Cima delle Fantoline dal Flaiban Pacherini in Val di Suola

settembre 29, 2014 Lascia un commento

L’ultimo decennio del secolo scorso è stato il periodo più glorioso, passata la febbre arrampicatoria, con un nutrito gruppo di amici mi sono dedicato alla salita di montagne meno celebri ma più genuine, erano i giorni d’oro dell’ora dissolto gruppo dei ravanatori e verso la fine dell’anno veniva anche assegnato in occasione della cena, previa marronata sociale in qualche remota casera, anche l’ambito premio del “Ravan d’Aur” di cui anche lo scrivente è stato insignito per meriti acquisiti. La passione per l’alpe aveva spinto l’amico Sandro a cessare la sua attività di artigiano orafo per intraprendere quella meno lucrosa di gestore del rifugio Pacherini in val di Suola nel cuore del del Pramaggiore. esplorando a tempo perso le più trascurate vette del gruppo. Tutto questo noioso preambolo per arrivare alla vetta in questione, la più alta nel nodo delle Fantoline (bimbe in fornese), 2288 m. Non ricordo se siamo saliti al rifugio da Forni di Sopra (con un noioso tratto di asfalto) o più piacevolmente dalla frazione di Andrazza poco più a valle, ma comunque in numerosa compagnia, in entrambi i casi un paio d’ore. Il vecchio rifugio era una bella costruzione in muratura a T con il tetto a falde, piuttosto umida ma accogliente e ben inserita nell’ambiente (ora è stato demolito, sostituito da una specie di capannone rettangolare in cemento armato rivestito di legno stile bivacco militare Morteo, complimenti al progettista). Ben visibile dalla Val di Suola la cresta Fantoline-Valmenon appare come una selva di punte poco appetibil sia agli scalatori (troppo facile) come all’escursionista medio per opposti motivi, quindi, a parte la Cima Valmenon che riceve qualche visita, restano per lo più deserte  Dal rifugio ci alziamo con il sentiero n. 362 con qualche traverso fino a infilarci nella gola detritica che scende dal passo del Mus, 2063 m. dove ci dirigiamo verso N costeggiando i dirupi dell’asinina cima stessa per salire poi a destra alla forcella del Palon, 2140 m, da questa ora a sinistra fino alla forcella Fantolina Alta, erboso attacco della salita. Mancano un centinaio di metri, che si superano  arrampicando su rocce non malvagie abbastanza liberamente sulla destra fino ad infilarsi in un solido camino, all’uscita un altro tratto roccioso discontinuo fra cenge e paretine porta in vetta senza l’uso di altri mezzi di sicurezza a parte mani e piedi. La limpida giornata autunnale permette di apprezzare in pieno il vastissimo panorama. Scendendo evitiamo l’ultimo settore con una calata a corda doppia sulla destra della via arrivando a un terrazzo sotto una parete verticale, incoraggiata dall’amoroso coniuge anche Eliana vi si cimenta per la prima volta aiutandosi con colorite imprecazioni, per il resto rifacciamo più o meno la strada conosciuta. Dalla forcella scendiamo direttamente al visibile rifugio in ordine sparso per verdi e ghiaie anelando alla sua cucina e agli ottimi vini. Anche troppo dal momento che il pomeriggio si conclude con tremende esibizioni canore poi la truppa scende traballando al parcheggio.

Agosto 1988 con Alessio, Claudio, Eliana, Gigi, Cinzia, Giorgio e Sandro, più due dissidenti che hanno optato per la Cima Val di Guerra.

Il nodo delle Fantoline

1 Salendo al Passo del Mus

 Passo del Mus

 La Cresta Inferno-Brica

 La Cima Val di Guerra

Pic di Mea

 Verso la forcella del Palon

 Spalti e Monfalconi

 L'attacco

 Un momento della salita

 Il camino

 La grinta di Gigi

 Tutti insieme appassionatamente

 L'Antelao

 Gli Spalti e il Pelmo

 La Valle del Tagliamento e le Prealpi velate dalla foschia

 Evitiamo l'ultimo salto con una doppia

17 Eliana si cimenta con la calata

 Le Cime Fantoline dalla forcella

 Il vecchio rifugio Pacherini

Con il tetto a croce e ben inserito al contrario del nuovo a capannone

 Con gli amici si festeggia l'impresa

 Seguono penose esibizioni vocali

 

