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La cresta del Mangart in giornata dal rif. Zacchi

Dalla valigia dei ricordi per questo 500° pessimo articolo (ce ne sarebbe uno di più ma sono stato costretto  a cancellarlo sotto minaccia di querele per violazione dei diritti d’autore, abigeato, lesa maestà e altri reati minori) esce stavolta la cresta del Mangart, percorsa a ferragosto nel 98 in senso orario che ci pare più logico. Scarsi i precedenti nel gruppo, oltre a una gita alla Porticina mi sovviene solo una salita alla Ponza Grande e la via della Vita fino alla cima principale, i curiosi possono dilettarsi con i due post pubblicati. La temuta cresta di confine dalla Ponza Grande alla cima maggiore è lunga più di 5 km e come i tre accessi dai laghi era stata attrezzata per scopi militari da una valente pattuglia di alpini qualche anno dopo la grande guerra (si chiama anche via degli Alpini). L’amico Vigjut e la moglie erano in quei giorni con il camper ai laghi di Fusine, al telefono ci accordiamo per una gita assieme e si aggrega anche il Bianco, un mio compaesano e coetaneo piuttosto coriaceo che viene coinvolto nell’ impresa anche se è alla sua prima uscita dell’anno. Passo a prenderlo nel primo pomeriggio ma non è disponibile a causa di una prolungata visita alla frasca del Bacan che per lo smaltimento richiede una lunga pennichella e parto da solo. In autostrada fino a Tarvisio poi per la statale salgo fino a Fusine, il rendez- vous è al lago superiore, circa 950m di quota. La compagna ha l’onere della custodia del camper mentre noi maschietti saliamo per il pernottamento al rifugio Zacchi, che allora era un grazioso edificio in legno, ci arriviamo in poco più di un’ora seguendo la facile mulattiera nella foresta (1380 m). Dagli esperti presenti al rifugio veniamo informati che per la gita necessitano almeno due giorni pernottando al Bivacco Tarvisio, ma visto che in montagna come nella vita siamo abituati a decidere da soli questo si vedrà. Verso le 10 di sera c’è un certo subbuglio nella camerata, è arrivato il terzo uomo, ora che siamo al completo possiamo finalmente dormire tranquilli. Il mattino seguente poco prima delle sette ci mettiamo in cammino, la dotazione personale comporta casco e imbragatura più qualche cordino e moschettone mentre per quella  collettiva ci sono 50 m di corda da 9 mm. Dietro al rifugio inizia la traccia di salita alla Ponza Grande (2274m), nostro primo obiettivo, poco sotto la forcella omonima deviamo a sinistra raggiungendola per la via attrezzata scendendo poi per l’esposta e friabile via normale del versante sloveno alto sulla Val Planica alla forcella Ponza. Volendo questa cima si può anche trascurare abbreviando un poco il percorso. Ci inoltriamo ora in terreno ignoto guidati a sufficienza dai bollini rossi e aiutandoci con i resti arrugginiti dei cavi, a volte assenti o di affidabilità piuttosto dubbia. La roccia è buona e superiamo senza gravi problemi le cime della Ponza di Mezzo e di Dentro più la Strugova, rispettivamente 2230, 2242 e 2265m più svariati intagli e forcelle. Proseguendo verso la Veunza (2351m) ci troviamo davanti un’espostissima cengia inclinata ghiaiosa dove ci leghiamo. Con tre tiri di corda arriviamo nei pressi della cima, a parte l’abisso che si spalanca sotto gli scarponi risulta meno impegnativa del previsto. Firmato il libro proseguiamo in discesa fino alla forcella Sagherza dov’era appena stato posto il bivacco Tarvisio, 2270m. La prossima meta è il Piccolo Mangart di Coritenza, 2393 che si scala con l’aiuto dei cavi nuovi di zecca scendendo verso Ovest alla Mala Forca da dove il percorso si cala a delle cenge erbose in versante sloveno. Con minore impegno si arriva alla spalla O del Mangart, qui il diavolo ci mette la coda, qualche lampo e il cupo brontolio dei tuoni ci fanno desistere dalla facile salita al Mangart. Peccato, in precedenza c’ero stato una volta sola. Ma era un falso allarme tanto che dal cengione in luogo di proseguire verso forcella Mangart (da dove un sentiero si cala facimente all’Alpe Tamer) decidiamo di scendere per la via Italiana, una fra le ferrate più impegnative delle Giulie. Una placca conduce a una spaccatura che offre un paio di caverne molto fotogeniche, alla fine si arriva nelle vicinanze del Bivacco Nogara, da qui per l’Alpe Vecchia si torna al lago Superiore. Dodici ore in tutto. Una descrizione  particolareggiata supera gli scopi del post (e le mie virtù di scribacchino). Comunque la via è abbastanza evidente e nel cammino non abbiamo mai consultato carte o guide. Era in progetto già allora il ripristino delle attrezzature, non ho notizie recenti sullo stato attuale.

1 L'attacco alla Ponza Grande

2 Salita alla Ponza G.

3 Le Giulie orientali dalla Ponza

4 L'inizio della traversata

5 Una cengia

6 La Ponza di Dentro

7 Cresta affilata verso la Strugova

8 Strugova, il tratto finale

9 La cima della Strugova

10 Le Ponze e la dolce Carinzia

11 Vecchi cavi su un traverso

12 Verso la Veunza

13 Attrezzature penzoloni

14 Passaggio fiorito

15 Il terreno malsicuro richiede la corda

17 I compari sulla Veunza

18 Scendendo dalla Veunza

19 Il bivacco del CAI di Tarvisio

21 La ferrata del Picc. Mangart di Coritenza

22 All'uscita

23 Dal P. M. la Skrlatica

24 I laghi di Fusine

25 Il Mangart

26 Verso la fine della traversata

27 Le Giulie Occidentali

28 La ferrata italiana

29 La ferrata italiana

30 La ferrata Italiana

32 Il Bivacco f.lli Nogara

  1. lucianotarcint
    settembre 16, 2015 alle 7:25 pm

    Biel risultat! Continue cussì🙂

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