a Valentin Stanic, sull’ampia sella alla testata della valle Kot che non ho mai percorso, 2332 m. Dopo i 1300 m percorsi, anche se il posto è freddino ma ci concediamo, a reintegro dei sali consumati una birra. Siamo appena passati sotto alla dorsale O del Beguniskj Vrh 2461m, con una breve deviazione ci arriviamo facilmente percorrendo una traccia segnata. Il panorama che offre è a 360° e a ragione è piuttosto frequentato, inoltre da qui vediamo lo sviluppo della dorsale Sud dello Cmir, nostra meta primaria, 2393 m, sembra piuttosto lontano. Tornati alla sella passiamo sotto il versante N della cima appena salita fino a mettere i piedi su un’ulteriore insellatura la Begunjska Vratca, qui l’amico più saggio decide forse a ragione che i 1500 m già saliti per un giorno bastano. I tre più accaniti proseguono, purtroppo la traccia scende parecchio (più di 100 m) nella parete del roccioso versante Est della montagna, un camino verticale è attrezzato con gradini e cavi in ferro poi si ricomincia a salire verso la cresta, che poi conduce anche esposta fino in vetta. I due compaesani sono pimpanti, io sono alla frutta, ora vorremo calarci nel vallone Za Cmiron verso NE, ma le infide placche sottostanti ci dissuadono e ci tocca risalire fino alla sella dell’andata. Qui ci abbassiamo senza problemi nella solitaria valle fra ghiaie e belle formazioni calcaree, non ci sono segni ma l’itinerario resta sempre evidente, ci lasciamo anche scivolare a tratti su morbidi ghiaioni prima di svoltare a sinistra entrando fra i faggi del fondo valle. Arrivati al torrente siamo un chilometro a valle del parcheggio. Spetta ai baldi giovani il recupero della vettura, gli stanchi anziani si rifrescano le estremità nelle gelide acque del Tricorno, peccato manchi qualche genere di conforto liquido. Con le soste poco meno di dieci ore.

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2 Sulla ferrata T.

3 Il gruppo della Scarlatizza

4 Il Tricorno

5 Un cuscinetto di fiori

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8 Salendo alla visibile Beguniskj Vrh

9 La cima Begunjski

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11 Salita in discesa

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13 La cresta finale

14 Cima dello Cmir

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18 Sui ghiaioni della parte inferiore

19 All'ombra dei faggi

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Croda dei Rondoi (Schwalbenkofel, 2873 m) – La Normale dal Rifugio dei Tre Scarperi