 

Zadnjiski Osebnik (2083 m) nel primo giorno dell’autunno

settembre 23, 2014 Lascia un commento

Dopo l’estate piovosa siamo al debutto della stagione autunnale che non sembra apporti grandi miglioramenti  per il nebbione che ci accompagna fino a Cividale, poi la visibilità migliora ma il cielo rimane nuvoloso anche in Slovenia fino a Plezzo dove abbiamo l’appuntamento con gli amici che arrivano da Tarcento  per il passo di Tanamea. Proseguiamo sulla statale, lasciamo a sinistra la strada per il Passo del Predil entrando, dopo il ponte sulla Coritenza, in Val Trenta costeggiando il più bel fiume del mondo (Kugy dixit) ovvero l’Isonzo (Soca) risalendolo fino a Na Logu, l’ultimo paesello, 622 m, qui il tempo è migliorato con il cielo azzurro che fa ben sperare. L’Osebnik sovrasta l’abitato con il suo dirupato versante occidentale,  quasi 1500 metri di placche calcaree miste a vegetazione  quale avancorpo del gruppo del Tricorno. Avevo già visitato la massiccia cima in una faticosa salita di fine inverno qualche anno addietro e quindi una ripetizione non è del tutto sgradita. Poco a valle delle ultima case sale a destra una sterrata che porta a dei casali, ai tempi percorribile in auto, attualmente si trova una sbarra con lucchetto e si parte da fondovalle. Si sale per questa fino a delle tabelle poco prima di un ponte su un torrente, oltre questo inizia la mulattiera che probabilmente risale al ventennio fra le due guerre, quindi italiana, verso la casera Lepoc costeggiando la bella forra del torrente nel bosco di faggi. L’edificio è ristrutturato ma chiuso a chiave, a monte il sentiero guadagna quota con ampie svolte in terreno aperto fino alla sella Cez Dol, 1632 m, valico fra dove proveniamo (Korita Trebinski Dol) e l’opposta Val Zadnjica. A destra un sentiero segnalato sale al rifugio  Prehodavcih alla testata della valle dei Sette Laghi, optiamo per l’esile traccia non segnata a parte qualche che si inoltra dalla parte opposta (est) fra  macchie di mughi, detriti e verdi con belle fioriture di stelle alpine. Dopo 400 metri di dislivello esce in un’ampia sella, lasciando sulla sinistra un cimotto di mughi per la facile cresta meridionale si arriva in vetta dotata anche del libretto delle presenze. Il panorama è assai remunerativo su tutte le Giulie Orientali fra le quali spiccano i vicini Tricorno e Kanjavec. Quattro ore. Al ritorno si ripercorre la via di salita fino a Cez Dol, da dove, a conclusione dell’anello, ci caliamo verso la val Zadnjica (NNE), sempre sentiero segnalato. Nelle fiumane di ghiaia terminali il sentiero si perde, con Ermanno scendo sulla sinistra fino al bosco, qui rinveniamo una pista di trattori che dopo un guado esce alla sterrata di fondo valle. Gli altri colleghi dal lato opposto trovano i bolli rossi con la medesima conclusione, ci ritroviamo a una panchina. La strada continua fiancheggiando l’impetuoso torrente fra bei rustici in parte riattati a seconde case, un breve acquazzone ci costringe ad aprire l’ombrello, quando arriviamo al primo tornante della strada che sale al passo Vrsic il sole risplende di nuovo. Il finale in lieve discesa è d’asfalto passando da Na Logu. Tre ore. Poco sotto al posteggio una Gostilna stagionale offre la Waizen da mezzo litro a due euro, siamo costretti a profittare rimandando a un’ulteriore sosta il ristoro completo.

