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Grosse Bischofsmutze 2455 m, la via Jahn, IV+

Siamo nelle Alpi calcaree settentrionali, al di là dei Tauri e a sudest di Salisburgo. Dal  gruppo del Dachstein, la cui cima più alta manca per pochi metri i fatidici 3000 si dirama verso O una cresta di monti con cime meno elevate ma aguzze e frastagliate, dette il Pettine di Gosau, dal nome dell’omonimo paese posto a N. La più alta e famosa è quella intitolata, così nominato per la sagoma simile a una Mitria. Composte di roccia solidissima sono state teatro delle imprese dei più forti alpinisti austriaci e tedeschi,qui precipitò nel lontano 1913, durante un tentativo allo spigolo N del Manndlkogel in solitaria, quello che era all’epoca il più forte arrampicatore: Paul Preuss.  Alla metà di settembre di quell’anno decidiamo di trascorrere un fine settimana arrampicatorio in questi luoghi pressochè ignoti alla maggioranza degli italici scalatori, forti delle stringate relazioni lette sul solito volume “100 Scalate Classiche” del teutonico Walter Pause.

La Grosse Bischosmutze

All’antelucano appuntamento siamo in quattro, numero perfetto per questo genere di impegni in caso di rogne, oltre al mio compare, il solito Nevio, partecipano i due più scafati allievi del corso di roccia, il biondo Silvestro e il capelluto Andrea, tutti digiuni della lingua di Gohete. Arriviamo al fiorito paese di Filzmoos, affollato di pensionati in ferie, ove lasciamo il mezzo per salire con bel percorso alla Hofpurglhutte m. 1705 dove pernotteremo. In due ore e mezza ci arriviamo nella nebbia più fitta e qui troviamo pure una precoce nevicata. Sulla soglia si affaccia la severa nonchè attempata e nerovestita Frau che gestisce, ci sembra piuttosto militarmente, il grande rifugio. Messa al corrente delle nostre nostre intenzioni ci sconsiglia di affrontare la salita, un po’ a gesti un po’ ammonendoci con le parele schnee, eis che traduciamo con neve, ghiaccio. Sordi alle ammonizioni partiamo nella nebbia; arrivati alla base delle pareti, non si capisce un tubo per la scarsa visibilità, fino a che una improvvisa schiarita ci  rivela la nostra montagna e la via che dobbiamo percorrere, la più facile della parete sud: segue una linea di fessure e diedri abbastanza evidente. La scalata è di soddisfazione, su roccia eccellente, di quarto grado abbondante e sostenuto. Arriviamo in cima con il sole lasciando le nebbie sotto di noi ammirando l’inconsueto panorama. La discesa percorre il canalone Sud ed è di secondo grado superiore e la percorriamo slegati per rientrare al nostro alloggio al calare della notte. Gli italianidevono essere piuttosto rari, tanto che veniamo accolti calorosamente dal figlio della frau suddetta: dopo la cena, accompagnata da un paio di birre, cominciano a comparire varii vassoi di schnaps che siamo costretti ad accettare per dovere di ospitalità; la situazione si complica quando il gioviale gestore si avvede che la prosperosa cameriera si è invaghita del bell’Andrea; la porta al nostro tavolo, magnificandone le doti, ammiccadoci ai seni e tentando addirittura di sollevarle la gonna, mentre la poveretta si confonde arrossendo. Quando decidiamo di andare a riposare, il buon Nevio chiede un bicchiere di latte e gli viene servita un’ulteriore grappetta asserendo falsamente, visto che dietro il banco noto numerosi cartoni, che la bevanda richiesta è esaurita. Quando finalmente arriviamo alle brande siamo ridotti piuttosto male, è stata una giornata molto laboriosa.

Traversata al valico Ockesseleck e discesa a valle

Il risveglio del mattino dopo ci trova in condizioni pietose, e la giornata fredda e nuvolosa non è migliore. La salita che avevamo vagheggiata, il diedro dell’Hockesselkopf, da percorrersi con tecnica d’aderenza, come illustratoci la sera prima dal nostro nuovo amico sputandosi sulla mano e schiaffandola sulle preziose perline della sala da pranzo non più molto accattivante. Decliniamo comunque l’invito fattoci di fermarci al rifugio per la festa di chiusura, arriverà anche la banda del paese, per evitare ulteriori nefaste conseguenze e ci congediamo dai nostri ospiti. Ridotti a più miti consigli ridimensoniamo le nostre pretese arrivando per un gradevole sentiero in ambiente carsico|pastorale con qualche facile tratto di arrampicata e da una breve ferrata arriviamo fino al belvedere nominato Ochesseleck, sempre accompagnati dalla musica proveniente dal rifugio. Non ci resta che divallare velocemente, la strada per casa è ancora lunga, ripropondeci(come sempre) di tornare.

14 Verso lSettembre 1988

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