Il gruppo Rondoi-Baranci è il più settentrionale delle Dolomiti di Sesto e pur trovandosi nei pressi della Val Pusteria e delle amate località turistiche di Sesto e San Candido non è molto visitato dai turisti (la vetta più battuta sono la Cima Piatta Alta e la vicina Croda dei Baranci che non oppongono difficoltà di rilievo, su questa gita ho già pubblicato un articolo). La via comune è stata aperta nel 1878 dalla guida Michele Innerkofler con il barone ungherese Roland von Eotvos nel 1878, l’approccio più favorevole per questa e altri itinerari rimane la Val Campo di Dentro, cui si accede svoltando a sinistra fra i due paesi citati, ai tempi si poteva salire fino al parcheggio a 1500 m, ora il traffico è regolamentato che complica un po’ la vita, comunque c’è un servizio di pullmini, da qui in 20 minuti si arrivava al rifugio dei Tre  Scarperi a 1617 m, noto per le prelibate focacce ai frutti di bosco. All’andata non abbiamo tempo per queste divagazioni e come il nostro assessore regionale tiriamo diritto (l’aveva già detto qualcuno aggiungendo “spezzeremo le reni alla Grecia” e si è visto com’è finita) continuando sulla stradella di fondo valle che in seguito si riduce a sentiero (n. 105), a un primo bivio lasciamo sulla destra il sent. n. 8 mantenendoci nel solco principale. Alla seconda biforcazione deviamo invece a destra, ne troviamo ancora una a q. 1895 m, ultima acqua e in luogo molto bello,  e qui stiamo a manca sul meno frequentato n. 10 che sale tutto il vallone fino al Passo Grande dei Rondoi, 2289 m. Più complicato da descrivere che a farsi, con una cartina non ci sono problemi. Intanto ammiriamo le verticali e  anche strapiombanti pareti che la nostra croda espone verso la Valle Campo di Dentro che culmina sul passo in forma di ardita quanto inespugnabile torre. Dalla forcella si apre la vista sulle Tre Cime, dalla destra scende un erto ghiaione, lo rimontiamo faticosamente uscendo infine alla forcelletta dei Rondoi, 2672 m, attacco della via normale e inusuale vista sulle Dolomiti di Sesto, 1100 m di dislivello, tre ore e mezza. La compagnia, per questo genere di salite è piuttosto numerosa, siamo in otto, quindi quattro cordate. L’inizio è poco rassicurante, due chiare pareti di rocce non proprio eccellenti sono separate da una cengia detritica spiovente (qui incontriamo le massime difficoltà della salita, ora pare che poco opportunamente sulla prima sia stata messa una scaletta in ferro e qui finisce la gita per uno dei componenti, ci aspetterà sulla cornice. La via ora si sposta all’ombra del versante Ovest, una serie di cenge intervallate da brevi salti e caminetti rocciosi (sempre sul terzo grado) traversano verso Nord fino a un pendio di detriti che da N sale alla vetta. Gli ometti presenti e qualche chiodo agevolano l’orientamento, 200 m. Vista meravigliosa su tutte le Dolomiti di Sesto, molti altri colossi dolomitici, più lontane le bianche creste di Tauri e Aurine in una giornata di tempo eccezionale.. siamo stupiti e commossi. La discesa è obbligatoriamente sulla via di salita, a volte con l’aiuto della corda, necessaria invece sulle pareti iniziali, con una calata di 50 m si arriva alla terraferma. La sosta al rifugio si protrae alquanto, in pratica siamo partiti da Udine alle 5 (del mattino) e vi facciamo ritorno alle 11 di sera. Oltre al classico Berti avevamo la relazione del Buscaini in “Dolomiti, le Vie Normali”, ed. Zanichelli.

1 Bovini in val Campodidentro

2 La Punta dei Tre Scarperi

3 Sosta all'ultima acqua

4 Campanule

5 E rododendri

6 Salendo al Passo Grande dei Rondoi

7 Due amici in controluce

8 Dalla Forcella le pareti N delle Tre Cime

9 A N spunta il Collalto

10 La Croda si presenta alquanto ardita

11 Per la forcelletta dei Rondoi si risale un micidiale ghiiaione

12 Dalla forcelletta il Cristallo

13 La via supera la due paretine sotto lo spigolo poi si sposta a sin. nell'ombra

14 Le Tre Cime dall'attacco

15 La paretina iniziale

16 L'ombroso versante Ovest

17 Detriti nell'ultimo tratto

18 Tutti in vetta

19 Marmarole  Sorapis e Cristallo, in basso il lago di Misurina

20 L'Empireo delle Dolomiti (A. Berti)

Due volte sulla Cima di Mezzo del Coglians (2726 m)

Una gita d’annata da Collina

Non amo molto la vita di campeggio dove si spreca i pochi giorni di ferie montando e togliendo le tende, fare da mangiare, lavare piatti e altre incombenze poco gratificanti. Dopo la premessa riandiamo all’ Agosto dell’ottantatre quando con alcuni amici d’infanzia comprese le mogli e la figliolanza ci si trovò a trascorrere alcuni giorni presso lo Staipo da Canobio (defunto, e rimpianto per la cucina carnica, da parecchio) fra Collina e il rifugio Tolazzi (1350 m), base di partenza per molte gite nei gruppi del Crostis, Coglians e monti di Volaia. Per concludere in bellezza il soggiorno propongo, dal momento che il Coglians era già stato visitato anni addietro, la Cima di Mezzo, di non molti metri minore, l’invito viene raccolto da due coetanei e il figlio decenne di uno di questi. Siamo già in loco e ce la prendiamo comoda, alle otto e mezza ci mettiamo in marcia partendo direttamente da Canobio, al Tolazzi c’incamminiamo con il segnavia 143 che fra i verdeggianti pascoli arriva al rifugio Marinelli alla forcella Moraret 1913 m, passando dall’omonima casera. Alle spalle del rifugio la traccia (stesso numero) è quella della normale alla cima più alta che costeggia a Est la cima dello scistoso Pic Cjadin, proseguiamo su questa fino alla forcella Monumenz, 2307 m, limite fra gli scisti e gli antichissimi calcari. La nostra traccia è quella di destra (con il n.172) che traversa in un meraviglioso ambiente carsico d’alta quota fra scanalature fiorite  e inghiottitoi fino al crinale Sud del monte. Si risale una conoide detritica con qualche placca che abbastanza faticosamente arriva alla vetta. Ai tempi poco meno di quattro ore, devo dire che a parte il panorama più ampio la gita dà di più che la cima principale e in un ambiente più tranquillo. Con le soste 8 ore, diff. EE.