1 Baita rinnovata all'inizio del sentiero

2 Faggio in veste autunnale

3 Planina Lepoce

4 I muri a secco della mulattiera

5 Il versante della salita

6 La sella Cez Dol

7 Alla sella

8 Sorbo

9 La traccia fra i mughi

10 Stelle Alpine

11 Erba Ursina

11 In vista della cima

12 In Cima

13 Di fronte a Tricorno e Kanjavec

14 Il gruppo della Scarlatizza

15 Il rifugio Prehodavcj

16 Discesa in val Zadnjica

17 Fra i colori autunnali

18 La sterrata di fondo valle

19 Stavoli in Zadnjica

20 Un pò di pioggia non ci rovina la gita

21 L'impetuoso torrente

Facile,  dislivello 1460 metri, 21 settembre 2014 con Anna Ermanno e Gianni.

Sasso del Signore (2447 m), la via normale con qualche svarione nella discesa

settembre 22, 2014 Lascia un commento

La verdissima valle di Braies è conservata in modo ammirevole dagli operosi altoatesini, prati sono sempre ben tagliati, i masi hanno ancora gli antichi fienili in legno e i pochi alberghi  fanno la gara a chi ha i balconi più rigurgitanti di fiori sì che una spruzzatina di diserbante ci starebbe. Per di più è stata recentemente pubblicizzata da uno sceneggiato della RAI ambientato in queste amene località, se pur ce ne fosse stato bisogno, dal momento che i turisti non mancano certo nell’alta Val Pusteria. La tramissione, piena di spot pubblicitari palesi e occulti,, aveva come protagonista un eco forestale del luogo con un triste passato alpinistico che però veniva a capo di tutte le indagini, a contrappunto un tenente dei Carabinieri napoletano ingenuo e alieno dai costumi locali, un nipote scavezzacollo e un buon numero di sventole completavano il Cast. Infarcito dei più triti luoghi comuni presentava una serie di delitti che neanche in un secolo possono capitare in queste serene vallate. Che c’entra? In pratica nulla a livello escursionistico, c’ero già stato in passato qualche volta, anche se purtroppo le gite in giornata dal Friuli richiedono 6 o più ore AR a seconda del pilota e del traffico.

1 L'Albergo sulle rive

2 Lago di Braies

Tediato dalle continue ripetizioni e dalle minacce del meteo provo a suggerire agli amici di migrare verso il West (troppo distante, troppe ore, bisogna fare la coda, queste sono le obiezioni), uno solo acconsente. Lo stradale è per la Val di Gorto, Sappada, il Comelico, passo di M. Croce, Sesto e la Val Pusteria fino al bivio a sinistra  per Valle di Braies, al bivio successivo a destra fino alla fine della rotabile presso il lago. Tre ore esatte e 5 euro per il parcheggio, cartolina compresa. Il sottogruppo del Signore si trova all’estremo N del gruppo della Croda Rossa e comprende oltre alla più alta, il Sasso la Torre che è famosa per la storica via di Von Glanwell e i minori Apostol in gran parte ricoperti di mughi. Abbiamo con noi la cartina della Tabacco che non arriva al lago, per contro in ulteriore aiuto c’è il libro di Majoni-Caldini-Ciri “111 cime delle Dolomiti” già sperimentata. Dal posteggio ci portiamo sulla riva Est dello specchio d’acqua dove come promesso inizia il sentiero n. 58 che in breve risale un ghiaione in direzione delle pareti e poi traversa a destra fino a una cengia che si segue fino a una forcella tra i mughi, qui si cambia versante e si esce al sole che come sempre splende sulle Dolomiti. Dopo una traversata a sinistra i segni risalgono verso la forcella di Lavina Bianca, 2194 m, a Sud della vetta,con già una bella veduta. Il n. 58 prosegue in discesa, invece seguiamo la traccia ben battuta e segnalata che si dirama verso N in direzione delle creste fra mughi e roccette. Passiamo sotto l’anticima Est proseguendo verso sinistra su terreno alpino, anche un ulteriore rilievo roccioso viene lasciato sulla destra (è la vetta centrale) e finalmente vediamo la nostra cima, che ha un aspetto rotondeggiante assai caratteristico. Passando sotto un roccione si arriva a un saltino, forse due metri di primo solido che è la chiave della salita. L’amico si ferma qui, dopo questo si accede a una crestina che arriva alla base della scarpata rocciosa finale un poco friabile ma attrezzata con una catena che azzera le difficoltà. Grande ma non bella la Croce e spaziosa la cima, il panorama è spettacolare mentre il temuto affollamento non esiste, visto che per il momento godo  vetta in solitudine.Poi  arriva una coppia, mentre scendo ne incrocio un’altra, quindi nessun problema. In discesa salgo anche sul rilievo centrale e dopo una sosta ristoratrice torniamo alla forcella. Il libro consiglia la traversata, non possiamo che obbedire, il sentiero che scende a Ferrara fra i ghiaioni è evidentissimo e in basso consente delle piacevoli scivolate. Incrociamo una strada forestale, c’è una tabella, per giù si va in paese però la strada continua verso Ovest, dopo un consulto la imbocchiamo, ci seguono due sciagurati tedeschi. Prosegue in salita ma a un certo punto finisce. Ci inoltriamo nel bosco anche ripido, traversiamo due  scuri canaloni terrosi che non si sa come escano, continuando alla fine avvistiamo uno stradello dove transitano parecchi turisti. Ci arriviamo trafelati, è l’itinerario  n. 1 che da Ferrara va al Lago consigliato dalla guida, peccato vada (ancora!) di rive su in friulano. Chissà quante maledizioni ci hanno mandato i due teutonici che ci hanno incautamente seguito.

