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Gosadon (1968 m), montagna negletta ma meritevole con infortunio finale

Con l’avanzare dell’autunno le giornate diventano più brevi e cala in proporzione anche la voglia di affrontare lunghe trasferte con annesse levatacce. Per contro diventano ancora più frequenti le ripetizioni, dopo trent’anni di scorrerie sui monti di casa cercare qualcosa di inedito con dislivelli e difficoltà accettabili sta diventando una impresa . Rovistando nello scaffale dei libri di montagna mi viene in mano la vecchia guida delle Alpi Giulie Occidentali di Dario Marini e Mario Galli che ai loro tempi devono aver consumato parecchie suole Vibram su queste cime. Quella in mio possesso è la terza edizione (1983), ricchissima di informazioni sia alpinistiche che storiche e naturalistiche,che  nonostante gli anni passati è ancora valida. Sulla catena dei Monti di Malborghetto,  fra la Valcanale e la Val  Dogna con un breve versante rivolto alla Saisera, prima e durante la Grande Guerra sono state fatte ingenti opere militari d’accesso e fortificazione tant’è che le mulattiere costituiscono a tutt’oggi le vie d’accesso alle vette principali. Il Gosadon si trova fra il Due Pizzi a Est e il Col dei Pez verso Ovest, l’unica descrizione della via normale è quella sul libro citato, sulla carta i sentieri che si avvicinano sono segnati in nero. Un gruppo per la media piuttosto nutrito di ben sei  partecipanti sale da Dogna la valle del torrente omonimo passando dai paesini semiabbandonati, la strada è ora asfaltata e in buone condizioni, non ci passavo da parecchio ricordandola ancora sterrata. Rallentiamo alla stele dedicata al Capitano Luigi Zacchi, una traccia dovrebbe partire da qui eppure non ne vediamo l’inizio, proseguiamo quindi sino al Plan dei Spadovai 1075 m, un ampio piazzale ospita oltre alla malga un nuovo agriturismo, qui posteggiamo. Cielo parzialmente nuvoloso e inospitali raffiche di vento ci accolgono, dalle tabelle ci avviamo su una trattorabile verso Nord, ben presto si riduce a mulattiera che sale a tornanti regolari dapprima fra i faggi quindi fra i rigogliosi mughi, il segnavia porta il n. 605 diretto alla forca di Cjanalot (e il bivacco Bernardinis). Quando esce sui ghiaioni alla quota 1608 lo abbandoniamo per traversare a sinistra orizzontalmente, il sentiero è evidente e anche segnato pur se senza numerazione, si rientra nei mughi guadagnando quota a tornanti fino a una spalla sotto una parete rocciosa controllati da un camoscio di vedetta su una roccia più in basso. Qualche metro più a Ovest  il sentiero si cala ripido, è quello che porta al sacello del Cap. Zacchi, sulla destra poco oltre una vecchia tabella a freccia porta il nome della nostra cima, tutto corrisponde alla relazione. Si attraversa su una cengia un poco esposta in versante Ovest, troviamo anche una spolveratina di neve e un sottile cavo passamani di tenuta aleatoria (uno alla volta)  costeggiando un cimotto (1855 sulla carta) per qualche decina di metri, salendo delle ghiaie si rientra ancora fra i mughi oggetto di un recente taglio, qualche sbiadito bollo rosso aiuta ad orientarsi. Zigzagando nella vegetazione usciamo in terreno aperto sotto la cima, sulla destra resistono ancora i muri di una casermetta con a lato della porta il gabinetto. Saliamo a sinistra di questa aiutandoci con qualche mugo fino a una forcelletta alla base della rocciosa cresta Ovest, i segni ora sono misteriosamente scomparsi, il tratto è breve, arrampichiamo discontinuamente sul solido, sarà primo grado fino alla solitaria sommità. Il panorama è vastissimo e lo sarebbe di più se non ci fosse qualche nuvola a guastarlo, per la sosta ci abbassiamo  a oriente cercando invano riparo dal vento fra i resti di una postazione. Dopo ¾ d’ora inizia la discesa, Gigi scende la scarpata a Sud e va a recuperare i bastoncini abbandonati sulla sella, non i miei che li avevo portati dietro, i bollini riappaiono a Est, poi aggirano la cima per traversare sopra l’edificio con un corto tratto in esposizione attrezzato con un cavetto infine si scende facilmente al ripiano dell’edificio (questa è la salita descritta nella guida, più accattivante e naturale per me è quella da noi percorsa). Tornati al bivio lasciamo gli autisti al loro dovere, scendono per la via fatta in salita a recuperare le macchine, i restanti quattro vogliono vedere il sentiero che porta alla cappella. Questa traccia è assai ripida, scende a tornanti un costone, passa a lato di un antro con muri a secco, alla fine dei mughi si trova un tratto dove il sentiero è poco evidente, traversa un testone alberato (già visibile dall’alto e grazie alla neve il sentiero) per riprendere un’ulteriore mulattiera militare a tornanti regolari. La perdiamo dove la pendenza si attenua nella faggeta, qui il nostro medico scivola malamente procurandosi una distorsione (in realtà si tratta di una frattura al malleolo), ma riesce ancora a camminare, tenendoci a destra rintracciamo la mulattiera che ora cala nella pineta. Alla Cappella arriviamo prima dei compagni, il Doc è l’unico di noi che dispone del Kit di pronto soccorso e si fa l’automedicazione con bendaggi varii, ne avrà per un paio di mesi, ma fatte le debite considerazioni ci è andata anche bene.

13 Novembre 2013, quasi sei ore soste comprese. P.S. Non lo sapevo, ma si trova una relazione sul forum di Sentieri Natura.

 Plan dei Spadovai

 Sul sentiero 605

 Sosta al bivio q. 1608

 Verso il Cimone

 Sentiero segnato ma senza numero

 La forca di Cjanalot

 La spalla del bivio

 La freccia che indirizza alla cengia

Sulla Cengia

 All'uscita del tratto esposto

 Il Gosadon

 Opere militari

 La cresta Ovest

 Sulla cresta

 Sulla Cresta

 Dalla cima vista sui Due Pizzi

 Gli amici con il regale sfondo del Montasio

 Piper e Jof di Miezegnot

A NO fra Coglians e Grossglockner il gruppo del Cavallo

 Forse avanza qualcosa anche per me pensa il gracchio

 La parte O della catena

 Lo Jof Fuart

 Il ritorno dal versante opposto riserva qualche sorpresa

 Scivolando si sarebbe accolti dalla casermetta

 In discesa con vista in basso a destra sulla cengia

 Anche sulla variante di discesa opere belliche

 Il cimotto con il sentiero reso visibile dalla neve

 La vecchia mulattiera

 Arrivo a valle dell'infortunato

 All'Ancona dedicata al colonnello Luigi Zacchi

 Automedicazione

 Consoliamoci con la vista sul Montasio

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