1 Il vecchio Marinelli e la Cjanevate

2 Da sin. Costone Stella, Coglians, Pilastro e Cima di Mezzo

3 Verdi nel primo tratto

4 Torre e cima della Cjanevate

5 Sopra la Creta Monumenz

6 In Cima

7 Verso l'Austria

8 Fenomeni carsici

9 In discesa

10 Una voragine

11 Uno dei primi deltaplani al decollo

12 Verso il Siera

25 Sulle placche della Normale

13 Fiori scendendo dal Marinelli

14 Al campeggio

 

L’anello da Casera Val di Collina

Per l’escursione più recente da Tolmezzo saliamo la valle del But sulla strada del Passo di Monte Croce Carnico (S.S. 52 bis) fino al tornante dove si dirama a sinistra la sterrata percorribile fino alla casera, 1445 m, parcheggio sotto le placche. I maiali della malga s’ingozzano dei resti di qualche sagra, la nostra esigua compagine segue il sent. 171 distratto dalla esagerate fioriture fino all’incontro con quello proveniente dal passo di m. Croce che risale verso il vallone  della Cjanevate. Proseguiamo su questo fino a una ulteriore biforcazione, qui un ex sentiero di guerra (n. 149) sale a sin. superando un tratto con cavi di sicurezza poi facile sale un largo sperone e con percorso molto bello arriva alla forc. della Cjanevate o Monumenz, 2469 m. Qui è un peccato non salire a  destra (max. I) destreggiandosi fra le rocce alla cima della Crete Monumenz (2504 m, i “monumenz sono i fenomeni carsici delle rocce), anzi visitiamo anche la q. 2497 meritevoli per la vista impressionante sul vallone, la Torre e Cima della Cjanevate. Tornati al sentiero in ci ricongiungiamo al sentiero 172 proveniente dal Marinelli e come per la gita precedente arriviamo in vetta. Del panorama ho già detto, la cima non è certo affollata ma rispetto al vicino Coglians potrebbe dirsi semideserta. Si apre un dibattito sulla via di discesa, vince il partito del Marinelli con il percorso dell’escursione precedente. Bell’incasso oggi, all’esterno troneggia un barile di birra e una monumentale mortadella, qualche SUV non manca, bici da montagna ecc. ecc. Diamo il nostro contributo prima di scendere verso Est a Casera Plota (mulattiera e stradina), facciamo giusto in tempo a cambiarci che si mette a diluviare. Otto ore in tutto, scriviamo la relazione da Otto a Timau. La mia opinione è che si tratta di uno delle più appaganti gite che si possano fare delle  Alpi Carniche (se si compie l’anello)  su questo livello di difficoltà (che arrivano malapena al primo grado), l’impegno è di otto ore anche questa volta.