3 Il sottogruppo del Signore

4 La cengia del cambio di versante

5 Il lago

6 Fiori di tarda estate

7 Salita alla Forcella di Lavina Bianca

8 Le creste della cima

9 Ometti sulla normale

10 Dalla cresta verso Est

11 Fiori sui verdi della cresta

12 La cresta

13 Genziana autunnale

14 Le valli di Braies Pusteria e Casies

15 La Cima

16 Il saltino di primo grado

17 A sin. la catena che facilita l'ultimo tratto

18 In cima

20 La Croda Rossa ha già la neve

21 La Torre del Signore

22 Scendendo vado anche sull'anticima

23 A Est le Dolomiti di Sesto

24 Ulteriori fioriture

26 In discesa sui ghiaioni

25 Come di solito in cerca di rogne

27 Un'ultima vista sul massiccio del Signore

 

Settembre 2014, con Ermanno.

Gross Venediger (3674m) – sui ghiacci del Gran Veneziano

settembre 19, 2014 Lascia un commento

La seconda montagna degli Alti Tauri è anche una delle più elevate dell’Austria, circondata quasi interamente da estesi ghiacciai che arrivano fino in vetta ha un aspetto veramente maestoso. Per di più le due vie normali, da Est e da Sud, sono facili e molto frequentate  richiedendo solo  i normali attrezzi di sicurezza sulla neve, ossia corda, piccozza e ramponi. Ci sono anche altre vie più impegnative e con forti pericoli oggettivi percorse più raramente. Su un libro avevo letto di una traversata con la salita da Nord e discesa a Sud, improponibile a meno di disporre di  quattro giorni, tre per la traversata e una per recuperare l’auto, per contro la salita da meridione mi era parsa la più corta e probabilmente anche la più facile  nonchè fattibile in un giorno e mezzo, giusto il tempo che avevo a disposizione. La proposta viene accolta da uno dei soliti personaggi, partiamo da Udine verso le 12, via Monte Croce Carnico, Mauhten,  Gailsberg e giù nella Valle della Drava, la risaliamo fino a Lienz, e da qui verso NO lungo il corso dell’Isel fino a Matrei dove lasciamo a destra la Statale per inoltrarci nell’incantevole Virgental, giuro che ho visto un abitante annaffiare i fiori posti su un ponte senza aspettare il giardiniere comunale. La nostra meta è Hinterbichl, penultimo paese dell’amena vallata, circa 1300 m. Qui sorge un problema, dovremmo salire in macchina la Dorfertal fino alla Johannis Hutte, più di 2000m, ma c’è il divieto, per non fare gli italiani chiamiamo la navetta che si fa aspettare, per passare il tempo ci facciamo un paio di birre. Quando arriviamo al rifugio il parcheggio è pieno di auto, siamo stati turlupinati, ce ne facciamo una ragione e cominciamo a scarpinare, la salita alla Defereggen Haus (2962m) è un comodo sentiero, ci arriviamo in un paio d’ore  sotto un cielo di piombo poco incoraggiante. Forse per le birre e il clima non sto bene e devo andare subito a stendermi, un’ora dopo mi sono rimesso e riesco anche a trangugiare qualcosa lasciando gli avanzi all’amico che digerisce qualsiasi cosa gli venga servita. Il rifugio si trova sopra il ghiacciaio, il sentiero che vi scende è l’unica indicazione che strappiamo al gestore, per il resto rimane restio anche a causa dei problemi linguistici. Partiamo per prim alle settei l’indomani, tutti i presenti se la prendono comoda, nella nebbia più fitta scendiamo al Rainer Kees, il ghiacciaio che dobbiamo risalire, per fortuna la pista è abbastanza evidente e i crepacci, pur presenti, sono piuttosto stretti e non rappresentano un pericolo. Prima un pallido chiarore, poi il luminoso disco del sole appaiono mentre la nebbia si dissolve e ci appare risplendente la grandiosa mole del Venediger, le altre vette rimangono sotto la coltre bianca, verso Est l’unica punta che spunta è il Glockner… Diventiamo più fiduciosi nella riuscita della nostra piccola grande impresa, è un momento magico. Più in alto arriviamo verso destra alla Rainer Torl, fra la cima medesima e la nostra destinazione, siamo già oltre i 3400 m di quota, alla quale ci dirigiamo per pendii più inclinati,  alla fine diventa una stretta cresta (pare che in certi anni questo tratto sia inaccessibile a causa delle cornici) che conduce alla Croce di Vetta incrostata di ghiaccio. 2 ore e mezza. Sotto di noi si approssimano le prime cordate, noi ci siamo goduti in nostro momento magico, ridiscendiamo. Incrociamo anche la rude Guida del rifugio che si porta dietro la cordata millepiedi, d’altronde è il suo lavoro. In basso rientriamo nella caligine, fuori dal ghiaccio ci attende la lunga discesa sul sentiero prima e la strada in seguito con il tempo e il clima sempre più gradevoli, ripassiamo dalla Johannis Hutte e poi sulla strada alla Virgental. A Matrei ritempriamo le forze al Vecchio Mulino riconvertito a Gasthof e storico punto di ritrovo degli alpinisti.

1 Salendo al Rifugio

2 Genzianelle

3 Nebbie del mattino al rif. Deferegger

3 Sul ghiacciaio

4 Il sole si fa vedere

5 Appare la cima

6 Il Grossvenediger

7 La vetta e il compagno

8 La punta del Glockner spunta dalle nuvole

9 La larga Rainertorl

10 Sulla cresta

11 L'ultimo tratto è piuttosto sottile

12 La Croce di vetta

12 In Cima

13 Mentre scendiamo arrivano le prime cordate

14 La cordata millepiedi

15 Sopra il mare di nuvole

16 Rifugio Johannis

17 Torniamo sulla strada

18 Immagine pastorale

19 La Dorfertal

20 Il torrente

21 Il Vecchio Mulino o Halte Mule storico Gasthof per ritemprare le forze

Settembre 1990, con Bepi

 