15 Casera val di Collina

16 Controluce sulla Creta di Timau

17 Suini famelici

18 Fiorellini all'inizio della gita

19 Il vallone della Cjanevate

20 L'inizio del tratto attrezzato

21 Salita alla Creta Monumenz

22 La Creta Monumenz

23 Dai Monumenz Torre e cima della Cjanevate

24 Un giardinetto

25 Sulle placche della Normale

26 Fiori dalla nuda roccia

27 La Vetta dall'ultima scarpata detritica

28 Dalla cima vista non solo sulla Cjanevate

29 Il vicino Coglians

30 In discesa fra gli scisti del Pic Cjadin

31 Il rifugio Marinelli

32 Sosta fra le prelibatezze del rifugio

33 Scendendo a valle

 

Categorie: Alpi Carniche Tag:

Bishorn (4153 m) – un “quattromila” facile (900 m il dislivello, F)

In questa strana estate 2014 non fa altro che piovere e non resta altro che tornare ai piccoli giorni grandi ricordando l’agosto del ’93, dopo aver pernottato all’alto rifugio del Tracuit (rimando ai post prec.) dopo la sveglia alle quattro e mezza sono da poco passate le cinque quando ci accodiamo nel buio al folto gruppo di pretendenti alla cima del Bishorn, c’è anche un alpinista a quattro zampe, un vigoroso pastore tedesco. Dalla capanna scendiamo subito al Turtmann Gletcher compiendo un anello verso NO ci porta alla larga dorsale Est che sale al cupolone nevoso della cima, siamo legati ma non notiamo sulla larga pista alcun pericolo oggettivo tipo crepacci, seracchi ecc., come ricompensa assistiamo al levare del sole sopra le innumerevoli catene montuose sopra le vallate ricoperte dalle nebbie del mattino. Il pendio lascia aperta anche la vista ad occidente dove lontana risplende la catena del Monte Bianco. Ci mettiamo 2 h e 20 min per arrivare in vetta, davanti a noi risplende la fantastica cresta N del Weisshorn (10 ore il tempo di percorrenza, con discesa ignota e lunga verso la Mattertal, ci avevamo meditato su, personalmente ho concluso che non era alla portata). Facciamo una breve sosta poi decidiamo di portarci sulla Punta Burnaby (4135 m, la prima salirla nel 1884  con due Guide fu appunto Elizabeth Burnaby a 23 anni, una molto indipendente e ardita signorina inglese)  600 m a NE della quota più elevata. Questa fu conquistata pochi giorni dopo da due inglesi con altrettante guide e una di esse, Imboden, era con la damigella su nominata, è un mistero se fossero già stati anche sulla cima più alta. La cima minore riceve meno visite ci soddisfa di più. Non resta che scendere, recuperiamo le cose lasciate al rifugio poi riprendiamo il sentiero del giorno precedente. L’ulteriore sosta a Combautanna, la ricerca dei materiali ivi sepolti ci fa perdere un po’ di tempo vista l’abbondanza di muri a secco. Arriviamo a Zinal qualche minuto dopo mezzogiorno (2500 m il dislivello), giusto in tempo per il pranzo che ci offriamo in ristorante assieme a una bottiglia del vino locale. Abbiamo ancora un giorno a disposizione, ripresa l’auto scendiamo a valle risalendola fino al Passo del Furka sopra le sorgenti del Rodano trasferendoci nelle Alpi di Uri. Poco sotto parcheggiamo e saliamo al rifugio Albert Heim nel freddo mondo del granito dove pernottiamo. L’indomani il meteo non è dalla nostra parte, quando arriviamo all’attacco comincia a nevicare, torniamo in giornata fra le mura domestiche, ma di questa rinuncia ho già parlato in un articolo dedicato a questi monti. Non è poi andata male, tre quattromila più il Trifthorn in sei giorni compreso il viaggio sono un bilancio positivo, di italiani non ne abbiamo visti.

1 Alba sul ghiacciaio

2 Innumerevoli monti a Est

3 Alpinisti in salita

4 Primo sole sulla cupola del Bishorn

5 Il gruppo del Monte Bianco

6 A N le Alpi Bernesi

7 La cima

8 Mare di nuvole sulle vallate

9 Nevio in vetta

10 Dalla Cima verso Est

11 Il sottoscritto sulla Punta Burnaby

12 Il Bishorn dalla punta Burnaby

13 L'impressionante cresta N del Weisshorn

14 Monte Rosa e Lyskamm e di profilo la cresta E del Weisshorn

15 Torniamo fra le mucche

16 Combautanna dove recuperiamo l'attrezzatura sepolta fra i sassi dei muri a secco

17 Zinal il ristorante dove festeggiamo

18 L'ufficio delle Guide che che con noi hanno tratto scarsi profitti

19 Un angolo di Zinal

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