Cima Vanscuro ( Pfannspitze 2678 m) – Traversata da Ovest a Est

settembre 15, 2014 Lascia un commento

Siamo all’ennesima ripetizione dell’anno corrente. Ero passato da questa cima, che è la più elevata di scuri scisti cristallini,  facendo la Traversata Carnica nel 2001 e ne avevo solo qualche vaga memoria. Da Sappada scendiamo a Santo Stefano in Comelico, qui  prendiamo a destra per il Passo di M. Croce, al tornante della Sega Digon abbandoniamo la Statale deviando a destra sulla stretta rotabile quasi completamente asfaltata (manca solo un breve tratto, ma considerando i mezzi presenti ai lati ora i lavori dovrebbero essere terminati) salendola fino alla Casera Silvella (1827 m) dove si trova il divieto di transito, scarsa possibilità di parcheggio per poche vetture, con la nostra è praticamente al completo. Proseguiamo pedibus calcantibus lungamente sulla forestale sterrata che finisce poco sotto al Passo Silvella, 2324 m, un’ampia insellatura fra il Col Quaternà e la cresta del Frugnoni con bella vista sulle Dolomiti Sesto nonché luogo frequentatissimo da pedoni e bici da montagna, non mancano alcune moto da trial alla barba dei divieti. Proseguendo sulla mulattiera verso Est (segnavia 402-403 della traversata) ci alziamo sulla dorsale fino alla cima del Frugnoni, 2562 m, scendendo poi alla forcella Pala degli Orti 2459 m con davanti la scura piramide della meta principale spostata N del confine, dallo stesso lato si ammira il lago di Obstans con il piccolo rifugio sulle sue rive sovrastati dalle chiare (e fraide) pareti del Rosskopf, una delle poche cime calcaree della cresta Ovest. Saliamo a un intaglio della Cresta Sud del Vanscuro che oggi deve essere meta di una gita sociale, si vedono numerosi quanto fotogenici escursionisti. Ci accodiamo salendo fra i blocchi con uno spostamento a sinistra su una cengia larga comunque un poco esposta ad evitare un risalto, poi si riprende la cresta e in breve si esce alla grande Croce di legno eretta in cima. Scendiamo per il crinale Est perdendo un centinaio di metri per continuare in seguito per verdi e blocchi nella stessa direzione a saliscendi, un tratto dirupato si evita a Nord,  quindi il terreno diventa calcareo, si passa sotto il Piccolo Cavallino dove la traccia è sul ghiaino arrivando alla Forcella Pian di Sabbia, 2515 m, intanto le promesse nuvole sono arrivate. Dalla sella si potrebbe salire in vetta al Cavallino in una mezz’ora, uno degli amici si rifiuta e tre sono favorevoli, per una volta mi associo al Celestino V, sul Cavallino ci sono già stato due volte e mi lascio scivolare sui ghiaioni sottostanti, arrivati ai prati comincia la pioggia che si trasforma in fine grandine. Cominciamo la traversata a destra fino alla Casera Rigoiedo o delle Manze seguendo uno dei tratturi lasciati dalle vacche, dove ha inizio la carreggiabile che riporta alla strada seguita al mattino. La pioggia è cessata e dopo un po’ rispunta perfino il sole. Al parcheggio siamo accolti da numerosi asinelli, ne aumentiamo il numero, dopo ¾ d’ora arrivano gli altri compagni, il tempo è quanto mai variabile e anche il tragitto automobilistico viene fatto sotto la pioggia, il Sole culinario risplende invece al omonimo alberghetto di Avoltri. A parte la carreggiabile ex-militare per il Passo Silvella la gita è assai gratificante per ambienti e panorami, lunghetta come percorso ma con dislivello non eccessivo, EE.  Sei ore per il giro, 7 settembre 2014.

1 La sterrata per il passo Silvella

2 La dorsale del Frugnoni

3 Col Quaternà dal passo Silvella

4 Vista sui Tre Scarperi

5 Dal Frugnoni le Dolomiti di Sesto

6 Il Rifugio e il lago Obstans

7 Monte Vanscuro con a destra la dorsale della salita

8 Alpinisti sul crinale

9 Sulla normale

10 Traverso in versante O

11 Affollamento in cima

12 L'artistica Croce di legno

13 Panorama a E in risalto il Cavallino

14 Traversata a Est

15 Sotto le ghiaie del Piccolo Cavallino

16 Monte Cavallino

17 Papaveri sui ghiaioni di discesa

18 Il Cavallino dopo la pioggia

19 Dalla Malga delle Manze la stradina riporta alla via di salita

20 Al sole mentre il maltempo si sposta sui Longerin

21 Asini a Malga Silvella

 

Jof di Montasio 2753 m, la Via di Dogna

settembre 11, 2014 Lascia un commento

Sul Jof di Montasio in 35 anni di carriera ci sarò stato una decina di volte cercando di variare via e stagione, con il Cuar, teatro delle mie prime imprese, e la Creta Grauzaria sono le tre vette che ho più ripetuto anche pur non arrivando, e sarebbe stato facile, a visitarle tutti gli anni preferendo svariare nell’ignoto. Salendo la Val Dogna il Montasio offre la magnifica vista del regale versante Ovest, è senza dubbio la più bella montagna delle Giulie Occidentali, la via di Dogna fu percorsa la prima volta nel settembre 1882 da G. e P. Di Brazzà, A. e D. Pecile con i suppongo locali F. Marcon, P. Pittini e A. Siega, le difficoltà sono discontinue sul II grado ma il dislivello è di 1900 metri, conta più che altro resistenza e passo continuo oltre a una certa capacità di orientamento, garantito solo nel primo tratto dai segni.

1 Val Dogna e Montasio in veste autunnale

2 Il versante della via a Dicembre

Da Dogna si sale la vallata omonima fino al monumento dedicato al Col. Zacchi, circa 1000 m, dove ci si avvia in discesa verso destra. Un primo tentativo in Agosto va a vuoto anche se uno dei compagni l’aveva già percorsa, ci alziamo a sinistra seguendo una traccia che ci porta a un canale erboso-roccioso, in due ore di ripida salita arriviamo in un anfiteatro circondato da pareti, ancora oggi mi chiedo dove siamo andati a finire, anche il tempo non è dalla nostra parte, le creste sono celate dalle nubi e battiamo la ritirata, come premio di consolazione saliamo poi sul Piper, ci riproviamo dopo un mese. Più numeroso il gruppo, siamo in sei,  abbiamo anche degli accordi con amici, ci aspetteranno al Bivacco Suringar per poi andare a riprendere le auto. Più attenti proseguiamo sulla stradina e poi seguendo i provvidenziali segni usciamo dal bosco, si prosegue in traversata fra i mughi su una cengia attraversando anche dei colatoi di roccia levigata, ci sono anche due tratti con un cavo metallico, fino a una larga svasatura che si deve risalire (fino a qui la salita non è intuitiva e bisogna seguire attentamente i bolli rossi). Il canale sale ripido passando alla sinistra della parete “rossa” per arrivare poi alla grotta del Bivacco Muschi, 1955 m, spartano ricovero dove non mi piacerebbe passare la notte. La giornata è sul bello stabile e non fa freddo nonostante la stagione avanzata, personalmente sono in pantaloni corti e maglietta e tale rimarrò, un partecipante oltre a indossare i pesanti calzoni di lana riservati agli alpinisti si è messo anche i mutandoni, anin benon! Una breve fermata e ripartiamo. Sopra al bivacco una parete di roccia non sicurissima, è la difficoltà maggiore della salita e usiamo la corda per assicurare uno dei compagni, ora arriviamo alla rampa grigia che fa una specie di diedro con la sovrastante parete rossa, qui si arrampica sul solido e procediamo più spediti, lasciamo sulla sinistra la Sfinge, altre paretine che un poco alla volta diventano meno ripide fino ad arrivare sulla Grande Cengia Superiore dove troviamo la traccia della Via dei Cacciatori Italiani o Amalia che traversando a destra ci porta al Suringar, la missione è compiuta, sono i presenti gli amici-tassisti. Ora per una Via di questo genere è complicato dare una relazione accurata visto che molti passaggi non sono obbligati, inoltre sono trascorsi molti anni, l’importante è non compiere errori madornali, la più rispondente a mio parere è quella del vecchio libro di D. Marini e M. Galli, Alpi Giulie Occidentali. Tre degli amici scendono ai Piani, ma manca la Vetta, con i due restanti ci saliamo per la conosciuta Via Findenegg che percorre un canale e quindi una cresta fino in vetta, scendiamo verso Est sulla cresta della normale e poi per la scala Pipan.

3 Sulle cenge iniziali

4 Le pareti N del Cimone

6 Placche levigate dall'acqua

7 Sosta al bivacco Suringar

8 Jof di Miez e Cimone

9 Sulla rampa sotto la parete

10 La cengia verde all'uscita dalla rampa

11 Vista sulla Val Dogna e lo Zuc dal Boor

13 L'autore in abbigliamento balneare

14 Controluce con la Sfinge

15 La Sfinge

16 Panorama dalla cengia

17 Rendez-vous al Bivacco Suringar

18 Alla vetta per la via Findenegg

19 La cima dalla Findenegg

20 Sul Montasio con Diego, Carlo e un gracchio

21 La Torre Nord e i Monti di Malborghetto

22 La Campana in vetta

23 In basso la normale mentre le nubi celano lo Jof Fuart

24 La discesa più veloce rimane la scala Pipan

1987, 20 Settembre

Sauleck (3085 m), per la facile via normale da Ovest

settembre 10, 2014 2 commenti

Nel Settembre del 1983 dopo aver superato a Luglio lo scoglio del Grossglockner rivolgiamo la nostra attenzione agli altri “tremila” degli Alti Tauri inseriti nell’elenco delle Trenta Cime dell’Amicizia, il luogo deputato era a quei tempi la sede dell’UOEI in via Grazzano con succursale alla dirimpettaia Allegria. Mentre stiamo decidendo la prossima meta ci si avvicina un siorut con baffi ben messo, soprabito blu con sotto giacca e cravatta che pronunciando la erre alla francese ci informa anche lui sta facendo la stessa collezione e sta cercando compagni. Viene subito accolto (con la segreta mira di farlo morire lungo il percorso), ci accordiamo per la Cima del Sauleck, 3085 m nel gruppo dell’Ankogel.  Il tragitto automobilistico rimane piuttosto lungo se fatto (come nel nostro caso) in giornata,  dal passo di Monte Croce Carnico oppure passando da Villaco risalire la valle della Moll passando da Spittal e Obervellach da dove si svolta a destra in direzione Mallnitz, forse il paese più settentrionale della Carinzia che è poi la soluzione da noi scelta perché abbastanza sbrigativa ma che richiede comunque una partenza antelucana se fatto in giornata. Fra Lassach e Mallnitz s’inoltra a destra la vallata Dosener,  che è liberamente percorribile in auto fino alla Eggeralm  a 1493 m, ne restano da fare ancora 1600. L’amena vallata è anche piuttosto lunga, si passa prima dalla Konradhutte, poi si sale costeggiando il torrente al un terrazzo con una ulteriore malga poi con un altro strappo si arriva allo specchio d’acqua sulle cui rive si trova il rifugio Arthur v. Schmid Haus (2272 m). Il nuovo compagno nonostante la nostra buona volontà non cede rimanendoci sempre attaccato, è un osso duro (in seguito diventerà anche un buon amico e una presenza fissa nei nostri giri). Dal rifugio sempre verso Ovest ci sono due possibilità, una raggiunge la cresta della Cima piuttosto in alto, l’altra passa dalla Mallnitz Scharte (forcella con la val Malta) a 2676 m, scegliamo la seconda. Ci troviamo già dal rifugio in un bell’ambiente minerale di granito grigio chiaro, difficoltà vere e proprie non ci sono, il sentiero ha abbondanza di segni, attraversando anche qualche lingua residua di neve e fra i blocchi usciamo alla sella. Dall’intaglio, che ha già una bella vista, si svolta a sinistra proseguendo verso Nord sulla cresta con qualche spostamento nel versante Est (piccozza utile se non necessaria all’inizio di stagione) si raggiunge la vetta, il panorama a 360° è strepitoso, solo a Est limitato in parte dalla bella piramide dell’Hochalmspitze. La stessa via si ripercorre in discesa. Quattro ore e mezza per la salita.

1 La sterrata d'inizio

2 IL terrazzo della malga

3 Il Rifugio

4 Il piccolo lago e il rifugio

5 Salendo alla forcella

6 A Sud il gruppo del Kreuzeck e la Alpi Carniche

7 Dalla Mallnitz Scharte verso l'Ochalmspitze

8 La forcella

9 Sulla cresta

10 Il Saluleck dalla cresta

11 Un pessimo autoscatto dalla vetta verso il Glockner

12 In discesa

13 Fra i blocchi di granito

14 L'incantevolle conca del Rifugio

15 Arthur v. Schmid Haus

16 In quota è già arrivato l'autunno

Categorie: Alti Tauri Tag:,
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